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La coscienza, il tempo ed i ricordi

Un'interpretazione coerente del subcosciente aiuta a mettere in evidenza un fatto scontato e nello stesso tempo significativo, al quale ho già accennato nella pagina sulla coscienza: la nostra coscienza è sempre a fuoco su un punto preciso della nostra vita, quello che chiamiamo il presente. Essa scorre lungo tutto il tempo della vita umana, ma via via che l'io cosciente procede in senso unidirezionale dal tempo della nascita a quello della morte, si lascia alle spalle tutto quello che ha già sperimentato nel passato, trasformando gli eventi più utili o più significativi (tanto esterni quanto interiori) in ripetizioni o in ricordi. Questi ultimi possono essere richiamati a volontà nella coscienza solo in quanto resi accessibili e disponibili dalle risorse della nostra mente. Si sa che esistono al mondo alcune persone dotate della rara capacità di ricordare con sufficiente precisione ogni giorno della loro vita, per un periodo di diversi anni: si tratta di una facoltà sorprendente per la sua anomalia, che proprio per questo è oggetto di particolari ricerche. Normalmente infatti i nostri ricordi diventano più sfuocati col trascorrere del tempo, ed anche con l'avanzare della nostra età, e la maggior parte degli eventi di cui abbiamo avuto coscienza vengono dimenticati: o spariscono definitivamente dai ricordi della nostra vita, oppure diventano subconsci. È possibile richiamare alla mente i ricordi subconsci con un atto di volontà, che non di rado viene accompagnato da uno sforzo mentale, ma in determinate circostanze alcuni ricordi riemergono spontaneamente nella coscienza, associandosi a particolari stimoli del presente.

La coscienza sembra essere come un fascio di luce in movimento, che rischiara in modo efficace quel che si trova al centro della scena, mentre lascia in una penombra progressivamente più oscura quello che sta ai margini. Via via che il cono di luce si sposta, muovendosi in senso unidirezionale, quello che dapprima era ben illuminato diventa meno chiaro, fino a scomparire nell'oscurità, mentre ciò che sta al centro della scena cambia e si trasforma. Il paragone è efficace fino ad un certo punto: infatti l'intensità degli eventi che entrano nel campo della coscienza è variabile e contribuisce a determinare l'importanza ad essi attribuita e la loro trasformazione in ricordi più o meno indelebili. Così alcuni eventi significativi si imprimono stabilmente nella memoria, ed il loro ricordo ci accompagna per tutta la vita, almeno fin quando la nostra capacità di ricordare resta integra. Anche per questo tipo di eventi particolarmente importanti, tuttavia, il ricordo a lungo termine non è in grado di rievocare gli stati d'animo, le emozioni ed i sentimenti associati all'evento con la stessa intensità con cui erano stati vissuti quando l'evento si produceva, ma si traduce in una copia più o meno sbiadita di quanto allora accadde: per questa ragione si dice che i ricordi sbiadiscono col passare degli anni. Se, per ipotesi, potessimo rievocare a volontà ed in modo integrale l'impatto emotivo corrispondente a certi eventi della nostra vita, potremmo essere in uno stato di felicità permanente, dato che ci basterebbe ricordare in continuazione solo quegli eventi che ci hanno reso più felici.

La trasformazione dell'io cosciente nel tempo

La percezione cosciente della nostra individualità personale è soggetta ad una continua trasformazione nel corso della vita, minima e quasi impercettibile, almeno da un giorno all'altro o da una settimana all'altra, ma ben evidente se prendiamo in considerazione un intervallo di diversi anni. Solo che, essendo la nostra coscienza focalizzata sul presente, il confronto può avvenire esclusivamente tra la nostra identità personale attuale (con tutte le sintonie della psiche ad essa associate) ed il ricordo di quello che siamo stati in altri periodi del passato. Ma se volessimo fare una valutazione, o anche solo una rievocazione, della nostra vita nel suo complesso, non sarebbe più opportuno poter disporre di una registrazione giorno per giorno – o meglio ancora minuto per minuto – di tutto quello che la nostra coscienza ci ha permesso di sperimentare nel corso della vita? Se potessimo uscire dalla dimensione del presente, ampliando la nostra percezione a tutte le esperienze interiori del nostro vissuto, avremmo un quadro molto più completo e più ricco di elementi psichici in merito alla nostra identità personale. Potremmo anche desiderare di avere la facoltà di scegliere le esperienze più significative, da selezionare e da integrare nella nostra personalità, separandole da quelle che abbiamo vissuto come negative e delle quali anche il normale ricordo può riuscire penoso.

