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La speranza per una vita migliore

Catherine Amy Dawson Scott

Tra la fine dell'Ottocento ed i primi decenni del Novecento molte signore inglesi dotate di notevoli risorse intellettive ed organizzative impegnarono le loro energie in ambito sociale e culturale, non solo per sostenere e promuovere i diritti politici delle donne, ma anche per migliorare le generali condizioni di vita della gente comune e le relazioni tra le nazioni, difendendo l'importanza della collaborazione pacifica al posto della competizione e dei conflitti. Non poche di queste donne nutrirono anche un forte interesse per lo spiritualismo e per le comunicazioni medianiche, anche se la loro posizione sociale le induceva a mantenere ben separato quest'interesse dalle loro attività pubbliche. Un esempio di questo atteggiamento è rappresentato da Winifred Coombe Tennant (1874-1956), nata Pearce-Serocold, la quale ricoprì diverse cariche pubbliche soprattutto nel Galles, e nel 1922 fu nominata rappresentante della Gran Bretagna presso la Lega delle Nazioni: come medium a scrittura automatica ricevette per oltre un decennio varie comunicazioni attribuite alle entità inorganiche dei fondatori della SPR (Myers, Sidgwick e Gurney), che furono pubblicate sotto lo pseudonimo di Mrs Willett nell'ambito del famoso caso delle corrispondenze incrociate. La vera identità di Mrs Willett fu ben protetta dai pochissimi che ne erano al corrente, e fu resa pubblica solo dopo la morte di Winifred CoombeTennant. Anche Catherine Dawson Scott (1865-1934), autrice di poemi, romanzi ed opere teatrali, dimostrò notevoli doti organizzative quando, nel 1914, collaborò con il segretario di stato per la guerra Lord Horatio Herbert Kitchener nella creazione del Women's Defence Relief Corps: questo corpo aveva il duplice scopo di organizzare il lavoro femminile in campo civile per sostituire i lavoratori richiamati sotto le armi nella prima guerra mondiale, e di arruolare volontarie da impiegare come ausiliarie paramilitari nell'ambito delle forze armate.

Nel 1917 Catherine Dawson Scott diede vita al To-Morrow Club, con lo scopo di aiutare i giovani scrittori ad inserirsi nell'ambiente letterario organizzato, e di promuovere i loro incontri con gli agenti e gli editori affinché le loro opere potessero essere lette e valutate. In seguito, nel 1921, il To-Morrow Club si trasformò nell'International PEN Club, costituito come una comunità di scrittori impegnati a difendere il ruolo della letteratura e la libertà di espressione in una società in continua e rapida evoluzione. Quest'organizzazione è attiva ancor oggi, sotto il nome di PEN International. Nel 1898, quando aveva 33 anni, Catherine Dawson sposò il medico Horatio Francis Scott: dalla coppia nacquero tre figli, una femmina e due maschi, ma le vicende della prima guerra mondiale incisero profondamente sul morale e sulla salute del marito, già ereditariamente incline a quello che all'epoca veniva definito spleen, l'umore malinconico e depresso. Dopo esser tornato dal fronte francese, dove aveva prestato servizio come medico militare, il dottor Scott cercò di riprendere la normale vita familiare, ma si accorse che il suo umore sempre più depresso rendeva difficile la convivenza con Catherine, sempre impegnata nelle sue attività letterarie, sociali ed organizzative, ed i due divorziarono nel 1918. Qualche anno dopo, nel 1922, Horatio Scott si tolse la vita. L'interesse attivo della scrittrice per la ricerca psichica ed i fenomeni medianici può essere fatto risalire ai primi anni del '900, quando – chiudendo gli occhi – cominciò ad avere visioni interiori di paesaggi ed ambienti che riusciva ad esplorare come se avessero una loro realtà, un'attività che considerava divertente. Tuttavia tra i membri della sua famiglia di origine si annoveravano casi di visioni di fantasmi, percezione di aure, sogni profetici, ecc. Un cugino di suo nonno, il giornalista Edmund Dawson Rogers (1823-1910), era un convinto spiritualista: nel 1873 contribuì alla formazione della British National Association of Spiritualists, nel 1881 fu – col fisico Sir William Barrett – tra i promotori della Society for Psychical Research (fondata nel 1882), e nello stesso anno diede vita alla celebre rivista settimanale spiritualista Light, che poi diresse dal 1894 fino alla sua morte.

Nel 1926 la Dawson Scott pubblicò un volumetto, From Four who are Dead (Da quattro che sono morti), nel quale erano riportate le comunicazioni da lei ricevute come medium scrivente, attribuite a quattro entità di trapassati e concernenti le loro esperienze nella dimensione della vita inorganica. Le personalità umane dichiarate da queste quattro entità erano: 1) Horatio Scott, il marito dell'autrice morto suicida nel 1922; 2) George Dawson, un fratello della nonna dell'autrice, sul quale vengono date poche informazioni biografiche; 3) Henry Dawson Lowry (1869-1906), un affezionato cugino di Catherine, anch'egli poeta, scrittore e giornalista, morto prematuramente di polmonite; 4) William T. Stead (1849-1912), il grande giornalista e spiritualista inglese – abile e tenace propugnatore dell'uso del giornalismo come mezzo per influenzare l'opinione pubblica e dunque per incidere sulle decisioni del governo – morto nel naufragio del Titanic. Essendo una persona intelligente e colta, l'autrice sapeva bene che la medianità scrivente è una delle forme più deboli e più incerte per quanto riguarda l'attribuzione delle comunicazioni ad autentiche entità disincarnate. Inoltre, nel suo caso, non si trattava neanche di forme di scrittura automatica la cui anomala ed innaturale esecuzione suggerisse il controllo della mano scrivente da parte di entità aliene. Come riconosceva con tutta franchezza la scrittrice May Sinclair (1863-1946) nella sua introduzione al libretto: «(Le comunicazioni) non le pervenivano con la scrittura automatica, come se una forza fuori di lei le afferrasse la mano e la costringesse a scrivere; piuttosto arrivavano a sprazzi, a poco a poco, visualizzate come se fossero già scritte davanti a lei, senza alcun processo cosciente del suo pensiero o della sua volontà». Tuttavia la Sinclair continuava, mettendo giustamente in evidenza l'importanza di queste comunicazioni, anche nel caso in cui le si volesse attribuire all'inconscio (da lei chiamato subconscio) dell'autrice: «È l'unico ragionevole resoconto della vita oltre la morte che mi sia mai capitato di leggere. Qualcuno obietterà subito che qui non abbiamo altro che sprazzi provenienti del subconscio di Mrs Dawson Scott. Potrebbe darsi. Ma noi sappiamo molto poco del subconscio... Non sappiamo se in esso non vi sia anche qualcosa che non è mai stata prima nella coscienza».

