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Dalla psiche umana alla dimensione dello Spirito

L'io cosciente come risultato della vita umana

Nel mettere a fuoco l'importanza dell'io cosciente come soggetto sperimentatore, abbiamo assunto una posizione in qualche misura analoga a quella di coloro che mettevano la Terra al centro dell'universo, pretendendo che tutto il cosmo ruotasse intorno ad essa. Non c'è dubbio sul fatto che l'io sia il vero e – per ciascuno di noi – unico soggetto delle nostre esperienze, in quello sviluppo temporale che le contraddistingue e che influenza anche i cambiamenti che avvengono nell'io nel corso della vita. Ma, come abbiamo più volte sottolineato, la frammentazione della coscienza in una pluralità di organismi individuali fa sì che l'immediata esperienza del nostro io – così come viene percepita dalla nostra coscienza – sia separata da una moltitudine di altre esperienze individuali, ciascuna delle quali può essere ricondotta ad un autonomo centro di coscienza, e dunque ad un io individuale. La complessità di questa interpretazione diventa più comprensibile se, come siamo abituati a fare, identifichiamo l'io degli altri con un preciso organismo, distinto dal nostro, che si manifesta, si esprime e si comporta in un certo modo caratteristico e particolare, interagendo con altri organismi. Analogamente, dobbiamo riconoscere che anche noi siamo percepiti dagli altri solo mediante il comportamento e le comunicazioni del nostro organismo, mentre il nostro io, che per ciascuno di noi rappresenta il nucleo centrale delle nostre esperienze della vita umana, resta per gli altri in larga misura inaccessibile, così come è per noi impossibile identificarci con l'io degli altri, anche quando, con una certa ipocrisia convenzionale, dichiariamo o crediamo di poterlo fare.

L'io non è soltanto un soggetto cosciente, ma è anche un sensore che, tramite il suo coinvolgimento nelle esperienze determinate dalla vita organica e dalla psiche umana, viene interessato nel tempo dagli effetti emotivi che la sua storia personale gli riserva: tali effetti riflettono il carattere bipolare della psiche, e dunque possono coprire tutta la gamma che va dal dolore e dalla sofferenza più intensi ad un altrettanto intenso piacere, fino ad un estatico stato di felicità. È necessario però non dimenticare che questa condizione dell'io è determinata dal suo vincolo con l'organismo e dal funzionamento del sistema nervoso. Intervenendo chimicamente sull'organismo si può alleviare o eliminare il dolore, oppure si può ottenere uno stato di beata euforia: stati che rimangono pur sempre soggetti all'inesorabile trascorrere del tempo. Il fatto poi che determinati eventi che interessano il sistema nervoso possano addirittura spegnere l'io, rappresenta il principale argomento a favore di coloro che considerano impossibile ogni forma di continuazione dell'esistenza dell'io alla morte del proprio organismo, riducendo l'io stesso ad una funzione puramente organica. Vanno inoltre considerate le grandi differenze che si riscontrano nei comportamenti, e nei modi di esprimersi e di stabilire relazioni con i propri simili, dei miliardi di esseri umani che hanno vissuto o stanno attualmente vivendo in questo mondo: sebbene non sia possibile sperimentare direttamente le dinamiche psichiche nelle quali ciascun io viene individualmente coinvolto, e con le quali in genere si identifica, proprio la varietà e la diversità dei comportamenti e delle manifestazioni emotive ci lasciano intuire la complessità della psiche umana e la molteplicità delle condizioni che determinano la costituzione stessa dell'io come entità dotata di coscienza, e la sua evoluzione nel tempo.

Una prima differenza nel modo in cui l'io si manifesta e prende coscienza di se stesso si riscontra quando, nelle interazioni con gli altri, le dinamiche della psiche prendono spesso il sopravvento, anche a causa della rapidità con cui i segnali ricevuti sono trasmessi dal sistema sensoriale al cervello ed elaborati da quest'ultimo, determinando reazioni psichiche più o meno immediate con le quali l'io si identifica o dalle quali può essere sopraffatto. Le persone il cui ruolo sociale richiede continue ed intense interazioni con gli altri – nella politica, negli affari e nelle imprese di ogni genere – spesso hanno una naturale disposizione al controllo delle dinamiche della psiche, che si sviluppa anche con l'esercizio e la pratica. Questo non significa, tuttavia, che il loro io cosciente sia particolarmente evoluto, al punto da essere capace di sottrarsi alle dinamiche della psiche: anzi, proprio quel ruolo che le particolari e non comuni risorse di cui dispongono determina per loro, induce il loro io ad identificarsi completamente con tali dinamiche. Grandi condottieri, capi politici carismatici e creatori di imperi economici appartengono spesso a questa categoria: la loro indiscutibile ed eccezionale capacità di azione e l'energia di cui dispongono sono determinate da particolari e straordinarie sintonie psichiche, con le quali il loro io si identifica, nel bene ma anche nel male. In questo campo ci muoviamo infatti nell'ambito delle dinamiche che caratterizzano la psiche umana e le sue finalità, per noi insondabili. Molto diversa è la condizione dell'io quando riesce a trovare il tempo e le risorse per rivolgere la sua attenzione cosciente verso l'osservazione delle dinamiche della psiche che lo coinvolgono e verso la complessità del suo stato esistenziale, alla luce delle facoltà intellettive e critiche di cui dispone, e delle informazioni ottenute mettendo a confronto i programmi interpretativi elaborati dalle varie culture umane, anche appartenenti ad epoche diverse.

