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Imparare dalla vita

L'identificazione dell'io con la propria psiche

Il tema del mese scorso si concludeva con la constatazione che non vi sono testimonianze di esperienze che dimostrino un'attrazione dell'io spirituale verso il male: in questa vita l'io può certamente operare – sotto l'influenza della polarità negativa della psiche umana – in modo da causare pene e sofferenze agli altri, e non di rado anche a se stesso, ma questo avviene o per effetto dei limiti delle sue facoltà di discernimento, che lo costringono ad identificarsi con le dinamiche psichiche che lo controllano, oppure perché attribuisce erroneamente un valore positivo alle proprie azioni, anche in questo caso per mancanza di adeguate risorse conoscitive. Come abbiamo già osservato, la psiche induce l'io ad orientarsi istintivamente seguendo una bussola che gli indica come vantaggiosa una direzione che spesso non coincide con la polarità positiva della psiche. Ma in qualche caso l'io, pur essendo consapevole del fatto che le sue azioni e le sue scelte possono causare danni e sofferenze agli altri, è convinto di non avere alternative: in qualche modo si tratta di forme di autodifesa del benessere, dell'integrità e della stessa sopravvivenza del proprio organismo, esigenze delle quali l'io si sente responsabile durante tutta la vita. Questo dimostra come la conflittualità della psiche umana, determinata dal frazionamento della coscienza in una moltitudine di organismi, sia intrinsecamente collegata con la vita organica, al punto da poter far dimenticare del tutto all'io la sua componente spirituale, come spesso avviene ai nostri giorni anche nelle culture che consideriamo più progredite. In effetti, ci vuole un particolare coraggio ed una notevole forza d'animo per mettere a rischio la vita del proprio organismo, pur di non causare danno, offesa e dolore all'organismo degli altri. Si tratta pur sempre, tuttavia, di dinamiche che riguardano gli organismi umani, il loro modo di funzionare, ed il coinvolgimento dell'io cosciente in questo strano gioco in cui la sofferenza e la ricerca del piacere e della felicità umana hanno un ruolo così importante.

Ovviamente la psiche stessa, mediante i programmi collettivi di condizionamento, induce l'io a considerare come normale e naturale l'identificazione con le proprie dinamiche psichiche. Gli strumenti di programmazione socioculturale cercano di attuare, in certi casi mediante forme di persuasione più o meno indulgenti, in altri casi mediante la coercizione, una serie di modelli standard ai quali le dinamiche psichiche di ogni membro di un certo gruppo sociale dovrebbero adeguarsi. La psiche stessa, nella sua frammentazione individuale, produce poi tutte quelle eccezioni contraddittorie e conflittuali che impediscono all'io di molte persone di adeguarsi a tali modelli, anche se esso continua pur sempre ad identificarsi con le dinamiche psichiche che lo coinvolgono direttamente. In modo piuttosto strano, è come se la psiche umana cercasse di stabilire e di difendere un certo grado di ordine, che viene continuamente messo in crisi dalle dinamiche caotiche e conflittuali originate dalla tensione bipolare che la caratterizza. Dato questo stato di cose, l'io dovrebbe anzitutto comprendere che la sua condizione di identificazione con le proprie dinamiche psichiche, che corrispondono ad una gamma molto ristretta di sintonie della psiche umana, va estese ad ogni altro io, anche nel caso in cui l'altro si identifichi con sintonie psichiche molto diverse. A causa del carattere intrinsecamente bipolare dell'energia della psiche, in molti casi questo problema non può essere risolto mediante la cosiddetta comprensione delle ragioni dell'altro, proprio perché in questo modo il caos determinato dalla frammentazione della psiche verrebbe incrementato: infatti la polarità negativa della psiche, per sua natura, non può riconoscere altro che se stessa e le proprie ragioni. Questo è particolarmente evidente nell'ambito del mondo animale, nel quale anche l'organismo umano ha le sue radici: in natura il carnivoro può considerare un animale diverso non come altro a lui simile, ma come preda e fonte di cibo di cui alimentarsi, dopo averlo ucciso e divorato.

