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Divinità e miti

Le esperienze psichiche e la loro interpretazione

Le esperienze psichiche dell'io cosciente comportano spesso la constatazione del successo o dell'insuccesso da parte dell'io stesso nell'ottenere ciò che la psiche umana gli impone di desiderare e di volere, sia per quanto riguarda le esigenze dell'organismo, sia in merito ad altre esigenze di origine psichica nelle quali l'io viene coinvolto, affinché impegni nelle attività che gli vengono richieste le energie di cui dispone. Nel corso dell'evoluzione umana molte di queste esigenze di origine psichica sono state elaborate sotto forma di programmi culturali – progressivamente aggiornati sulla base delle esigenze sociali – che vengono trasmessi ad ogni nuovo membro di quella cultura, in modo da attivare le sintonie psichiche che sembrano più adeguate alle esigenze di un'organizzazione sociale, secondo l'interpretazione di coloro che la dirigono. Le stesse dinamiche psichiche fanno sì che l'io si senta gratificato e non di rado inebriato dal successo, cioè dall'ottenimento di risultati conformi alle proprie aspettative (anche come conseguenza delle azioni programmate ed intraprese per ottenere tali risultati), mentre si sente deluso e talvolta avvilito quando, nonostante il suo impegno, non ottiene ciò che sperava di ottenere. Tramite i programmi culturali, queste dinamiche psichiche si estendono ad interi gruppi sociali, e sono alla base dei conflitti armati e di molte tragedie umane. Nello sviluppo storico dei gruppi sociali più complessi, il modo diverso in cui i singoli individui reagivano a tali dinamiche psichiche e le interpretavano, determinò la formazione dei ruoli culturali principali assegnati in base alle particolari risorse che ciascuno aveva a disposizione: l'organizzatore, l'uomo d'azione, il guerriero, il religioso, l'affarista, il filosofo, il tecnico, il medico, e così via. In una forma o nell'altra, questi ruoli culturali continuano a determinare il funzionamento umano anche nelle nostre attuali società.

Ovviamente, quanto più l'io – a seconda del livello di sviluppo della coscienza di cui dispone – si identifica con le dinamiche psichiche in cui viene coinvolto, tanto più sarà incline ad attribuire a se stesso, alle proprie capacità ed alle proprie risorse, i successi conseguiti. Per coerenza, la stessa cosa dovrebbe accadere in relazione ai fallimenti, ma in questo caso spesso intervengono dei meccanismi di autodifesa che impongono all'io di attribuire la responsabilità degli stessi a qualcun altro o a qualche particolare evento. Comunque, vi sono persone che reagiscono con energia ai propri fallimenti: senza lasciarsi abbattere, progettano e mettono in atto al più presto nuove imprese. Altre persone, invece, interpretano i colpi negativi del destino come una conferma della propria debolezza, e ad un certo punto non sono più capaci di reagire. L'aspetto più interessante di queste dinamiche consiste nel fatto che se – nell'ambito della propria autocoscienza – l'io può essere capace di differenziarsi dalle dinamiche psichiche che lo coinvolgono, attribuendo anche le risorse di cui dispone a quel particolare potere che ha determinato la sua esistenza organica come essere umano (in un determinato luogo ed in un particolare periodo storico), ognuno di noi è, per gli altri, una persona, alla quale vengono attribuiti e riconosciuti in blocco ed indiscriminatamente meriti e demeriti, senza poter operare distinzioni tra l'io cosciente e le dinamiche psichiche che lo coinvolgono (e con le quali, quasi sempre, esso si identifica). In questo modo, dal nostro limitato punto di vista di automi umani, siamo spesso convinti che i movimenti dei pezzi che interagiscono sulla scacchiera del gioco della vita siano determinati dai pezzi stessi: questo è vero solo in minima parte, ma le stesse dinamiche che dirigono il gioco fanno in modo che gli avatar – cioè i pezzi che si muovono sulla scacchiera – si convincano di essere essi stessi i giocatori (si veda nel merito anche il post sull'Avatar ed il Giocatore).

Nella storia delle culture umane, il potere della psiche di determinare e dirigere il destino delle persone – coinvolgendo l'io di ognuno affinché sperimenti ed elabori coscientemente una gamma di dinamiche psichiche – ha dato origine a diverse rappresentazioni di entità divine più o meno personalizzate. Il carattere divino di tali entità – per esempio, gli dèi della mitologia greco-romana – esprimeva il potere ad essi attribuito di controllare e gestire non tanto gli eventi naturali in sé, quanto gli effetti psichici che sia gli eventi naturali che quelli generati dalle interazioni umane avevano per l'io cosciente. L'immortalità di queste divinità, contrapposta alla temporanea durata della vita umana, esprimeva il carattere permanente delle dinamiche psichiche che continuavano ad esercitare i loro effetti di generazione in generazione, determinando le vicende umane collettive ed il destino dei singoli individui. La sottomissione (ma in qualche caso anche la ribellione) dell'essere umano alla volontà degli dèi interpretava l'atteggiamento dell'io cosciente nei confronti delle dinamiche psichiche che lo coinvolgevano, vincolandolo a determinati comportamenti ed alle conseguenze che ne derivavano. Tuttavia, in determinate circostanze, questa o quell'entità divina poteva manifestarsi direttamente per qualche tempo in una mente umana, attraverso il fenomeno dell'entusiasmo (dal greco enthousiasmòs, cioè il sentire il dio dentro di sé, l'invasamento divino): si tratta, anche in questo caso, dell'interpretazione di uno stato di coscienza non ordinario che l'io sperimenta, oppure di un particolare stato di trance naturale o indotto dall'assunzione di sostanze psicoattive, mediante il quale lo spirito divino può manifestarsi nell'organismo, mentre l'io è solo parzialmente cosciente oppure è in uno stato di incoscienza. La molteplicità del pàntheon divino esprime i diversi aspetti della psiche, così come si manifestano sia in relazione all'organizzazione delle diverse attività umane, sia riguardo all'orientamento dell'io cosciente nei confronti degli eventi che possono aver luogo nelle varie fasi della vita.

