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La coscienza e l'io (marzo 2026)

La coscienza come fondamento dell'esistenza

In questo sito il termine coscienza è sempre stato usato per indicare lo stato dell'essere consapevoli, ed anche auto-coscienti, in contrapposizione alla condizione in cui non si è coscienti di nulla, come adeguatamente spiegato nella pagina delle Definizioni. Di conseguenza si è sempre fatto riferimento all'io cosciente come soggetto dotato di coscienza, il quale può percepire e sentire di essere vivo proprio grazie al fatto che la funzione della coscienza, oltre a consentirgli l'esperienza delle rappresentazioni della realtà fisica e di una certa gamma di sintonie della psiche, gli offre anche la certezza della sua esistenza (almeno temporanea) come soggetto reale. È opportuno distinguere tra l'esistenza in quanto oggetto o rappresentazione (per dirla con Schopenhauer) da parte di un soggetto cosciente, ed il riconoscimento della propria esistenza da parte di un soggetto che è consapevole e sa di esistere. L'esistenza di un oggetto (un albero, la luna, un cavallo, ecc.) richiede sempre un soggetto cosciente che sia in grado di percepirne la rappresentazione mentale: sebbene noi, in quanto soggetti coscienti, possiamo ipotizzare l'esistenza reale di qualcosa da cui provengono quei segnali e quegli stimoli la cui elaborazione darà origine alle nostre rappresentazioni mentali, la conoscenza diretta ed indubitabile di ciò che Kant chiamava la cosa in sé ci resta preclusa. Tuttavia noi stessi, mediante le nostre elaborazioni mentali, siamo in grado di ipotizzare una condizione di esistenza anche in assenza di qualsiasi forma di coscienza che possa conoscere tale esistenza, oggettivamente o soggettivamente. Per esempio, noi sappiamo che il sole esisteva molto prima che la coscienza umana ne potesse riconoscere l'esistenza oggettiva, e se ipotizziamo (senza poter dire nulla di certo al riguardo) che non esista altra forma di coscienza se non quella umana, allora dobbiamo concluderne che una forma di esistenza in assenza di qualsiasi forma di coscienza, non solo soggettiva ma anche oggettiva, è possibile. Ma è corretto definire esistenza questa forma di essere in assenza di qualsiasi soggetto cosciente?

Il fatto di porsi questo interrogativo dipende ovviamente dalla nostra facoltà di elaborazione mentale che ci induce a porci dei problemi ed a ragionare su varie questioni, e questa facoltà dipende in modo imprescindibile dal fatto che noi siamo soggetti coscienti. Dunque, alla luce di questa nostra capacità di ragionare, l'esistenza è determinata dal fatto di essere o un soggetto cosciente o un oggetto di percezione e di conoscenza da parte di un soggetto cosciente. Nessuna affermazione sensata può essere fatta in merito a tutto ciò che non rientra in una di queste due alternative, restando pertanto del tutto sconosciuto. Ovviamente, il soggetto cosciente non deve essere necessariamente un essere umano, anche se la coscienza umana è quella a cui noi facciamo di solito riferimento, perché è quella di cui abbiamo esperienza diretta e che attribuiamo a tutti gli esseri umani – anche se con diversi gradi di intensità – e, in misura minore, agli animali più evoluti. Ma se decidiamo che gli oggetti della nostra percezione e della nostra conoscenza possono esistere di per sé, anche se privi di una loro coscienza autonoma che li renda soggetti coscienti, allora dovremmo concluderne che qualsiasi cosa potrebbe esistere, dato che l'esistenza sarebbe del tutto indipendente dalla coscienza. Ma attualmente, quando noi affermiamo che qualcosa esiste anche quando noi non la percepiamo, facciamo riferimento alla persistenza nel tempo di qualcosa di cui noi siamo pur sempre coscienti. Per esempio, se io sono sicuro che il sole continua ad esistere anche di notte, quando non posso vederlo, la mia certezza dipende dal fatto che io vedo il sole durante il giorno e ne stabilisco l'esistenza come oggetto della mia percezione, e poi, mediante l'esperienza e la capacità di elaborazione del mio intelletto, so che la rotazione della Terra fa sì che, nel flusso del tempo, il sole illumini o non illumini il luogo dove mi trovo. Comunque, ritengo che se volessimo indicare il fatto che qualcosa può esserci o può operare senza essere né soggetto cosciente né oggetto di percezione da parte di un soggetto cosciente (cosa che non possiamo escludere), dovremmo usare un termine diverso da esistenza: per esempio, automatismo.

Ma vi è anche una notevole differenza tra esistere in quanto soggetto cosciente e conoscente ed oggetto di percezione da parte di un soggetto cosciente, qualora si supponga che l'oggetto della percezione non sia esso stesso un soggetto cosciente. In questo caso l'esistenza dell'oggetto è determinata dal soggetto, che la attribuisce all'oggetto solo limitatamente alle sue qualità oggettive, nella misura in cui queste qualità vengono percepite, interpretate, valutate e conosciute dal soggetto. Ma il soggetto cosciente, che noi umani siamo inclini ad identificare con noi stessi, potrebbe non essere in grado di sapere con certezza se l'oggetto della percezione sia dotato o meno di una propria coscienza: questo accade, per esempio, nel caso degli organismi animali, ai quali noi possiamo attribuire qualche forma di coscienza meno sviluppata rispetto a quella umana, e che, secondo la nostra opinione, è tanto più rudimentale quanto più semplice e primitivo è il sistema nervoso dell'organismo. Tuttavia nel caso di organismi vegetali complessi, come gli alberi, non siamo in grado di sapere se essi sono dotati di una propria forma di coscienza, e di conseguenza siamo inclini a considerarli come cose, cioè oggetti della nostra percezione privi di una coscienza autonoma. Dunque, in base alle considerazioni precedenti, possiamo concludere che la forma di esistenza più importante e più intrinsecamente vera è quella che noi attribuiamo al soggetto cosciente, soprattutto perché riteniamo che esso sia anche auto-cosciente della propria esistenza. Nel fare riferimento alla nostra coscienza di esseri umani, dobbiamo però mettere in evidenza i suoi limiti: infatti, oltre a mostrare sensibili differenze da un individuo all'altro in relazione alla sua intensità ed alla sua potenza (che determinano la profondità e l'ampiezza del fascio di informazioni e di dati che essa può trasmettere all'io cosciente in un certo arco di tempo), la nostra coscienza non riesce a darci informazioni dirette sull'esistenza di altre forme di coscienza diverse da essa. L'esistenza stessa della coscienza di un altro essere umano viene da noi percepita induttivamente piuttosto che per esperienza diretta, al punto che possiamo sempre avere dei dubbi su cosa l'io dell'altro stia realmente sperimentando in termini di pensieri, sentimenti, emozioni, sensazioni, ecc. Ma quanto a forme di coscienza diverse da quella umana, di norma brancoliamo nel buio.

