Alcuni esempi di sogni significativi

 

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Un sogno rivelatore che risolse un caso archeologico

Nel 1903 furono pubblicati i due volumi di Human Personality and its Survival of Bodily Death, di Frederic Myers (morto nel 1901), opera in cui l'autore profuse le sue energie per evidenziare (se non per dimostrare) con argomentazioni razionali consone alla mentalità ed alle conoscenze di fine '800, come nell’essere umano sia presente un elemento (da lui definito il Sé subliminale), la cui esistenza va al di là della vita corporea ordinaria. Il quarto capitolo del libro è dedicato al sogno, sebbene il titolo sia Sleep (sonno). Myers ha visto nel sogno uno di quegli stati mentali mediante i quali qualcosa che è in relazione con la nostra esistenza di esseri umani, ma che va al di là della realtà ordinaria, si può manifestare al nostro io cosciente. Nel testo di Myers sono presenti alcuni esempi di sogni straordinari, di uno dei quali riporto qui di seguito la traduzione. Il caso fu riferito dal professor W. Romaine Newbold, dell’Università della Pennsylvania, in un articolo intitolato Ragionamenti subcoscienti, apparso nel vol. XII dei Proceedings della SPR. L'esperienza gli fu raccontata da Hermann Hilprecht, un collega ed amico professore di Assiro all’Università della Pennsylvania, poco dopo che si era verificata. Il resoconto che segue fu scritto in tedesco dal professor Hilprecht l’8 agosto 1893, prima che ne fosse ricevuta la più completa conferma.

Un sabato sera, verso la metà di marzo del 1893, ero faticosamente impegnato, come già era accaduto nelle settimane precedenti, nel vano sforzo di decifrare due piccoli frammenti di agata, che si supponeva fossero parte di anelli (da dito) appartenuti a qualche personaggio babilonese. L’impresa era ardua dato che i frammenti presentavano solo tracce di caratteri e di linee, che dozzine di piccoli frammenti simili tra loro erano stati ritrovati tra le rovine del tempio di Bel a Nippur, e che infine non avevo mai avuto tra le mani gli originali, ma solo un rapido schizzo fatto da uno dei membri della spedizione inviata a Babilonia dall’Università della Pennsylvania. Io non ero in grado di dire altro se non che i frammenti, in considerazione del luogo in cui erano stati trovati e delle particolari caratteristiche dei caratteri cuneiformi riconoscibili su di essi, appartenevano al periodo Cassita della storia babilonese (circa 1700÷1140 a.C.). Inoltre, dato che il primo carattere della terza linea del primo frammento sembrava essere Ku, io ascrissi tale frammento, con un punto interrogativo, al re Kurigalzu, mentre misi l’altro frammento, considerandolo non classificabile, con altri esempi del periodo Cassita, in una pagina del mio libro nel quale pubblicavo i reperti non classificabili. Le bozze di stampa erano già davanti a me, ma io ero tutt’altro che soddisfatto. L’intero problema si ripresentava nella mia mente in quella serata di marzo, quando ero in procinto di mettere la mia sigla di approvazione alle ultime correzioni delle bozze del libro. Ancora non ero giunto ad alcuna conclusione definitiva.   

Verso mezzanotte, affaticato ed esausto, mi coricai e caddi subito in un sonno profondo. Ebbi allora un sogno degno di nota. Un sacerdote alto e magro dell’antica Nippur precristiana, dell’età di circa 40 anni e vestito di una semplice tunica, mi guidò alla camera del tesoro del tempio, nel settore di sud-est. Entrammo insieme in una piccola camera senza finestre, dal basso soffitto, in cui si trovava un grande scrigno di legno, mentre frammenti di agata e di lapislazuli erano sparpagliati sul pavimento. Allora si rivolse a me, dicendomi: «I due frammenti che tu hai considerato separatamente alle pagine 22 e 26 del tuo libro, sono in relazione tra loro, non sono anelli, e la loro storia è questa: il re Kurigalzu (circa 1300 a.C.) inviò una volta al tempio di Bel, insieme con altri oggetti di agata e lapislazuli, un cilindro votivo di agata con delle iscrizioni. In seguito noi sacerdoti ricevemmo l’ordine urgente di fare un paio di orecchini di agata per la statua del dio Ninib. Ci trovammo in un bel problema, perché non avevamo a disposizione nessun pezzo di agata da poter lavorare. Per ubbidire al comando, non trovammo altra soluzione se non tagliare il cilindro votivo (cavo) in tre parti uguali, in modo da avere tre anelli, ognuno dei quali conservava una parte dell’iscrizione originaria. I primi due anelli furono usati come orecchini per la statua del dio, e i due frammenti che tanto ti hanno fatto tribolare sono parte di essi. Se tu li ricongiungi, avrai conferma delle mie parole. Ma il terzo anello non è ancora stato trovato nei vostri scavi, e non riuscirete a trovarlo mai».      