Sotto il dominio della psiche, tutto ciò che accade nelle vicende umane è inevitabile, nel bene e nel male: un attento osservatore delle dinamiche della psiche umana non può illudersi che la polarità positiva riesca ad eliminare una volta per tutte quella negativa – come non di rado credono di poter fare coloro il cui io si identifica con le sintonie legate alla polarità del bene – proprio a causa del carattere bipolare dell'energia psichica. Si può tuttavia ragionevolmente operare in modo da mantenere la tensione tra i due poli della psiche entro margini accettabili, in modo da evitare i conflitti violenti, distruttivi, incontrollabili e caotici che si verificano quando la tensione supera tali limiti. In queste condizioni, l'identificazione dell'io con le proprie dinamiche psichiche crea le premesse per tutte le contrapposizioni e le discordie che possono verificarsi tra singoli individui o tra gruppi sociali organizzati. Dunque l'io può andare più o meno consapevolmente incontro al proprio destino restando fedele alle dinamiche psichiche con cui si identifica, positive o negative che siano, oppure può iniziare un percorso di differenziazione, non tanto nei confronti della psiche in generale – dato che è molto facile prendere le distanze dalle sintonie psichiche degli altri, in particolare quando non coincidono con le nostre – quanto nei confronti delle dinamiche psichiche che esso sperimenta direttamente mediante la propria coscienza. Poiché il controllo che la psiche esercita sull'io si manifesta mediante le varie esigenze – di sopravvivenza, di integrità e di benessere – dell'organismo, ed in particolare tramite il sistema nervoso ed il cervello, le reazioni della psiche a questi tentativi da parte dell'io di liberarsi in qualche misura dall'identificazione con le proprie dinamiche psichiche non devono sorprenderci: l'io deve addestrarsi e prepararsi ad affrontare qualche forma di ritorsione. Come sempre, la psiche può cercare di intimorire l'io, prospettandogli le sofferenze a cui andrà incontro se non si adeguerà alle sue richieste, oppure può irretirlo con le lusinghe dei piaceri che essa stessa gli può procurare mediante la soddisfazione dei desideri (generati, peraltro, dalla stessa psiche).

Per riuscire a differenziarsi dalle proprie dinamiche psichiche l'io deve anzitutto riuscire a stabilire un canale di comunicazione con il suo alleato spirituale: si potrebbe anche dire che, se l'io sente l'esigenza di prendere le distanze dalle dinamiche psichiche che lo coinvolgono, questo accade per effetto dell'influenza della sua controparte spirituale. Questo processo dipende dunque dal livello di intensità con cui quest'entità spirituale associata all'io (che può essere chiamata la guida, l'alleato, lo spirito, il custode, ecc.) riesce ad inserirsi nel raggio d'azione della coscienza umana. Certi programmi di condizionamento culturale prevalenti nella nostra epoca o nel recente passato, pur sempre messi a punto dalla psiche umana, arrivano a negare l'esistenza stessa di un io spirituale, riuscendo a convincere l'io cosciente che la sua esistenza non solo è vincolata a quella del suo organismo durante questa vita (il che è indubitabile), ma verrà certamente annientata quando l'organismo andrà incontro alla disgregazione della morte: di fatto, possiamo senz'altro dire che la fine del nostro corpo segnerà anche la fine della sudditanza dell'io alla psiche umana. Allo stesso tempo, l'io cosciente dovrebbe anche diffidare della maggior parte delle interpretazioni religiose tradizionali dell'esistenza spirituale, determinate dall'una o dall'altra polarità della psiche umana: per la sua stessa natura, la religione è un fenomeno umano condizionato dall'esistenza organica dell'io, e dunque da tutte quelle esperienze di sofferenza, di desiderio di felicità, di incertezza per il futuro, di paura della morte, e di sottomissione alle istanze della psiche che ne derivano. Infatti, come vedremo tra poco, una volta che l'io si sia liberato dalla bipolarità della psiche umana e sia riuscito a raggiungere la dimensione dello Spirito, le sue esperienze cambiano radicalmente.

Perché l'io deve sperimentare la psiche umana?