Nel capitolo 1 del libro l'autrice ripercorre le esperienze tramite le quali si decise infine a considerare questi suoi scritti come informazioni abbastanza affidabili sulla vita nell'aldilà, al punto da volerli pubblicare. Per tutta la prima parte della sua vita, fino alla maturità, non si era mai occupata del destino dell'io cosciente dopo la morte del suo organismo (pag. 12): «Il mio atteggiamento nei confronti delle questioni psichiche – e nel termine "psichico" includo le varie fedi religiose – era agnostico. La mia conoscenza è così limitata che non posso avere nel merito un'opinione affidabile. Altre persone sembrano aver bisogno di un'ipotesi su cui basarsi, ma io non sentivo il bisogno del conforto dei fantasmi. Gioia e dolore sono il nostro comune destino, ed io ho accettato la vita come è venuta. Essendo la mia attenzione concentrata sull'esistenza quotidiana, sentivo poco o nessun interesse per il futuro. Non sapevo se la morte annientasse l'individuo, e non me ne importava». Verso i quarant'anni tuttavia la scrittrice cominciò ad avere quelle esperienze che – in mancanza di una descrizione più precisa – potremmo definire immaginazioni attive, anche se, per certi aspetti, presentavano qualche affinità con i sogni lucidi o con le OBE (Out of Body Experiences): «...Scoprii che subito dopo aver chiuso gli occhi vedevo davanti a me un tunnel buio. La curiosità mi spinse ad entrarvi. Uscita dall'altra parte del tunnel, mi trovai in un paese sconosciuto, in un nuovo mondo. Scoprii che potevo muovermi in questo nuovo mondo, camminare attraverso i boschi e lungo la riva del mare, andare oltre alcune case color crema che si stagliavano sotto un caldo sole. Una volta un treno passò fumando tra me e le case. Si fermò, e della gente scese. Guardando giù, vidi dei binari e, dal lato opposto, delle piccole onde chiare. Non ho mai visto questo posto, e non so dove sia; ma se per caso fossi trasportata lì, lo riconoscerei» (pag. 13).

Mentre ospitava una sua amica molto addolorata e depressa per la recente perdita del marito, Catherine Dawson ebbe una serie di visioni nelle quali poteva scorgere bene la figura del defunto, che cercava di mettersi in contatto con la moglie, dalla quale era separato da una specie di spessa cortina nebbiosa, che non riusciva ad oltrepassare. Più volte questa figura si rivolse a lei, chiedendole con insistenza di raccontare alla vedova ciò che aveva visto, cioè che lui stava cercando di far sentire a sua moglie che continuava ad esistere in un'altra dimensione: infatti tanto lui, mentre era in vita, quanto sua moglie, non ritenevano possibile la continuazione dell'esistenza dell'io cosciente dopo la morte dell'organismo. Ma Catherine non trovò il coraggio per riferire all'amica queste sue visioni: conoscendo il carattere e lo stato d'animo della sua ospite, pensava che sarebbero state accolte come un'ingenua ed indelicata interferenza in una questione privata nella quale la donna era sentimentalmente molto coinvolta. A proposito delle sue visioni, così scriveva (pag. 17): «...Pensavo molto a ciò che avevo visto, ma ero incline a supporre che fosse frutto di un'immaginazione attiva, una sorta di sogno ad occhi aperti. La mia mente cosciente non credeva nella realtà di ciò che vedevo». In ogni caso questo episodio segnò la fine delle esperienze della Dawson nel mondo virtuale che si trovava al di là del tunnel (pag. 21): «Un risultato dell'esperienza fu che smisi di viaggiare attraverso il tunnel. Quello che era successo era stato preoccupante; mi aveva messo in una posizione imbarazzante; mi aveva lasciato perplessa ed infelice... Le faccende quotidiane di una vita impegnata ed attiva mi sembravano più interessanti di un evento di cui non avevo la chiave». Questo non impedì alla scrittrice di avere in seguito occasionali esperienze a carattere premonitorio, a cui nessuno, nella cerchia dei suoi familiari ed amici, sembrava attribuire significato o importanza.

I vantaggi della vita inorganica

Nel 1923, poco dopo la morte del marito, Catherine Dawson incontrò per motivi di lavoro due sorelle, Elizabeth e Winfrith Shafto, le quali, oltre ad impegnarsi in opere di carità, erano spiritualiste e facevano delle sedute per mettersi in contatto con i loro parenti defunti: «Le signorine Shafto avevano perso tre parenti stretti a poche settimane l'uno dall'altro; e presto mi resi conto che credevano di poter comunicare con loro. Per qualche tempo restai in dubbio sul da farsi: potevo o non potevo (partecipare alle loro sedute)? Erano due persone di specchiata onestà. Potevano sbagliarsi, potevano ingannare se stesse, ma non avrebbero mai cercato di ingannare me. Alla fine chiesi loro se mi permettevano di partecipare ad una seduta» (pag. 25). La Dawson prese parte alla sua prima seduta in uno stato d'animo di dubbiosa incertezza (pag. 26): «La mia mente era incredula a quella prima seduta. Quelle cose che mi aspettavo non potevano accadere, o se veramente accadevano significava che tutte le idee che avevo assimilato dovevano essere eliminate. Era impensabile che i morti potessero comunicare con i vivi». Eppure ad un certo punto il tavolino fece alcuni movimenti senza che nessuno lo toccasse, e – mediante raps ed utilizzando il metodo alfabetico – diede il nome del fratello defunto delle Shafto (Stan), che cominciò a comunicare con loro in merito a questioni relative alla loro vita quotidiana. Per quanto strano possa sembrare, mentre il fenomeno si verificava la Dawson non ne fu molto impressionata, anzi le sembrò un sistema di comunicazione quasi naturale: «Accanto a me c'erano due ragazze che parlavano a distanza col fratello mediante un nuovo tipo di telefono. L'evento non era per nulla stupefacente. La scienza ci ha permesso di comunicare con persone lontane; ecco dunque un modo di comunicare con coloro che hanno intrapreso il viaggio da cui non si torna. Più imparo su queste cose, più sento che la sopravvivenza è un nuovo campo per la ricerca scientifica» (pag. 27). Anche in questo caso emerge la fiducia – tipica di un'epoca di rapido ed entusiasmante progresso della scienza – che la ricerca ed il metodo scientifico potranno in futuro spiegare le regole e le modalità di attuazione di questi fenomeni.