Con queste parole, il sacerdote scomparve. Mi svegliai subito, ed immediatamente riferii a mia moglie questo sogno, in modo che non potessi dimenticarlo. La mattina seguente, domenica, esaminai una volta ancora i due frammenti, alla luce delle nuove rivelazioni, e con mio grande stupore trovai tutti i dettagli del sogno confermati con precisione, almeno per quanto era in mio potere verificare. L’iscrizione originale del cilindro votivo recitava: «Al dio Ninib, figlio di Bel suo signore, ha fatto questo dono Kurigalzu, pontefice di Bel». Il problema era così finalmente risolto! Nella prefazione al libro dichiarai che purtroppo avevo scoperto solo all’ultimo momento che i due frammenti erano collegati tra loro e, non potendo ormai riposizionare i disegni, poiché le lastre tipografiche erano già pronte, per ognuno dei disegni scrissi una breve nota di rimando all’altro frammento (Cfr. Hilprecht, The Babylonian Expedition of the University of Pennsylvania, Serie A, Testi cuneiformi, Vol.1 Parte 1, Antiche iscrizioni babilonesi, provenienti da Nippur).

Qui termina la lettera inviata da Hilprecht a Romaine Newbold. All’epoca in cui il professore raccontò il suo strano sogno, qualche settimana dopo averlo avuto, restava ancora una seria questione che lui non era in grado di spiegare. Secondo quanto scritto nelle note del libro, i frammenti erano di colori diversi e pertanto era improbabile che fossero appartenuti ad uno stesso oggetto. I frammenti originali si trovavano a Costantinopoli, e Newbold attendeva con impazienza il ritorno di Hilprecht, che si era recato in quella città nell’estate del 1893. Ed ecco il resoconto delle indagini compiute dal professor Hilprecht, datato 10 novembre 1895.

Nell’agosto del 1893 fui inviato a Costantinopoli dal Comitato per la spedizione a Babilonia, per catalogare e studiare i reperti di Nippur, conservati nel Museo Imperiale di quella città. Era per me un fatto della massima importanza poter vedere con i miei occhi i frammenti che, secondo il mio sogno, erano correlati tra loro, per poter provare a me stesso che essi avevano davvero fatto parte, originariamente, dello stesso cilindro votivo. Halil Bey, il direttore del museo al quale avevo raccontato il mio sogno, ed a cui mi ero rivolto per poter esaminare gli oggetti, era così interessato alla faccenda, che subito fece aprire tutte le casse della sezione babilonese, chiedendomi di iniziare la ricerca. Padre Scheil, un assirologo di Parigi che aveva esaminato e classificato i reperti della nostra spedizione, non si era reso conto del fatto che i due frammenti erano correlati tra loro, e di conseguenza io trovai il primo frammento in una cassa, ed il secondo in un’altra, ben distante dalla prima. Non appena ebbi trovato i due frammenti, li misi a confronto, e davanti ai miei occhi divenne palese la verità del mio sogno: essi erano parte, infatti, di un medesimo cilindro votivo. Poiché l’artefatto originale era di agata intensamente venata, la sega del tagliatore aveva casualmente diviso l’oggetto in modo che la vena biancastra della pietra compariva solo in un frammento, mentre la superficie prevalentemente grigia era sull’altro. Così io fui in grado di spiegare la discordante descrizione dei due frammenti data dal dottor Peter.           