Il cambiamento di stato dell'io cosciente nelle NDE

Durante molte NDE accade un fatto molto strano la cui interpretazione presenta notevoli difficoltà, almeno alla luce delle risorse della nostra coscienza umana: l'io cosciente sente di abbandonare il suo organismo più o meno rapidamente, a volte quasi istantaneamente, e percepisce la propria esistenza come del tutto separata da quella del corpo e da tutte le sensazioni (anche quelle più dolorose) che mediante il corpo sperimentava fino a pochi istanti prima. Il senso di identità dell'io cosciente non cambia minimamente, tuttavia l'io percepisce e sente di esistere in una forma ed in un ambiente completamente diversi da quelli sperimentati mediante la connessione con il proprio organismo. Come esempio di questo cambiamento riporto uno stralcio dalla narrazione di una NDE, la cui versione integrale può essere letta in questa pagina (Lavette H) del sito nderf.org, oppure essere ascoltata in questa pagina di YouTube.

«Non sapevo nuotare, e qualcuno mi diede una spinta (per scherzo), facendomi cadere nella parte più profonda della piscina. Andai a fondo come un sasso: quando toccai il fondo, il mio "sé", come lo chiamo io, uscì dal mio corpo. Mi ritrovai immediatamente in alto e a destra del mio corpo, dietro la spalla destra. Ero perfettamente consapevole che il corpo che vedevo annegare era il mio. Eppure non provavo alcuna compassione per esso mentre lo guardavo annegare e lottare per la vita, mi sentivo completamente distaccata. Mi chiesi subito: come potevo essere lì e qui allo stesso tempo? Tesi le mani davanti a me e le congiunsi. Quando sentii il tocco e riconobbi che erano le mie mani, non riuscivo a capire come fosse possibile. Feci un respiro profondo e dissi: "Wow, posso respirare sott'acqua!" Fui distratta dalle voci di coloro che, a bordo della piscina, si preoccupavano del destino del mio corpo che stava annegando. Riuscivo a sentire chiaramente le loro parole ed ero consapevole delle loro emozioni riguardo al mio corpo che annegava; ma non me ne importava più, e riportai la mia attenzione al fatto che morire non mi faceva affatto male. Ero stupita di quanto più reali e vibranti sembrassero i colori e la luce intorno a me. Questo era reale, mentre quel corpo laggiù era solo un cappotto che avevo indossato. Che sollievo esserne libera! Mi sentivo liberata dal dolore, dalla confusione e da tutto il peso della vita che gravava sulle mie spalle. La mia intera prospettiva sulla vita stava cambiando alla velocità della luce. Mentre mi godevo la meraviglia di tutto ciò, la ragazza che mi aveva spinto in acqua si era tuffata per salvarmi. La guardai mentre tirava fuori il mio corpo dall'acqua. Con la stessa rapidità con cui il mio sé era uscito dal corpo, vi stava rientrando, e allora mi sentii davvero arrabbiata. Ora potevo percepire l'esperienza che il corpo aveva vissuto mentre ero separata da esso. Era stato terrorizzato e arrabbiato, spaventato ed impaurito. Io non avevo provato nulla di tutto ciò, eppure ora ero costretta a sentire lo stato d'animo della carne, anche se non ero lì nel mio organismo quando era accaduto. Non vidi mai attraverso gli occhi del corpo, potei solo sentire ciò che aveva provato in relazione a ciò che gli era successo».

Nel giugno 1977 la protagonista, Lavette, allora ventenne, era andata ad una festa di amici, e mentre era seduta sul bordo di una piscina una sua amica l'aveva spinta in acqua per scherzo, non sapendo che Lavette non era capace di nuotare. Da quella parte la piscina era sufficientemente profonda perché il corpo di Lavette andasse a fondo, ma la coscienza della ragazza si distaccò dal corpo in modo pressoché istantaneo, sintonizzandosi su una nuova entità, percepita come il proprio . Dal racconto dell'esperienza risulta evidente come non vi sia stata alcuna interruzione nella percezione identitaria dell'io cosciente, il quale continuava a sentire di esistere in quanto tale, anche se separato (e distaccato) dal proprio organismo, che gli appariva adesso come un oggetto esterno. Non si tratta dunque di un caso di sdoppiamento della coscienza, ma di una vera e propria separazione di quest'ultima dall'organismo al quale era sempre stata connessa fino a quel momento. Inoltre, l'io cosciente della protagonista è ben consapevole del fatto che il corpo che vede annegare era quello a cui era stato connesso (il suo corpo), che sta lottando e soffrendo per continuare a vivere, mentre l'io non sente alcun coinvolgimento nelle vicende di quell'organismo. Tuttavia l'io cosciente sente di essere in qualche modo connesso con un'altra forma corporea, dato che tende le mani davanti a sé (dunque davanti al proprio sguardo) e le riconosce come proprie, anche se non riesce a spiegarsi come questo possa accadere. Come si è visto, la protagonista si riferisce a questa entità corporea come al suo sé, che si è separato dal suo organismo fisico. Nello stesso tempo, non riesce a capire come questa separazione sia stata possibile, dato che fino ad un attimo prima il suo io cosciente si era identificato con il proprio organismo, come accade di norma.