Il bipolarismo della psiche ed i conflitti tra le divinità

Abbiamo più volte osservato come la psiche umana presenti delle contraddizioni intrinseche, che possono determinare conflitti tanto tra le persone quanto a livello sociale e tra le nazioni: il potere di coinvolgimento della psiche nei confronti dell'io cosciente non è venuto meno per il solo fatto che oggi siamo molto meno inclini a credere nell'influenza degli dèi. In passato, tuttavia, i conflitti umani – che oggi siamo portati ad interpretare in termini di interessi economici, di controllo territoriale o, più banalmente, di predominio culturale – venivano spesso attribuiti alle stesse divinità personalizzate alle quali le parti in conflitto facevano riferimento. Anche ai nostri giorni, forme di fanatismo religioso diffuse in molte aree del pianeta fanno sì che si combatta in nome di una divinità e di una fede. Le vicende storiche dell'umanità dimostrano come l'assimilazione dei vinti da parte dei vincitori comportasse non di rado l'accettazione formale, da parte dei vinti, dei programmi culturali dei vincitori, comprese le divinità di questi ultimi. La tolleranza religiosa, che lasciava ai vinti la libertà di continuare a credere nelle proprie divinità, anche mediante l'esecuzione di cerimonie pubbliche, era determinata quasi sempre da considerazioni di ordine politico, e si manifestava più nei confronti di gruppi sociali che accettavano di versare tributi che non di quelli apertamente ostili. Si possono osservare alcune differenze nell'interpretazione culturale con cui venivano considerati i conflitti umani, che potevano essere attribuiti a divergenze tra divinità appartenti allo stesso pàntheon, oppure a scontri tra dèi incompatibili tra loro. Nel primo caso i conflitti venivano considerati quasi come una partita a scacchi tra gli dèi, i quali – essendo immortali – non potevano certo essere eliminati, mentre gli umani – in quanto mortali – costituivano i pezzi sacrificabili del gioco. Nel secondo caso, una deità poteva anche essere annientata mediante l'eliminazione di tutti gli umani che credevano nella sua divina esistenza.

L'elaborazione psichica delle entità divine traeva quasi sempre origine dalle esperienze vissute da alcune persone in uno stato di coscienza non ordinario: queste esperienze, pur essendo intrinsecamente soggettive, devono essere considerate in ogni caso come dei fatti, dato che si verificano ed esercitano i loro effetti anche sul comportamento di una persona. D'altra parte, se è vero che un evento psichico soggettivo può anche lasciare qualche dubbio su come è stato realmente sperimentato, elaborato ed interpretato, l'edificazione di templi e cattedrali e l'esecuzione di cerimonie rituali a cui molte persone prendono parte sono eventi oggettivi, dei quali non si può dubitare. Il fatto poi che una divinità esista o non esista a seconda dell'effetto di convinzione che la sua rappresentazione psichica esercita sull'io cosciente, dovrebbe metterci quanto meno in guardia nei confronti degli espedienti utilizzati dalla psiche umana per controllare l'io: ma, come abbiamo più volte ribadito, moltissime persone – oggi come in passato – trascorrono tutta la vita nella condizione di automi umani, in quanto il loro io cosciente si identifica con le sintonie psichiche in cui viene coinvolto. Proprio il fatto che l'io debba sperimentare, nel corso della vita organica, il potere della psiche ed il carattere bipolare, coercitivo, fascinatore e non di rado violento della medesima, lo costringe a riconoscere la propria debolezza e a vedere nella psiche la manifestazione di un potere divino, dal quale viene dominato ed al quale sente di doversi sottomettere. Che questa debolezza dell'io venga attribuita alla reale vulnerabilità dell'organismo nei confronti di molti eventi naturali che si verificano su questo pianeta non cambia il carattere psichico delle esperienze in cui l'io cosciente viene coinvolto: le dinamiche psichiche possono elaborare una convincente rappresentazione di una divinità che scatena tempeste di fulmini o agita le acque del mare, di un dio che fa tremare la terra ed eruttare i vulcani e di un'altra divinità che punisce gli esseri umani con morbi mortali.