Sogni che anticipano in dettaglio un evento reale

Vi sono dei sogni che, più che essere premonitori, prefigurano letteralmente nei minimi dettagli un evento che avrà luogo, dopo alcuni anni, nella vita reale. Traggo i due esempi che seguono da un libro del 1956 (William Sherpes, Spiritismo antico e moderno, Milano), reperibile in internet nel mercato dell'usato. La fonte dei sogni non è citata, ma probabilmente sono stati tratti da un libro di Flammarion.

Correva il 1846, secondo anno dei miei studi al seminario superiore. Una notte, mentre dormivo, viaggiai in ispirito. La strada che seguivo, bianca e limitata da alberi, spesso distanziati l’uno dall’altro, pareva scendesse dai fianchi di una montagna in dolce pendio per giungere ad una pianura che si estendeva a perdita d’occhio. Il sole si abbassava verso l’orizzonte, tra le quattro e le cinque del pomeriggio, e versava la sua calma luce nella campagna con sfumature più facili ad immaginarsi che a descriversi. All’improvviso, senza sapere né perché né come, mi trovai fermo in un posto ove un’altra strada tagliava ad angolo retto quella ove io ero. Non vi era, peraltro, nulla di straordinario che potesse arrestare lo sguardo del viaggiatore e neanche attrarre la sua attenzione. Tuttavia anche ora mi veggo ivi fermo, diritto come una statua, mentre contemplo con particolare soddisfazione non un gran che, ma una di quelle scene campestri che si vedono tutti i giorni. A sinistra vedevo la strada che incrociava la mia contornare la montagna, e per conseguenza vi era stato elevato un muretto di circa un metro che la fiancheggiava per sostenere il terreno. Lungo quel muro erano piantati tre grandi alberi che davano una fitta ombra. A circa trenta passi dal punto della strada ove mi trovavo, di fronte a me, in una corte ben spianata si ergeva, proprio di contro alla strada, una casa molto graziosa, imbiancata con la calce e molto soleggiata. L’unica finestra, situata dal lato della strada, era aperta: dietro la finestra era seduta una donna ben vestita, benché semplicemente. Fra i colori vivaci del suo abbigliamento predominava il rosso. Aveva sulla testa un berretto bianco di stoffa molto leggera, traforata, la cui forma mi era ignota. Quella donna dimostrava una trentina d’anni. In piedi innanzi a lei stava una ragazzina, dai dieci ai dodici anni di età, che ritenni sua figlia, perché essa guardava attentamente la madre che lavorava ad un merletto e le insegnava il mestiere: era a capo scoperto e senza scarpe, vestita ad un dipresso come la madre. A fianco della ragazza, tre bambini si rotolavano per terra; un fanciulletto che poteva avere da quattro a cinque anni stava in ginocchio mostrando qualcosa ai due fratellini, più piccoli di lui, per divertirli. Questi ultimi stavano bocconi innanzi al primo, tutti assorbiti nella loro ammirazione.         

Le due donne mi avevano gettato una rapida occhiata quando mi avevano visto piantato sulla strada che rivolgevo lo sguardo dalla loro parte, ma non si erano mosse. Esse infatti vedevano spesso passare dei viandanti. Un cane molto grande era disteso per tutta la sua lunghezza, e si grattava ogni tanto per mettere le pulci in rotta. Attraverso il portone aperto, potei vedere in fondo al locale, intorno ad un tavolo, tre uomini seduti sopra delle panche, due da un lato ed il terzo dall’altro, che giocavano e bevevano. Avevano l’aria di essere operai occupati nei dintorni. Portavano grembiuli di tela e cappelli neri a punta come quelli dell’Abruzzo. Dall’altra parte tre montoni masticavano dell’erba poco appetitosa, e per passare il tempo si davano amichevoli testate. A lato di essi c’erano due cavalli, uno rossiccio ed uno bianco, legati al muro. Un bel puledro andava di qua e di là, per svagarsi, e si diresse verso il tavolo dei giocatori, senza dubbio per ricevere una lezione e strofinare nei loro cappelli il suo muso. Il piccolo innocente si guadagnò per ricompensa un buon ceffone. Notai ancora quattro o cinque galline ed un gallo di bella statura, ornato di una magnifica coda, dalle piume verdi e nere come quelle che guarniscono i cappelli dei bersaglieri italiani. Quei poveri volatili cercavano il loro cibo nel cortile, ove l’erba seccata dal sole appena nascondeva la polvere bianca. Tale è il paesaggio modesto che contemplai, più che contento, forse per lo spazio di dieci minuti, e che improvvisamente disparve come era venuto. Prima, nulla vedevo; dopo, non vidi più niente, e lo credetti per sempre annegato nel fiume dell’oblio.      