L'identificazione dell'io cosciente con il proprio corpo è anzitutto un fatto culturale: i programmi educativi diffusi nelle nostre società ci inducono a considerare l'io come una funzione dell'organismo al quale esso è vincolato mediante qualcosa di non meglio definito che ha la sua sede nel cervello. Va riconosciuto che quest'identificazione si fonda su due importanti constatazioni: la prima è la dipendenza pressoché completa dell'io nei confronti della psiche e delle reazioni di quest'ultima a molti degli eventi in cui l'organismo viene coinvolto, mentre la seconda deriva dal fatto che ognuno di noi, in quanto io percepisce ed interpreta gli altri tramite il comportamento dei loro organismi e le impressioni e le comunicazioni che tali organismi gli presentano, valutati secondo un ottica personale. Così noi impariamo a non fare alcuna distinzione tra l'io ed il nostro organismo e a riferirci al quest'ultimo con il termine io, anziché usare l'espressione il mio organismo (o il mio corpo). Lo stesso facciamo nei confronti degli altri, pur sapendo che ognuno di noi ha un io cosciente ed una vita interiore più o meno complessa. È ben comprensibile dunque la sorpresa che si può provare nel constatare che l'io cosciente può esistere separato dal proprio organismo, non solo mantenendo integre le proprie facoltà mentali, ma potendo osservare quello stesso organismo, al quale si era sentito così intimamente vincolato fino a pochi istanti prima, come un oggetto esterno privo di un particolare interesse, le cui reazioni, le cui pene ed i cui affanni non lo coinvolgono minimamente. La protagonista della nostra NDE, riferendosi ai suoi amici, dice correttamente che «si preoccupavano del destino del mio corpo che stava annegando»: non usa più il termine io per indicare il proprio organismo. Siccome si tratta di un'esperienza reale per l'io della protagonista, dobbiamo riconoscere il fatto che l'io cosciente può effettivamente sperimentare una condizione di esistenza del tutto separata e svincolata da quella del proprio organismo.

La condizione dell'io cosciente durante i sogni

Nella sezione sugli stati di coscienza non ordinari sono stati presi in esame vari aspetti dello stato onirico, nei quali l'io cosciente sperimenta una condizione di esistenza diversa da quella dello stato ordinario di veglia. Nella pagina sulla Qualità dei sogni è stata presentata una classificazione delle diverse varietà dell'esperienza onirica e del coinvolgimento più o meno intenso dell'io cosciente in tali esperienze, mettendo in evidenza il fatto che l'io onirico è dotato di una forma di consapevolezza che in genere non può essere considerata dello stesso livello di quella dello stato di veglia, fatta eccezione per alcuni sogni lucidi e per quelli che ho definito sogni coscienti. È importante ora operare una distinzione tra l'io cosciente allorché ricorda un sogno e ne rivive, per così dire, le vicende e le emozioni nello stato di veglia, magari cercando di interpretare il sogno alla luce della propria condizione e delle proprie vicende in quella che considera la vita reale, e l'io onirico mentre si trova all'interno del sogno, cosciente o meno del fatto che sta sognando. Possiamo dire che l'io onirico vive all'interno del sogno come se quello che vi accade fosse reale, alla luce di una forma di coscienza che può essere più o meno crepuscolare, se confrontata con quella di cui dispone l'io nello stato di veglia, ma può essere anche molto intensa, come ben sa chiunque abbia sperimentato un incubo da cui si è risvegliato improvvisamente, riscontrando lo stato di alterazione e di agitazione del proprio organismo. Durante il sonno la muscolatura dell'organismo è quasi sempre bloccata, ad eccezione dei muscoli necessari per la sopravvivenza, come il cuore ed i muscoli della respirazione, e di conseguenza il movimenti dell'io onirico non si trasmettono all'organismo, che rimane in quiete ed inerte. Ma a volte questo sistema di blocco non funziona, ed il corpo può compiere movimenti improvvisi o entrare in uno stato di agitazione e di affanno correlato con quanto l'io onirico sta sperimentando.

La coscienza svolge un ruolo fondamentale in relazione sia all'intensità ed alla lucidità di ciò che l'io onirico sperimenta durante il sogno, sia alla capacità di trasferire all'io cosciente nello stato di veglia il ricordo di quanto sperimentato dalla sua controparte onirica. Il ruolo del cervello nel determinare la qualità ed il contenuto dei sogni e la registrazione degli stessi nella memoria non è stato ancora chiarito, soprattutto per quanto riguarda certi sogni particolarmente vividi e le cause che li determinano. In ogni caso nella vita odierna la maggior parte delle persone considerano le esperienze oniriche quasi come un sottoprodotto dell'attività dell'io cosciente nello stato di veglia, dimenticando i propri sogni e di conseguenza non dedicando alcuna attenzione a quanto l'io onirico sperimenta: dati i ritmi frenetici imposti dalle attuali condizioni di vita, spesso le ore dedicate al sonno ed al riposo vengono considerate come uno spreco di tempo o come un lusso che non ci si può concedere, rendendo l'io cosciente incurante dello stress che ne consegue. Il risultato è che l'io cosciente dello stato di veglia viene di norma identificato, in modo unilaterale, arbitrario ed improprio, come l'unica condizione di esistenza possibile, mentre l'esperienza dovrebbe indurci a considerarlo come una delle modalità esperienziali determinate dalla coscienza. Anche senza dilungarci ulteriormente sulle varie forme di esperienza determinate dall'attività onirica, già trattate nelle pagine sui sogni della sezione sugli stati di coscienza non ordinari, possiamo concludere affermando che nel corso ordinario della vita organica ognuno di noi sperimenta almeno due distinte condizioni determinate dalla coscienza: quella dell'io cosciente nello stato di veglia e quella dell'io onirico durante i sogni.