Quando un'entità comunicante, sempre tramite i raps, si presentò come quella del suo defunto marito, la Dawson l'accolse con gioia, dato che le sembrava che il modo con cui l'entità si esprimeva e manifestava i propri sentimenti corrispondesse alla personalità del marito: «...la mia coscienza più profonda non aveva dubbi sul fatto che fosse davvero lui a parlare. Come potevo dubitarne? Era un uomo dai sentimenti molto profondi, e questa sensazione mi veniva confermata mediante il tavolino. Ascoltavo le sue parole amorevoli e le ricevevo con semplice convinzione e gioia. Lui mi stava parlando, mi diceva che aveva temuto di non riuscire mai più a raggiungermi, ma che ora era certo che non avremmo più perduto il nostro contatto... Le sue qualità, anche le sue caratteristiche, si manifestavano nelle sue parole. L'ho riconosciuto come si riconosce una persona al telefono, l'ho riconosciuto per quella cosa intangibile: la sua individualità» (pag. 28). Durante le sedute successive la Dawson riceveva, sempre tiptologicamente, un generico invito a scrivere («write»), senza ulteriori precisazioni. Lei ci provò, ma: «Per qualche tempo produssi solo paccottiglia mentale e fisica. I frammenti di frasi, le espressioni interrotte, i messaggi dubbi mi scoraggiavano. A volte, nella mia disperazione, smettevo per qualche tempo, ma venivo sempre sollecitata a riprovare» (pag. 29). Finalmente, nel luglio 1925, i messaggi cominciarono a diventare più coerenti e comprensibili. L'autrice descrive in questi termini il modo in cui li otteneva (pag. 30): «In un orario in cui non correvo il rischio di essere disturbata, mi concentravo inviando pensieri intensi a mio marito o ad uno degli altri comunicatori. Poi svuotavo la mente, la fissavo sulla persona a cui stavo pensando, facevo uno o due lunghi respiri e aspettavo. Davanti ai miei occhi chiusi le parole cominciavano presto a formarsi. Dopo averle scritte in fretta, chiudevo di nuovo gli occhi e restavo in attesa che se ne formassero altre... Qualcuno obietterà che questi messaggi sono stati prodotti della mia mente inconscia o subconscia. Contro questa obiezione posso citare come esempio i miei romanzi. Questi libri sono stati prodotti del mio subconscio, ma sono stati scritti senza questo particolare tipo di visualizzazione».

Indipendentemente dal fatto che le descrizioni della vita nella dimensione inorganica riportate nel libretto della Dawson provengano da entità disincarnate oppure dall'immaginario mentale dell'autrice (quale che ne sia l'origine), il nostro interesse si rivolge proprio alle peculiarità con cui questa forma di esistenza viene rappresentata. Come si è visto, la vita umana della scrittrice, che nel 1925 aveva 60 anni, era stata intensa ed impegnata: sotto vari aspetti, la Dawson aveva raggiunto traguardi culturali e sociali superiori alla norma, applicando con successo la sua intelligenza, la sua creatività e le sue risorse organizzative in diverse attività. Lei stessa riconosceva che la gioia ed il dolore le sembravano far parte del normale retaggio della condizione umana, da lei accettata senza porsi domande di cui non poteva conoscere la risposta. Possiamo considerare la sua vita umana come un modello di valore, di significato e di impegno, in relazione a quelle che erano le condizioni standard di quell'epoca nella nazione in cui essa svolse le sue attività sociali. Dunque il fatto che lei abbia sentito l'esigenza di scrivere, e soprattutto di pubblicare, queste rappresentazioni di un'esistenza dell'io cosciente in una dimensione diversa dalla nostra – ben sapendo di esporsi alla critica di un'origine mentale ed immaginaria di quelle che lei considerava comunicazioni provenienti da personalità inorganiche – denota quanto meno una speranza o un anelito, proveniente dal nucleo più profondo dell'essenza dell'io, che quelle modalità di esistenza post mortem potessero essere considerate come reali. Da questo punto di vista, come giustamente scriveva la Sinclair nella sua prefazione al libro, le comunicazioni ricevute dalla Dawson – o elaborate dalla sua mente tramite un processo non coscientemente guidato – presentano un equilibrio ed un'armonia che le rendono particolarmente interessanti proprio come una possibile e ragionevole evoluzione della nostra esperienza della vita umana.

L'autrice si rese ben presto conto che il processo di traduzione del pensiero in parole veniva svolto esclusivamente dalla sua mente, mediante il suo cervello: l'entità comunicante attribuita al marito (che d'ora in avanti chiameremo entità Scott) affermava infatti che l'unica cosa che le entità riuscivano a fare era imprimere i loro pensieri nella sua mente (pag. 34): «Il pensiero non ha bisogno di parole. Noi non usiamo parole tra di noi... Io imprimo i miei pensieri nella tua mente. Tu traduci il mio pensiero in parole». Ora noi siamo talmente abituati a tradurre i pensieri in parole ai fini comunicativi, che addirittura i nostri pensieri si manifestano tramite il linguaggio da noi usato, anche quando restano nell'ambito interiore cosciente del nostro io. Una condizione nella quale il pensiero viene trasmesso direttamente e viene, per così dire, visualizzato immediatamente, senza la mediazione di un linguaggio e senza che possa esser mantenuto segreto, è di per sé sorprendente, al punto che per noi può essere difficile anche solo immaginare in cosa consistano queste forme-pensiero. In una comunicazione ottenuta tramite la medium Elizabeth Shafto, un'entità che si presentava come Gustave Geley (il noto studioso francese di metapsichica, morto nel 1924), dichiarava che: «...gli spiriti quando comunicano con noi trovano difficile regolare i loro raggi di pensiero in modo che non siano né troppo intensi né troppo vaghi. Questo può essere il motivo per cui così tanti messaggi contengono poco di quanto il pensiero (umano) può afferrare, mentre altri sembrano rimanere inconcludenti» (pag. 36). Un'altra delle entità comunicanti, la quarta, cioè quella a cui la Dawson attribuiva la personalità di William T. Stead, così si esprimeva: «Il caos della letteratura che riguarda i fenomeni medianici è dovuto a diverse cause. Noi troviamo difficile comunicare chiaramente, perché le vostre menti alterano durante il transito ciò che noi vogliamo esprimere. Ci sono frodi, sia conscie che inconscie, di cui bisogna tenere conto; ne fanno parte anche le vostre nozioni preconcette sul nostro stato. Oltre a queste difficoltà ce n'è un'altra... noi non siamo tutti uguali. Qui si trovano personalità in ogni fase del loro sviluppo (spirituale). Ciò che è vero, quindi, per un gruppo o anche per una persona, non è vero per altri» (pag. 37). Alla fine, anche Scott concludeva che: «Siamo ancora fallibili come lo eravamo (sulla Terra). Tutto ciò che possiamo sapere è ciò che percepiamo» (pag. 38).