Ed ecco come risuscitò, impresso eternamente nella mia memoria e nella mia immaginazione. Lo vedo ancora oggi, quel cantuccio di terra, come vedo il campanile del mio villaggio. Nel 1849, con due amici, mi regalai un viaggio in Italia. Calata a Marsiglia, un salto a Genova, scalo a Livorno, poi Siena, Firenze, indi viaggio rapidissimo per Roma. Attraversammo un borgo degli Appennini. Un buon legno porta le nostre auguste persone. Cinque forti cavalli tirano il cocchio, partono come un lampo, e fanno risuonare i loro zoccoli; il vetturino, o postiglione, adorno di un cappello africano o piuttosto da Arlecchino, percuote l’aria con la frusta instancabilmente tanto da slogarsi il braccio, fa uscire nella strada i curiosi, e fa esposizione della sua valentia agli occhi della moltitudine. Non si ha il tempo di ammirare le signorie nostre; la carrozza non cammina, vola. Ma all’uscire della cittadina ogni ardore viene meno, ricadiamo nella piatta calma, montiamo sulla cresta di una montagna. Fermata di cinque minuti; quattro fieri corridori rimpiazzano le nostre rozze, e il cocchiere frusta, la vettura vola tra la polvere, discendiamo come un uragano, raccomandando a Dio le nostre anime. Non era di troppo, perché non so come facemmo per ritrovarci con tutte le nostre membra dopo una corsa da rompicollo. Infine la vettura prende una ragionevole andatura ed arriva ad una sosta senza avarie.         

Durante tale fermata guardo fuori dello sportello e subito il sudore mi copre; il cuore mi batte come un tamburo, e macchinalmente mi porto le mani al viso come per togliere un velo che mi dia molestia e mi impedisca di vedere; mi stropiccio il naso, gli occhi, come fa l’addormentato che, dopo un sogno, si sveglia bruscamente. Credo di sognare, veramente, e tuttavia i miei occhi sono bene aperti, mi assicuro che non sono un pazzo, né la vittima di una illusione molto singolare. Ho davanti agli occhi il piccolo paesaggio che avevo visto altra volta in sogno. Niente era cambiato! Il primo pensiero che ebbi dopo aver ripreso il mio buon senso per un istante turbato, fu questo: l’ho già visto, non so dove, ma ne sono molto sicuro, è certo. Tuttavia, non sono mai venuto qui, perché vengo in Italia per la prima volta. Come ciò avviene? Ecco appunto le due strade che si incrociano, il muretto che sostiene il terreno dalla parte del cortile, gli alberi, la casa bianca, la finestra aperta; la madre che fa il merletto e la figlia che guarda, tre bambini che giuocano, il cane, i tre lavoratori che bevono e giuocano, il puledro, i due cavalli, i montoni, nulla è mutato; i personaggi sono esattamente gli stessi, tali e quali io li avevo visti, intenti a fare le stesse cose che avevo visto, nel medesimo atteggiamento, con gli stessi gesti, ecc. Come avvenne tutto ciò? Non ne so nulla, assolutamente! Ma il fatto è certo, e, da cinquant’anni, me lo domando! Mistero! 

Termina così la narrazione di questo sogno, un tipico esempio di déjà vu. Per quanto interessante, tutto il racconto è pervaso di un’atmosfera che si può davvero definire sognante, emozionata, quasi incantata. Mancano tuttavia dei ragguagli precisi sulla natura del sogno, sull’effetto che ebbe sul sognatore, se fu trascritto ed eventualmente raccontato a qualcuno prima dell’episodio del viaggio in Italia. Più preciso, ed anche di epoca più recente, è il sogno seguente, corredato da due testimonianze.

