Lo spirito alieno

 

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La testimonianza di un medium di epoca recente

Tra le testimonianze più intense del rapporto psichico che intercorre tra un medium ed un'entità che si manifesta e comunica per suo tramite, il libro Il sorriso di Giano di Corrado Piancastelli (1930-2014) offre diversi spunti di interesse. Il quadro che l'entità Andrea ci presenta in merito all'esistenza nella dimensione dello spirito presenta aspetti inconsueti, e sotto un certo punto di vista del tutto irreali o alieni, rispetto alla dimensione della vita umana.

«Siamo forze spirituali e veniamo da un altro mondo»: con queste parole, nel 1946, gli spiriti fecero la loro entrata in scena durante la prima trance completa di Corrado Piancastelli, allora sedicenne, secondo quanto riportato dal medium nel suo libro Il sorriso di Giano (1991), nel quale ci viene offerta una testimonianza diretta ed approfondita sulle complesse relazioni che possono intercorrere tra l'io cosciente di un essere umano (lo stesso Piancastelli) ed uno spirito – chiamato Andrea dietro sua indicazione (conosciuto anche come entità A) – che si manifestava con la voce (ma non a voce diretta) durante la trance ad incorporazione del medium, ed intratteneva un dialogo interiore con l'io di Corrado nell'ambito dell'attività cosciente della psiche di quest'ultimo. Infatti, come scriveva Piancastelli (pag. 118) «...nel mio caso c'è un doppio ordine di fenomeni, quello della voce di Andrea che appare in forma per così dire allucinatoria (cioè la posso udire solo io) e quella di Andrea che appare vocalizzata (cioè la possono udire tutti) mentre io perdo completamente la coscienza». Va anzitutto osservato che durante la trance, nella quale Andrea parlava con voce propria, Piancastelli era in uno stato di completa incoscienza – come spesso accade ai medium – dal quale usciva solo al termine delle sedute. Dunque poteva prendere coscienza di ciò che era stato comunicato da Andrea solo ascoltando la registrazione di ogni seduta. Così si esprimeva l'autore (pag. 191): «...io non sono più me stesso e non esisto più né per me né per i presenti ai quali in luogo di me si mostra la trance». Abbiamo avuto più volte modo di rilevare come la nostra esistenza coincida con quella dell'io cosciente, dunque in assenza della coscienza nulla esiste per il nostro essere, pur se altre persone (in quanto esseri coscienti) possono osservare e documentare la presenza del nostro corpo e le sue manifestazioni comportamentali: questo è quanto accade di norma nel corso delle sedute con medium che vanno in trance.

La natura autonoma dell'entità Andrea

L'entità Andrea non era una personalità secondaria di Piancastelli, inquadrabile nell'ambito fenomenico delle personalità multiple: si può parlare di personalità secondarie solo in relazione a manifestazioni della psiche (più o meno normali) che si configurino come autocoscienti ed indipendenti rispetto ad una personalità primaria che si manifesta nello stesso corpo. Ma nel caso in esame si producevano fenomeni non ben comprensibili alla luce delle leggi fisiche da noi conosciute: la personalità di Piancastelli era normalmente e coerentemente integrata nella sua identità individuale, mentre la personalità dell'entità Andrea si manifestava vocalmente solo durante lo stato di trance, al quale Piancastelli si assoggettava quando decideva di farlo. È dunque preferibile continuare ad utilizzare termini come spirito o entità per indicare quelle manifestazioni personalizzate di origine ignota che contribuiscono al verificarsi degli eventi paranormali determinati dalla medianità: sono queste stesse entità a presentarsi come forze spirituali.