Vediamo adesso alcune delle comunicazioni attribuite all'entità Scott che descrivono vari aspetti della vita nella dimensione inorganica (pag. 41 e seguenti): «Siamo diversi da voi, e non viviamo allo stesso modo... Non invecchiamo, ma rimaniamo sempre giovani e forti. I nostri corpi sono altrettanto solidi dei vostri, ma diversi... Qui noi stiamo creando un nuovo mondo, un mondo di persone assortite, uomini e donne che possono contribuire alla sua efficienza e che sono disposti a lavorare per produrre il genere di risultati che vogliamo. Vedete, non vogliamo che si ripeta la confusione della nostra vita terrena, e possiamo fare affidamento sulle nostre risorse per produrre ciò che riteniamo migliore... possiamo raccontarvi alcune cose di noi stessi: il nostro modo di vivere, le nostre abitudini, le nostre arti, i nostri libri, i nostri pensieri, il nostro governo... I governatori qui organizzano le condizioni generali della nostra esistenza. Essi apportano delle modifiche quando lo ritengono necessario. Sono scelti da tutti noi per la loro capacità di organizzare. Li chiamiamo gli Organizzatori... Noi siamo soddisfatti del lavoro che stiamo facendo, della vita che stiamo conducendo. Voi non potete capire, perché per voi la luce implica sempre l'ombra... Siamo costituiti in modo diverso, e la nostra serenità fa parte del nostro modo di essere. Qui l'agitazione, l'irrequietezza e l'ansia sono sconosciute, e – no – non è noioso. È bellissimo... Lavorare, per noi, non è la stessa cosa che il lavoro per voi. Non è fisico. È pensiero. Decidiamo cosa deve essere fatto, e la decisione è tutto ciò che è necessario... Viviamo nel pensiero, serenamente, e facciamo esperimenti. Anche voi fate esperimenti, ma siete ostacolati dai bisogni del corpo. Al di là di questi bisogni la vita è esperimento, e la nostra, sotto questo profilo, non è diversa dalla vostra... Noi siamo liberi di realizzare il nostro mondo come riteniamo meglio. Nessuno interferisce dall'esterno. Siamo liberi di affrontare i nostri problemi. Su Dio, non ne sappiamo più di voi. La cosa più importante è che viviamo in un'atmosfera serena, siamo avanzati di un livello. Potrebbero esserci molti altri livelli, ma noi non lo sappiamo. La nostra conoscenza è sufficiente per la nostra vita qui; ma come voi ci meravigliamo e sogniamo. Penso comunque che abbiamo più fiducia. Vedi, abbiamo vissuto una vita, e siamo arrivati a questo... Non pensiamo alla religione come fate voi... Non siamo religiosi nel vostro senso della parola. Non costruiamo chiese e non ci incontriamo per adorare Dio. La maggior parte di noi crede in un Dio personale, ma non tutti. Io no. Non sappiamo la verità al riguardo... L'universo è infinito, un mondo dopo l'altro. Non puoi immaginare la sua vastità e i suoi molteplici aspetti. Noi non siamo così limitati come voi, ma la nostra conoscenza è così piccola rispetto a tutto ciò che c'è da sapere...».

Viene dunque descritta una vita attiva, anche sotto il profilo sociale, nella quale il potere creativo del pensiero ha un ruolo determinante: si tratta comunque di un'esperienza molto gratificante per l'io cosciente, perché libera dalle contraddizioni, dai conflitti e dalle fatiche che caratterizzano la vita organica e la psiche umana. È singolare che si faccia ancora riferimento a uomini e donne, come se le differenze di sesso permanessero anche nella dimensione inorganica. Nel merito l'autrice rivolge alcune domande a cui viene data una risposta: «Le persone qui tendono a migliorare, anche perché non ci sono le stesse tentazioni. Non abbiamo beni da difendere, non c'è competizione, né fame, dato che non mangiamo! E non c'è nessuna gelosia sessuale, perché per noi il sesso non è fisico. È un'attrazione, è amore, ma senza l'avidità del possesso. Io ti amo, ma non ti voglio solo per me. Voglio la tua felicità e sono contento per qualunque cosa tu scelga di fare» (pag. 45). «L'amore è ancora un fattore presente tra noi, ma non agisce su di noi allo stesso modo. Non bramiamo ardentemente, non siamo gelosi, non veniamo resi infelici. Amiamo, doniamo, ma non soffriamo per amore. Vedi, qui siamo realmente molto più felici» (pag. 47). «Per voi la moralità è legata al sesso. Noi non procreiamo e dunque abbiamo perso la nostra attitudine di una volta nei confronti di quella funzione. Abbiamo quasi del tutto dimenticato che una volta era stata così tanto importante per noi» (pag. 55). Quanto alla forma assunta dalle entità disincarnate, ecco cosa viene detto (pag. 53): «Non siamo materiali nel senso in cui lo siete voi, ma i nostri corpi ci sembrano essere solidi. Li formiamo col pensiero. Quindi rappresentiamo al meglio le nostre forme terrene, forse perfezionandole un poco. Io sono più bello di quanto non fossi (sulla Terra), eppure, se tu mi vedessi, mi riconosceresti». Poi, alla classica domanda se anche gli spiriti hanno case case in cui abitare, viene così risposto: «Non abbiamo bisogno di un rifugio, ma ci piace avere un luogo che possiamo considerare nostro, un luogo in cui tornare e riposarci... Non è nostro nel senso di essere un possedimento, è piuttosto un luogo con che conosciamo bene e che ci piace».