Nel 1911 mi trovai, in sogno, in una località per me nuova, in un paese che sentivo essermi ignoto. Sopra una piccola collinetta, dalle molli curve coperte di freschi prati, vedevo un grande fabbricato di aspetto medioevale, metà signorile, metà fattoria fortificata. Grandi muri circondavano la costruzione con la loro cintura ininterrotta e levigata dai venti. Quattro massicce torri, poco elevate, fiancheggiavano gli angoli. Innanzi alla porta principale e nel prato scorreva un bel ruscello con acque limpide e murmureggianti. Degli uomini, anzi dei soldati, vi attingevano acqua. Altri accendevano fuochi non lungi da fasci di fucili disposti lungo le muraglie. Detti uomini erano vestiti di una strana uniforme d’un azzurro pallido, a me sconosciuta, e portavano un casco che mi sembrava di forma curiosa. Vedevo me stesso, in uniforme di ufficiale, che davo ordini per l’accantonamento. Per uno di quei fenomeni che molti hanno provato, mentre ero intento a quelle occupazioni pensai: «Quale buffa situazione! Perché mi trovo qui ed in questo costume?» Avendomi il sogno lasciato, al risveglio, una impressione netta e precisa, non tralasciai di pensare alla stranezza dell’assenza di quei dettagli incoerenti e ridicoli che popolano il nostro sognare, e dell’apparenza di armonia e di logica nell’assurdo, perché assurda mi appariva la mia situazione di ufficiale di quell’esercito sconosciuto. Nella giornata parlai con i miei parenti del sogno e dei soldati azzurri che l’animavano. Poi non vi pensai più.      

Ora, la guerra, che sconvolse tante esistenze, fece di me, dopo una serie di peripezie, un tenente di fanteria. Il mio reggimento si trovava, nel 1918, in riposo, in terza linea, nell’Aube. Vi conducevo le mie reclute della classe 1899. Dalle prime ore del mattino, il battaglione marciava. Il caldo, che scoloriva il tenero verde delle alte piante di segala, si faceva duramente sentire dai miei poveri soldatini. La nuvola di polvere sollevata sulla strada dalle migliaia di piedi appesantiti non mi permetteva di vedere ove eravamo. Ricevetti l’ordine di fare grand-alt sotto i muri del castello che si trovava, mi disse il furiere, a duecento metri sulla destra. Dopo aver dato istruzioni ai capisezione, andai a raggiungere la testa del battaglione. Pochi minuti dopo, ritrovai la mia compagnia nei pressi di un viale di pioppi che mi nascondeva il castello. Il panorama apparsomi, dopo l’ultimo albero interposto, mi colpì immediatamente. Era il prato in dolce pendio, tutto cosparso dei fiori che giugno fa sorgere ovunque. I muri e le torri, tutto era esattamente simile a quello che avevo visto, sette anni prima, nel mio sogno. Mancava però il ruscello e la porta monumentale. Mentre constatavo tale diversità tra il sogno e la realtà, un aiutante venne a domandarmi dove la corvée doveva andare ad attingere acqua. «Ma, al ruscello» io risposi ridendo. Il sottufficiale mi guardò meravigliato, e io aggiunsi: «Sì: se non è da questo lato, è certo dall’altra parte del fabbricato. Venite con me».        

Girata la torre dell’angolo nord, io vidi, senza sorpresa, il gaio ruscello che scorreva fra le pietre coperte di muschio e, verso la metà del muro, il portone, come io l’avevo visto in sogno, coi pilastri di vecchi mattoni. I due reparti di testa avevano già risolto il problema dell’acqua, i fasci erano già formati ai piedi delle muraglie, alla cui ombra parecchi uomini già gustavano il riposo tanto desiderato. Il quadro così costituito era quello del sogno del 1911. Nulla di sensazionale doveva verificarsi in quei luoghi; il sogno quindi non aveva costituito che una visione che colpiva me nel futuro, mostrandomi specialmente la futura mia situazione di ufficiale, impossibile ad essere congetturata nel 1911. Firmato Alfredo Saurel.
Attestazione della moglie di Alfredo Saurel: «Ricordo che mio marito mi aveva parlato di questo sogno, i cui precisi particolari lo avevano colpito, nell’epoca nella quale lo ebbe».
Attestazione del padre di Alfredo Saurel: «Dichiaro che mio figlio Alfredo, all’epoca in cui fece il sogno, me ne raccontò i particolari, e che il racconto che ne ha fatto è assolutamente esatto».
      