La funzione della coscienza dell'io nello stato di veglia è quasi sempre correlata alle azioni richieste all'organismo nelle varie circostanze in cui esso si viene a trovare, dunque non è poi così sorprendente che l'io cosciente si possa separare dall'organismo quando quest'ultimo subisce un serio trauma o si trova in condizioni critiche che ne mettono a rischio la sopravvivenza. Quando questo accade, molti di coloro che hanno sperimentato una NDE riferiscono che il nuovo stato di esistenza dell'io cosciente separato dal proprio organismo è più reale di quello ordinario dello stato di veglia, al punto che anche quest'ultimo appare ora come una condizione onirica, una sorta di lungo sogno dal quale l'io si è risvegliato. Certamente questa nuova condizione in cui l'io cosciente, pur mantenendo la continuità della propria identità, sperimenta una nuova realtà sulla cui esistenza non ha dubbi (laddove invece molti dubbi comincia a nutrire sulla reale esistenza di quanto ha sperimentato durante la sua vita organica), mette in crisi l'ipotesi che la coscienza dell'io sia determinata esclusivamente dal funzionamento del cervello. Mentre durante la vita organica diverse esperienze ed esperimenti confermano e provano la dipendenza della coscienza dal funzionamento del cervello, soprattutto per quanto riguarda lo stato di veglia, le NDE presentano troppi aspetti anomali rispetto a quanto sperimentiamo nello stato ordinario di veglia. Che tali eventi non possano essere spiegati alla luce del funzionamento del cervello è stato dimostrato da ricercatori seri e preparati, come lo psichiatra e psicologo statunitense Bruce Greyson (nato nel 1946). Inoltre non dobbiamo mai dimenticare che tutto ciò che noi sperimentiamo nel corso della nostra vita organica, compresa l'esistenza stessa del nostro organismo e del cervello, è pur sempre correlato alle rappresentazioni che ci dà la nostra mente: tali rappresentazioni implicano l'esistenza di una sorgente che stimola i nostri organi sensoriali e determina le nostre interpretazioni mentali, ma – come abbiamo già osservato – sulla reale natura di tale sorgente non disponiamo di alcuna conoscenza affidabile.

Uno strano dualismo esistenziale

Ci troviamo ora nella condizione di dover riconoscere almeno la possibilità, se non la certezza, di un dualismo esistenziale che lascia perplesso ed incredulo l'io cosciente fintanto che esso è connesso con il proprio organismo nello stato ordinario di veglia, mentre gli fa percepire quasi come oniriche quelle stesse esperienze della vita umana che aveva interpretato come assolutamente reali mentre era connesso al proprio organismo, una volta che si sia liberato di quest'ultimo. Siccome si tratta di due condizioni esistenziali che fanno riferimento ad uno stesso soggetto, l'io cosciente, senza che quest'ultimo abbia la facoltà e le risorse per determinare l'una o l'altra condizione con la propria volontà, dobbiamo ammettere che l'organismo è dotato di una particolare forma di energia che vincola l'io, almeno fin quando le vicende stesse della vita organica non indeboliscono tale forza attrattiva, che si manifesta soprattutto tramite le dinamiche della psiche. A volte, durante alcune NDE, accade che l'io cosciente sperimenti contemporaneamente la condizione del proprio organismo che soffre e sta strenuamente lottando per sopravvivere in seguito ad un incidente traumatico o ad una condizione in cui la sua vita è a rischio, ed una condizione di pace e di tranquillità con cui contempla dall'esterno l'attività e gli sforzi dell'organismo, senza sentirsene coinvolto. Anche nella NDE precedentemente citata, nella quale l'io cosciente della protagonista si era separato dal corpo quasi istantaneamente, una volta rientrato nell'organismo l'io aveva percepito l'angoscia e la sofferenza vissuta (inconsciamente?) dal proprio corpo nella condizione critica dell'annegamento, come se tali emozioni fossero state registrate, probabilmente da qualche parte nel cervello. Si ha dunque l'impressione che la coscienza dell'io si possa connettere alternativamente (ed in alcuni casi simultaneamente) al sistema nervoso dell'organismo o ad un'entità inorganica che all'apparenza mantiene alcune delle caratteristiche dell'organismo (come le mani che la protagonista vedeva davanti a sé).

Durante la vita organica, ed in particolare nello stato ordinario di veglia, l'io cosciente non sperimenta questo dualismo esistenziale, in quanto resta connesso al proprio organismo e, attraverso le vicende e gli eventi di quest'ultimo, è intensamente coinvolto nelle dinamiche della psiche che ne derivano e nelle interpretazioni che la stessa psiche gli suggerisce direttamente o mediante i programmi di condizionamento socioculturali. Tuttavia in casi particolari l'io sperimenta una condizione esistenziale alternativa, la quale dunque non comporta esperienze – come alcuni sogni coscienti, le OBE e, ovviamente, le NDE – che riguardano tutti gli esseri umani, ma solo una minoranza di essi. L'io di coloro che sperimentano questi stati di coscienza non ordinaria può chiedersi, una volta ritornato nel normale stato di veglia conseguente alla connessione al proprio organismo, se ed in quale misura quelle esperienze anomale e straordinarie siano state determinate dal funzionamento del cervello. Ciò che sostengono al riguardo gli esperti nell'uno o nell'altro campo della conoscenza umana che non hanno sperimentato direttamente uno di questi stati di coscienza non ordinari è del tutto privo di interesse, perché essi esprimono convinzioni – determinate dalla psiche umana – relative alla condizione organica nello stato ordinario di veglia, senza conoscere cosa accade all'io cosciente nella dimensione alternativa. Di certo possiamo dire che le esperienze descritte nella maggior parte delle NDE non possono essere determinate dal funzionamento del cervello nel normale stato di veglia, e che fino ad oggi nessuno è riuscito a spiegare in modo convincente e probante quali aree cerebrali e quali processi funzionali potrebbero causarle.

