Il funzionamento degli organismi umani

 

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Creature umane ed esseri umani

È venuto il momento di distillare da tutte le informazioni fin qui presentate uno schema sintetico ma coerente e condivisibile (o quanto meno comunicabile) di quella che potremmo definire la nostra condizione di esseri umani. È necessario tuttavia fare una distinzione preliminare tra quella che è più appropriato definire «creatura umana», e l'«essere umano». La creatura umana è un organismo la cui esistenza si manifesta nel tempo tra due momenti: quello della nascita (o, se preferite, del concepimento) e quello della morte. Questo organismo è costituito da un corpo e da un sistema nervoso con un cervello (che crescono e si trasformano nel tempo), e non differisce per complessità dall'organismo di molti altri animali superiori, se non per quanto riguarda le dimensioni e l'organizzazione dell'organo cerebrale. Sulla base delle conoscenze scientifiche attuali potremmo dire che sono creature umane tutti gli organismi dotati del genoma (corredo cromosomico) umano. Anche da questo punto di vista, tenendo conto della variabili genetiche, ogni organismo umano rappresenta una singolarità individuale.

L'essere umano, invece, è il prodotto di una trasformazione interiore del soggetto cosciente – ed autocosciente – che diventa capace di porsi il problema dell'esistenza al di là dei limiti posti alla vita umana dal fattore tempo. Nelle argomentazioni seguenti farò riferimento soprattutto al funzionamento degli organismi umani in quanto creature umane, prendendo successivamente in considerazione la possibilità che la trasformazione in esseri umani abbia luogo. Come abbiamo avuto modo di osservare in una delle pagine dedicate alle ricerche sull'ipnosi, già Myers – alla fine dell'Ottocento – era pervenuto alla conclusione che le creature umane possono essere considerate come automatismi viventi dotati di coscienza, il cui funzionamento prevede però, in generale e salvo qualche eccezione, di non poter diventare pienamente consapevoli del modo in cui opera la nostra struttura. Dopo oltre un secolo ed un quarto, oggi possiamo vagliare i più recenti risultati delle ricerche nel campo delle neuroscienze per vedere se si sono aperti nuovi spiragli nella comprensione del funzionamento della mente. Faremo anzitutto riferimento alla letteratura divulgativa di buon livello, i cui autori sono accademici specialisti di chiara fama. Anche in questo caso, tuttavia, è opportuna qualche ulteriore precisazione.   

Il cervello come complesso di organi funzionali   

Come è ben comprensibile, il campo di indagine delle neuroscienze è focalizzato sul cervello e sul suo funzionamento. È stato dunque necessario fare riferimento ad un modello standard di cervello, rispetto al quale il cervello vivente di ogni organismo umano si discosta in misura più o meno rilevante, tenendo anche conto del fatto che, alle caratteristiche sostanzialmente omogenee sotto il profilo anatomico di molte parti del cervello costituite da reti neurali, corrispondono modalità di funzionamento che variano da un individuo all'altro. Pertanto, pur tenuto conto della prudenza che caratterizza la ricerca scientifica in questo settore, è opportuno ricordare che il modello standard di riferimento del cervello è un'astrazione, affidabile per alcuni aspetti, meno per altri. In parole povere, io posso essere ragionevolmente abbastanza sicuro che anche nel mio  cervello le emozioni sono gestite dal sistema limbico ed in particolare dall'amigdala, ma non so in che modo – quando elaboro un pensiero in termini linguistici come sto facendo in questo momento – si attivano i circuiti neurali della neocorteccia, i quali – ovviamente – non sono standardizzabili se non in relazione al loro funzionamento potenziale.    