A varie domande poste coscientemente da Catherine Dawson (pag. 54 e seguenti) vengono date risposte concise ed in genere ragionevoli e comprensibili: «Dov'è il vostro mondo?» «Qui, là, ovunque. È una questione di vibrazioni. Le persone sulla Terra hanno scoperto molto sulle diverse gamme di vibrazioni. La nostra vita, la vita della mente libera dalla carne, è semplicemente una gamma di vibrazioni che ancora non conoscono». «Sapete qualcosa sulla reincarnazione?» «Non sappiamo se le anime si reincarnano. Io non lo ritengo probabile. Ad ogni modo, qui non abbiamo informazioni al riguardo. Le persone arrivano qui con idee fisse riguardo alla loro condotta, ma ben presto le perdono. Le percepiscono come irrazionali, e prive di un vero rapporto con l'etica. Guardano al loro passato e si meravigliano delle idee in cui avevano creduto. Le percepiscono come rigide, impraticabili e persino assurde». In questa risposta si può già notare una netta presa di distanza dalle dinamiche della psiche umana, che perdono di efficacia e di potere nei confronti dell'io, una volta che quest'ultimo sia stato liberato dai condizionamenti della vita organica. «Avete una vostra forma di moralità?» «Certo che l'abbiamo, ma tutto ci riesce più facile perché siamo stati liberati dall'ossessione della carne. Impariamo, cresciamo, la nostra natura si dispiega. Le potenzialità che sono state soffocate durante la nostra vita terrena possono ora svilupparsi. Quando arriviamo qui siamo spesso inibiti nella crescita, repressi, danneggiati. Siamo amareggiati, acrimoniosi, delusi, infelici. La luce e la guarigione ci aspettano. Qui ci sono ambienti che aiutano la nostra crescita ed il nostro sviluppo in ogni modo possibile. Ciò che siamo destinati ad essere, qui noi lo diventiamo». «Che mi puoi dire del suicidio?» (Scott, il marito dell'autrice, si era suicidato). «Un'altra delle cose che non hanno importanza. Se la vita sulla Terra è diventata insopportabile, non c'è motivo per cui le persone non dovrebbero poter venire qui da noi. Quanto meno, io non riesco a vederne alcuno. Io mi sono suicidato, e quando sono arrivato qui ho provato solo un intenso sollievo. Sono stato liberato da una vita che per me era diventata troppo difficile». «E quando hai raggiunto l'altra sponda?» «Nessuno lo sapeva o se ne curava. Per quanto mi riguarda, mi sentivo sciolto da ogni vincolo, un uomo libero, pieno di gioia. Non posso descriverti la mia – diciamo pure felicità – perché, anche se sapevo che per te sarebbe stato un duro colpo, ero davvero più felice di quanto non fossi mai stato prima».

L'autrice rivolge una domanda in merito al nostro bisogno di amore: «Le persone qui sulla Terra sentono la mancanza dell'amore e lo desiderano intensamente. Lo ottengono lì?» Ecco la parte essenziale della risposta: «...Riceviamo tutto l'amore che desideriamo. Diamo l'amore che riusciamo a dare. Ci sono persone per le quali l'amore è qualcosa di sconosciuto. Non sono molte, ma qualcuno c'è. Sono felici anche senza amore. Ognuno ottiene ciò di cui ha bisogno e ciò per cui è più adatto». Viene affrontato anche il tema del male e della crudeltà umana nel nostro mondo: «Cosa mi puoi dire sugli istinti malevoli e criminali?» «La criminalità è determinata da uno stato simile ad una malattia. Il crudele e il malvagio sono individui deformati». «Ma la crudeltà ha sempre fatto parte della struttura della mente umana». «Sarà gradualmente eliminata. Penso che derivi dalla condizione della vita fisica». «E la crudeltà mentale?» «L'abbiamo superata, ce la siamo lasciata alle spalle. Non siamo perfetti, neanche un poco, ma qui non ci sono così tante tentazioni, non ci sono queste possibilità. La materia si degrada da una forma all'altra mediante processi di putrefazione. Questi processi equivalgono all'irritazione, al malumore, alla crudeltà, alla malevolenza... Noi non abbiamo questi processi di corruzione, le nostre menti non si stancano, siamo in tutto e per tutto sani, e questa condizione di esistenza esclude la maggior parte delle possibilità di fare del male». Come si può notare, qui viene rappresentata una condizione in gran parte (anche se non del tutto) libera dai condizionamenti e dalle dinamiche conflittuali della psiche umana. Alcune forme di assoggettamento dell'io alle dinamiche della psiche tuttavia permangono per qualche tempo (pag. 61): «Quali sono i vostri difetti?» «I nostri difetti? Devi ricordare che siamo gli stessi di prima. Non avendo né corpi né beni non siamo turbati dalle tentazioni che ne derivano. Ma non siamo del tutto amabili, non sempre siamo amorevoli e di buon umore. Abbiamo molto da imparare prima di poterci liberare dei difetti che la nostra vita terrena ha determinato, dei cattivi sentimenti che ha generato. Spesso arriviamo qui provando antipatia e persino odio per le persone. Probabilmente non c'erano buone ragioni per tali sentimenti, che gradualmente svaniscono. Ci piace aiutare i nuovi arrivati. Siamo così forti ed in buona salute che gli sforzi che facciamo non ci stancano. È un mondo allegro il nostro».

In seguito, Catherine Dawson ritorna sul problema del male e dei malvagi (pag. 73): «Quando muoiono persone che sono state crudeli e criminali, come i Borgia, che ne è di loro?» (Evidentemente la crudeltà – vera o presunta – dei Borgia è diventata un mito). Ed ecco la risposta, molto equilibrata, che le dà Scott: «Anzitutto (le persone malvage) non sono mai così cattive come vengono dipinte. Ancora una volta, appena arrivano qui, le circostanze in cui si trovano sono strane. Si sforzano di adattarsi. Ciò che determina le attività criminali sulla Terra è in gran parte scomparso... I Borgia quindi non possono avvelenarci, non possono ucciderci. Non possono usare la violenza fisica. Non c'è niente che possano rubare». «Ma una personalità crudele ed egoista non può essere trasformata dalla morte in una persona mite e buona» insiste l'autrice. «Le persone che sulla Terra erano determinate nel male rimangono tali; ma il male non esiste più. Non espiano i loro peccati, se è questo ciò che intendi. O almeno, lo fanno solo in un modo, cioè diventano chiaramente consapevoli di quello che hanno fatto. La loro vita passata si dispiega come una mappa davanti a loro. Si rendono conto dell'infelicità che hanno causato». Vorrei sottolineare l'analogia tra quest'interpretazione della condizione in cui l'io cosciente può trovarsi nella dimensione inorganica, come conseguenza del suo comportamento e delle sue azioni durante la vita organica, e le esperienze raccontate in molte NDE in relazione alla revisione della propria vita terrena ed alla percezione diretta ed intensa dei sentimenti e delle emozioni che le azioni di cui noi siamo stati responsabili hanno determinato negli altri. Come conseguenza del transito da una dimensione all'altra, all'idea della pena come giusta punizione per il male e per la sofferenza causati agli altri, si sostituisce la presa di coscienza diretta del dolore causato e l'assunzione di responsabilità da parte dell'io, che impedisce ogni ulteriore volontà di trarre un vantaggio personale mediante qualsiasi azione che possa causare negli altri, in una forma o nell'altra, un danno o una sofferenza.