In particolare ciò che lascia perplessi è l'assoluta indifferenza con cui l'io cosciente, una volta separatosi da quell'organismo con cui si era identificato fino a pochi istanti prima, guarda al medesimo, del tutto incurante degli eventi (spesso drammatici) nei quali l'organismo è coinvolto e delle conseguenze di tali eventi che ne mettono in serio rischio la sopravvivenza. Proprio il fatto che la protagonista della nostra NDE sia stata in grado – una volta rientrata nel corpo – di sperimentare il ricordo delle sofferenze del proprio organismo mentre lottava per sopravvivere alla mancanza di aria determinata dall'annegamento, dimostra che tali sofferenze e la conseguente condizione emotiva erano state registrate dal cervello, come è logico aspettarsi. Non si riesce ad individuare alcuna valida ragione, correlata alla sopravvivenza dell'organismo, per la quale il cervello dovrebbe contemporaneamente determinare una condizione nella quale l'io cosciente si separa dall'organismo e si trasferisce in un'altra dimensione, dopo aver considerato l'organismo come un'entità estranea verso la quale non nutre alcun interesse, essendo ora convinto che la sua esistenza non dipende più dalla vita del suo corpo. Eventualmente, sarebbe più logico ritenere che nel caso in cui fosse il cervello a gestire la difficile situazione dell'organismo con le risorse di cui dispone, esso determinasse un blackout della coscienza spegnendo, per così dire, l'io, fino all'esito finale del processo critico. Invece l'io cosciente si trova coinvolto in esperienze la cui complessità, intensità e senso della realtà superano ogni più fervida immaginazione. Quali che siano le conclusioni alle quali ciascuno di noi ritiene di poter pervenire, resta il fatto che il mistero dell'esistenza dell'io cosciente in una dimensione alternativa non è che l'altra faccia della medaglia del mistero dell'esistenza dell'io cosciente nella dimensione della vita organica, con tutte le limitazioni che quest'ultima comporta.

È molto importante mettere in evidenza il sensibile cambiamento della percezione del tempo che si verifica nella maggior parte delle NDE, anch'esso inspiegabile alla luce del funzionamento del cervello nel normale stato di veglia. La percezione di un flusso unidirezionale del tempo in cui il presente scorre inesorabilmente verso un futuro programmato, immaginato e non di rado incerto, che si trasforma progressivamente in un passato immutabile che può essere ricordato, ma al quale non si può fare ritorno, è un'esperienza imprescindibile della condizione umana nella vita organica: per questa ragione, fin dall'epoca di Kant, il tempo è stato considerato come una modalità determinata a priori dal funzionamento della mente, e dunque del cervello. La percezione del tempo nelle NDE si modifica radicalmente, trasformandosi in qualcosa di simile ad un eterno presente nel quale ogni evento ed ogni esperienza sembrano accadere contemporaneamente, pur mantenendo una loro specificità ed una loro presunta durata che talvolta viene interpretata come se si trattasse di anni in termini di tempo umano. Non riesco proprio a comprendere in base a quali elementi ed a quali riscontri si possa attribuire al funzionamento del cervello umano la creazione di una modalità di percezione del tempo così diversa da quella dello stato ordinario di veglia. Anche nello stato onirico i sogni mantengono una precisa sequenza degli eventi: è vero, tuttavia, che i sognatori possono percepire il trascorrere del tempo in modo diverso rispetto a quanto accade nello stato di veglia, nel senso che un sogno che sembra loro molto lungo in termini di trama e di avventure può avere una durata, misurata da chi è sveglio, di pochi minuti. Ma nei sogni manca quel senso di eterno presente nel quale ogni evento passato o attuale (e non di rado anche futuro) è già registrato in una realtà senza tempo della quale l'io cosciente può contemplare l'uno o l'altro aspetto senza percepire alcun flusso temporale che determini una precisa successione degli eventi.

Un differente modo di sentire e di valutare

Nei due capitoli finali della pagina su Le entità mentali del Blog 2022 avevo già evidenziato come nel corso della vita umana, accanto ad un io organico che coincide con le esigenze vitali del nostro organismo, prevalga un io psichico che di norma si identifica con le istanze e le dinamiche determinate da quella particolare banda di sintonie della psiche umana che vengono attivate tramite il funzionamento del cervello. L'io spirituale, che pure esiste, ha di solito un ruolo marginale in questa vita, e si manifesta apertamente solo in un numero relativamente minoritario di persone, che sono sempre disposte a mettersi generosamente al servizio degli altri, soprattutto di coloro che soffrono, talvolta rischiando la stessa sopravvivenza del proprio organismo. Poiché non faccio parte di questa benemerita categoria di persone, mi sono spesso domandato quali sono le ragioni più profonde per cui l'io psichico prevale così spesso sull'io spirituale. Già da molto tempo, ora che ho 80 anni, sono restio ad impormi di essere migliore di quello che sono usando la mia volontà, perché ho riscontrato che quello che si vuol tenere fuori dalla porta rientra, per così dire, dalla finestra in forma mascherata, inattesa e difficilmente gestibile, come era stato correttamente messo in risalto nel sistema psicologico ideato da Carl G. Jung. Preferisco essere quello che sono, pur facendo il possibile per migliorarmi, assumendomene la piena responsabilità tanto in questa vita quanto in un'eventuale esistenza futura, anche perché le persone che vogliono costringersi con la volontà ad essere migliori di quello che sono non di rado sono inclini al malumore, a qualche forma di tristezza esistenziale e perfino alla malattia. Per queste ragioni ho una predilezione per la via della conoscenza, che almeno mi ha permesso di esplorare le dinamiche della psiche umana e di saperne abbastanza sul mio io cosciente e sulle risorse di cui dispone.