Per quanto riguarda Andrea, l'unico fenomeno rilevabile durante la trance del medium era dato dal particolare timbro della voce, del tutto diversa da quella di Piancastelli, come dimostrato dall'analisi spettrale e dalla comparazione col metodo voice print eseguite nei primi anni '70 dall'Istituto di Elettroacustica G. Ferraris di Torino. Sebbene diversi anni prima, durante le trance del giovane Piancastelli, fossero stati spesso osservati eclatanti esempi di fenomeni fisici di tipo telecinetico (PK), l'attività medianica collegata alle manifestazioni dell'entità Andrea – continuata per diversi decenni, fino alla morte del medium – consisteva esclusivamente nelle comunicazioni verbali. L'aspetto che mi propongo ora di approfondire è quello dei rapporti tra quello spirito e l'io cosciente del medium, in relazione all'elaborazione dei contenuti della psiche che si manifestano nel corso della vita delle persone coinvolte nella fenomenologia medianica.

Concezioni relative alla sopravvivenza

Per molto tempo l'idea di sopravvivenza alla morte del corpo è coincisa con l'ipotesi di una pura e semplice continuità della coscienza e della memoria personale – pur se in una dimensione diversa da quella fisica – trascurando ogni problema relativo agli strumenti tramite i quali coscienza e memoria personale possano continuare ad esistere una volta che il cervello vada distrutto. Per un approfondimento degli aspetti problematici relativi alla sopravvivenza si veda la pagina dedicata ai dubbi di Saltmarsh. Com'è noto, in passato era stata avanzata, soprattutto nell'ambito della teosofia, l'ipotesi mediata dalla cultura induista che al nostro corpo fisico sia associato un corpo eterico, di natura sottile o – come diremmo con linguaggio più attuale – energetica, dotato di strumenti affini a quelli del corpo fisico ed in grado di sopravvivere alla morte di quest'ultimo. Il corpo eterico avrebbe più o meno gli stessi requisiti attribuiti all'anima dalla cultura religiosa occidentale, con la quale abbiamo maggiore familiarità. Non disponiamo tuttavia, allo stato attuale, di nessuna prova che possa suffragare in modo incontestabile quest'ipotesi, poiché anche gran parte delle esperienze classificabili come NDE ed OBE – che producono stati non ordinari di coscienza, analogamente a certe esperienze indotte da sostanze psichedeliche – non possono essere ricondotte in ogni caso e con certezza all'assenza dello strumento cerebrale. D'altra parte è noto come di solito, quando nel cervello si produce uno stato che implica l'incoscienza (come accade anche durante la trance dei medium), si abbia come risultato un black-out completo dell'esistenza personale, e non la sostituzione automatica della coscienza ordinaria con una coscienza di tipo diverso, come si presume debba essere quella del corpo eterico.

Anche Andrea riprende l'ipotesi dell'anima, attribuendole il ruolo di veicolo che consente allo spirito di connettersi con lo strumento psicofisico per poter usufruire dell'esperienza della vita umana (l'equivalente del perispirito nella dottrina spiritica). Allo spirito viene attribuita una sorta di esistenza eterna in una dimensione che gli è congeniale, dalla quale si distaccherebbe – utilizzando tecniche a noi ignote – per compiere esperienze (o cicli di esperienze) in dimensioni alle quali, per sua natura, non potrebbe accedere direttamente. L'anima sarebbe dunque lo strumento che gli consentirebbe di sperimentare la dimensione fisica e psichica di questo mondo. Secondo Andrea essa non verrebbe meno con la morte del corpo, ma conserverebbe parte delle esperienze e delle memorie della vita terrena, che verrebbero ulteriormente elaborate dopo la morte ed eventualmente utilizzate per una nuova vita: anche quest'idea riecheggia la reincarnazione ed il ciclo delle rinascite della cultura induista. Solo quando un ciclo di esperienze vitali si conclude, lo spirito può liberarsi di un'anima che ormai non gli serve più, lasciandola morire, se così ci si può esprimere. Non intendo approfondire ulteriormente la dottrina esposta da Andrea: mi limito ad osservare che molte questioni legate alla psiche come fenomeno umano soggetto a manifestarsi anche al di fuori della condizione umana (in assenza dello strumento del cervello) non sono sufficientemente elaborate e meno che mai risolte in modo convincente. Vorrei invece soffermarmi sul rapporto tra lo spirito e l'io cosciente, anche alla luce delle ipotesi avanzate da Andrea, dato che in merito a tale rapporto disponiamo di una mole considerevole di fatti e di elementi di valutazione che ci consentono di pervenire a qualche considerazione non del tutto campata in aria. 