Quest'attività introspettiva mediante la quale l'io riesce ad impegnarsi in un ruolo di attento osservatore sia delle dinamiche psichiche in cui esso stesso viene coinvolto in quanto sensore, sia dei programmi che ha assimilato e che determinano il suo funzionamento nelle interazioni sociali, nella protezione del suo organismo e nella ricerca del benessere e della soddisfazione dei desideri, comporta un incremento della complessità della struttura stessa dell'io ed un notevole ampliamento e rafforzamento della sua coscienza. Una volta raggiunto un sufficiente grado di autonomia nei confronti delle dinamiche della sua psiche, l'io, in questa sua funzione di soggetto osservatore, è anche in grado di esaminare la propria formazione ed il proprio sviluppo nelle varie fasi della vita organica, mediante un'accurata rielaborazione mnemonica della sua storia personale. In questo quadro è come se dalle nebbie indistinte di una condizione indecifrabile emergessero all'inizio alcune linee, che progressivamente si modificano, si collegano tra loro, si ricompongono in varie forme che si riempiono poi di molti colori, fino ad ottenere una composizione dettagliata e piuttosto stabile, la cui interpretazione resta pur sempre, in diversi casi, enigmatica. Fin quando l'io si identifica in toto con le dinamiche della propria psiche – assolvendo così, nel bene e nel male, a quella funzione al servizio della psiche che ho definito automa umano – l'enigma relativo all'esistenza dell'io può essere ricondotto a quello del frazionamento della coscienza in una pluralità di organismi individuali i cui io si muovono, in un senso o nell'altro, nell'ambito degli orientamenti, delle direttive e delle regole che sgorgano dall'energia bipolare della psiche umana. Ma quando l'io riesce ad intraprendere con successo il percorso di introspezione che lo porta a prendere le distanze, almeno in parte, dalle dinamiche della psiche che lo coinvolgono e con cui si è anche identificato nella sua passata storia personale, può intravedere in quel quadro la realizzazione di un progetto che include forme di coscienza complesse e piuttosto evolute, che vanno ben al di là di quanto può essere prodotto mediante la sua mera struttura organica.

Tra gli aspetti che distinguono un io dall'altro c'è anche un più o meno intenso attaccamento alla vita organica, accentuato in qualche misura da quei programmi culturalmenti diffusi – sostenuti anche da una parte della comunità scientifica – che negano ogni possibilità di continuazione dell'esistenza dell'io cosciente quando l'organismo a cui esso è collegato smette definitivamente di funzionare. L'intensità del vincolo che lega l'io cosciente al proprio organismo è molto variabile da un individuo all'altro, ed in parte dipende dal funzionamento stesso dell'organismo: vi sono infatti persone per le quali il timore di compiere azioni che mettono in serio pericolo l'integrità dell'organismo e la sua funzionalità è molto inferiore alla media, ed altre che addirittura non sentono il dolore, e dunque non sono in grado di proteggersi nei confronti di quelle situazioni che comportano il rischio di lesioni organiche. Anche i bambini piccoli vanno spesso protetti perché, senza esserne consapevoli, compiono azioni che possono danneggiare il loro organismo, e nel loro sviluppo devono essere programmati – non sempre con successo – affinché mantengano il loro organismo per quanto possibile in forma e ben funzionante. Non mancano tuttavia casi nei quali l'esposizione dell'organismo ad una situazione di rischio, o la sua stessa distruzione, sembrano rispondere ad una precisa esigenza dell'io, la cui origine può essere fatta risalire alla psiche, ma in qualche caso anche allo spirito. Per esempio, l'esigenza di far cessare il funzionamento dell'organismo può derivare dai dolori lancinanti che l'io è costretto a subire, come conseguenza di traumi o malattie incurabili e debilitanti, o da particolari circostanze che inducono una sofferenza psichica conflittuale che l'io non riesce né a risolvere né a sopportare. Ma a volte, in quelli che possono anche essere considerati come atti di eroismo – almeno nell'ambito di un certo gruppo umano – l'integrità di un organismo in buona salute e ben funzionante viene consapevolmente messa in pericolo o sacrificata al servizio di un ideale che l'io può sentire come nobile o superiore, oppure, semplicemente, come un dovere al quale non può sottrarsi.

Dunque nel corso della vita organica possiamo attribuire all'io una pluralità di funzioni e di orientamenti, dal ruolo di controllo delle attività e del comportamento del suo organismo a quello di percettore e di sensore delle dinamiche della propria psiche, oppure di osservatore introspettivo dell'attività mentale che lo coinvolge e delle proprie reazioni. Il grado di complessità dell'io può variare molto da una persona all'altra, ma non di rado è più elevato di quanto non sembri ad un osservatore esterno. Inoltre, come è comprensibile, tende ad aumentare nel corso della nostra vita, man mano che cresce il bagaglio di esperienze determinato dalla nostra storia personale. Si potrebbe anche aggiungere al sostantivo «io» un aggettivo che ne indichi, anche se in modo generico, il ruolo e la funzione: potremmo così riferirci ad un io organico, ad un io psichico, ad un io introspettivo o riflessivo, ad un io spirituale, ecc., senza tuttavia dimenticare di considerare sempre l'io nella sua qualità di soggetto cosciente. Esercitandosi nel suo ruolo introspettivo, l'io può riuscire ad osservare con sufficiente attenzione e precisione l'attività mentale che lo coinvolge, spesso stimolata dalla sua stessa volontà e dal suo interesse: non di rado, tuttavia, proverà uno sgradevole senso di incertezza nell'attribuire ai prodotti della propria attività mentale un'origine psichica oppure spirituale. La polarità positiva della psiche umana può anche riflettere l'influenza dello Spirito, che viene tuttavia sempre tradotta nella tensione bipolare propria dell'energia della psiche, per la quale al bene si contrappone il male (e viceversa), al premio la punizione, al piacere il dolore, e così via. Abbiamo visto invece che l'energia dello Spirito, così come sperimentata da molti di coloro che hanno avuto una NDE, sembra essere del tutto libera da qualsiasi tensione bipolare. Potrà essere dunque utile cercare di comprendere meglio quali sono le forme di coscienza, individualizzate nella loro frammentazione, che coesistono e si manifestano sotto il dominio dell'energia bipolare della psiche.