Mi sembra evidente che la maggiore o minore influenza dell'io spirituale sull'io cosciente, che quasi sempre coincide con l'io psichico durante la vita umana, dipende dal grado di attrazione che l'organismo esercita sull'io, e probabilmente anche dal livello di evoluzione dell'io spirituale, che determina le risorse di cui può disporre per influenzare l'io cosciente. Alla luce di quanto viene riportato in molte NDE, è solo quando l'organismo si trova in condizioni critiche, o in pochi altri casi particolari, che l'io cosciente viene liberato dall'imprigionamento, per così dire, nell'organismo, e di conseguenza la coscienza può sintonizzarsi su una dimensione diversa, che per molti aspetti possiamo considerare affine all'io spirituale (per esempio, l'intenso sentimento emotivo di essere finalmente tornato a casa). Ma, in base alla mia personale esperienza, fintanto che l'organismo è vivo nello stato ordinario di veglia la coscienza dell'io resta sintonizzata sulle dinamiche della psiche, senza riuscire a creare una connessione diretta che metta l'io cosciente in condizione di percepire quello che l'io spirituale sente. Quest'ultimo probabilmente è dotato di una propria coscienza, alla quale però l'io cosciente non riesce di norma ad accedere. La vasta gamma di risultati che questo strano cocktail di entità senzienti comporta è sotto gli occhi di noi tutti, almeno per quanto riguarda la vita umana in questo mondo: da una parte abbiamo un organismo complesso la cui formazione e la cui crescita dipendono da un particolare corredo genetico e dalle condizioni ambientali e socioculturali in cui il processo di sviluppo ha luogo, dall'altra abbiamo un io cosciente che progressivamente si sviluppa e si consolida, sperimentando e subendo tutte le dinamiche della psiche umana (positive, neutre o negative che siano) determinate dalle varie vicende in cui l'organismo stesso viene coinvolto, per scelta dell'io o suo malgrado, nel corso di quella che diventa la storia personale di ciascun essere umano.

A questo quadro già piuttosto complesso si aggiunge la probabile influenza di un'entità spirituale con la quale l'io cosciente può identificarsi una volta separatosi dall'organismo, come accade in molte NDE, senza che questa transizione presenti le caratteristiche di una trasformazione più o meno traumatica, dato che l'io cosciente mantiene più o meno intatto il senso della propria identità e della continuità della propria esperienza esistenziale, pur sentendosi ormai indifferente nei confronti delle vicende in cui il suo organismo è stato o è coinvolto. Che questo processo di associazione della coscienza all'io spirituale abbia delle conseguenze di rilievo – per quanto strano ed incredibile possa sembrare ad ogni io ancora imprigionato nel proprio organismo – è dimostrato dai cambiamenti permanenti della personalità registrati da coloro che hanno fatto ritorno alla vita organica dopo aver sperimentato la dimensione dello spirito: evidentemente anche il funzionamento del loro cervello è stato influenzato in modo più o meno radicale da quello che è accaduto all'io cosciente quando quest'ultimo si sentiva libero dai vincoli dell'organismo. Va ricordato ancora una volta che queste esperienze non consistono in divagazioni arbitrarie di cervelli che si trovano in uno stato più o meno onirico a causa delle condizioni critiche dell'organismo a cui appartengono, dato che sono registrate in modo coerente ed affidabile in un numero davvero impressionante di NDE. Inoltre non sono pochi i casi in cui i protagonisti delle NDE hanno riferito accuratamente percezioni relative ad eventi che sarebbero stati comunque al di là della portata sensoriale ed interpretativa del loro cervello, quand'anche quest'ultimo si fosse trovato nello stato di veglia ed in condizioni operative ottimali.

Quando l'io cosciente passa dalla connessione (più o meno coercitiva) con il suo organismo all'espansione della coscienza che gli è consentita dalla libertà del suo stato spirituale, anche le risorse percettive ed interpretative della sua mente cambiano sensibilmente. Ciò che prima era sembrato di vitale importanza, tanto da richiedere un costante impegno di attenzione e di energie, ora diventa evanescente come un sogno che progressivamente svanisce dopo il risveglio, mentre altre esperienze ed altri eventi attraggono e coinvolgono l'io con intensità crescente. Questa trasformazione è conseguente alla liberazione dell'io dal suo coinvolgimento nelle sintonie della psiche umana, dalle quali poteva essere irretito proprio a causa del suo attaccamento all'organismo ed alla vita organica. Tuttavia, a mio avviso non dobbiamo commettere l'errore – frequente in molte religioni, soprattutto in passato ma in qualche misura anche oggi – di svalutare le esperienze della vita organica come se fossero una sventura assoluta per l'io spirituale: evidentemente l'organismo umano è come uno scafandro o una tuta spaziale, cioè uno strumento protettivo indispensabile affinché l'io cosciente possa sperimentare le vicende della vita organica e soprattutto una gamma di sintonie dell'energia bipolare della psiche umana, così diversa dall'energia che viene irradiata nella dimensione dello Spirito. Ovviamente, ogni io cosciente dovrebbe essere in grado di valutare quanto l'esperienza della sua vita umana sia stata per esso importante e istruttiva, tanto durante la vita stessa quanto – e soprattutto – una volta che questa sia terminata. Può darsi che una fase di vita organica, lunga o breve che sia in termini del nostro tempo, sia indispensabile affinché l'io si formi e possa poi accedere alla dimensione dello Spirito, anche se non si riesce a capire come ciò possa accadere anche per i bambini il cui organismo muore in età precosciente.