In questo caso il sogno fu certamente significativo, perché – pur non verificandosi in esso alcun evento di rilievo – i dettagli e la qualità fecero sì che rimanesse vividamente impresso nella mente del sognatore, il quale sentì il bisogno di raccontarlo ai suoi congiunti più prossimi.

Un lungo sogno lucido

Ed ecco, per finire, un esempio di un sogno cosciente lungo ed avventuroso fatto da me nel dicembre del 1999.

Dopo alcune visioni iniziali instabili, che mi servono per mettere ben a fuoco le facoltà percettive, mi trovo in una stretta viuzza di una città tipicamente medievale. Tutte le costruzioni ed il selciato della via, sono in pietra, dall'aspetto abbastanza cupo. Alle mie spalle c'è un muro, davanti a me un vicolo con due direzioni: una diritta, e l'altra che devia a sinistra (quest'ultima è la direzione dalla quale so di essere venuto). Alla mia destra c'è un massiccio portone, nel quale potrei entrare. L'atmosfera è inquietante, non si vede anima viva, eppure mi sento tranquillo: in un certo senso, è come se stessi per iniziare un videogame. Decido di andare in avanti, lungo la strada: osservo attentamente quello che mi circonda, i muri e le case, che sembrano appartenere ad un altro tempo. Come mai non si vede nessuno? Alla fine della stradina svolto a destra, e comincio a vedere qualche figura umana. È come se le persone emergessero dalla nebbia, che le rende indistinte e scure, per diventare via via più nitide. Si tratta di una specie di nebbia del tempo, perché più diventano nitide e più sembrano persone moderne, attuali, mentre anche l'atmosfera del luogo si fa più viva.

Mi guardo intorno con attenta eccitazione, consapevole di essere all'interno di quel mondo e di poterlo esplorare intenzionalmente: mi sembra di riconoscere la piazza centrale di Perugia, e mi inoltro tra la gente, sicuro di poter osservare chiunque da vicino, dato che mi ritengo invisibile dagli altri. In questa fase sono molto interessato dal poter osservare il comportamento privato degli altri, ma quando mi avvicino ad una coppia di persone sulla trentina, per ascoltare cosa dicono e vedere dove vanno (e cosa fanno), queste si accorgono della mia presenza, che non è gradita, e me lo fanno capire (soprattutto la donna). Sono sorpreso che riescano a vedermi: non sono dunque invisibile? Faccio qualche esperimento, e mi accorgo che in certe circostanze lo sono, in altre no. Vengo percepito non tanto come corpo, quanto come presenza. Durante uno di questi esperimenti salgo una rampa di scale ed entro nello studio di un avvocato. La sala di aspetto è affollata di gente che si agita in modo concitato, mentre una segretaria cerca di mantenere l'ordine invitando tutti ad attendere pazientemente il proprio turno. Io sono l'ultimo arrivato e, se voglio vedere cosa succede nello studio dell'avvocato, dovrò aspettare un sacco di tempo. Allora provo a vedere se la mia invisibilità funziona, ed infatti riesco a passare davanti a tutti senza che nessuno si accorga di nulla. La cosa più bizzarra è che mentre passo attraverso la calca esercito una certa pressione sulle persone: è come se io fossi di gomma deformabile, ed ognuno attribuisce l'effetto del mio passaggio alla pressione del corpo del vicino. Salgo un'altra rampa di scale ed entro nello studio dell'avvocato: è una stanza piuttosto misera, poco arredata, con un solo tavolo di legno verniciato, quasi da cucina, e qualche sedia. L'avvocato, un tipo magro ed astuto, sta perdendo tempo con una cliente, facendole chiaramente intendere che vorrebbe portarsela a letto. La cliente, a quanto pare, è disponibile, ed io osservo divertito e non visto la scena, pensando a tutta la gente di sotto che sta aspettando di essere ricevuta. 