Lo spirito ha una propria coscienza autonoma?

Anzitutto ci poniamo la domanda se lo spirito sia dotato di una propria autocoscienza e se possa accedere in modo autonomo alla dimensione della psiche umana. A giudicare dalle comunicazioni di Andrea, la risposta a questa domanda dovrebbe essere senz'altro affermativa: Andrea pensa, ragiona, parla e comunica come un essere umano dotato di una propria personalità e di un proprio intelletto. Tuttavia, affinché Andrea possa manifestarsi ed esprimersi nella nostra dimensione, è necessario che l'io cosciente del medium sia completamente disattivato, e che in qualche misura le risorse mentali del medium (ed in parte, forse, anche quelle dei partecipanti alle sedute) possano essere utilizzate dall'entità comunicante. Come ho già osservato in più di un'occasione, l'utilizzazione e la contaminazione di elementi provenienti dalla psiche del medium e degli spettatori nel corso delle comunicazioni delle entità spiritiche è una costante di tutte le sedute medianiche. Gli stessi spiriti affermano di non essere in grado di comunicare con noi se non utilizzando gli strumenti psicofisici che vengono messi a loro disposizione: tali strumenti comprendono sia il linguaggio organizzato che la memoria. D'altra parte se così non fosse non vi sarebbe nessun bisogno di medium, di trance e di perdite di coscienza, per non parlare delle trasformazioni fisiche (perdite di peso, contorsioni, affanni respiratori) alle quali può andare soggetto il corpo del medium nel corso di una seduta, come testimoniato dalla letteratura sull'argomento.

Il potere degli spiriti

Dunque, secondo quanto affermato dall'entità Andrea, gli spiriti si manifestano come operatori capaci di interagire con il nostro mondo fisico prelevando energie dallo strumento psicofisico umano. Sul fatto che appartengano ad un'altra dimensione non sembra esservi alcun dubbio, dato che in condizioni ordinarie non sono né percepibili dai nostri sensi né rilevabili con gli strumenti di cui disponiamo. Quanto al valore delle comunicazioni e degli insegnamenti che ci pervengono per loro tramite, esso è quanto mai controverso, come è stato osservato più volte, sia perché non di rado contaminato da elementi tipici della psiche umani, sia in quanto materiale non sempre assoggettabile a verifiche di convalida. Questo non significa che gli spiriti non possano conoscere determinate cose e circostanze che poi si rivelano esatte (come per esempio quello che c'è scritto alla riga x di un certo libro nello scaffale di una biblioteca), ma non ci danno mai indicazioni chiare e verificabili su come essi siano in grado di ottenere queste informazioni nella nostra dimensione. Ne concludiamo che gli spiriti, nella loro dimensione, ci appaiono come entità dotate di autocoscienza, di intenzionalità, e probabilmente di attività mentali perfino più complesse delle nostre: ma per queste ragioni, rispetto a noi esseri umani ed all'attività mentale che ci contraddistingue, possono essere considerati come dei veri e propri alieni, nonostante siano in grado di interferire con la nostra mente e di esercitare su di essa una certa influenza.

Ogni essere umano ha un suo spirito?