L'amore, il sapere e la felicità sono importanti per l'io

In quelle che Catherine Dawson ritiene possano essere informazioni trasmesse da entità disincarnate, la vita umana viene presentata come la base di partenza di un percorso evolutivo, ogni livello del quale presenta per l'io cosciente condizioni più vantaggiose ed armoniose rispetto al livello precedente, in relazione all'aspirazione dell'io verso l'amore e la felicità. Sebbene nella dimensione inorganica la percezione del tempo sia diversa dalla nostra, non vi sono limiti imposti al periodo che un'entità desidera trascorrere in un certo livello, in relazione alle esperienze da cui si sente attratta: arriva il momento, tuttavia, in cui l'entità si sente pronta per il transito al livello successivo. Le condizioni di esistenza in un livello superiore non sono però conoscibili dai livelli inferiori. In merito alla differenza tra la vita umana ed il livello della vita inorganica in cui si trova, ecco cosa riferisce l'entità Scott (pag. 95): «Le persone dalla vostra parte non riescono a comprendere le condizioni della nostra esistenza perché non si rendono conto che noi siamo andati avanti, che non ci voltiamo a guardare indietro. Le nostre vite sono per noi profondamente interessanti, ma le persone sulla Terra immaginano che le loro vite siano più interessanti e importanti delle nostre. Non riescono a cogliere la realtà della nostra esistenza. È come un fiore che si è aperto dal suo bocciolo. Prova a immaginare quell'espansione... Sulla Terra noi eravamo come boccioli con le nostre possibilità ben ripiegate dentro di noi. Le meraviglie della nostra nuova vita e dei nostri nuovi poteri eclissano il nostro passato. Ci occupiamo di questioni importanti che riguardano la nostra vita in questa dimensione. A volte possiamo distoglierci dalle nostre occupazioni per avere una comunione affettuosa con coloro che ci pensano e ci inviano il loro amore. Ma poi torniamo ai nostri affari qui. La gente non riesce a capire che la nostra è un'esistenza più intensa e più ampia. Pensano che la nostra sia una vita di ombre, che noi siamo ancora attratti dalla vita appagante ed intensa che essi conducono, mentre è vero il contrario. La loro vita è una fase iniziale, la nostra è più avanzata. Fino a quando ciò non sarà compreso ed accettato, la credulità, le idee sbagliate e l'egocentrismo umano sono destinati a nascondere i fatti reali».

Il tema dell'esistenza di altri livelli più spirituali e del transito da un livello all'altro viene ripreso più volte: «Tutte le persone che hanno vissuto qui sulla Terra sono ora nel vostro mondo?» chiede l'autrice (pag. 44). «No, molti sono andati avanti». «E dove?» «Non lo so». «Andare avanti è un po' come morire?» «Qualcosa del genere, ma non è doloroso». «Potete passare al livello successivo quando volete?» (pag. 49). «Non ci è dato di decidere il momento della nostra partenza, ma sentiamo quando avverrà». «Sapete qualcosa riguardo al prossimo livello?» «Niente di niente, tranne che quelli che ci arrivano sono ancora più felici». «Come fate a saperlo?» «È impresso in noi». «Da chi?» «Non lo sappiamo». La Dawson cerca poi di approfondire l'argomento dell'origine di queste impressioni, facendo riferimento ad etichette interpretative tipicamente umane: «Non pensi che l'intelligenza che la dà potrebbe essere Dio?» «Non ne vedo la necessità. L'impressione può provenire da una parte di noi stessi che è più evoluta rispetto alla nostra coscienza». «Come il nostro subconscio?» «Naturalmente, potrebbe anche essere un'intelligenza autonoma, ma io non ne sono convinto». Più avanti (pag. 52), Scott chiarisce il concetto della progressione dell'esistenza: «...molti di noi sono giunti alla conclusione che la vita sia progressiva. Lo valutano dal fatto che hanno già avuto una vita terrena e ora si stanno godendo questa nuova vita inorganica. Pensano che ci saranno più vite, ma non sanno come saranno, e cosa ci sarà alla fine. Alcuni pensano una cosa e altri un'altra: ecco perché voi ricevete messaggi contraddittori. (Le entità comunicanti) ti dicono quello che pensano e che sono pervenute a credere. È come un ecclesiastico che impressiona i suoi ascoltatori con la sua fede. Potrebbe avere ragione o potrebbe avere torto, ma lui è convinto di sapere. Lo stesso accade alle persone che dimorano qui. Sanno più di quello che sapevano (sulla Terra), ma questo è tutto ciò che si può dire». Questa relativizzazione della conoscenza rispetto al potere di convincimento che può avere la fede mi sembra molto interessante, perché richiama in una certa misura il potere di assoggettamento dell'io da parte della psiche umana. Dunque il transito dell'io da un certo livello ad un altro spiritualmente più avanzato dovrebbe corrispondere alla scoperta di uno stadio evolutivo e conoscitivo più vero, più reale, e più in sintonia con la felicità dell'io.