Il dominio della psiche: esseri umani ed inorganici

Per noi che stiamo attualmente sperimentando la vita organica, la manifestazione più evidente del potere della psiche è costituita proprio dalle dinamiche che determinano le vicende del genere umano, nel loro svolgimento attuale e negli eventi storici del passato di cui si conserva almeno qualche traccia. Non va dimenticato che l'umanità da noi conosciuta vive solo sulla superficie del pianeta Terra, un luogo di dimensioni infinitesime se confrontato con la vastità dell'universo, ma abbastanza grande in relazione alle dimensioni dell'organismo umano. Non abbiamo dunque alcun elemento che ci consenta di affermare che il dominio della psiche – così come noi la sperimentiamo e la conosciamo nei suoi vari aspetti – si estenda oltre quella porzione di spazio che circonda il nostro pianeta. L'attenta osservazione della natura e delle interazioni tra gli organismi individuali – sia appartenenti a specie diverse, sia nell'ambito di una stessa specie – ed il patrimonio di conoscenze laboriosamente acquisito dall'intelligenza umana in merito al funzionamento ed all'evoluzione degli organismi viventi, ci consentono di stabilire una correlazione tra le dinamiche in gran parte inconsce che regolano il mondo della natura, e la complessa attività con cui attualmente la psiche umana si manifesta mediante il funzionamento cosciente di miliardi di persone, ciascuna dotata di un proprio io. Proprio la forte connessione che si stabilisce tra l'io cosciente ed il suo organismo, insieme al potere dei programmi culturali di origine psichica che si formano mediante le interazioni tra i vari organismi nell'ambito dei gruppi sociali, determinano quelle modalità di funzionamento che impegnano l'io a sperimentare coscientemente la vita organica, tutelando – per quanto gli è possibile – l'integrità ed il benessere del proprio organismo e di quelli a cui si sente intensamente collegato. Non mancano, come si è visto, le eccezioni, rappresentate da coloro che mettono più o meno coscientemente a rischio l'integrità del proprio organismo, o addirittura decidono di interrompere la propria esperienza della vita organica: di norma, tuttavia, la protezione, la cura ed il benessere dell'organismo sono di gran lunga gli orientamenti prevalenti dell'io.

Come conseguenza del vincolo organico, l'io è costretto a sperimentare i dolori e le sofferenze derivanti tanto dalle cause naturali (ambientali ed organiche) che minacciano la salute e l'integrità del suo corpo, quanto dalle lesioni e dai traumi che altri organismi umani possono causare al medesimo. L'esigenza di evitare questi patimenti può trasformarsi in una sorta di subordinazione che rasenta la vigliaccheria, nel caso in cui – soprattutto nelle interazioni umane – l'io si sente costretto a rinnegare, per la sopravvivenza o il benessere del corpo, quegli ideali che dovrebbe invece difendere: d'altra parte, contrariamente a quanto alcuni sostengono, difficilmente una vita prevalentemente fondata sui patimenti (la valle di lacrime) presenta vantaggi per un'armoniosa evoluzione dell'io in senso spirituale. Dunque può accadere che l'io si senta costretto a porre un termine alla propria vita organica, perché – per un motivo o per l'altro – le condizioni che essa gli impone sono in conflitto con qualcosa che fa parte della sua stessa essenza, ed a cui esso non può rinunciare. Inoltre, quando la vita organica si avvicina al suo termine naturale, il deterioramento fisico che coinvolge anche le facoltà mentali può indurre l'io a porre intenzionalmente fine alla propria vita per non essere di peso agli altri. Le uniche motivazioni sensate che possono prolungare l'esperienza della vita organica anche in condizioni negative ed al limite della sopportazione per l'io, sono costituite o dalla certezza che la morte dell'organismo determini l'annientamento della propria coscienza e dunque dell'esistenza stessa dell'io, oppure dalla sensazione di non aver ancora raggiunto quel livello di sviluppo che consenta all'io di rompere il guscio corporeo per iniziare una nuova esistenza non organica in un'altra dimensione. Cerchiamo dunque di esaminare con la dovuta attenzione le informazioni che possiamo ottenere su questa nuova forma di esistenza nella quale l'io cosciente potrebbe trasferirsi alla morte del suo organismo.

Le fonti di informazione utilizzate in questo sito in merito alla continuazione delle esperienze dell'io cosciente alla morte dell'organismo sono le comunicazioni medianiche e le NDE. Mentre le NDE sono esperienze soggettive vissute in prima persona dall'io cosciente di coloro che ce le raccontano, le comunicazioni medianiche ci danno informazioni più o meno plausibili e convincenti sull'esistenza di entità spirituali che dimorano in una dimensione di norma separata dal nostro mondo fisico: per essere più precisi, dovremmo fare riferimento all'esistenza di esseri inorganici – nel senso che sono privi di un organismo come quello mediante il quale viviamo noi umani – i quali, in particolari circostanze e tramite l'energia fornita da un medium, possono venire in contatto con la nostra dimensione ed interagire con gli oggetti e con le persone. Nelle pagine di questo sito, compresa quella del mese scorso, sono stati presentati vari esempi di queste interazioni, per le quali la spiegazione più convincente resta quella dell'intervento attivo da parte di questi esseri inorganici intelligenti. Abbiamo anche visto come in certi casi questi esseri inorganici siano stati in grado di offrire prove di identificazione molto convincenti in merito ad una loro passata vita come personalità umane: tuttavia è stato anche dimostrato come essi siano in grado di percepire, di elaborare e di materializzare i contenuti della psiche e della memoria dei medium e dei partecipanti alle sedute. Ma l'aspetto più importante di queste manifestazioni consiste nel fatto che quando questi esseri inorganici entrano in contatto e comunicano con noi, oltre a mantenere alcuni tratti caratteristici della loro personalità umana, non di rado sembrano essere ancora sotto il controllo della psiche, ad eccezione di quegli aspetti correlati alle esigenze dell'organismo che condizionano la nostra vita umana. In particolare, tra questi esseri inorganici si riscontra un diversa gamma di orientamenti verso l'una o l'altra polarità della psiche, che ci induce a credere che – così come nel nostro mondo – anche in quella dimensione esistano sia entità elevate ed angeliche, sia altre entità di basso livello, degradate e demoniache.