Per tornare ad Andrea, la sua affermazione secondo la quale ognuno di noi ha uno spirito può essere esaminata partendo anzitutto dalla condizione esistenziale di tale spirito individuale nel corso della vita umana. Nel merito, una prima immediata constatazione è che Andrea non sembra essere lo spirito di Corrado Piancastelli. L'alterità (e l'alienità) tra la coscienza di Andrea e quella di Corrado è totale, secondo quanto riportato nel libro citato. In merito alla trance non vi sono dubbi, secondo quanto scriveva il medium riferendosi al proprio stato di trance: «Dove sei Corrado, anima e corpo miei, chi ti conosce più... io sono là, inerte burattino per una o due ore in prestito ad un'Anima non mia» (pag. 191). Quanto al dialogo interiore, ed alle modalità con le quali Andrea si manifestava alla coscienza di Corrado, vi sono esplicite dichiarazioni da parte dell'entità che portano ad escludere la sua identificazione con lo spirito del medium: «Tu... ed io siamo due cose diverse. Io non sono il frutto di qualche congegno della tua mente e da questa posizione posso scorgere tutto il necessario per ricostruire la verità delle cose e dei fatti con una logica che non è umana perché nella mia natura strutturale non ci sono né lo spazio né il tempo». E poco oltre Andrea ribadisce la sua condizione aliena rispetto agli esseri umani: «Mi trovo in un'altra logica, vivo con altre leggi, non ho nulla da spartire con gli uomini» (pag. 47). Che Andrea non sia il frutto di qualche congegno della mente di Piancastelli è provato anche dalla complessa spiegazione sui limiti della conoscenza umana esposta (quasi dettata) dall'entità al medium quando questi aveva sedici anni, alcuni brani della quale sono riportati nel libro (pagine 42-44).

Ma allora, quale sarebbe la relazione tra lo spirito e l'io cosciente dell'essere umano ad esso associato? Come ho detto, tutte le volte che si parla di sopravvivenza ci si dimentica di precisare che cosa si ritiene che debba sopravvivere: quasi sempre il riferimento è alla personalità umana così come si è formata nel corso della vita terrena, con le sue qualità caratteriali, il proprio bagaglio di memorie e quella particolare organizzazione delle sintonie della psiche che identifica la vita di ogni persona. Ma tutti questi elementi sono intrinsecamente legati al funzionamento dell'organismo col quale sperimentiamo questa vita, ed all'ambiente con il quale la nostra mente interagisce: dunque in che modo si potrebbe ottenere il trasferimento di questo pacchetto identitario di esperienze e di ricordi in un'altra dimensione, una volta che il corpo ed il cervello si siano dissolti? Qui sta il vero problema, e non a caso Andrea afferma che esiste una «differenza abissale tra il suo cervello (il cervello del medium) e il mio pensare» (pag. 89). L'alienità dello spirito rispetto alla psiche umana è ribadita più di una volta da Andrea, e senza mezzi termini, dato che si arriva addirittura a parlare di angoscia dell'incarnazione: «Perché di angoscia si tratta: lo Spirito ha una natura che non è adatta alla materia corporale e la condizione di vivente in terra non è congeniale allo Spirito» (pag. 204). Ed anche: «Siamo costituiti da due realtà, ma ne percepiamo solo una, quella che si manifesta nel mondo» (pag. 45).

Quanto alle modalità con cui si svolge l'esperienza umana da parte dello spirito, «lo Spirito dimentica la propria natura originaria appena si incarna; per cui la coscienza non distingue e vede nel solo corpo vivente l'esistenza della vita» (pag. 204). Sembra però che lo spirito possa mantenere una certa influenza sulla coscienza anche nel corso della vita terrena, dato che va tenuta presente «l'esistenza di una natura spirituale della coscienza superiore da non confondere con la coscienza bassa, quella della quotidianità cerebrale che è di natura animale» (pag. 60). E inoltre: «Il tuo Spirito è tale e quale quello di un qualsiasi altro Spirito non appartenente al mondo... lo Spirito trasmette al cervello segnali che vanno così decodificati» (pag. 201). Anche Piancastelli si pone il problema dell'interazione tra lo spirito ed il cervello umano, quando si chiede: «come questo mio cervello riceve lo Spirito? ...non si tratta solo dello Spirito di Andrea ma anche del nostro Spirito che oggi vive col nostro corpo» (pag. 103). Lo spirito si presta ad essere intrappolato nell'esistenza terrena (ammesso che questo esperimento dipenda da una sua forma di volontà), come accennato da Andrea: «Il corpo è una trappola; necessaria, ma pur sempre una trappola ...perché impedisce allo Spirito di essere se stesso» (pag. 185). Alcune affermazioni di Andrea lasciano intuire una possibile motivazione: «Lo Spirito viene sulla terra... per sperimentare la natura» (pag. 194).