Dalle comunicazioni attribuite dalla Dawson all'entità Scott sembra però che sia difficile immaginare una condizione più appagante di quella in cui si trova. «Quando per voi quello stadio sarà finito, che ne sarà di voi?» chiede di nuovo l'autrice (pag. 103). «Sebbene non siamo più percepiti dai nostri compagni, non sono certo che andiamo via da qui. Può darsi che cambiamo di nuovo, come siamo cambiati rispetto alla vita sulla Terra. A noi – che siamo così contenti, assorti e felici – sembra impossibile che qualsiasi cambiamento possa essere in meglio; ma sospetto che questo sia dovuto alla nostra mancanza di immaginazione». Sembrerebbe dunque che, mentre nella vita terrena non abbiamo nessuna difficoltà ad immaginare una condizione più soddisfacente per il nostro io, nella dimensione disincarnata in cui Scott si trova lo stato di appagamento dell'io sia già ottimale. Lo stesso tema viene affrontato anche con la seconda entità comunicante, identificata come George Dawson, un prozio della scrittrice (pag. 126): «Volgendo lo sguardo indietro, il tempo da noi trascorso sulla Terra sembra piuttosto tetro rispetto alla vita qui... come se il cielo fosse stato sempre nuvoloso. Non lo era, ovviamente, ma il cielo qui è sempre luminoso e chiaro. Abbiamo compagnia piacevole, amici gioviali, siamo liberi da ogni preoccupazione. Passiamo da un piacere all'altro... in un'infinita varietà di occupazioni felici. Nuotiamo nella luce, usiamo le nostre risorse, e con l'uso le perfezioniamo, rimanendo sempre nella nostra forma migliore e più forte. Noi non invecchiamo». «Ma questa condizione dura per sempre?» «Va avanti per molto tempo, ma mio padre e mia madre sono scomparsi dai luoghi in cui ci incontravamo, e suppongo che anch'io li seguirò presto. Penso che se ne siano andati quando si erano ormai sviluppati al punto da non essere più adatti a questa vita». «Sai dove sono andati?» «Immagino che essi, avendo raggiunto il più alto grado di sviluppo per loro possibile in queste condizioni, non siano più visibili per me, e che questo sia dovuto al mio essere meno sviluppato. C'è una consistente e lenta goffaggine, negli umani che sulla Terra si muovono con i loro corpi pesanti, nella loro difficoltà di spostarsi da un luogo all'altro, nel loro affannarsi per il sostentamento, da cui noi siamo stati liberati. Probabilmente mio padre e mia madre, essendo ormai in uno stato più rarefatto, mi considerano ancora lento e stupido. È naturale supporre che ogni stadio sia un progresso rispetto a quelli che lo precedono». «Cosa accadrà al termine di questa lenta evoluzione della vita?» «Alcuni suppongono una cosa e altri un'altra. Io non ci penso. Vivo momento per momento, e vivo gioiosamente».

L'idea che la vita organica nel nostro mondo corrisponda alla fase iniziale, e dunque ancora acerba, di un percorso evolutivo molto lungo, di cui è impossibile conoscere in anticipo – o anche solo intuire – gli sviluppi, è ribadita nelle comunicazioni attribuite all'entità William T. Stead (pag. 187): «Voi non vi rendete conto che per noi la Terra è ormai solo un piccolo luogo. È stata l'asilo infantile dei nostri spiriti, il luogo degli inizi, delle tempeste in un bicchier d'acqua, della moralità scritta nel quadernetto, delle idee e delle tradizioni puerili. Se non fosse per coloro che abbiamo lasciato nel vostro mondo, per alcuni teneri ricordi dei giorni trascorsi là, non ce ne preoccuperemmo per niente. È difficile per noi pensare che gli affari della Terra siano importanti. Quando arriviamo in questa dimensione – dopo aver dolorosamente abbandonato la carne – non saprei dire se siamo completamente cresciuti, ma siamo più forti e abbiamo un'energia che nessun uomo sulla Terra può sentire. Ho detto che abbiamo, avrei dovuto dire che siamo un'energia, perché questo ci sembra di essere. Quando arriviamo qui, ci troviamo in possesso di essa. Non la perdiamo mai. Siamo senza età ed instancabili. Voi non potete immaginare qualcuno che persegua una linea di pensiero dall'inizio alla fine, attraverso quelli che, per voi, sarebbero anni. Ma questo è quanto io riesco a fare. Non dormo, mi interrompo solo quando la mia attenzione è richiamata su qualche questione importante. Lavoro costantemente sulle varie linee in cui si dirama il pensiero, e sono felice di farlo, come lo è uno scoiattolo quando morde e spacca una noce. Una delle differenze tra la vita terrena e la nostra è che noi non abbiamo bisogno di nutrimento fisico, ma abbiamo bisogno di cibo mentale. C'è in noi un istinto che ci obbliga a trovare quel cibo». Comunque, da quella dimensione è possibile anche rivedere il percorso dell'evoluzione della vita sul nostro pianeta (pag. 177): «Forse è impossibile per la vostra mente immaginare una percezione come la nostra, che arriva così lontano, che va così in profondità, che è così onnicomprensiva e pervasiva. I documenti della storia della Terra sono aperti davanti a noi perché possiamo leggerli, affinché possiamo osservare la sua evoluzione graduale da molto prima che apparisse la vita, quell'evoluzione che ha portato alla vita, che si è sviluppata dalle prime combinazioni chimiche alla vita vegetale, a quella animale, e poi fino alla coscienza, dalla coscienza inerente alla materia a questa nostra esistenza più rarefatta».

Le difficoltà di comprendere le cause delle differenze individuali che si riscontrano non solo tra una persona e l'altra, qui nel nostro mondo, ma anche tra un essere inorganico e l'altro, nell'ambito dell'evoluzione spirituale, vengono considerate nei termini seguenti (pag. 178): «È difficile capire perché alcuni debbano essere più dotati di altri». «I più dotati tra i mortali non sono i più felici. Non capisco perché le persone siano così differenti, perché le manifestazioni della vita debbano essere diverse, o a cosa questo sia dovuto. Sarebbe stato sensato supporre che l'azione della legge avrebbe prodotto una certa uniformità. Forse il mio campo percettivo non è abbastanza ampio da permettermi di vedere l'uniformità, o sono ancora troppo vicino alle singole unità. Tuttavia, so che mentre sulla Terra una persona può nascere con dei danni organici, nessun essere può nascere in questa dimensione con una disabilità. Ognuno viene qui nel pieno possesso delle sue facoltà mentali e spirituali, ed ha le stesse opportunità degli altri di svilupparle. Spetta a lui approfittare di queste opportunità, e le persone inorganiche non sono tutte uguali nei loro interessi e nei loro desideri. Anche qui, come da voi, per fare un mondo sono necessari tipi di ogni genere». E ancora (pag. 179): «È mia opinione che noi – in quanto scintille di vita – alla fine saremo assorbiti in Dio, dato che siamo particelle trasfuse con una vita che è stata emanata da lui. È possibile che anche Dio si stia evolvendo, e che l'universo si stia evolvendo. Parlo per supposizioni, perché in merito a queste cose posso comunicarti solo ciò che ritengo probabile. Il nostro organismo terreno era composto da minuscole cellule, ognuna con una vita propria. I milioni di spiriti in evoluzione, ciascuno con la sua vita personale, possono essere paragonati a quelle cellule, possono essere interconnessi per contenere lo Spirito di Dio. Questa vita, pur essendo un passo avanti rispetto quella terrena, mi sembra in grado di portare ad ulteriori espansioni, di cambiamento e di crescita spirituale. Abbiamo imparato molto, ma è sempre poco rispetto a tutto quello che c'è da imparare, e posso percepire fasi in cui l'apprendimento lascerà il posto a qualcosa di più spirituale. Liberati da poco tempo dalle menomazioni della carne, siamo ancora sopraffatti dalle meraviglie di questa vita. Questo va bene, va molto bene, ma già io desidero intensamente un'esistenza che sia più spirituale. Per voi, invece, questa vita è ancora la Terra Promessa, e vorreste che vi parlassi del "latte e miele" di questo mondo».