La differenza più rilevante tra il nostro mondo e la dimensione in cui vivono queste personalità inorganiche consiste nel fatto che mentre noi umani viviamo tutti insieme all'interno di un sistema controllato dalla psiche, in cui ognuno può interagire con chiunque altro, la dimensione delle entità disincarnate ci viene descritta come divisa in livelli ben separati tra loro, in ognuno dei quali convivono solo esseri il cui io ha raggiunto un livello di evoluzione spirituale compatibile. Questi livelli sono poi gerarchicamente organizzati secondo una gradazione che va da quelli più bassi, in linea di massima coincidenti con la polarità negativa della psiche umana, a quelli più elevati, corrispondenti alla polarità positiva: sembra che gli esseri inorganici siano liberi, se lo vogliono, di visitare i livelli inferiori a quello loro assegnato, senza essere contaminati dalle entità che vi dimorano, ma non possano accedere a loro piacimento a nessun livello superiore al loro, a meno che non vengano, per così dire, promossi, in base alle norme stabilite da qualche superiore autorità. Dobbiamo dunque ancora una volta confrontarci con un sistema che riflette il carattere bipolare della psiche umana, anche se con modalità alquanto diverse da quelle che sperimentiamo nel corso della nostra vita organica. Il fatto di trasferire il contrasto bipolare tra bene e male alla dimensione dell'esistenza inorganica non ci aiuta ad individuare le ragioni che determinano l'orientamento dell'io cosciente verso l'una o l'altra polarità: infatti, se durante la vita umana possiamo in qualche modo ricondurre l'attrazione dell'io verso la polarità negativa della psiche al fascino esercitato su di esso dalle dinamiche psichiche in cui viene coinvolto e con le quali si identifica a causa della debolezza delle sue risorse, il trasferimento di questo destino personale a quella che dovremmo considerare la dimensione dello spirito sposta il problema su un livello diverso, ma non lo risolve. Da cosa può dipendere, in realtà, il diverso grado di evoluzione dell'io spirituale?

Se alle esigenze dell'io organico, o alla debolezza dell'io nei confronti delle dinamiche della psiche che lo coinvolgono, si può contrapporre un io spirituale in grado di offrire il proprio sostegno all'io cosciente, di influenzarne in qualche misura le scelte e di essergli di aiuto e di conforto nel sopportare le difficoltà di questa vita, allora si può comprendere il significato evolutivo dell'avventura umana, mediante la quale l'io cosciente, una volta liberato dall'organismo, viene messo in condizione di sperimentare la dimensione dello Spirito. Ma se anche l'io spirituale, debole ed insicuro, rimane irretito nelle dinamiche della polarità negativa della psiche, al punto da essere costretto a dimorare nei livelli inferiori della dimensione in cui vivono gli esseri inorganici, e perfino a dover subire i tormenti e le sofferenze che gli vengono inflitti da entità maligne, la cui reale esistenza esso è obbligato ad accettare, allora i conti non tornano: infatti, alla luce della nostra capacità di comprendere (che, con tutti i suoi limiti, resta l'unica risorsa di cui disponiamo per orientarci nella vita umana), il fatto che l'io resti vincolato alle dinamiche bipolari della psiche anche una volta liberato dai vincoli che lo legano all'organismo significa che l'esperienza umana è servita a ben poco. Per tentare di risolvere questo problema si è fatto ricorso, in termini di programmi culturali, ad un'estensione del tempo anche alla dimensione dell'esistenza inorganica, suddividendo il percorso evolutivo dell'io spirituale in una successione di esperienze di vita umana – ognuna delle quali dà origine ad un proprio autonomo io cosciente – mediante le quali l'io spirituale può essere promosso da un livello inferiore ad uno superiore. Si tratterebbe dunque di una specie di percorso scolastico analogo a quelli che sperimentiamo nelle nostre società complesse, con i diversi gradi di istruzione ed i passaggi da una classe a quella successiva sulla base delle conoscenze acquisite e dei punteggi attribuiti dagli insegnanti.

Un punto debole di questa interpretazione è dato dall'estrema semplificazione delle diverse condizioni in cui si svolge l'esperienza individuale della vita umana, e dunque dal ruolo del tutto subordinato, aleatorio ed effimero che viene attribuito all'io cosciente – vincolato alla storia personale di una singola vita organica – rispetto ad un io spirituale che resta sempre sullo sfondo, come un'entità sostanzialmente aliena nei confronti delle esperienze in cui l'io cosciente viene coinvolto, compreso il mistero della morte. Inoltre, a parità di condizioni iniziali, un certo ciclo didattico dovrebbe essere interamente percorribile da qualsiasi io spirituale interessato, dunque le differenze di evoluzione a cui viene attribuita l'assegnazione ai vari livelli di questo ciclo didattico, da quelli inferiori verso quelli via via superiori, possono essere dovute solo al tempo di inizio oppure alle capacità ed ai meriti dell'io spirituale. Il tempo di inizio variabile dovrebbe implicare nascite spirituali diversificate nel tempo, per cui, se – per così dire – il mio io spirituale è in questa vita alla terza elementare, mentre un altro spirito è all'ultimo anno del liceo, questo dipende solo dal fatto che io sono più giovane perché nato dopo, ma col tempo anche io frequenterò l'ultimo anno del liceo, e magari poi andrò all'università. Ma per quanto riguarda le capacità e l'impegno con cui l'io spirituale partecipa a questo ciclo di insegnamenti, una sostanziale diversità nella distribuzione di queste risorse alle singole entità individuali, per cui alcune si orientano verso la polarità negativa della psiche ed altre verso quella positiva, può essere attribuita solo alla sorgente da cui le entità spirituali hanno origine, che evidentemente non sarebbe in grado di garantire a tutti le stesse condizioni iniziali. In ogni caso osserviamo come queste elaborazioni interpretative siano contaminate da vari elementi che caratterizzano la psiche umana, ed in particolare dal fattore tempo, che – nella nostra dimensione umana – determina la successione delle nascite e delle morti e l'avvicendamento delle generazioni. Se poi il successo o l'insuccesso nell'ambito di un ciclo di apprendimento dipende dalla qualità di ogni frammento di io spirituale che scaturisce dalla sorgente originaria, allora si sposta l'origine del problema rappresentato dalla bipolarità della psiche umana, ma il problema stesso non viene risolto.