La coscienza eterna

In merito alla morte Andrea dice: «la morte della coscienza non esiste in alcuna sua parte e non è neppure possibile ipotizzarla» (pag. 78). Qui ovviamente per morte dobbiamo intendere un'interruzione definitiva e permanente della coscienza al termine della vita umana, dato che interruzioni temporanee della coscienza sono senz'altro possibili – come si è visto – nel corso della vita stessa, e che venendo al mondo all'inizio viviamo in modo del tutto inconscio (quanto meno, questo è quanto accade di norma). Ma in merito all'identità dello spirito dopo la morte Andrea afferma, con un livello di approfondimento ancora maggiore: «sono un campo di forze che si avvicina a te prendendo forma di linguaggio... ma non avendo con te e gli altri uomini nulla in comune per quanto concerne le passioni, i sentimenti, le emozioni, i ricordi, il linguaggio, la metafora, l'ironia, il tempo e lo spazio... sono tal quale come ciò che di voi sopravviverà quando sarete morti» (pag. 47). E inoltre dichiara: «Non ho... ricordi umani» (pag. 89), oppure che il mondo dello spirito non possiede alcuna emotività del tipo umano (pag. 95). 

Lo spirito come intelletto pensante

Il quadro che emerge dalle affermazioni precedenti può significare solo due cose: una è che lo spirito si riduca ad un puro intelletto pensante, la cui esistenza ci appare in grigio, per così dire, se messa a confronto col mondo vario e colorato dei sentimenti e delle emozioni che arricchiscono la nostra vita psichica qui in questo mondo. Di conseguenza, nonostante le tribolazioni, i disagi e le disgrazie a cui siamo esposti nel corso dell'incarnazione, tutto sommato sembra che il gioco valga la candela (in particolare se una persona ha una vita piuttosto ricca ed interessante, cosa che è senza dubbio possibile dato che non tutte le esistenze sono uguali). La vita umana consentirebbe dunque allo spirito di fare esperienze che nella sua dimensione gli sono precluse, e così si comprenderebbe anche perché ci siano tanti spiriti pronti a fare la fila pur di incarnarsi, secondo quanto afferma lo stesso Andrea: sembra quasi che si tratti di una lotteria, nella quale tutti sono pronti a comprare il biglietto, nella speranza di vincere il premio di una vita interessante!

Lo spirito come coscienza di una diversa dimensione

L'altra alternativa è che lo spirito, nella dimensione che gli è propria, abbia coscienza di esperienze di tipo mentale che implicano una sensibilità, un'emotività e forme di sentimento diverse da quelle che noi esseri umani sperimentiamo in questa vita. In quest'ultimo caso l'esistenza potrebbe dirsi gratificante anche nella dimensione dello spirito, ed il solo motivo dell'incarnazione potrebbe risiedere in una sorta di esigenza esplorativa nei confronti di esperienze alternative che si svolgono non solo in questo mondo, ma anche in eventuali altri mondi, con tutti i pro ed i contro che tali esperienze potrebbero comportare. È evidente come, in un caso del genere, solo un confronto diretto con l'esperienza esistenziale nella dimensione dello spirito possa darci conto del valore e dell'interesse della vita umana.