Nel loro sforzo di comprendere come veramente stanno le cose (ammesso che ciò sia possibile con le risorse intellettive di cui disponiamo in misura sempre insufficiente), gli esseri umani, o almeno alcuni tra loro, hanno formulato varie ipotesi, tra le quali quella per cui l'io, nella dimensione dello Spirito, si assoggetterebbe volontariamente alle esperienze della vita umana, acconsentendo ad incarnarsi in un organismo, nonostante i rischi e le conseguenti sofferenze a cui sa di poter andare incontro. A onor del vero, va riconosciuto che molte NDE concordano con quest'ipotesi, soprattutto per il fatto che l'io sente intensamente di essere tornato a casa quando riesce ad accedere alla dimensione dello Spirito, e non di rado è convinto di essere già esistito in quella dimensione, anche se, lo ricordiamo, la percezione del tempo è del tutto diversa da quella a cui siamo abituati noi umani. In questo caso, quali conseguenze avrebbe questa decisione dell'io spirituale per l'io cosciente, così come noi lo sperimentiamo durante la vita umana? Ovviamente le più diverse, considerata la gamma molto ampia di condizioni esistenziali che l'io cosciente sperimenta durante la vita organica, ed il fatto che l'io viene, per così dire, abbandonato alla mercé delle dinamiche della psiche umana la quale, come la volontà di Schopenhauer, è assolutamente libera di operare secondo il proprio arbitrio. Così il cosiddetto libero arbitrio di cui l'io cosciente sembra disporre durante la sua avventura umana non è altro che l'effetto di quelle energie che, riflettendosi nelle condizioni ambientali della vita organica e nelle dinamiche della psiche umana, determinano quella che possiamo chiamare la storia personale di ogni essere umano. Mi domando in che misura l'io spirituale possa essere consapevole di ciò a cui andrà incontro quando decide di immergersi nell'avventura della vita organica, supponendo che le cose stiano effettivamente in questi termini! Ovviamente, sarà eventualmente possibile dare una risposta a questa domanda solo dalla prospettiva della dimensione spirituale.

Dalla prospettiva della vita umana, l'io cosciente può conoscere solo le proprie esperienze interiori, quali esse siano, e dunque nessuno dovrebbe mai valutare la condizione dell'io cosciente di qualcun altro secondo un criterio di giudizio standardizzato, se così si può dire, proprio perché tanto le condizioni della vita quanto la stessa sensibilità dell'io e le risorse di cui esso dispone sono così variabili da un essere umano all'altro. Anche il bisogno, così diffuso in molte persone sensibili e buone, di volersi mettere nei panni degli altri, come si suol dire, per condividere le loro sofferenze o le loro gioie, risponde più ad un'istanza particolare della psiche umana tesa a rinsaldare i rapporti sociali, che non ad un efficace miglioramento delle condizioni della vita: infatti chi soffre non dovrebbe trovare alcun sollievo né alcun vantaggio nel sapere che le sue sofferenze sono causa di ulteriore sofferenza anche per gli altri, mentre chi è contento e felice può essere interessato a trasmettere la propria gioia anche agli altri, se questo è possibile, ma non dovrebbe mai pretendere che gli altri, con tutti i problemi che possono avere, debbano simulare gioia o felicità per compiacere il suo io. Sotto il profilo del miglioramento delle condizioni generali della vita organica è molto più efficace l'opera di coloro che, serenamente e con animo per quanto possibile lieto, si impegnano per scoprire o creare qualcosa che sia utile a tutti. In ogni caso, la frammentazione della coscienza in una moltitudine di sintonie individuali che si verifica durante la vita organica, ciascuna focalizzata su un proprio centro sensibile di percezione, di interpretazione e di elaborazione che chiamiamo io, implica per questo soggetto cosciente esperienze ben diverse da quelle della dimensione spirituale, almeno stando a quanto molte NDE ci rivelano.

L'aspetto più sconcertante della dimensione umana non è costituito tanto dalle differenze tra le varie condizioni in cui si svolge la vita di ogni individuo o tra la gamma di sintonie della psiche determinate da tale variabilità, quanto piuttosto dal desiderio sentito più o meno intensamente dall'io di far prevalere le sintonie della propria psiche su quelle degli altri io, laddove invece nella dimensione dello Spirito non si trova alcuna traccia di questa esigenza. Questo processo di affermazione delle sintonie della psiche di un individuo su quelle degli altri può avvenire mediante una forma di consenso, cioè per il riconoscimento da parte di un certo numero di io del valore e dalla qualità delle elaborazioni mentali che scaturiscono dalla psiche di una particolare persona anche in relazione ai vari problemi ed alle difficoltà che ogni io deve affrontare in conseguenza del proprio assoggettamento alle dinamiche della sua psiche. Spesso, però, il potere di affermazione di una persona si manifesta attraverso forme di coercizione, subdole o più o meno esplicite, esercitate sugli altri. È evidente che la psiche umana opera in modo tale per cui, all'intensa spinta a far prevalere e ad imporre le sintonie della propria psiche sentita da alcune persone, corrisponde il bisogno sentito da molte altre di farsi guidare dalle sintonie della psiche di qualcun altro, spesso illudendosi di poter scegliere quelle che ritengono più convenienti per loro. L'esigenza di vivere nell'ambito di un gregge guidato da alcuni esseri umani, indipendentemente dal fatto che quest'incarico sia stato loro affidato o che se lo siano conquistato imponendosui sugli altri, è una caratteristica peculiare della psiche umana che si autogiustifica di solito con i vantaggi (veri o presunti) che la vita nel gregge presenta rispetto all'autonomia del singolo individuo, dati i rischi ed i pericoli che si corrono nello stato di natura.