Nei report sulle NDE dei mesi scorsi abbiamo visto come tali esperienze costituiscano una valida testimonianza della sperimentazione, da parte dell'io cosciente, di una dimensione che presenta caratteristiche molto diverse da quelle a cui ci siamo abituati nel corso di questa vita. Oggi disponiamo di molte migliaia di racconti di queste esperienze che, pur nella loro soggettività, spesso contengono alcuni elementi di coerenza che abbiamo già avuto modo di evidenziare nelle nostre citazioni. In particolare, il senso di realtà sperimentato dall'io è tale da non fargli in alcun modo dubitare dell'effettiva esistenza della dimensione dello Spirito, al punto che, in confronto, è la realtà stessa della vita umana, nella sua mutevole temporaneità, ad essere eventualmente considerata come illusoria. Un altro aspetto molto interessante è dato dal sentimento dell'io di essere finalmente ritornato a casa, cioè in quella dimensione che gli è più congeniale e con cui si sente senza dubbio più in armonia, rispetto a quanto doveva sperimentare nella vita umana: ne fanno fede anche la riluttanza e la contrarietà con cui l'io accoglie la prospettiva – spesso sentita come un'imposizione – di dover riprendere quel percorso della vita organica che si era (così felicemente per esso) interrotto. Abbiamo anche messo in evidenza come, sulla base di queste testimonianze, la dimensione dello Spirito risulti del tutto libera da quella bipolarità che caratterizza la psiche umana, al punto che sembra esservi una netta separazione tra le due dimensioni: tutto, nella dimensione dello Spirito, è permeato da un'unica energia – percepita come una luce che irradia un amore creativo infinito, assoluto ed incondizionato – alla quale è estraneo ogni elemento anche minimamente conflittuale. Si tratta, pertanto, di un'energia che non può in alcun modo essere contaminata da elementi ad essa alieni: meno che mai dalla polarità negativa della psiche umana.

Il fatto che le informazioni relative alle esperienze nella dimensione dello Spirito entrino a far parte del bagaglio di conoscenze di cui l'io può disporre già durante la vita umana, quando ancora si confronta con il potere di controllo della psiche, produce alcune interessanti conseguenze. Può accadere infatti che l'io di una persona, per tutta la vita, non sia nemmeno al corrente dell'esistenza di tali esperienze, oppure che – alla luce dell'interpretazione indotta da certi programmi mentali di condizionamento culturale già ben assimilati – tali esperienze siano frettolosamente liquidate dall'io come illusorie fantasie prodotte dal cervello di un organismo in condizioni critiche, che non possono alterare la visione del mondo determinata dalle sintonie della psiche con cui l'io continua ad identificarsi. Ma non di rado, quando l'io diventa cosciente della possibilità di sperimentare la dimensione dello Spirito, pur senza averne fatto esperienza diretta, il suo orientamento nei confronti della vita umana e delle dinamiche della psiche in cui viene coinvolto subisce alcuni cambiamenti. Infatti il potere che la psiche umana esercita sull'io è determinato in gran parte dalla convinzione che l'unica possibilità di esistenza come soggetto cosciente offerta all'io sia vincolata alla vita del suo organismo. La possibilità di una continuità dell'esistenza dell'io cosciente – senza che l'autopercezione della sua identità venga meno – in una dimensione diversa da quella della vita organica, mina alla base questa convinzione, al consolidamento della quale la psiche umana ha dedicato consistenti risorse ed energie. Di conseguenza tutte quelle dinamiche di origine psichica dalle quali l'io si sentiva attratto o lusingato, oppure verso le quali provava sentimenti di rifiuto e di repulsione (subendo comunque il controllo della propria psiche), perdono quel carattere di valori o non-valori assoluti che condizionavano le scelte dell'io, e si riducono a fenomeni relativi, occasionali, accidentali ed impermanenti, destinati a perdere di importanza, e forse perfino di significato, una volta che questa vita organica sia terminata.