Il venir meno della condizione umana

In ogni caso ha senso, allora, porsi il problema della sopravvivenza? Già nel corso di questa vita, noi ci trasformiamo in qualche misura giorno dopo giorno, perdendo con il trascorrere degli anni molte delle risorse psicofisiche che avevamo in gioventù ed adeguando la nostra visione del mondo e della vita alla luce dell'esperienza acquisita. Ma nell'ambito della continuità determinata dalla nostra coscienza ci abituiamo ogni giorno di più a questo tipo di esistenza, cosicché alla fine ci può sembrare che il venir meno definitivo della condizione umana abbia un effetto traumatico e drammatico: infatti, è il nostro organismo che vuole vivere, almeno fin quando la vita gli piace e gli interessa. In determinate circostanze può anche prendere il sopravvento l'intenzione di morire, che merita attenzione e rispetto, con buona pace di coloro che vogliono per principio negare ogni valore al suicidio. Ma poiché la morte arriva inevitabilmente per chiunque sia nato, ci basta attendere per sapere, cioè per sperimentare direttamente cosa accadrà (o cosa non accadrà). Dunque, così come «esiste un io psichico prodotto dall'ambiente (cervello compreso...) nel quale ci riconosciamo e ci riconoscono nella realtà affettiva e comportamentale del mondo» (pag. 67), è anche vero che attraverso la descrizione dello spirito alieno propostaci da Andrea «si è liberato lo Spirito dalla sua materia e dalla forma umana con cui lo aveva disegnato il nostro desiderio» (pag. 61).

Questioni non risolte

Come ho già osservato, restano aperti un paio di problemi sui quali Andrea non offre sufficienti approfondimenti: quello relativo all'evoluzione del fenomeno attraverso il quale si è sviluppata la vita in questo nostro mondo (e forse in una moltitudine di altri mondi dell'universo), e quello del funzionamento dello strumento psicofisico mediante il quale noi facciamo esperienza delle varie sintonie della psiche umana. Spesso la complessità di questi fenomeni, che in gran parte sfuggono alla nostra comprensione, viene banalmente liquidata sotto l'etichetta di materialismo, trascurando il fatto che – come abbiamo già visto – la materia rappresenta solo l'alfabeto con cui è stato scritto il libro della vita, ma che il senso e la trama di questo libro hanno un carattere completamente immateriale, essendo costituiti dal continuo incremento di informazione che organizza progressivamente la dimensione fisica. Il carattere immateriale della psiche è poi evidente in sé: la psiche umana, nel suo complesso, è un universo a sé stante di cui ciascuno di noi sperimenta una gamma, seppur limitata, di sintonie. Le ragioni per cui la psiche, quale noi la conosciamo nel corso della vita umana, debba presentare tutti quegli aspetti così controversi legati alle percezioni, alle sensazioni, alle emozioni, ai sentimenti, ai pensieri, alle gioie, ai dolori, alla felicità ed alla sofferenza, ci sfuggono completamente. Anche Andrea non offre molte delucidazioni nel merito, quasi si trattasse di questioni che non lo riguardano: secondo lui tutti questi fenomeni costituiscono, per così dire, l'altra faccia di Dio, quella di cui non si può avere esperienza nella dimensione dello spirito. Non vi è dubbio, tuttavia, che dal punto di vista della condizione umana quest'altra faccia di Dio comprenda tutto il bene e tutto il male di questo mondo, almeno secondo quanto possiamo percepire all'incerta luce del nostro intelletto.   

Dobbiamo riconoscere, in fin dei conti, che ogni esperienza cosciente è un'esperienza della psiche: può darsi che lo spirito sia irretito e catturato all'interno del fenomeno della psiche umana (quella che per esso potrebbe essere l'equivalente di un'esperienza allucinatoria compiuta sotto l'effetto di una droga psicoattiva), ma si può pensare che anche la dimensione dello spirito non potrebbe prescindere da particolari forme di esperienze mentali che coinvolgono un io cosciente. Tali esperienze, per quanto diverse da quelle umane, rappresenterebbero pur sempre un aspetto del gioco creato da un non meglio identificato Creatore. L'affermazione di Andrea, secondo la quale «con la morte voi perdete l'Anima perché essa è di natura materiale e quindi perdete anche la memoria storica» (pag. 107) diventa dunque alienante al massimo grado, proprio come se lo spirito fosse un abitante di un altro mondo che non ha niente in comune con noi in quanto esseri umani. L'esperienza della psiche non è di natura materiale, contrariamente a quanto Andrea afferma, e qualsiasi ipotesi di sopravvivenza, affinché abbia un briciolo di significato, deve tener conto di una possibilità di trasferimento dell'identità dell'io cosciente in un'altra dimensione, anche mediante l'evoluzione delle nostre esperienze psichiche. Altrimenti, l'idea di sopravvivenza diventerebbe così astratta da perdere ogni connotato concreto in relazione alla nostra vita: esisterebbe solo lo spirito alieno, che con noi non ha niente a che vedere, e dunque quando si muore, si muore e basta.