Alla fine, quando vanno in un'altra stanza, sono tentato di seguirli per vedere cosa succede, ma poi cambio idea: mi è venuta voglia di volare ed esco dalla finestra. Non sto veramente volando col corpo, ma è il mio sguardo che riesce a vedere ogni cosa come se potessi librarmi in aria a qualsiasi livello. Così comincio ad esplorare una città piuttosto grande, piena di monumenti storici: case, palazzi, chiese, edifici strani passano davanti ai miei occhi mentre mi muovo ad una certa altezza lungo una serie di strade abbastanza larghe. C'è di nuovo poca gente in giro. Tutto è illuminato da una dolce luce rosata, come quella di un crepuscolo particolarmente terso e luminoso. Osservo tutte queste costruzioni del passato che sono in parte in piedi ed in parte diroccate, con tutti i blocchi di pietra accatastati disordinatamente sopra gli edifici, ai loro lati, sulle strade. Mi sembra uno spettacolo molto strano: come mai, penso, nessuno si preoccupa della manutenzione di questi bellissimi edifici del passato? D'accordo che il tempo sgretola tutto, ma gli uomini potrebbero rimediare con la loro opera e mettere un po' di ordine tra tutte quelle macerie. Quest'ultimo pensiero mi colpisce, e mi accorgo allora che tutti gli edifici, quale più quale meno, sono in questo stato di parziale sgretolamento, indipendentemente dalla loro età, come se tutte le parti alte degli edifici fossero franate, e solo le parti basse fossero rimaste in piedi. Inoltre il fatto che ci siano così pochi abitanti in quella città così grande, e quella strana luce così bella ma anche innaturale, mi inducono a pensare di trovarmi in un mondo che ha subito da poco una catastrofe, forse un terremoto, forse un bombardamento nucleare. Non tutto è stato distrutto e quel mondo è ancora vivibile, ed anche alcuni elementi tecnologici sono tuttora presenti (per esempio vedo alcune linee di filobus), però si tratta di un mondo di sopravvissuti, ed è chiaro che la popolazione è stata decimata.

A questo punto esco dalla città e sempre volando vado verso le montagne. Il paesaggio è stupendo. Vedo dall'alto un'ampia vallata fiancheggiata da elevate cime di montagne, con colline e monti più bassi all'interno di essa. L'aria è trasparente ed il cielo luminoso. In cima ad una delle alture vedo una casa articolata, anche se un po' male in arnese, e vado a curiosare. Sembra che sia la dimora di una giovane donna che sta fotografando, o sorvegliando, dall'alto di una finestra, certi strani animali che saltano o pascolano in basso, sul declivio sottostante. Io vado accanto a lei e le parlo, cercando informazioni, o forse sono solo curioso sul suo conto. Ho la capacità di mettere a fuoco gli animali sottostanti, uno per uno, semplicemente guardandoli, come se avessi un binocolo che in realtà non ho. Io ingrandisco un animale alla volta, e la ragazza lo fotografa. Si tratta di strani animali a due zampe, come il posteriore di un cavallo con il muso, ma della taglia di una pecora, che saltano agilmente in mezzo ai cespugli. Dopo un po' faccio un giro per la casa, che sembra una casa di campagna col pavimento in terra battuta, alcune masserizie, ed un certo disordine dappertutto. C'è una stanza più in alto delle altre, una specie di torretta, che vado ad esplorare, notandone con attenzione i dettagli. Ci dovrebbe abitare un uomo, ma non trovo nessuno. Arriva invece un'amica della ragazza, che vive anche lei in quella casa, ma non ricordo di cosa parliamo. Fatto sta che dopo un po' lascio la casa e continuo il mio viaggio.

Arrivo in un'altra città, in una zona del centro, un antico centro storico con alcuni edifici che fanno parte di una specie di università. Anche qui, gli edifici sono agibili ma in parte diroccati. In uno degli edifici si sostiene un esame, alcuni studenti devono essere interrogati, e forse qualcuno vorrebbe che anch'io venissi esaminato. Nella situazione si registra una certa tensione, ma io sento che vi sono cose ben più importanti ed urgenti da fare, anziché perdere tempo con esami che non servono più a niente. A questo punto l'aspetto visivo e l'azione prendono il sopravvento. È importante quello che vedo e quello che faccio. Una delle aule è un ambiente molto grande (sembra una piccola chiesa sconsacrata) che si riempie di luci colorate e di vapori bianchi. Questi vapori si condensano dappertutto, formando come delle cascate di ghiaccio merlettato bellissime da vedersi, perché riflettono tutte le luci colorate.