Il politeismo, col suo variegato pàntheon di divinità e l'elaborazione mitica delle relazioni conflittuali che intervenivano tra di esse, offriva una rappresentazione sufficientemente adeguata della psiche umana e del potere di coinvolgimento delle dinamiche psichiche nei confronti dell'io cosciente. Ovviamente, nessuna persona particolarmente intelligente – dotata di una coscienza evoluta e di spirito critico – ha mai creduto nella reale esistenza degli dèi, ma il loro valore simbolico come efficaci rappresentazioni delle dinamiche psichiche era ben riconosciuto anche dai più acuti filosofi. D'altra parte, le vicende storiche e l'elaborazione dei programmi culturali che stanno alla base delle organizzazioni sociali sono state sempre determinate dalle sintonie dominanti e più diffuse della psiche, nei confronti delle quali l'intelligenza e la ragione hanno avuto (ed hanno ancora) un ruolo ben poco rilevante. Il carattere pluralistico dell'organizzazione mitologica delle entità divine, con i loro ruoli abbastanza precisi e le conflittualità caratteriali ad esse attribuite, subì presso alcune culture un processo di trasformazione a favore di una visione unitaria nella quale l'organizzazione delle varie funzioni, gerarchicamente differenziate, faceva capo ad un ente supremo – il vero ed unico Dio – al quale veniva attribuito un potere assoluto. Questo processo, che rappresentava una sorta di autoriconoscimento della psiche umana come fenomeno unitario, non portò dei concreti vantaggi sul piano dell'eliminazione dei conflitti determinati dalla stessa psiche, e nemmeno in termini di liberazione dell'io cosciente dall'assoggettamento a dall'identificazione con le dinamiche psichiche nelle quali veniva e viene coinvolto.

Anzitutto, la fede nell'esistenza di un unico dio si scontrava immediatamente col fatto che gli umani appartenenti ad altri gruppi sociali continuavano a credere in un dio diverso o in una pluralità di dèi: sorgeva dunque l'esigenza del proselitismo religioso, da perseguire con ogni mezzo, compresa la coercizione con la forza. La conflittualità intrinseca della psiche umana poteva trovare un terreno fertile nelle guerre di religione, che non si limitavano ai tentativi di imporre con la forza la fede nel proprio dio a coloro che credevano in altre divinità (oppure non credevano nella reale esistenza di alcun dio), ma spesso facevano entrare in conflitto anche coloro che, pur dichiarando di credere nella stessa divinità, sentivano il bisogno di disputare sanguinosamente in merito agli attributi di questo dio o all'interpretazione della sua volontà. Come sempre, non c'era penuria di coloro che, animati dall'entusiamo dell'ispirazione divina, erano pronti a sacrificare la propria vita fino al martirio per poter diffondere in ogni parte del mondo la fede nel vero ed unico dio. Quando poi, pochi secoli fa, la psiche cominciò ad ispirare coloro che avevano una certa influenza nell'elaborazione dei programmi culturali delle società più potenti, affinché si liberassero dell'idea dell'esistenza reale di dio, molti umani cominciarono ingenuamente a credere che in questo modo fosse anche possibile porre fine ai conflitti in nome del progresso di tutta l'umanità. Molto più semplicemente, la conflittualità psichica si spostò dal piano religioso a quello dei modelli economici e sociali, ed il Novecento non ci ha fatto mancare la sua dose di guerre calde e fredde, con vincitori, vinti, e – soprattutto – tante vittime. Ovviamente la psiche umana ispira sempre i propagandisti di turno a presentare gli eventi storici – ed in particolare quelli contemporanei – come i necessari passi avanti di un percorso evolutivo che porterà la psiche stessa a rinunciare finalmente al proprio intrinseco carattere bipolare e conflittuale, consentendo agli esseri umani di vivere in pace ed in armonia: ma dopo 4.000 anni di guerre e di massacri ben documentati (in nome di qualche dio o del progresso), l'io cosciente comincia ad avere qualche dubbio sul fatto che questo processo possa andare a buon fine.

La liberazione dell'io cosciente e la scoperta dell'aldilà

Tra tutte le elaborazioni interpretative che sono state sviluppate e sperimentate in merito alla relazione tra l'io cosciente e la psiche umana, solo due mi sembra che possano avere un interesse concreto per l'io che voglia pervenire, già nel corso della vita organica, ad una comprensione del significato della propria esistenza e della propria evoluzione, sulla base di esperienze reali e non di speculazioni più o meno fantasiose o di condizionamenti culturali. La prima di queste elaborazioni è quel processo al quale ho fatto più volte riferimento come liberazione dell'io cosciente dall'identificazione con le dinamiche della psiche umana nelle quali viene coinvolto: nella sua forma più completa questo processo può essere attuato mediante le pratiche dello yoga classico, messe a punto oltre venti secoli fa. Tuttavia è molto difficile (anche se non impossibile) che una persona allevata secondo i programmi della cultura occidentale possa attuare coerentemente le pratiche previste dal raja yoga, fino a raggiungere uno stato totale ed ininterrotto di samadhi. Si tratta infatti di pervenire progressivamente ad un controllo della vita mentale che prescinde dalle esigenze che noi siamo culturalmente programmati ad attribuire al nostro organismo, e che per noi diventano reali a tutti gli effetti. Il raja yoga prevede anzitutto una neutralizzazione di tutte le dinamiche psichiche che orientano la volontà dell'io verso qualsiasi forma di azione tramite l'organismo, il che – se è possibile nell'ambito di una cultura semplice che lascia ampi margini di scelta personale in un ambiente ancora molto naturale – diventa molto più difficile in una cultura complessa come la nostra, tutta orientata verso una vita attiva. Il compromesso di praticare il raja yoga per limitati periodi di tempo, ritornando poi alla normale vita attiva, si trasforma in una specie di tela di Penelope, mettendo in contrasto tra loro due orientamenti che hanno finalità completamente diverse.