Alla fine del libro, l'entità Stead fa ancora riferimento all'energia vitale, alla conoscenza, all'amore, ed alla polarità dei sessi che continuerebbe a sussistere anche tra gli esseri inorganici (pag. 190): «L'energia umana è prodotta dalla forza vitale. Noi non sappiamo cosa sia, ma possiamo percepire come funziona. Il sesso ne è l'espressione principale, ma il sesso non è fondamentale. La vita esisteva anche prima del sesso. L'impulso della forza vitale diede origine ai sessi. Questa forza vitale ci dà qui, in questa dimensione, un'energia più intensa, e si manifesta nel desiderio di conoscenza, nel pensiero che esprime quella conoscenza, in un costante sviluppo dell'individuo. Ognuno deve progredire nei suoi lati emotivi e affettivi, oltre che in quelli intellettivi. L'amore che noi sentiamo in questo mondo è più grande di quanto non fosse sulla Terra. Non deve più preoccuparsi di creare nuova vita. Non cerca né di possedere né di legare: è una comunione di spirito, l'essenza di ciò che fu l'amore sulla Terra. Anche qui, come nel vostro mondo, l'uomo è diverso dalla donna. La qualità femminile è più profondamente emotiva, la maschile è più intellettuale. L'essere perfetto dovrebbe avere entrambi questi aspetti ugualmente sviluppati, ma per le buone finalità scelte da Dio noi che viviamo in questo universo siamo uomini e donne. Inoltre, per quanto diversi tra loro possano essere gli esseri che abitano i vari pianeti dei tanti sistemi solari, essi sono simili in questo dualismo, e dunque si possono ancora definire l'uno maschio e l'altro femmina. Questi sono i due principi della vita materiale. In un altro universo questi due principi potrebbero essere unificati, ma io conosco solo questo». Secondo questa narrazione, dunque, una forma di identità sessuale legata all'io cosciente, ovviamente non organica, permarrebbe anche nello stato di esistenza disincarnata, o quanto meno nelle fasi iniziali dell'evoluzione spirituale, pur se in una forma molto più armoniosa rispetto alle tensioni con cui questo dimorfismo si manifesta a volte in questa vita, tenuto conto del funzionamento bipolare della psiche umana.

Conclusioni

L'interesse del libretto scritto da Catherine Dawson non risiede nell'affidabilità medianica delle comunicazioni ricevute – sulla quale la stessa autrice non si sbilancia, anche se sentimentalmente è indotta a credere nella loro autenticità – ma piuttosto nella manifestazione coerente dell'esigenza dell'io cosciente di proseguire, anche dopo la morte del proprio organismo, nel percorso di esperienze e di trasformazioni che ha avuto inizio con la vita organica. Lo stadio successivo a quello della vita umana viene rappresentato come un progresso, perché la liberazione dell'io dai vincoli e dalle esigenze dell'organismo, e soprattutto dai condizionamenti e dai conflitti determinati dalla psiche come conseguenza della condizione organica, comporta per l'io molti vantaggi, e gli consente di fruire di risorse energetiche e creative in modo molto più efficace e diretto di quanto non riuscisse a fare in questa dimensione fisica tramite la pesante densità del suo organismo e la relativa efficienza del sistema di sintonizzazione e di elaborazione mentale del medesimo. L'attrazione che l'io può sentire verso una condizione esperienziale così interessante – e senza dubbio molto più felice di quella umana – lo induce ad affrontare la fase del declino e della morte del proprio organismo come un processo di transizione che, nonostante le difficoltà che può comportare, sarà certamente positivo nei suoi risultati, coerentemente con le esigenze di crescita, di progresso e di autorealizzazione dell'io stesso. Se riusciamo a considerare il processo di evoluzione dell'io sotto questa prospettiva – che a me sembra ragionevole, corretta, e soprattutto coerente con l'essenza stessa dell'io, quando esso riesce a liberarsi dalla propria identificazione con le dinamiche della psiche umana – possiamo affrontare il problema costituito dalle difficoltà che minano, in questa nostra dimensione della vita organica, la certezza di una futura vita inorganica in una diversa dimensione, avente le caratteristiche ed i requisiti che abbiamo precedentemente visto.

Dobbiamo anzitutto riconoscere che l'esperienza della vita organica termina con la morte dell'organismo, e che il processo di morte per malattia o per età avanzata comporta spesso un indebolimento ed un progressivo deterioramento delle facoltà e delle risorse dell'organismo e del suo cervello: l'io sperimenta in modo essenzialmente negativo tale deterioramento, in quanto contrario alle esigenze stesse della vita umana, che richiedono un organismo sano ed efficiente. In una forma o nell'altra, nel corso della vita umana l'io sperimenta spesso le conseguenze – di natura psichica – dei limiti, delle imperfezioni, della vulnerabilità e delle debolezze del proprio organismo. Poiché, con molta probabilità, la vita organica costituisce la fase iniziale delle esperienze dell'io e delle sue possibilità di diventare progressivamente sempre più cosciente della propria essenza, intraprendendo un percorso evolutivo di sviluppo e di arricchimento delle risorse di cui dispone, di solito l'io non dispone di altri termini di paragone tratti dalle proprie dirette esperienze da contrapporre a quelle di questa vita. Ma quando questo occasionalmente accade, come nel caso molte NDE, l'orientamento dell'io si modifica in modo sostanziale, e quello che prima dell'esperienza non veniva ritenuto possibile o non era nemmeno immaginabile, dopo l'esperienza può essere considerato non solo reale sotto il profilo della percezione e dell'interpretazione, ma addirittura certo, al di là di ogni dubbio, nella sua esistenza intrinseca.

 (continua)    


 

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