Aleatorietà della coscienza e diritto di esistere

Evidentemente, nel corso della vita umana le cose non funzionano in questi termini, e dunque è lecito domandarsi in cosa consista la nostra individualità personale, dato che la coscienza del mio esistere, limitata allo stato presente, è destinata a diventare ricordo nel futuro, per essere sostituita da un diverso stato di coscienza, eventualmente più nebuloso a causa dell'età o delle condizioni di salute, o perfino da uno stato di coscienza annullata – come nel coma – nel quale alla percezione del mio corpo da parte della coscienza di altri esseri umani non corrisponde più la coscienza interiore di una mia identità personale. Questa condizione di annullamento della coscienza, e dunque dell'identità personale, contiene in sé un elemento di negazione nei confronti dell'esistenza individuale di ciascuno di noi, relativizzata nel tempo ma negata nella sua essenza: una negazione che può risultare sgradevole se vogliamo attribuire all'io cosciente un diritto di esistere come entità individuale, al di là della nostra esperienza della vita umana. Ovviamente, si può ragionevolmente affermare – in base alle esperienze della propria psiche – che l'ordine naturale delle cose può benissimo non tener conto di questo (presunto) diritto, mostrandosi del tutto indifferente nei suoi confronti: questo è senza dubbio vero, tuttavia si può osservare che una volta posta sul tavolo la questione, sulla base di un'esigenza registrata dall'io cosciente, questa rivendicazione manterrebbe il suo valore anche se il diritto ci fosse negato. Infatti, nel caso in cui la morte dovesse annientare l'esistenza del nostro io cosciente, l'ordine naturale delle cose verrebbe percepito come una specie di autorità superiore, che avrebbe il potere di negare ciò che l'io cosciente, per una ragione o per l'altra, sente e rivendica come un proprio diritto giusto, logico e legittimo.

La registrazione della nostra vita

Per tornare alla nostra identità in questa vita, il fatto che la nostra personalità – determinata dai condizionamenti culturali, dalle esigenze sociali, dal funzionamento della nostra mente, dagli eventi della vita e dalle sintonie della psiche attivate da tutti questi fattori – sia destinata a mutare, trasformandosi nel tempo, implica che ognuno di noi, in quanto io cosciente, sia il testimone di un destino che si svolge e si dipana alla luce della sua coscienza. Sebbene vi sia certamente un'identificazione con le sintonie della psiche che, attimo dopo attimo, attraversano la coscienza, proprio la mutevolezza dei nuclei della psiche di cui facciamo esperienza nel tempo può implicare il loro dissolvimento al verificarsi dell'evento della morte (o dello stato di coma che spesso precede tale evento): in questo modo, l'io e la coscienza – svincolati dall'asservimento alla psiche umana – potrebbero sperimentare liberamente le sintonie di altre dimensioni. In alcune delle numerose testimonianze di NDE (Near Death Experiences) riportate nella sezione ad esse dedicata, viene sperimentata, in una forma o nell'altra, la revisione della propria vita: in alcuni casi si ha l'impressione che si tratti non solo di ricordi, ma di vivide e plastiche ricostruzioni – complete di pensieri, emozioni e stati d'animo – degli eventi da noi vissuti dalla nascita alla morte. È dunque possibile che sia conservata, da qualche parte, una registrazione fedele di tutto quello che abbiamo sperimentato coscientemente durante la vita. Così come siamo in grado oggi di registrare facilmente con una videocamera tutto quello che possiamo vedere con i nostri occhi, può darsi che esista l'equivalente di uno strumento capace di registrare tutto quello che coscientemente viene elaborato dalla nostra mente. È certo, comunque, che in condizioni di coscienza ordinaria non abbiamo la possibilità di accedere a queste registrazioni durante questa nostra vita.

Continuità della coscienza e funzionamento del cervello

Oggi una persona sufficientemente intelligente ed aggiornata sui progressi conoscitivi nel campo delle neuroscienze entra in crisi se cerca di provare l'esistenza di attività mentali coscienti che non siano determinate dal funzionamento del cervello. Si tratta di una valutazione ormai acquisita nell'ambito della nostra cultura scientifica, quasi come un dato di fatto confermato da prove inconfutabili, e rappresenta un ostacolo difficile da superare per chiunque volesse ipotizzare la continuità dell'esistenza individuale cosciente dopo la morte, intendendo per morte quel processo che porta inevitabilmente alla disgregazione del nostro organo cerebrale. Questo assioma, per il quale l'attività mentale e dunque l'esperienza della psiche dipendono integralmente dall'attività del cervello, ha sostituito l'antico dualismo tra corpo e anima, e non lascia margini per poter ipotizzare l'esistenza di altri strumenti sostitutivi del cervello come supporto per la coscienza. Nessuno ci impedisce di credere nella sopravvivenza alla morte, in una forma o nell'altra: anzi, culturalmente, si tratta una forma di fede diffusa anche tra persone con un certo livello di istruzione e di intelligenza, sebbene dobbiamo ammettere che vi sono individui altrettanto intelligenti che negano recisamente di credere in tale eventualità. Ma quanto a riuscire a spiegare con argomenti validi e convincenti in che modo sia possibile che la nostra individualità cosciente si possa trasferire dal cervello ad un altro strumento, di cui non si trova traccia in questa dimensione, è un altro paio di maniche!