Differenze e contrasti

Vorrei far notare, per concludere, l'enorme differenza che esiste tra l'esperienza cosciente nella dimensione dello spirito descritta da Andrea e molte delle esperienze testimoniate da coloro che hanno sperimentato una NDE: queste ultime, come si è visto, sono connotate da un'intensità assai più ricca ed emotivamente coinvolgente rispetto alla normale esperienza umana, ed è proprio questo aspetto a renderle così significative, interessanti e non dimenticabili. Contrariamente a quanto affermato da Andrea, si direbbe che lo spirito sia veramente assetato di esperienza psichica, ma di un'esperienza psichica molto più raffinata e qualitativamente elevata rispetto a quella che gli viene di solito offerta dall'esperienza umana. Sotto questo punto di vista, molte delle affermazioni di Andrea fanno l'effetto deprimente che potrebbe fare una persona di per sé depressa. L'ipotesi di uno spirito liberato da ogni forma di esperienza emotiva mi sembra infatti riduttiva, poco convincente e – almeno per quanto mi riguarda personalmente – del tutto priva di interesse e di attrattiva. Io penso che ciò verso cui tende lo spirito sia un legame evolutivo con gli aspetti della psiche che gli sono più congeniali, liberati – questo sì – dagli aspetti negativi e gravosi.          

Il gioco dell'esistenza

Questo mi sembra il senso dell'esistenza: un gioco certamente enigmatico e misterioso, di non facile soluzione o forse anche insolubile. Un gioco creato da entità sconosciute e forse per noi inconoscibili, sulla natura delle quali siamo liberi di farci tutte le illusioni che vogliamo, ma la cui reale essenza ci sfugge, per cui ci è anche consentito di metterne in dubbio l'esistenza stessa. Ma è proprio perché ci scopriamo coinvolti in questo progetto, proprio perché siamo obbligati a partecipare, che riusciamo a svelare ed a comprendere qualche aspetto, sebbene molto limitato, del gioco stesso, qualche barlume e qualche traccia delle norme che ci consentono di avanzare e di segnare qualche punto a nostro favore. Ed il premio del gioco mi sembra sia l'evoluzione qualitativa dell'esperienza mentale, che va – per così dire – conquistata superando le difficoltà e le prove in cui siamo coinvolti. Difficoltà che non sono identiche per tutti e sulle quali non è possibile dare regole comuni: infatti lo stesso gioco è concertato in modo tale che – almeno in questa dimensione – per non pochi giocatori può trasformarsi in un autentico incubo, dal quale prima ci si libera, meglio è. Nello stesso tempo, prigionieri come siamo dell'esperienza della psiche umana, la nostra essenza più autentica aspira comunque ad un'esperienza qualitativamente migliore, indipendentemente dai modi e dai mezzi con i quali tentiamo, spesso in modo fallimentare, di ottenere tale risultato qui in questa vita. Se questa nostra essenza è lo spirito, allora va riconosciuto che lo spirito desidera non solo esplorare la psiche umana, ma trarre una forma di esperienza evolutiva dall'interazione con la stessa: gli sviluppi delle nostre esperienze nel corso di questa vita ed in altre dimensioni potranno essere scoperti solo continuando ad esistere.


 

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