Le manifestazioni organiche ed inorganiche della psiche umana

Se l'io cosciente vuole avere una possibilità di interpretare correttamente il significato della propria esperienza umana e le opportunità che gli vengono offerte dal percorso evolutivo che lo porta alla liberazione, è necessario anzitutto che riesca a compiere una piccola rivoluzione copernicana: pur essendo il centro, il nucleo ed il sensore delle esperienze di vita che lo coinvolgono e lo riguardano, deve riuscire a rivolgere la sua attenzione alla psiche come fenomeno generale, dimenticando l'importanza che le dinamiche della psiche con cui di norma si identifica lo inducono ad attribuire a se stesso. Il fenomeno della psiche, infatti, si basa sulla frammentazione della coscienza in una pluralità di organismi individuali, ognuno dei quali sperimenta – in quanto io cosciente – la propria storia personale, nella quale resta irretito al punto da non potersene poi liberare. Eppure è proprio la pluralità dei miliardi di storie individuali – ed il fatto che ciascuna di esse sia sperimentata da un diverso io cosciente vincolato ad un organismo che vive in un certo tempo ed in un certo luogo – a consentire all'energia della psiche di svolgere la propria attività mediante una tensione bipolare. Le esigenze stesse della vita organica ed i programmi di condizionamento culturale sollecitano o obbligano i vari io ad interagire tra loro nell'ambito dei gruppi umani organizzati – tramite i comportamenti degli organismi e le reazioni psichiche reciprocamente indotte – determinando tutti quegli effetti fisici e mentali che riscontriamo nella realtà del nostro mondo. Le diversità tra le sintonie individuali della psiche con le quali ogni io cosciente si identifica genera le micro e le macro tensioni che possono tradursi tanto in energie motrici canalizzate, controllate e costruttive, quanto in forze magmatiche, distruttive e violente, che sfuggono alla capacità di controllo delle organizzazioni umane. Il fatto che queste tensioni possano essere sentite come esperienze negative e dolorose dal singolo io individuale è del tutto irrilevante per la psiche umana, allo stesso modo in cui è irrilevante il destino di un singolo organismo vivente nell'ambito della natura.

La psiche può fare affidamento sul processo di produzione di una moltitudine di organismi umani messo a punto dall'evoluzione naturale della vita: teoricamente il numero di organismi umani viventi in una certa epoca potrebbe crescere in modo esponenziale, ma in pratica il fatto di dover vivere sulla superficie di un pianeta dalle risorse limitate e con ampie aree non adatte alla vita pone dei limiti all'espansione incontrollata della vita umana. È possibile, anzi è probabile, che in un futuro non molto lontano l'alterazione degli equilibri naturali del pianeta determinata dalla psiche umana provochi un drastico incremento delle tensioni conflittuali che caratterizzano l'energia della psiche. In ogni caso la frammentazione della coscienza determinata dalla psiche fa sì che ad ogni organismo sia associato un io cosciente, il quale di norma viene asservito alle dinamiche della psiche con cui si identifica senza avere la minima conoscenza in merito alle finalità del fenomeno psichico, al punto da poter dubitare che esso abbia uno scopo: ai nostri giorni, si può anche dubitare dell'esistenza di un dio o di una pluralità di dei, ma non si può dubitare della realtà delle dinamiche psichiche che coinvolgono il nostro io cosciente. Proprio la debolezza e l'insicurezza dell'io di fronte sia agli eventi che minacciano l'integrità ed il buon funzionamento dell'organismo a cui è vincolato, sia alle reazioni psichiche determinate dagli eventi della vita e dalle interazioni umane, gli impongono di adeguarsi a quei programmi di condizionamento collettivo sui quali si fondano i raggruppamenti umani di dimensioni più o meno ampie, fino alla complessità delle organizzazioni delle attuali nazioni sovrane. Un io individuale può estendere il raggio della propria coscienza fino a prendere in considerazione le dinamiche del proprio gruppo di appartenenza, ma appena supera un certo limite deve constatare la conflittualità intrinseca della psiche, che genera tensioni e discordie nelle interazioni tra le persone, tra i gruppi umani organizzati e tra le nazioni. Con queste premesse, quando si verificano determinati eventi l'unica risorsa di cui l'io dispone per sottrarsi alle dinamiche della psiche umana consiste nello sciogliere il vincolo che lo lega al proprio organismo.

Nella seconda metà dell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento si manifestò un diffuso interesse, anche culturale, nei confronti dei fenomeni medianici, soprattutto quando questi consentivano di stabilire un contatto, anche visivo, con le persone care defunte, e di ottenere informazioni in merito sia ai cambiamenti che avvenivano al momento del trapasso, sia alle esperienze a cui andava incontro l'io nell'aldilà, una volta svincolato dall'organismo. Un esempio particolarmente significativo di questi contatti è dato dalle materializzazioni ottenute dal banchiere di New York Charles F. Livermore, il quale – nel corso di oltre 300 sedute con la medium Kate Fox (1837-1892) – riuscì per un periodo di cinque anni, dall'aprile 1861 all'aprile 1866, a visualizzare le sembianze ed a percepire anche tangibilmente la presenza personale di sua moglie (chiamata Estelle), molto amata e prematuramente morta nel 1860. Tuttavia le informazioni ottenute tramite comunicazioni medianiche diverse in merito all'ambiente in cui dimoravano queste personalità trapassate – nella loro forma di esseri inorganici – ed alle loro esperienze, erano in parte coerenti, ma mostravano anche non poche incongruenze: la causa di tali incongruenze andava ricercata in parte nelle contaminazioni psichiche della mente del medium, che le entità dovevano necessariamente utilizzare per stabilire un contatto con la nostra dimensione, ma la cui connessione causava spesso in loro – come esse stesse dichiaravano – uno stato di annebbiamento, di confusione e di perdita di memoria. Questa forma di contaminazione da parte della psiche umana è ben comprensibile, una volta che si consideri come sia ingenua la pretesa, da parte delle persone umane che ricevono le comunicazioni medianiche, di ottenere dalle entità inorganiche un contatto chiaro, diretto ed affidabile, senza tener conto delle difficoltà che devono essere affrontate e risolte per poter stabilire un canale di comunicazione tra due dimensioni che restano ben separate tra loro. Si tratta di difficoltà che possono essere definite, a buon diritto, tecniche, in un campo nel quale noi umani non abbiamo nessuna competenza.