Va però riconosciuto che anche ai nostri giorni il modo in cui l'attività del cervello determina la memoria, le emozioni, i pensieri, ed i vari contenuti della psiche di cui diveniamo coscienti, non è ben conosciuto nei suoi dettagli: in termini generali, sembra evidente che il cervello acquisisce attraverso i sensi dati ed informazioni, che poi confronta ed elabora autonomamente (ed individualmente), ma le modalità con le quali questi processi si svolgono sfuggono in gran parte alla conoscenza ed alle stesse possibilità di indagine da parte dei neuroscienziati. È vero che le ricerche eseguite sono tante ed interessanti, e che i risultati riempiono molte migliaia di pagine, ma la complessità dell'oggetto delle indagini (il funzionamento del cervello e l'attività mentale) è talmente elevata che ogni nuova scoperta pone inevitabilmente ulteriori interrogativi ed apre nuovi campi di indagine. Inoltre, mentre è possibile compiere diverse indagini sul sistema fisico del cervello, soprattutto se si tratta di un organo prelevato ad un individuo (umano o animale) morto, ben più difficile e complicato è lo studio del funzionamento del cervello e delle correlazioni con l'attività cosciente in una persona viva. Esperimenti di questo genere sono stati fatti nel corso di operazioni a cervello aperto ed hanno fornito risultati molto interessanti, la cui interpretazione resta in parte controversa.

Gli esperimenti di Penfield

Sono rimasti celebri gli esperimenti compiuti negli anni '50 del secolo scorso dal neurochirurgo americano, naturalizzato canadese, Wilder Penfield (1891-1976), consistenti nel sondare cautamente con degli elettrodi il cervello aperto di persone epilettiche, per individuare le parti lese. I pazienti potevano restare coscienti per tutto il tempo, rispondendo agli stimoli in modo da guidare il chirurgo nell'esplorazione della corteccia esposta: se, per esempio, il paziente udiva dei ronzii quando Penfield toccava un certo sito, questo significava che quel sito era associato alla corteccia auditiva. In questo modo fu possibile ottenere una mappa dettagliata delle aree sensorie e motorie e della corteccia cerebrale. Ma quando Penfield cominciò a sondare i lobi temporali (aree situate ai due lati del cervello, dietro le tempie), provocò nei pazienti sensazioni equivalenti a ricordi molto vividi, simili ad improvvisi lampi del passato, assieme a tutte le emozioni associate all'evento originario, tanto che una paziente gli disse che stava liberando il suo inconscio. Penfield così descrisse questi eventi nel suo libro The Mystery of the Mind, pubblicato poco prima della sua morte: «Fu subito evidente che non si trattava di sogni. Erano attivazioni elettriche dell'archivio sequenziale della coscienza, formatosi gradualmente nel corso della vita del paziente. Questi riviveva tutto ciò di cui aveva avuto coscienza anteriormente come in una sorta di flashback cinematografico». Per esempio, una paziente «D. F. riusciva a sentire strumenti che suonavano una melodia. Io ristimolai lo stesso punto 30 volte (!) cercando di indurla in errore, e dettai ad una stenografa ogni risposta ottenuta. Ogni volta che stimolavo lo stesso punto la paziente udiva la stessa melodia, che ripeteva procedendo dal ritornello ai versi».

Ecco una parte della registrazione stenografica: i numeri sono associati ad alcuni dei punti del lobo temporale che venivano stimolati.
«12 - Odo voci lungo il fiume, da qualche parte: una voce di uomo ed una di donna... 5 - Un piccolo barlume di un senso di familiarità, e l'impressione di sapere tutto ciò che stava per accadere in futuro... 17 - Ricordo, molto familiare, in un ufficio da qualche parte. Riuscivo a vedere le scrivanie. Ero là, e qualcuno mi stava chiamando, un uomo che si chinava verso la scrivania con una matita in mano... (A questo punto Penfield avvertì la paziente che stava per stimolarla, ma non lo fece, e la paziente disse di non ricordare niente). 18 - (in risposta ad uno stimolo senza preavviso) Un piccolo ricordo, una scena in un gioco, stavano parlando ed io potevo vedere la scena...». Penfiel riteneva che il cervello memorizzasse nella forma originaria tutto ciò che il suo proprietario aveva sperimentato coscientemente, anche se i pazienti non potevano richiamare intenzionalmente i ricordi che gli stimoli elettrici riuscivano a suscitare. I flashback, anziché essere confusi o deformati, sembravano presentarsi con un loro ordine coerente, come le scene di un film. Ne concluse che: «dato che potevano apparire i ricordi meno importanti e completamente dimenticati del passato, pare ragionevole supporre che l'archivio della memoria sia completo e che esso comprenda tutti i periodi della vita vigile cosciente di ciascun individuo».