Più facilmente e proficuamente praticabili nel'ambito della cultura occidentale sono lo yoga dell'azione (karma yoga) e lo yoga della conoscenza (jnana yoga). Il primo impegna l'io ad agire in funzione del compito che sente di dover assolvere vivendo, separandosi dalle dinamiche positive o negative con le quali la psiche umana tende ad influenzare le sue scelte mediante gratificazioni o penalizzazioni di tipo emotivo. Ovviamente, affinché l'io possa pervenire a risultati soddisfacenti ed effettivamente liberatori tramite il karma yoga è necessaria una predisposizione di fondo che garantisca all'io anche la capacità di orientarsi tra le azioni da compiere: non è sufficiente un mero senso del dovere, in nome del quale potrebbero essere compiute in buona fede anche azioni nocive o perverse, giustificate dal fatto che l'io cosciente non ne trae alcun vantaggio. Lo yoga della conoscenza è quel lungo processo al quale ho fatto spesso riferimento nelle pagine di questo sito – che ne è, in un certo senso, anche una testimonianza – mediante il quale l'io cosciente acquista informazioni elaborate da altri esseri umani ed elabora ulteriormente i dati acquisiti in merito al significato della vita umana ed alla scoperta ed alla valorizzazione della propria autentica essenza: mediante questo processo la coscienza dell'io diventa sempre più efficiente nel mettere a fuoco le dinamiche psichiche che coinvolgono l'io e cercano di costringerlo ad identificarsi con esse, e riesce così a svelare il carattere bipolare della psiche umana, consentendo all'io di liberarsi dallo stesso processo energetico dal quale era stato originato.

Un'altra elaborazione che presenta alcune convergenze col processo di liberazione dell'io cosciente è rappresentata dalla sperimentazione di una dimensione diversa da quella in cui si svolge la vita umana, una dimensione nella quale l'io percepisce la presenza vibrante di un'entità divina che irradia un amore infinito ed incondizionato. Come abbiamo visto, l'esistenza reale di questa dimensione viene testimoniata da molti di coloro che hanno avuto una NDE, ed in misura minore dagli stati di estasi mistica a cui alcuni esseri umani riescono a pervenire. Sotto il profilo culturale, questa dimensione può essere paragonata a quel paradiso a cui in particolare la religione cristiana fa riferimento: nel considerare l'importanza psichica dell'elaborazione mitica e divina della figura del Cristo (indipendentemente dalla realtà storica della persona umana a cui essa viene ricollegata, sulla quale poco sappiamo), ricordiamo i numerosi riferimenti che le vengono attribuiti in merito al regno dei cieli, ed in particolare l'importante affermazione «il mio regno non è di questo mondo», che implica una netta separazione tra le esperienze determinate dalla psiche umana e quelle a cui l'io cosciente può accedere una volta che questa vita si sia conclusa. Poiché le NDE non sono un fenomeno recente – anche solo da qualche decennio vengono studiate sistematicamente – è plausibile che anche nell'antichità alcune persone andassero soggette ad intense esperienze, vissute come reali, nel corso delle quali il loro io cosciente entrava in contatto con una realtà del tutto diversa da quella ordinaria alla quale esso era abituato. Queste esperienze venivano poi rielaborate – una volta che l'io fosse rientrato nello stato di vita organica – in parte dagli stessi sperimentatori, ed in parte nell'ambito di piccoli gruppi esoterici, dai quali venivano poi trasmesse in forma mitizzata le informazioni culturali che si diffondevano in ambiti sociali più o meno estesi. Fino ad alcuni secoli fa il potere emotivo e simbolico dei miti era ancora molto forte, e prevaleva rispetto alla ricerca conoscitiva dell'esattezza e del valore delle testimonianze. In ogni caso, come abbiamo già riconosciuto, le NDE, per quali oggi disponiamo di molte migliaia di testimonianze, vanno considerate come fatti ben documentati, pur se nella loro accezione di esperienze intrinsecamente soggettive.

Ai nostri giorni, queste esperienze – e le alterazioni permanenti che esse provocano nelle sintonie psichiche di coloro che le hanno vissute – portano alla scoperta (o alla riscoperta) dell'aldilà, inteso come dimensione dello spirito nella quale l'io cosciente continua la propria esistenza una volta che – terminata la vita organica – sia stato liberato dalle dinamiche della psiche umana. Molte NDE sono caratterizzate da un intenso sentimento di ritorno a casa, alla luce del quale la vita umana appare come un viaggio esplorativo in territori sconosciuti, esposti ad insidie e pericoli di ogni sorta, di fronte ai quali l'io deve spesso constatare i limiti delle risorse di cui dispone: in questo processo di rielaborazione delle proprie esperienze terrene l'io viene confortato e sostenuto dal sentimento di comprensione e di empatia che emana dall'entità divina che lo accoglie e lo protegge irradiando un amore incondizionato ed assoluto, dal quale l'io si sente rivitalizzato e rinvigorito nella propria autentica essenza mentale e spirituale. Noi, che siamo ancora immersi nell'esperienza della vita organica e soggetti alle dinamiche della psiche umana, possiamo anche ritenere che le caratteristiche mitiche delle NDE ne rivelino gli aspetti di esperienze soggettive ed illusorie, nonostante le reiterate e convinte asserzioni da parte degli sperimentatori sull'assoluta realtà di quanto da essi vissuto. In fondo, la maggior parte degli esseri umani non vanno soggetti ad una NDE, anche quando il loro organismo si trova in condizioni critiche, e non tutte le NDE costituiscono per l'io cosciente esperienze positive e spiritualmente gratificanti. Tuttavia, almeno nel 60% dei casi, le testimonianze delle NDE – che, come ho già detto, sono ormai molte migliaia – concordano nel riferire: 1) dell'incontro con un'entità divina che irradia un amore infinito, 2) dell'intenso e gioioso sentimento di essere finalmente tornati nella dimensione a cui appartiene l'autentica essenza spirituale del nostro io, 3) del desiderio di voler dimorare per sempre in quella dimensione paradisiaca, e 4) della penosa afflizione – accompagnata talvolta da un sentimento di disperazione e di ribellione – con cui accolgono la prospettiva di dover continuare l'esperienza della vita organica.