L'io di coloro che vivono nelle odierne società complesse è ormai talmente condizionato da questo aspetto della psiche che sarebbe ingenuo, e perfino ridicolo, credere che esso possa orientarsi diversamente, anche perché difficilmente gli verrebbe riconosciuto il diritto (e lo spazio necessario) per sperimentare forme di esistenza alternative: sotto questo aspetto, la psiche umana non è disposta a fare sconti, soprattutto adesso che il nostro pianeta è popolato da più di otto miliardi di esseri umani, molti dei quali concentrati in aree ristrette. Inoltre, le risorse offerte dal pianeta sono quelle che sono, e la competizione per accaparrarsele da parte dei vari gruppi umani si fa sempre più agguerrita. Tuttavia non sono ancora state cancellate del tutto le tracce culturali lasciate da esseri umani che cercavano l'isolamento per impegnarsi in forme di ascesi spirituale che, evidentemente, esercitavano un certo richiamo sul loro io cosciente. Resta il fatto che dal punto di vista dell'io cosciente nella sua condizione di asservimento alle dinamiche della psiche unana, l'unico obiettivo che sembra avere un senso – o almeno che gli viene proposto come importante dalla stessa psiche – è quello del cosiddetto progresso, inteso come raggiungimento di condizioni di vita progressivamente migliori e più interessanti, ma pur sempre vincolate alle esigenze ed alle risorse dell'organismo ed alle sintonie della psiche che ne conseguono. Siccome questo processo si svolge nel tempo, ed ogni generazione umana vive solo un piccolo segmento del flusso unilineare del tempo, la psiche ha buon gioco nello spostare sempre più in avanti l'obiettivo a cui tendere, soprattutto se teniamo presente che tra le sue prerogative vi è quella (fondamentale) di rendere insoddisfacente, obsoleto e noioso oggi quello che fino a ieri era sembrato un traguardo affascinante, interessante e vantaggioso, per il raggiungimento del quale l'io doveva impegnare tutte le energie a sua disposizione. Così, quando si approssima il termine della vita organica, anche il nostro io cosciente si trova nella stessa condizione di tutti gli io di coloro che hanno vissuto prima di noi: la speranza (mai la certezza) che le future generazioni possano vivere in un mondo migliore di quello in cui esso ha vissuto.

Naturalmente, è lo stesso fluire del tempo, così come viene da noi percepito durante la vita organica, a consentirci di smascherare l'illusione del progresso, essenzialmente mediante due constatazioni: la prima è che le generazioni umane si susseguono l'una all'altra, e le dinamiche della psiche fanno sì che quello che costituiva un obiettivo ed un traguardo per una generazione possa apparire scontato, superato e perfino irrilevante alla generazione successiva; la seconda è che tutti coloro che hanno vissuto in passato non hanno avuto idea degli sviluppi successivi dell'umanità, così come noi non possiamo conoscere e nemmeno programmare cosa accadrà tra duemila o tremila anni, e di conseguenza quello che viene perseguito come progresso si traduce in un percorso erratico e tortuoso condizionato dalle dinamiche della psiche umana. Ovviamente, tutto cambia e tutto si modifica in continuazione, ed è innegabile che alcuni aspetti relativi alle esigenze del nostro organismo ed alla soddisfazione che la nostra psiche ci induce a provare per i vantaggi conseguiti vengano effettivamente percepiti come un miglioramento delle condizioni della vita organica, ma questo non significa che noi umani conosciamo la meta finale di questo percorso che tanto impegno e tanti sacrifici ha richiesto ed ancora richiede: siamo sempre sotto il dominio delle dinamiche dell'energia bipolare della psiche umana, nei confronti della quale sentiamo di avere risorse limitate e quasi mai adeguate. Se l'io, in conseguenza delle proprie esperienze e mediante l'ampliamento della coscienza e le risorse dell'intelletto, riesce ad elaborare in modo coerente tutti questi aspetti di quella vita organica nella quale esso stesso si è formato, si è sviluppato e si è eventualmente evoluto, comincerà a sentire sempre più intensamente l'esigenza di liberarsi (o di essere liberato) dal suo assoggettamento alle sintonie della psiche umana con le quali si è identificato e che hanno determinato la sua storia personale. E questo è quanto avviene nella dimensione dello Spirito, in accordo con quanto testimoniato dalle NDE.

La diversa condizione in cui l'io cosciente si viene a trovare nelle due dimensioni, quella dello Spirito e quella della vita organica dominata dalla psiche umana, è ben evidenziata dal fatto che l'io è quasi sempre restio a rientrare nel proprio organismo: spesso vi si oppone con tutte le energie e le risorse di cui dispone, e quando vi acconsente lo fa con spirito di sacrificio e per amore di qualcuno che ha lasciato e che ancora deve vivere nella nostra dimensione fisica. In ogni caso, siccome tutti coloro che ci raccontano le loro NDE hanno necessariamente fatto ritorno alla vita organica, è evidente come anche in quei casi in cui l'io non avrebbe assolutamente voluto tornarvi, vi è stato costretto da un'energia ad esso superiore. Tuttavia non dimentica mai più l'ineffabile sentimento di essere finalmente tornato a casa provato nella dimensione spirituale. Può anche accadere che, una volta liberatosi almeno in parte dal proprio assoggettamento alle sintonie determinate dalla psiche umana, l'io sia in grado di vivere le esperienze della vita organica in modo sereno e perfino felice, indipendentemente dalle alterne vicende in cui viene coinvolto il suo organismo, e con un certo distacco da tutti gli eventi che continuano ad accadere in questo mondo per effetto della polarità negativa della psiche. Questa condizione di serenità e di relativo buon umore può essere raggiunta anche da chi non ha sperimentato una NDE, come effetto del percorso di liberazione dell'io dalle dinamiche negative della psiche che, soprattutto a causa dei condizionamenti prevalenti nella nostra cultura, lo costringono sempre e comunque ad attribuire gli stati d'animo sgradevoli e le sofferenze fisiche e mentali a cause esterne, impedendogli di riconoscere che ciò che lo fa soffrire è determinato dal funzionamento del suo organismo ed in particolare del suo sistema nervoso, e dunque è sotto il dominio della psiche. Ma per poter prendere le distanze dalla psiche senza eliminare il proprio organismo l'io deve riuscire anzitutto a sottrarsi a tutti i condizionamenti socioculturali mediante i quali la sua mente è stata programmata in modo da farlo funzionare così come funziona.


 

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