Ma dov'erano archiviati tutti questi ricordi? Dapprima Penfield pensò che fossero archiviati nel tessuto della stessa corteccia temporale, e perciò denominò corteccia della memoria l'area corrispondente. In seguito, avendo accertato che la stimolazione delle aree della corteccia attiva un deposito di ricordi localizzato nel tronco encefalico superiore, designò la corteccia temporale come corteccia interpretativa. Tuttavia la psicologa statunitense Elizabeth Loftus (nata nel 1944), studiosa della memoria ed in particolare di quelli che vengono definiti falsi ricordi, riteneva che i flashback esperienziali riportati dai pazienti di Penfield fossero visioni isolate vissute come ricordi, ma che non avessero corrispondenza con eventi realmente accaduti. In effetti, al di là del fatto che la nostra memoria ordinaria raramente ha i requisiti di uno strumento di registrazione affidabile al cento per cento (dato che può alterare, col trascorrere del tempo, dettagli e particolari degli eventi vissuti), la sindrome della falsa memoria fa sì che eventi immaginari che si creano nella mente di un individuo vengano percepiti da quel soggetto come ricordi di eventi reali. Secondo la Loftus, alcuni particolari delle scene descritte dai pazienti di Penfield in seguito alla stimolazione ripetuta di certe aree del lobo temporale, davano l'impressione che si trattasse di falsi ricordi. Del resto, il problema della verifica degli eventi che vengono vissuti e presentati come ricordi si presenta anche nelle rievocazioni ottenute da soggetti in stato di ipnosi regressiva. Sono noti inoltre diversi casi di falsi ricordi indotti per effetto di suggestione, anche nel corso di trattamenti psicoterapeutici (psicoanalisi inclusa): secondo alcune ricerche, i soggetti suggestionabili sono più inclini ad acquisire falsi ricordi.

In ogni caso, sia gli esperimenti di Penfield sia le interpretazioni in merito alle modalità con cui i ricordi vengono acquisiti ed archiviati nella memoria, dimostrano l'importanza fondamentale del cervello e del suo funzionamento per la nostra identità personale. Il cervello non è però una macchina perfetta, anche se ci riempie di meraviglia per la complessità delle funzioni svolte e per la creatività delle soluzioni adottate. Va ricordato inoltre che difficilmente riusciremo a comprenderne il funzionamento, dato che per studiare il cervello dobbiamo utilizzare le risorse del cervello stesso, cioè di un sistema informatico avente lo stesso grado di complessità, mentre sarebbe necessario disporre di un sistema informatico di livello superiore.

L'eventuale sopravvivenza dell'io cosciente alla morte del cervello non è mai riferita alla dimensione fisica

Per concludere, è necessario mettere in chiaro che, con ogni evidenza, quando si prende in considerazione un'eventuale forma di sopravvivenza dell'io cosciente alla morte ed alla dissoluzione del cervello, non si intende affermare che l'io cosciente possa continuare ad esistere in questa dimensione fisica nella quale viviamo la nostra vita terrena. Una volta chiarito questo aspetto, gli ostacoli da superare diventano un po' meno ardui: infatti, anche in questa dimensione, il sentimento della nostra esistenza individuale, per quanto sorprendente, difficilmente può essere negato. Se qualcuno, interrogato in merito alla propria esistenza cosciente, rispondesse: «Io non esisto, esiste solo un cervello X», riterremmo questa risposta non solo poco sensata, ma anche poco sincera, proprio perché un cervello normalmente funzionante determina l'esistenza e la manifestazione di un io cosciente. Il riconoscimento di questa forma di esistenza da parte dell'io cosciente, a sua volta, contiene in sé un elemento di sorpresa originato dalla psiche, che porta l'io a chiedersi come mai esiste e perché esiste proprio in questa forma, con questo destino ed in questa dimensione. Una sorpresa simile potrebbe verificarsi nel caso in cui l'io scoprisse di vivere coscientemente in una dimensione diversa, e con uno strumento diverso dal cervello umano.


 

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