Si tratta, come si vede, di una gamma di esperienze psichiche del tutto diverse da quelle alle quali l'io cosciente è stato abituato (e si è adeguato) nel corso della sua vita organica, durante la quale è come se fosse stato rinchiuso all'interno di una bolla costituita dalle sintonie della psiche umana e dai programmi acquisiti, che nel loro insieme rappresentano quella particolare descrizione culturale della realtà della vita alla quale l'io finisce, quasi sempre, col sottomettersi. Questa bolla serve a separare l'io dall'infinito e dall'eternità, e – in un certo senso – lo protegge, consentendogli di vivere l'esperienza temporale e limitata della vita organica, mediata dalla ristretta banda delle dinamiche psichiche in cui viene coinvolto. Prima di cercare di comprendere meglio quale possa essere il valore ed il significato della vita umana in relazione all'esistenza spirituale, è opportuno mettere in evidenza l'ampia gamma di sintonie psichiche che l'io cosciente può sperimentare nella nostra epoca, sempre che ne abbia le risorse, grazie alla rapida diffusione delle informazioni resa possibile dal progresso tecnologico. Si tratta di un'opportunità straordinaria, di cui molti esseri umani ancora non si rendono conto o perché non hanno la possibilità di fruire delle tecnologie più avanzate, o a causa dei limiti imposti loro dalle dinamiche psichiche arretrate con cui continuano ad identificarsi. Anche mediante l'elaborazione delle informazioni sulle possibili gamme psichiche alternative a quelle direttamente sperimentate, l'io cosciente può arrivare al termine della propria vita organica adeguatamente preparato, con un'energia sufficiente a consentirgli di rompere dall'interno quella bolla nella quale è stato rinchiuso, che – come il guscio di un uovo che ha già esaurito la sua funzione di contenitore alimentare – gli impedisce ormai di trasferire la sua esistenza in una nuova dimensione.

Il nesso tra la vita umana e la dimensione dello Spirito

Quasi tutti coloro che hanno vissuto una NDE non hanno più dubbi sul fatto che la morte dell'organismo non determini la fine dell'esperienza dell'io cosciente, ma rappresenti solo il transito verso la dimensione dello Spirito. Tuttavia molte persone vivono tutta la loro vita – o una parte di essa (come è accaduto anche a me) – nella convinzione culturale, asserita e condivisa in passato ed anche oggi da molti scienziati, che l'esistenza stessa dell'io cosciente è determinata esclusivamente dal funzionamento dell'organismo (ed in particolare dal cervello). Questa convinzione si basa essenzialmente su due fatti: il primo è che l'io cosciente si forma progressivamente nel corso della prima parte della vita e di norma non sperimenta alcun concreto ricordo di forme di esistenza precedenti, fatta eccezione per coloro che sentono e dichiarano – fin dalla prima infanzia – di aver già vissuto un'altra vita; il secondo è che in varie circostanze della vita la coscienza stessa viene meno, in conseguenza di eventi determinati dal funzionamento dell'organismo. Tuttavia la complessità delle interazioni tra mente e cervello, in particolare per quanto riguarda esperienze coscienti e ben memorizzabili come le NDE, è ancora molto lontana dall'essere chiarita, ed il cervello stesso potrebbe essere lo strumento mediante il quale l'io cosciente, quando la vita organica termina o è in una condizione critica, viene trasferito in quella dimensione interpretata come aldilà. Si può anche immaginare che in quella dimensione mentale e spirituale, e dunque non fisica, esista un processore energetico ed informatico analogo al cervello, la cui funzione sia quella di accogliere l'io cosciente, consentendogli di sperimentare una gamma di sintonie psichiche completamente diverse.