È il momento di agire, e mentre alcuni dei presenti si meravigliano, io prendo il volo e comincio a trasportare delle persone all'interno di quell'ambiente. Probabilmente dico anche ad alcuni degli studenti e degli insegnanti presenti di darmi una mano e di radunare le persone più significative, perché non c'è tempo da perdere. Io, sempre volando, porto tra le braccia alcune persone che si muovono con difficoltà, tra le quali anche i miei genitori. Non riesco però a portare tutti quelli che vorrei, perché non c'è più tempo e sento che dobbiamo partire. Mentre tutti mi guardano sbalorditi in quell'ambiente dalle luci colorate e dai rilievi di ghiaccio luminescente, che è bello ma, come ho detto, sembra una vecchia chiesa in disuso parzialmente diroccata, io, sicuro di quel che faccio e molto tranquillo, mi sollevo a mezz'aria e mi siedo in equilibrio su una specie di braccio snodabile, come quelli dei trapani dei dentisti di una volta, ma lungo 4 o 5 metri, che è sbucato da una parete e contiene alcune piccole leve. Questi meccanismi non mi sembrano molto efficienti, eppure so che funzioneranno: tocco un paio di quelle leve e l'astronave, poiché di questo si tratta, si mette in movimento. Tutti sono stupiti, mentre io sorrido soddisfatto e, come se fossi il comandante di un aereo di linea, li invito a godersi il volo. L'astronave è molto pesante ed il decollo è lunghissimo. Vedo quattro scie di fumo nerastro lasciate dietro di noi, e questo mi delude un po' perché avrei preferito uno strumento più evoluto, ma poi penso che non importa, basta che funzioni! Dobbiamo infatti lasciare quel mondo.

Il decollo dura moltissimo. È come se salissimo lungo il pendio di una montagna molto alta: un pendio dolce, in continua salita, lungo il quale si estende anche quella grandissima città, con le sue case, le sue strade, i suoi filobus. Così noi, pur essendo ad alcuni metri da terra, non riusciamo a staccarci veramente, ed intorno a noi continuiamo a vedere lo stesso panorama urbano. Io regolo la potenza del motore, e faccio notare a tutti come sia emozionante percepire nello stomaco una sensazione di forte accelerazione. L'effetto è veramente intenso, come su un rollercoaster, e la sensazione fisica che avverto è decisamente reale. Finalmente, con un ampio giro verso sinistra, riusciamo a lasciare il pendio della montagna, di cui siamo ormai giunti al culmine. L'aria è serena e dorata, crepuscolare, e l'astronave punta tranquilla verso le stelle. Allora dico a quelli che vi si trovano che devo fare ancora qualcosa in quel mondo, e dunque devo uscire all'esterno per un po' di tempo: ma non si preoccupino, perché poi li raggiungerò.

In realtà voglio dare un ultimo saluto a quel pianeta, che in quel momento mi sembra bellissimo. Mentre l'astronave si allontana nel cielo, saluto uno strano albero che cresce orizzontale sulla cima di una montagna. Mi fermo per accarezzarlo (ora sto volando come Superman), mentre vedo la vallata grandiosa ed interminabile, ed all'orizzonte una catena di montagne altissime che la chiudono sul fianco. Allora provo la curiosità di vedere cosa c'è al di là di quelle montagne e, veloce come il fulmine, vado verso di loro, ma quando arrivo vicino non riesco a superarle: in realtà la parte superiore delle montagne, altissima, non è vera ma è come se fosse impressa (dipinta) su una parete di gomma elastica che si tende verso l'alto, forse fino al cielo, ed in ogni caso sempre più in alto di quanto io non riesca a giungere. Così non posso vedere cosa c'è oltre quelle montagne di gomma. Però nella parete di gomma ci sono, qua e là, alcuni fori, della grandezza di una testa umana, ma mentre vado verso uno di essi per vedere cosa c'è dall'altra parte, il sogno comincia a sfumare e mi ritrovo in una fase di dormiveglia, dalla quale ritorno progressivamente allo stato di coscienza ordinaria.


 

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