A questa impossibilità di stabilire con certezza quali informazioni provenienti dalle entità inorganiche possano essere considerate genuine ed affidabili, e quali sono contaminate da rappresentazioni elaborate dalla psiche umana, sintonizzate dalla mente del medium o dei partecipanti alle sedute, si aggiunge un altro elemento che complica non poco il quadro delle rappresentazioni dell'aldilà: si tratta dell'attribuzione di un potere ideoplastico alla mente delle entità disincarnate, che sarebbero in grado di usare il pensiero creativo per costruire vari aspetti della realtà del mondo in cui vivono. Inoltre una sorta di attrazione reciproca generata dall'affinità psichica a cui l'io cosciente è soggetto, determinerebbe la distribuzione delle entità inorganiche nell'ambito dei vari livelli e sottolivelli gerarchicamente organizzati in cui quel mondo è suddiviso. Come si può notare, queste rappresentazioni non implicano una liberazione dell'io cosciente da quella condizione di coinvolgimento nelle dinamiche della psiche umana che caratterizza le esperienze della vita organica, ma estendono il campo d'azione della psiche – in qualche misura modificato, in modo da adattarsi ad una forma di esistenza inorganica – alla dimensione in cui dimorano gli esseri privi di corpo. In alcuni casi la dimensione dello Spirito viene considerata come una condizione di ordine superiore, alla quale si può pervenire solo quando l'io spirituale riesce a liberarsi della sua controparte psichica. Abbiamo già evidenziato come, nelle confuse esperienze della vita umana, l'io cosciente possa trarre soddisfazione e piacere dalle dinamiche della psiche, anche quando queste sono determinate dalla polarità negativa, per esempio nel caso in cui l'io provi soddisfazione per un vantaggio acquisito a danno di qualcun altro. Questa soddisfazione è determinata dal potere della psiche, al quale l'io si sottomette a causa della condizione di debolezza in cui si trova la sua controparte spirituale. È ingenuo, in queste condizioni, fare riferimento al libero arbitrio dell'io, dato che esso – nel suo stato di automa umano privo di una controparte spirituale sufficientemente sviluppata, capace di confrontarsi con le dinamiche della psiche – non può che funzionare nel modo in cui funziona.

La condizione in cui si trova l'io cosciente associato ad un organismo umano ci è ben nota: ammesso che riesca a trovare il tempo e le energie per prendere coscienza della propria essenza mediante un'accurata analisi introspettiva, ogni io riconoscerà di essere un cocktail più o meno ben riuscito tra le esigenze dell'organismo (io organico), le tensioni dinamiche della psiche (io psichico), i condizionamenti e le richieste del suo ruolo umano (io sociale), le elaborazioni dell'intelletto (io mentale) e l'attrazione esercitata dallo Spirito (io spirituale). Nella prima parte della vita queste componenti interagiscono tra loro in modo più o meno effervescente ed a volte conflittuale, a seconda del prevalere dell'una o dell'altra, ma una volta raggiunta la maturità e – più ancora – nella fase finale della vita, tutti gli ingredienti che hanno contribuito a formare la personalità globale dell'io possono essere chiaramente identificati dalla sua coscienza. Ovviamente, la diversità – non solo quantitativa, ma anche qualitativa – tra le diverse componenti, dovuta alla frammentazione della coscienza in una pluralità di organismi umani, ognuno dotato in misura diversa di particolari risorse, e la storia personale che il destino riserva a ciascun organismo, contribuiscono a determinare l'essenza individuale di ciascun io. Questo quadro si modifica in modo sostanziale quando l'io, terminata l'esperienza della vita umana, può eventualmente continuare la sua esistenza cosciente nella dimensione degli esseri inorganici: la componente organica scompare del tutto, mentre l'io sociale si modifica in funzione delle diverse modalità di interazione tra le entità individuali che dimorano nel nuovo ambiente in cui l'io si ritrova. Questi cambiamenti si riflettono in parte anche sulle dinamiche della psiche che continuano a coinvolgere l'io – in senso positivo o negativo, così come si verifica durante la vita umana – ma di per sé non sembra che si traducano in un rafforzamento dell'io spirituale o in un vantaggio per il suo progresso evolutivo. Tanto nelle comunicazioni medianiche quanto in alcune NDE, non mancano infatti le rappresentazioni e le descrizioni di esperienze di angoscia, di sofferenza e di tormento – talvolta anche in termini punitivi, come conseguenza dei comportamenti, delle scelte e delle azioni compiute dall'io nel corso della vita organica – che dimostrano come la bipolarità che caratterizza la psiche possa continuare ad operare anche nella dimensione inorganica, quanto meno ai livelli inferiori della stessa.

Se il dominio della psiche si estende anche alla dimensione in cui dimorano gli esseri inorganici, dunque oltre la vita umana, i motivi per cui l'io cosciente – in alcune sue forme – dovrebbe continuare ad essere coinvolto dalle stesse dinamiche da cui era irretito durante la vita organica, oppure ad essere tormentato da esperienze generate dalla polarità negativa della psiche, sono per noi incomprensibili. Nell'ipotesi che ciascun io sia dotato di una componente spirituale, più o meno sviluppata, oltre che di una componente psichica di solito prevalente, l'eventuale orientamento dell'io verso la polarità negativa della psiche durante la vita umana può essere in parte spiegato con le esigenze dell'organismo, con l'influenza di certi programmi culturali da cui l'io viene condizionato, con la debolezza della componente spirituale dell'io e con le sofferenze psichiche che l'io è costretto a patire a causa delle condizioni ambientali e delle interazioni umane che il suo destino individuale gli impone. Rispetto a questo stato di cose, la fine della vita organica dovrebbe comunque rappresentare una liberazione dell'io dal suo assoggettamento alle dinamiche della psiche umana, ed una possibilità offerta all'io spirituale di emanciparsi dalle costrizioni che gli sono state imposte dall'io psichico: in caso contrario dovremmo attribuire ad alcune forme di io cosciente un'essenza intrinsecamente malvagia, priva di qualsiasi componente spirituale. Il carattere bipolare dell'energia della psiche andrebbe dunque esteso fino a riconoscere l'esistenza di una controparte negativa dello Spirito, da cui verrebbero emanati questi nuclei irrimediabilmente inclini al male. Io non credo che le cose stiano in questo modo, ma non credo nemmeno nel valore della sofferenza e del tormento come strumenti di liberazione e di evoluzione per l'io spirituale: dunque il fatto che l'energia bipolare della psiche umana possa estendere il suo campo d'azione anche alla dimensione in cui dimorano gli esseri inorganici mi lascia perplesso. Evidentemente l'io cosciente deve superare anche quella condizione per poter accedere alle esperienze della dimensione dello Spirito.