In ogni caso la realtà dei fatti che già possiamo sperimentare in questa vita ci mostra l'esistenza di almeno due dimensioni che presentano caratteristiche molto diverse tra loro: l'una, quella della realtà ordinaria (percepita ed interpretata soprattutto durante lo stato di veglia), è dominata dal carattere bipolare e mutevole della psiche umana e dal trascorrere unidirezionale del tempo, che comporta per l'io cosciente una serie di esperienze e di trasformazioni, che possono tradursi in un'evoluzione della qualità della coscienza; l'altra, quella della realtà spirituale, viene sperimentata come eterna, e comunque non condizionata dal trascorrere del tempo, ed è spesso caratterizzata dalla presenza da una sorgente inesauribile di energia creativa che pervade ogni cosa ed ogni entità, manifestandosi all'io cosciente sotto la forma – più o meno personalizzata – di un amore assoluto, incondizionato, ineffabile ed infinito. Mentre la bipolarità della psiche umana – con tutti i conflitti che ne derivano – coinvolge l'io cosciente in esperienze percepite come positive, ma anche – ed abbastanza spesso – come negative, sotto forma di dolori fisici determinati dall'imperfetto funzionamento dell'organismo, o di sofferenze mentali dovute a conflitti, delusioni o fallimenti, l'energia che irradia nella dimensione dello Spirito è unica, ed accoglie l'io, che sente di essere tornato finalmente a casa sotto forma di mente e di spirito, lasciando che si ambienti al livello più adatto rispetto al grado di evoluzione raggiunto dalla sua coscienza. Le esperienze negative riportate da una minoranza di NDE sono probabilmente da imputare ai retaggi della psiche umana di cui la mente dello sperimentatore è ancora impregnata, senza aver avuto il tempo di trovare le risorse per liberarsene: spesso, infatti, si trasformano in esperienze positive, ma in qualche caso questa trasformazione non avviene perché l'esperienza viene interrotta dal ritorno alla vita organica.

Le NDE positive – che sono la maggioranza di quelle di cui abbiamo una testimonianza – dimostrano che l'io cosciente può sperimentare uno stato di completa beatitudine, nel quale il suo più intenso ed unico desiderio è quello di restare nella dimensione dello Spirito, fondendosi con quella sorgente – percepita come divina – dalla quale emana un amore assoluto. Possiamo qui ricordare di sfuggita come nei testi del Vedanta, tra i quali alcune Upanishad risalenti ad oltre 24 secoli fa, si facesse già riferimento a questa condizione, alla quale l'io cosciente può pervenire già nel corso di questa vita, come liberazione (moksha) dalle dinamiche della psiche umana (maya) ed unione dell'io liberato (atman) con la sorgente di tutto (Brahman) in uno stato di beatitudine assoluta. Ma poiché noi umani viviamo ancora le esperienza determinate dalla vita organica e dalle sintonie mentali che caratterizzano la nostra psiche, ci possiamo chiedere quale sia la funzione e l'importanza di questa nostra vita in funzione dell'eventuale trasferimento dell'io cosciente nella dimensione dello spirito, alla morte del corpo. Una prima risposta, semplice e piuttosto evidente, alla quale ho già fatto riferimento, è che l'io cosciente si forma e si consolida – e può evolversi – nell'ambito della vita organica e per effetto delle esperienze determinate dalla psiche umana: questa vita può essere considerata dunque come un uovo all'interno del quale un'entità vivente trova il nutrimento necessario per crescere, fino a quando non è pronta per rompere il guscio dell'uovo, che è ormai diventato come una prigione. Il problema, tuttavia, risiede nel fatto che questo percorso evolutivo dell'io cosciente non è il medesimo per tutti gli esseri umani, anzi, in gran parte le persone non sembrano nemmeno interessate e coinvolte da un processo di evoluzione spirituale, non solo perché non dispongono delle risorse necessarie (probabilmente a causa del loro stesso destino), ma soprattutto perché la vita umana può interrrompersi in qualsiasi momento ed a qualsiasi età, senza offrire all'io cosciente il tempo e la possibilità di intraprendere un proprio iter evolutivo sulla base delle esperienze acquisite.

Devo riconoscere anzitutto che – sulla base delle risorse intellettive di cui dispongo – non sono riuscito finora a trovare una soluzione pienamente soddisfacente dell'importanza per l'io cosciente di sperimentare la condizione umana, oltre a quella che ho precedentemente esposto, e cioè che questa vita è indispensabile e fondamentale per la formazione stessa dell'io cosciente e per la sua liberazione. Pertanto quelle che saranno esposte qui di seguito sono interpretazioni elaborate da qualcun altro, in merito alle quali ognuno potrà valutare autonomamente in che grado le ritiene soddisfacenti e convincenti. Tuttavia ritengo necessaria una considerazione preliminare: se la condizione umana è l'effetto di un processo creativo da parte di un'entità divina (indipendentemente dal fatto che tale divinità venga immaginata come assoluta, cioè universale, o relativa, in quanto limitata al nostro mondo), è ovvio che le risorse intellettive umane – anche al livello delle persone più dotate – sono limitate dalla qualità della nostra mente: il nostro anelito a comprendere può anche determinare, nel tempo, un incremento qualitativo delle facoltà mentali di cui disponiamo, ma in ultima analisi dobbiamo riconoscere che le risorse intellettive di cui siamo dotati non dipendono dalla nostra volontà, ma ci sono concesse, quasi come una grazia, dall'entità o dall'organizzazione misteriosa da cui la nostra stessa esistenza umana dipende. A questo limite non si può sfuggire, ed il ritenere – come fanno alcuni – che la nostra mente possa comprendere tutto già in questa vita, è una mera autoillusione. Dobbiamo dunque tener conto – anche se con rammarico – del fatto che ci possono essere aspetti della vita umana che restano per noi incomprensibili in quanto inconoscibili per la nostra mente, almeno nell'ambito di questa vita. Come si nota dai resoconti di diverse NDE, le entità divine incontrate in quella dimensione rispondono alle domande poste dagli sperimentatori sul significato della vita umana in modo esauriente, preciso e convincente, ma mentre l'effetto mentale ed emotivo di tali risposte viene ricordato, il contenuto intellettivo delle stesse viene regolarmente dimenticato al rientro nella vita organica. Ognuno poi è libero di pensare che dietro al processo creativo ed evolutivo della vita non vi sia nessuna entità o nessuna organizzazione divina, ma non per questo riuscirà ad incrementare intenzionalmente le capacità intellettive della propria mente!