La prospettiva di poter accedere alla dimensione dello Spirito dovrebbe risultare attraente ed affascinante per qualsiasi io si trovi attualmente nella condizione di sperimentare la vita organica. Tuttavia, pur tenendo conto delle limitate risorse intellettive (cioè conoscitive ed interpretative) di cui l'io cosciente dispone anche nei casi in cui è dotato di un'intelligenza superiore alla norma, il fatto di dover sperimentare le dinamiche della psiche umana viene sentito dall'io come un enigma di cui gli sfugge una soddisfacente comprensione: nel merito, anche le informazioni che possiamo ottenere dai resoconti delle NDE incentrate sulla sperimentazione della dimensione dello Spirito non sono particolarmente illuminanti, perché – come si è visto nei report citati – in genere fanno riferimento ad una valutazione dell'importanza della vita organica fondata sui sentimenti soggettivi degli sperimentatori. Come abbiamo già evidenziato, quella conoscenza assoluta, indubitabile nella sua evidenza, sul significato e sull'importanza della vita umana che viene talvolta infusa nell'io mentre si trova nella dimensione dello Spirito, viene poi inesorabilmente perduta una volta che l'io sia tornato nella dimensione della vita organica, a dimostrazione della separazione esistente tra queste due dimensioni, tra le quali l'io cosciente sembra svolgere la funzione di ponte di collegamento. Le varie dinamiche psichiche connesse con la vita organica sono esperienza comune per ogni io cosciente che si trovi a vivere in questo mondo, senza che esso di solito abbia ricordi lucidi e ben definiti di una sua esistenza – precedente, parallela o al di fuori del tempo – nella dimensione dello Spirito. Tuttavia, nel caso di coloro (e sono pur sempre una minoranza) che, dopo aver avuto la ventura di sperimentare direttamente la dimensione dello Spirito, sono stati riconnessi con il loro organismo, i ricordi di quelle esperienze restano ben vivi, e rappresentano per l'io un patrimonio, un valore, e talvolta un onere, che ne condizionano le successive esperienze, gli orientamenti e le scelte nel corso della vita umana.

Nel tentativo di trovare una risposta alla domanda su quali siano le ragioni per cui l'io deve sperimentare i vari effetti dell'energia della psiche, con tutte le contraddizioni ed i conflitti determinati dal bipolarismo e dal frazionamento della coscienza in una pluralità di organismi, ho già avanzato l'ipotesi che la vita organica sia indispensabile per la formazione, il consolidamento ed il progresso dell'io cosciente, come presupposto per il suo successivo eventuale trasferimento alla dimensione dello Spirito una volta liberato dal corpo. Ho anche paragonato l'organismo umano ad un uovo nel quale l'embrione – cioè l'io – si forma, si nutre e si sviluppa fino a trasformarsi nel pulcino che rompe il guscio dell'uovo, ormai diventato una prigione, per nascere ad una nuova vita autonoma (si veda questa pagina del blog 2019, al paragrafo La liberazione dell'io e la morte). Si tratta tuttavia di un'ipotesi che lascia irrisolte diverse questioni, anche a causa del suo carattere elitario: solo da alcune uova potrebbero nascere dei pulcini, mentre la maggior parte di esse sarebbero trasformate in frittata, cioè in nutrimento per l'energia della psiche. E che dire di tutti quei casi in cui una malattia o un trauma interrompono prematuramente una vita, impedendo all'io di proseguire nel suo percorso evolutivo? Inoltre, molte delle informazioni che possiamo trarre dalle NDE tendono a smentire quest'ipotesi, lasciando intendere che ogni io, per il fatto stesso di essere divenuto cosciente nel corso della propria vita umana, può essere accolto nella dimensione dello Spirito. Sembrerebbe dunque che ad ogni io vada riconosciuta una natura spirituale, indipendentemente dal fatto che se ne renda conto o meno nel corso della sua vita umana. Di conseguenza, anche l'orientamento dell'io nei confronti della bipolarità della psiche umana avrebbe un'importanza relativa, se è vero che lo Spirito non giudica ma comprende, non punisce ma accoglie con amore infinito, lasciando eventualmente all'io il compito di valutare le proprie azioni alla luce di quel processo di revisione della propria vita che spesso (ma non sempre) si verifica nel corso delle NDE.