L'esperienza dell'energia dello Spirito

L'impressione che ricaviamo da molti resoconti delle NDE è che l'io cosciente – pur mantenendo la sua personalità individuale – possa entrare in contatto, mediante un percorso che in alcuni casi è abbastanza veloce, con una forma di energia che lo ricarica, lo vivifica, lo trasforma e lo entusiasma (nel senso etimologico del termine), liberandolo completamente dalle tensioni, dai conflitti e dalle insicurezze mentali che caratterizzavano la sua soggezione alla psiche umana: quest'energia, percepita come Luce e descritta in termini umani come amore infinito, assoluto ed incondizionato (probabilmente a causa della mancanza di termini più adeguati), sembra essere la meta ultima alla quale ogni io aspira, indipendentemente dalle vicende della vita umana nelle quali è stato coinvolto e dalle dinamiche della psiche – anche negative – con cui si è identificato, che vengono in un certo senso lavate via dall'energia spirituale. L'esperienza si rivela talmente appagante per l'io, che il suo più intenso ed unico desiderio resta quello di poter permanere eternamente in quella dimensione ed in quello stato sublime. Questa condizione di beatitudine sperimentata dall'io viene spesso associata alla sensazione di aver fatto ritorno a casa, cioè ad una dimora esistenziale perfettamente armonizzata con l'essenza stessa del nucleo spirituale dell'io cosciente. Indipendentemente dalle modalità con cui le esperienze nella dimensione dello Spirito prendono forma e si sviluppano – in una dimensione temporale molto diversa da quella che noi sperimentiamo durante la vita organica – l'effetto creativo e vivificante che l'energia dello Spirito esercita sull'io è tale che quest'ultimo non sente il bisogno di nient'altro, se non di potersi nutrire di quella Luce eterna. Anche le più intense emozioni o le relazioni affettive sperimentate nell'ambito della psiche umana impallidiscono se messe a confronto con l'energia irradiata dallo Spirito, che è in grado di riprodurle come esperienze rinnovate ad un livello molto più elevato e gratificante.

La dimensione dello Spirito è già stata sperimentata dall'io cosciente di un numero considerevole di persone di età diversa, le quali, fino al momento dell'esperienza, avevano vissuto la loro vita in modo più o meno normale, nell'ambito delle varianti che il destino assegna ad ogni vita individuale: alcune vite possono essere più tribolate di altre, più difficili e più segnate dalla sofferenza; alcune persone possono avere un'intensa fede religiosa, mentre altre possono essere del tutto agnostiche, e convinte che la morte dell'organismo segni la fine dell'esistenza dell'io cosciente; in alcuni casi la NDE viene vissuta ad un'età in cui l'io è ancora in fase di sviluppo e vive in modo spontaneo ed immediato, senza pensare a questioni esistenziali. Eppure, a parte i cambiamenti che il contatto con l'energia dello Spirito induce nell'io quando quest'ultimo fa ritorno alla vita organica, nella maggior parte dei casi resta in coloro che hanno sperimentato una NDE la convinzione, anzi la certezza, che quella che è stata un'esperienza straordinaria e meravigliosa che ad un certo punto si è interrotta – lasciando spesso nell'io un'intenso sentimento di rimpianto e di nostalgia – si ripresenterà come condizione definitiva e permanente quando l'io cosciente sarà liberato dal vincolo che lo lega al suo organismo. Nella nostra epoca l'impatto di queste NDE positive, che possono essere considerate come messaggi informativi trasmessi a noi umani in merito alle esperienze che attendono l'io cosciente dopo la morte dell'organismo, è di gran lunga prevalente e popolare rispetto alle comunicazioni di origine medianica che hanno caratterizzato la seconda metà dell'Ottocento e l'inizio del secolo scorso. Allo stesso tempo, riscontriamo come anche le condizioni della vita organica siano notevolmente migliorate rispetto ad un secolo fa, almeno nell'ambito delle nostre culture occidentali, rendendo questa vita mediamente più gradevole, e comunque molto più libera da quei sensi di colpa di cui erano ancora permeati molti programmi di condizionamento culturale dell'Ottocento.

C'è sempre un rapporto molto stretto tra una forma di realtà ed il soggetto cosciente che la sperimenta come tale: nel caso delle NDE coloro che ci raccontano la loro esperienza sono convinti della realtà della dimensione dello Spirito per averla direttamente sperimentata, anche se poi hanno dovuto far ritorno alla realtà della vita organica. Invece nel caso delle comunicazioni medianiche i soggetti narranti restano per noi umani delle entità aliene, dimoranti in una dimensione diversa e separata dalla nostra: non abbiamo nessuna possibilità di verificare se quanto affermato da questi esseri inorganici possa essere da noi considerato reale, se prima non saremo passati anche noi attraverso il varco obbligato della morte per constatare in prima persona quale delle diverse possibili dimensioni dell'adilà andremo ad esplorare, ed a quali esperienze andrà incontro il nostro io. Le preferenze, le aspettative, le speranze o le paure che possiamo avere al riguardo durante questa vita organica variano molto da un io all'altro, e per ognuno di noi la realtà della vita inorganica potrebbe piacevolmente conformarsi alle nostre aspettative umane, oppure potrebbe essere una sorpresa. Questa incertezza nella conoscenza del nostro personale destino post mortem ha sempre caratterizzato la condizione umana, e va considerata come un elemento essenziale della nostra psiche: sia le comunicazioni medianiche che le NDE rappresentano dei tentativi di far luce sull'enigma delle esperienze che ci attendono una volta terminata la vita umana, e possono essere per il nostro io cosciente più o meno convincenti, anche se non possono sostituire l'evidenza di un'esperienza diretta (ad eccezione di coloro che hanno avuto una NDE e dunque ricordano e sanno quello che hanno vissuto in prima persona). Ritengo comunque che non sia inutile, anzi che possa essere vantaggioso, coltivare e manifestare delle aspettative su quanto il nostro io cosciente vorrebbe sperimentare una volta libero dai vincoli dell'organismo, in modo da approfondire la conoscenza della propria essenza e delle sue aspirazioni al di là dei confini (e dei limiti) della vita umana.