L'intento di questo sito è quello di attenersi ai fatti, evitando – per quanto possibile – di indulgere in speculazioni mentali di sospetta origine psichica. Nel nostro caso, i fatti sono costituiti dai report di molte NDE, che ci riferiscono di esperienze particolarmente significative, coinvolgenti, indimenticabili e molto più intense rispetto alla realtà ordinaria della nostra vita organica, alla quale l'io cosciente non vorrebbe più far ritorno. Ovviamente, in tutti i casi che noi conosciamo l'io dello sperimentatore è stato invece obbligato a rientrare nel proprio organismo ed a sintonizzarsi di nuovo sulla psiche umana: tuttavia quasi sempre gli sperimentatori affermano che quelle esperienze hanno cambiato profondamente, in senso che potremmo definire più spirituale, la loro interpretazione della vita umana ed il loro comportamento. Ora, non risulta che né il fatto di aver vissuto una NDE, né il carattere particolarmente positivo e numinoso dell'esperienza (e questo vale anche per le NDE angoscianti), dipendano da particolari requisiti etici o spirituali, e – in sostanza – dal comportamento morale della vita condotta dagli sperimentatori fino all'epoca della NDE: si nota invece, come ho notato prima, che dopo l'esperienza la vita può subire una trasformazione significativa anche sotto il profilo etico della comprensione e dell'amore per gli altri. Testimonianze delle NDE sono riferite da persone di ogni età e di ogni condizione, indipendentemente dal loro stato sociale e dal fatto che avessero una fede religiosa oppure si ritenessero atei o agnostici, e – soprattutto – che credessero o meno nella possibilità di un'esistenza dell'io cosciente in un'altra dimensione dopo la morte del proprio organismo. Questo significa che all'io cosciente di ogni essere umano, dopo la morte, sarà concesso di sperimentare una dimensione più o meno paradisiaca, indipendentemente dal modo in cui ha vissuto questa vita?

Senza pretendere di voler dare una risposta chiara ed esauriente a questa domanda, si può osservare che la maggior parte degli esseri umani non sperimenta, o non ricorda di aver sperimentato, nessuna NDE, indipendentemente dal fatto che l'organismo si trovi o meno in condizioni critiche. Inoltre, alcune NDE sono contrassegnate da esperienze angoscianti o morbose, ed in qualche caso molto dolorose, che richiamano condizioni che l'immaginario di solito associa ad una dimensione infernale: queste esperienze inquietanti si trasformano di solito in esperienze positive quando l'io cosciente chiede aiuto o spera nell'intervento di un'entità divina che lo venga a salvare. Tuttavia non si riscontra un'adeguata corrispondenza tra quella che siamo soliti definire malvagità o cattiveria umana, come caratteristica dominante della vita dello sperimentatore, e gli aspetti infernali ed angoscianti delle esperienze. D'altra parte gli sperimentatori sono quasi sempre persone mediamente normali: alcune più altruiste e virtuose, altre più egoiste e con più difetti e debolezze caratteriali, alcune con alle spalle una vita difficile e segnata dalla sofferenza, altre più inclini ad un certo edonismo sperimentale che, nella nostra epoca, caratterizza spesso gli anni giovanili. Più interessante è il fatto che, in quei casi in cui si verifica la revisione della propria vita, l'io cosciente spesso giudichi le proprie azioni sulla base degli effetti emotivi e dei sentimenti provati da coloro con cui esso ha interagito, e che durante la revisione può sperimentare direttamente: il sentimento di rincrescimento e di pentimento per aver causato sofferenza agli altri può essere molto intenso, e l'io può essere sinceramente addolorato per alcune azioni compiute, per le quali non viene incolpato da nessun altro se non da se stesso. Spesso l'entità divina che lo assiste – senza mai giudicarlo – in questo processo di revisione della vita, gli offre conforto e perdono, mitigando così i sensi di colpa e di inadeguatezza dai quali l'io si sente afflitto ed avvilito. In ogni caso, una volta tornato alla vita organica l'io sperimenta quasi sempre l'esigenza e l'impulso di un radicale e positivo mutamento nel suo atteggiamento nei confronti degli altri.