Queste sostanziali e profonde differenze tra la dimensione dello Spirito e quella della vita organica, dominata dalla psiche umana, ci inducono ad alcune importanti riflessioni, determinate proprio dal fatto che il nostro io sta attualmente sperimentando la dimensione della psiche, e non quella dello Spirito. Certamente lo Spirito ci appare, nella sua immutabile ed inalterabile perfezione, come una forma di energia che non può essere in alcun modo influenzata e contaminata dal bipolarismo della psiche umana. Ci sembra che il fatto stesso di pensare che un'energia come quella dello Spirito possa essere turbata o preoccupata dai problemi e dalle disgrazie inerenti alla vita organica, fino al punto da intervenire direttamente per liberare l'io dal dominio della psiche, possa essere attribuito ad un'ingenuità infantile da parte dell'io. Nello stesso tempo ci sorprende la decisione – con ogni evidenza attribuibile allo Spirito – di far ritornare l'io alla dimensione della vita organica, spesso contro la manifesta volontà dell'interessato, per portare a termine quello che viene piuttosto genericamente indicato come un compito o una missione, e comunque come qualcosa che deve avere una certa importanza per l'io, ma forse anche per lo stesso Spirito. Non possiamo dubitare che nella dimensione dello Spirito non sia presente un adeguato livello di conoscenza di ciò che le varie esperienze della vita organica rappresentano per l'io: non solo le revisioni della vita implicano che tutto ciò che l'io ha sperimentato mediante la propria coscienza sia trasmesso, registrato e conservato anche nella dimensione dello Spirito, ma le stesse intense, decise e vigorose rimostranze dell'io di fronte alla prospettiva di dover tornare alla vita organica dopo aver sperimentato la dimensione dello Spirito (dopo esser tornato a casa), sono chiare ed evidenti manifestazione delle difficoltà incontrate dall'io nel vivere sotto il dominio della psiche umana. Ci sembra che tutti questi elementi portino ad una conclusione: l'io è mandato temporaneamente a sperimentare la dimensione della vita organica perché, in qualche modo, ha bisogno di crescere e di sviluppare le risorse che lo aiutino a cavarsela per conto suo.

Che l'io sia soggetto alle dinamiche della psiche umana, con il loro retaggio di conflitti e di sofferenze, o che sia al servizio di un piano di addestramento voluto da una forma superiore di autorità, esso è comunque costretto a confrontarsi con forme di energia nei confronti delle quali le risorse di cui dispone sono ben poca cosa. Sono dunque comprensibili il sollievo e la felicità che prova allorché sente di essere tornato nella diimensione protettiva ed accogliente dello Spirito, dove la sua essenza riesce a manifestarsi e ad espandersi, ormai libera da qualsiasi preoccupazione. Altrettanto comprensibile è la reazione negativa dell'io all'idea di doversi assoggettare di nuovo alla gravosa esperienza della vita organica: l'apparente giustificazione che gli viene data, quella di avere un compito o una missione da portare a termine, spesso non riesce a fargli accettare di buon grado quanto gli viene richiesto (e non di rado imposto). Ci sembra dunque abbastanza ragionevole, anche alla luce delle modalità con cui si forma la moltitudine degli organismi umani attualmente viventi (con tutte le loro esigenze), chiederci se l'esperienza della vita organica sul pianeta Terra sia in ogni caso una scelta libera e volontaria da parte dell'io nella sua forma spirituale, oppure se sia un'imposizione che l'io subisce suo malgrado e controvoglia, come accade per non pochi di coloro che devono far ritorno a questa vita dopo aver sperimentato la dimensione dello Spirito. La prima ipotesi è sostenuta da chi ritiene, anche alla luce delle proprie esperienze in quella dimensione, che l'io spirituale abbia volontariamente sottoscritto con lo Spirito una sorta di contratto che gli consente di sperimentare la vita organica a certe condizioni, che prevedono – tra l'altro – che l'io cosciente si formi e si sviluppi ex novo nella prima fase della vita, privo di ricordi di precedenti esperienze, sia in forma spirituale, sia in qualche altra forma organica. Sotto questo aspetto, la vita organica viene considerata addirittura come un dono, richiesto dall'io spirituale e concesso dallo Spirito.