Mi sembra importante sottolineare un aspetto che si riscontra sia in molte NDE che in varie comunicazioni medianiche: poiché la morte segna in ogni caso il termine delle nostre esperienze nell'ambito della vita organica in questo mondo, nel caso in cui si voglia riconoscere la continuazione dell'esistenza dell'io cosciente (e delle sue memorie personali prodotte dall'esperienza umana), la condizione post mortem dell'io determina l'inizio di una nuova vita, o di una nuova fase della sua esistenza, in una diversa dimensione. Questa nuova fase di vita inorganica si svolgerà in condizioni più vantaggiose e più gradevoli per l'io rispetto a quelle sperimentate durante la vita umana: la si può dunque considerare un miglioramento, un progresso o un avanzamento, che potrebbe anche superare le aspettative e le speranze nutrite dall'io durante la vita organica. In nessun caso l'io dovrebbe temere di essere castigato, punito o retrocesso, proprio perché la morte stessa lo libera dai condizionamenti e dal dominio della psiche umana. La nuova condizione sperimentata dall'io, pur essendo relativa al livello di evoluzione spirituale raggiunto durante la sua vita umana, sarà sempre percepita ed interpretata dall'io stesso come più bella, più gradevole, più armoniosa e più in sintonia con la propria essenza rispetto alla vita organica che si è conclusa. Sotto questo profilo, ritengo che l'esperienza di questa nostra vita organica vada considerata come una base di partenza, un trampolino o una rampa di lancio, verso la sperimentazione di una serie di dimensioni diverse, ognuna delle quali richiede di avere prima esaurito le opportunità presentate dalla fase precedente. Se è vero che l'io può transitare dall'una all'altra dimensione mantenendo la continuità della propria essenza personalizzata ed almeno una parte dei ricordi relativi alla propria vita precedente, allora la vita organica si configura come lo stadio iniziale della formazione e dello sviluppo dell'io, e della sua successiva evoluzione nel caso in cui la durata di questa vita e le risorse di cui l'io dispone consentano la realizzazione di tale processo.

Sotto il dominio della psiche umana, il desiderio dell'io di poter vivere una vita migliore nell'aldilà viene spesso liquidato come una (vana) speranza, o come un'illusione alla quale nessuna persona ragionevole e culturalmente edotta dovrebbe credere: infatti i programmi di condizionamento culturale, elaborati sulla base di quelle che vengono presentate come conoscenze scientifiche, fanno il possibile per valorizzare la vita umana come bene supremo, lasciando intendere che l'esistenza dell'io cosciente è vincolata a quella del suo organismo e non può prescindere da esso. Eppure il desiderio di una vita migliore è connaturato all'essenza stessa dell'io ed alla sua funzione di soggetto sperimentatore e di sensore. Il fatto che il diverso grado di sviluppo della componente spirituale dell'io faccia sì che in molti casi questa aspirazione si manifesti in forme ingenuamente legate alla soddisfazione dei desideri appartenenti a questa dimensione fisica dipende anche dalle diverse condizioni di vita in cui ciascun io è coinvolto a causa della frammentazione delle esperienze umane e delle dinamiche della psiche che ne conseguono. Ogni io interpreta a modo suo l'esigenza di migliorare la propria condizione e l'aspirazione ad essere più felice (o meno infelice) di quanto questa vita non gli consenta di essere. Le varie forme con cui questo bisogno di essere, in un modo o nell'altro, più felici si manifesta durante la nostra vita organica – sotto il dominio dell'energia bipolare della psiche – esauriscono i loro effetti al momento della morte, ed in molti casi anche prima, quando il deterioramento dell'organismo nella fase terminale della vita può costituire di per sé un fattore di infelicità. Al termine di questa vita il bilancio tra il piacere, la gioia e la felicità che l'io può segnare all'attivo, ed il dolore, la sofferenza e l'infelicità al passivo, può essere molto variabile da un io all'altro, in senso positivo o negativo, senza che niente e nessuno – nell'ambito della vita umana – possa offrire spiegazioni ad ogni singolo io sulle ragioni e sul significato di tali differenze.

Per questo mi sembra, al di là di ogni altra considerazione, che vada in ogni caso riconosciuta come ragionevole l'aspirazione dell'io cosciente ad una vita migliore, in quanto tale aspirazione fa parte dell'essenza stessa dell'io. Se questo diritto alla ricerca di condizioni di vita migliori – ritenute cioè più gratificanti per l'io – viene riconosciuto già durante questa nostra vita, nonostante le distorsioni ed i conflitti determinati dalla psiche umana a causa delle esigenze di ogni organismo e delle interazioni tra miliardi di organismi, a maggior ragione esso va sostenuto e difeso in relazione alla continuazione dell'esistenza dell'io dopo la morte dell'organismo. Infatti le esperienze determinate dalla psiche umana nel corso della vita organica si traducono spesso in una serie di speranze, di illusioni, di delusioni e di inganni – con il relativo carico di sofferenze che l'io è costretto a sopportare – che ogni io si rassegna ad accettare come proprio destino, oppure rifiuta uccidendo il proprio organismo. Ma il fatto che l'esperienza della vita umana possa rappresentare per l'io di una persona un bilancio negativo e deludente non cancella l'aspirazione della stessa verso una vita migliore: quando la realtà della vita umana, con tutte le sue contraddizioni ed i suoi conflitti, viene presentata come l'unica realtà possibile e come l'unica forma di esistenza per l'io cosciente, viene negata all'io anche la speranza di una futura vita migliore, per costringerlo ad adattarsi in ogni caso alle condizioni che le esigenze del suo organismo e le dinamiche della psiche gli impongono. E poiché l'accettazione di questa interpretazione dogmatica della realtà implica il riconoscimento del potere della psiche umana, che riesce arbitrariamente ad irretire, ad illudere e ad ingannare un io quasi sempre debole e privo di risorse adeguate per affrontare con successo le difficoltà della vita organica, accade non di rado che l'io, pur di vivere l'unica vita che conosce, si lasci attrarre dalla polarità negativa della psiche, cercando il proprio vantaggio anche a danno di altre persone, contribuendo così a mantenere alta la tensione dell'energia bipolare della psiche. Perciò l'io cosciente non dovrebbe mai rinunciare alla speranza di una vita migliore rispetto a quella vissuta tramite il suo organismo e, soprattutto, non dovrebbe mai lasciarsi incantare dalle sintonie della psiche che tentano di convincerlo della impossibilità e della irrealtà di quella vita.


 

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