Nel passare dalla dimensione della vita organica alla dimensione dello Spirito – secondo quanto riportato da molte NDE – l'io sperimenta comunque una liberazione nei confronti delle dinamiche della psiche umana nelle quali era stato fino ad allora coinvolto ed irretito. La presenza, spesso rilevata, di un'entità divina disposta ad accogliere ed a comprendere l'io cosciente, fino a perdonargli anche le debolezze ed i fallimenti ai quali l'io è andato incontro nel suo confronto con la psiche umana, sposta su un piano completamente diverso le esigenze etiche e di giustizia alle quali noi siamo abituati, sempre sotto l'influenza della psiche umana, in relazione alle sofferenze che il comportamento e le azioni degli altri possono causarci. Nella dimensione dello Spirito, quello che sembra veramente importante è l'effetto che la presenza dell'entità divina che irradia amore assoluto ed incondizionato ha sulla sensibilità, sulle emozioni e sui sentimenti dell'io cosciente, il quale sperimenta una sostanziale trasformazione rispetto alle modalità con cui funzionava quando era irretito dalla psiche umana. Da questa trasformazione hanno anche origine quelle reazioni di inadeguatezza, di vergogna e di pentimento che l'io spesso sperimenta quando – nelle NDE in cui ha luogo una revisione della propria vita – percepisce direttamente i patimenti che ha arrecato agli altri, talvolta senza nemmeno rendersene conto. Nello stesso tempo, può registrare al proprio attivo le reazioni positive degli altri a certi suoi gesti di affetto e di empatia, anche molto semplici e spontanei. In definitiva, tutto sembra spostarsi sul piano della relazione intima tra l'io cosciente e l'entità divina dalla quale si sente inesorabilmente attratto, una volta che sia riuscito a raggiungere quella dimensione in cui l'amore irradiato da quell'entità si manifesta apertamente. Tuttavia, mentre è ben comprensibile l'aspirazione dell'io a trasferirsi nella dimensione dello Spirito per restarvi, più difficile è comprendere per quali ragioni l'io dovrebbe di nuovo assoggettarsi alle esperienze della condizione umana, una volta che fosse già pervenuto a quella dimensione.

Sulla base di quanto si può apprendere da un attento esame delle NDE, è evidente che, per poter restare nella dimensione dello Spirito, è necessario anzitutto che l'io cosciente riesca ad arrivarvi: poiché noi, in quanto esseri organici, consideriamo sempre le cose partendo da un punto di vista condizionato dalla psiche umana, sono state elaborate varie interpretazioni mitiche tese a stabilire una correlazione tra il nostro comportamento e la nostra attitudine in questa vita, ed il nostro destino nell'aldilà. Alcune di queste interpretazioni trovano poi una particolare risonanza nelle sintonie della psiche umana e si diffondono come norme e pratiche religiose. Tuttavia, stando alle testimonianze delle NDE, l'accesso alla dimensione dello Spirito è qualcosa che accade, non qualcosa che l'io cosciente desidera o ricerca intenzionalmente: solo dopo averla sperimentata, l'io cosciente sente che la dimensione dello Spirito, caratterizzata dalla presenza di un'entità divina da cui irradia un amore infinito ed incondizionato, esiste realmente, ed una volta che tale realtà sia stata conosciuta, ne viene trasformato, e si sente diverso anche quando ritorna alla dimensione della vita organica. Molti di coloro che hanno sperimentato una NDE si riferiscono a questa trasformazione come ad una seconda nascita. Una volta che questa trasformazione sia avvenuta, l'io cosciente sente effettivamente un intenso desiderio di tornare nella dimensione dello Spirito, e spesso ha la certezza che vi sarà di nuovo accolto una volta definitivamente conclusa l'esperienza della vita umana. Ma la diffusione delle informazioni relative alle NDE, considerate come escursioni nel mondo dello Spirito, fa sì che l'io cosciente di molte persone che non hanno sperimentato direttamente una NDE, senta più o meno intensamente il richiamo di quella dimensione alla quale ritiene di appartenere, nonostante possa aver perso perfino la speranza di poterci mai arrivare: in particolare, l'io cosciente può sentire una profonda connessione tra la propria essenza spirituale, svincolata dall'esistenza dell'organismo al quale è temporalmente collegato in questa vita, e l'entità divina che permea ogni aspetto del mondo dello Spirito.

Un'approfondimento della conoscenza delle NDE è senz'altro di aiuto all'io, se esso decide di intraprendere un percorso personale di preparazione alla morte, un evento che prima o poi si verifica per qualsiasi essere umano, talvolta giungendo improvviso, inatteso e precoce, altre volte preannunciato ed anche temuto. Nonostante la mitologia dei programmi dominanti nella nostra cultura ne enfatizzi l'importanza ed il valore, la vita umana resta pur sempre un'esperienza temporanea alla quale si può attribuire un significato ed uno scopo solo in funzione del destino a cui andrà incontro l'io cosciente una volta che essa sia terminata. Le NDE dimostrano che l'io mantiene la continuità della propria autocoscienza quando si separa dal corpo, e spesso sperimenta con sorpresa ed incredulità quella nuova condizione in cui si sente vivo e ben cosciente – in grado di percepire e sentire sensorialmente le esperienze di una dimensione che presenta i requisiti di una realtà – pur quando scopre di non aver più un organismo. Alla luce delle NDE, la trasformazione dell'io in entità spirituale avviene senza blackout traumatici, e senza alcuna perdita di coscienza e di continuità nella percezione della propria identità. Tuttavia il trasferimento nella dimensione dello Spirito, e la conseguente percezione di una realtà completamente diversa rispetto a quella umana, trasforma l'io cosciente, spesso in modo permanente. Alcune interpretazioni più o meno mitiche ipotizzano che l'io cosciente, trasformato in entità spirituale, dopo essersi riposato nella dimensione dello Spirito, si incarni di nuovo in un organismo umano, per iniziare una nuova serie di esperienze nella dimensione terrena. In questo processo, dovrebbe di regola dimenticare completamente la sua esistenza precedente, accettando di ricominciare con la formazione di un nuovo io cosciente i cui ricordi effettivi saranno quelli acquisiti nel corso della nuova vita umana. Vedremo in un prossimo post se vi sono fatti che possano avvalorare quest'ipotesi reincarnativa, e quali conseguenze essa può avere per l'io.


 

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