Si potrebbe ritenere che, una volta che l'io abbia raggiunto un certo livello di maturità spirituale, la sua volontà tenda ad identificarsi con quella dello Spirito, e dunque potrebbe accettare di buon grado di venire o di tornare nella dimensione della vita organica, per assolvere alla missione che gli è stata assegnata, quale che essa sia. Se invece l'io non ha ancora raggiunto quel livello, come spesso accade, la sua volontà individuale viene fortemente influenzata dallo stato di grazia in cui si trova nella dimensione dello Spirito, messo a confronto con la condizione di disagio che è stata o verrà sperimentata durante la vita organica, e di conseguenza la volontà dell'io tenderà a contrapporsi (in molti casi senza successo) a quella dello Spirito. Tuttavia, si tratta solo di congetture, dato che nessuno di noi, fin quando non sperimenterà direttamente la dimensione dello Spirito, può affermare al riguardo qualcosa di certo e di verificabile. Ma, finché siamo nella condizione di dover sperimentare le varie dinamiche della psiche umana, ci chiediamo se e quando l'io cosciente potrà raggiungere quel livello di maturità che gli può consentire di assumersi pienamente la responsabilità della propria esistenza sulla base di una ragionevole conoscenza del percorso che deve seguire. Come abbiamo visto, l'io non può porre la sua fiducia nella psiche stessa, che tende ad imprigionarlo nelle proprie dinamiche determinate dalla vita organica, usandolo per finalità sempre correlate ad un futuro dell'umanità che resta enigmatico, oscuro ed incerto. Molto più ragionevolmente l'io può contare sulla guida dello Spirito, confidando che quest'ultimo, oltre ad offririgli sostegno, aiuto ed incoraggiamento nell'affrontare le prove che l'io deve sostenere, lo illumini anche con la conoscenza necessaria per individuare il percorso da seguire, dotandolo delle risorse necessarie per percorrerlo. Ed è qui che sembrano intervenire alcune difficoltà di un certo rilievo, perché – una volta inviato o richiamato nella dimensione della vita organica, e quindi sotto il dominio della psiche umana – l'io in molti casi perde la capacità di orientamento determinata dalle conoscenze acquisite nella dimensione dello Spirito.

Nel modo in cui normalmente si forma, mediante lo sviluppo dell'organismo, l'io cosciente sembra essere più un prodotto delle molteplici sfaccettature della psiche umana che non un emissario dello Spirito, con una missione da compiere in questa dimensione. Sotto questo aspetto, si riscontra una sostanziale differenza tra l'io, così come nasce e si sviluppa durante la vita umana, e l'io che viene riconnesso al suo organismo dopo aver sperimentato la dimensione dello Spirito, portando con sé – sotto forma di ricordi particolarmente ben registrati – le informazioni relative alle esperienze vissute in quella dimensione. Va ricordato che disponiamo di testimonianze di NDE relative ad ogni età, anche da parte di bambini di tre o quattro anni, quando l'io cosciente è ancora in una fase molto precoce della sua formazione: dunque non si può sostenere che per sperimentare la dimensione dello Spirito sia necessario un io già ben formato e dotato di una coscienza evoluta. D'altra parte è anche vero che la casualità, almeno apparente, con cui si verificano le NDE che implicano una sperimentazione più o meno profonda della dimensione dello Spirito non aiuta la comprensione del ruolo assegnato a ciascun io nel corso della vita organica: come abbiamo visto, questo ruolo, nella maggior parte dei casi, viene determinato dalle sintonie della psiche con cui l'io si identifica, che possono mantenere l'io stesso all'oscuro della sua natura spirituale, o addirittura ispirargli una reazione avversa all'idea stessa di poter esistere in una forma diversa da quella organica. Di conseguenza, è come se l'io, una volta associato ad un'organismo ed essendo in una condizione di sviluppo potenziale, venisse lasciato dallo Spirito in balìa della psiche umana, così che ne possa sperimentare gli effetti nel modo più intenso possibile: solo in seguito, e per ragioni che non ci sono ben chiare, lo Spirito decide che l'io possa essere informato, già durante la sua vita organica, dell'esistenza della dimensione spirituale e della possibilità di sperimentarla una volta che questa vita si sia conclusa. Quello che dunque si ritiene che debba essere dimenticato dall'io per potergli consentire di vivere pienamente sotto il controllo della psiche ed al servizio della stessa, gli viene poi riproposto affinché si ricordi dell'esistenza della dimensione dello Spirito alla quale anela di poter far ritorno.

 (continua)    


 

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