Sebbene, per ragioni storiche e culturali, il cervello umano venga ancora comunemente considerato come un organo, esso viene studiato dai neuroscienziati come un insieme di strutture funzionali complesse, dotate di un'elevata capacità computazionale e del livello di informazione più elevato tra tutte le strutture conosciute dall'umanità, quanto meno nella parte a noi nota dell'universo. Ad un livello superiore rispetto ad un singolo cervello umano possiamo poi considerare il network costituito dagli scambi di informazione di ampi gruppi di cervelli, come avviene non solo nell'ambito della ricerca scientifica, ma in tutte le interazioni tra individui e gruppi di individui, in particolare nell'ambito delle società complesse. Per il solo fatto di vivere in questo mondo ed in questo periodo storico, il cervello di ognuno di noi è continuamente sottoposto ad una quantità enorme di stimoli, di sollecitazioni e di programmi, che devono essere velocemente elaborati, determinando forme di comportamento e di comunicazione verbale che diventano, a loro volta, stimoli nei confronti dell'attività di altri cervelli.

Alcuni limiti della divulgazione scientifica

Abbiamo già valutato, nella pagina sulla coscienza, il cervello e la mente – che è consigliabile tenere ben presente anche in relazione alle considerazioni che seguono – la posizione e le ragioni degli scienziati che riconducono ogni possibile esperienza interiore umana ed ogni trasformazione dell'io cosciente all'attività del cervello, escludendo l'esistenza di qualsiasi altra componente autonoma rispetto al cervello stesso, ed abbiamo anche evidenziato quali sono i limiti di questo punto di vista, per vari motivi insoddisfacente e troppo sbrigativo: è come se si volesse chiudere alla svelta una questione che continua a presentare molti aspetti enigmatici (ed inquietanti), soprattutto dopo aver incluso tra le esperienze umane particolarmente significative anche gli stati di coscienza non ordinari ed i fenomeni paranormali. Anzitutto dobbiamo riscontrare come, nella divulgazione sui progressi delle neuroscienze, non sia stata fatta ancora sufficiente chiarezza, anche nella terminologia, in merito ad espressioni come coscienza, psiche, mente ed attività cerebrale. Soprattutto i termini coscienza e attività psichica vengono spesso utilizzati come interscambiabili, ed il soggetto cosciente (l'io) viene con troppa disinvoltura identificato con i contenuti psichici che sperimenta. Inoltre vengono spesso presentate come conclusioni inoppugnabili – con un'ingenuità ed una superficialità che sorprendono quando il divulgatore è anche un ricercatore impegnato nell'attività scientifica – ipotesi e considerazioni che attendono ancora di essere dimostrate. Due esempi abbastanza comuni di quest'attitudine sono sintetizzati nei seguenti due dialoghi immaginari tra uno scienziato divulgatore ed un iterlocutore critico.

Primo dialogo

SD (Scienziato Divulgatore): «La vita umana, al pari della vita animale e di ogni altro fenomeno naturale, è priva di scopo e di significato e non corrisponde ad alcun programma o piano finalizzato a qualche risultato». 
IC (Interlocutore Critico): «Ma allora, perché ti impegni ad incrementare la conoscenza scientifica nel campo di tua competenza (le neuroscienze)?»
SD: «Perché questo è determinato dal modo di funzionare del mio cervello». (Forse una risposta più corretta potrebbe essere: «Perché il mio cervello è programmato per funzionare in questo modo»).
IC: «Ma cosa determina il modo di funzionare del tuo cervello?»
SD: «L'evoluzione naturale». 

A questo punto l'interlocutore critico potrebbe chiedere a buon diritto allo scienziato cosa intende per evoluzione naturale, ottenendone una risposta più o meno esauriente a seconda dell'orientamento dello scienziato nel vasto ambito delle teorie evoluzionistiche darwiniane o post-darwiniane, ma il fatto significativo è che in ogni caso l'evoluzione naturale – affinché tale espressione possa avere qualche significato in ambito scientifico – deve svolgersi secondo certe leggi e quindi deve prevedere un programma che, nel tempo, perviene a determinati risultati. Del resto, la stessa ricerca scientifica perviene a dei risultati ritenuti validi (in modo dimostrabile) solo in quanto si attiene a dei programmi operativi coerenti con il modo di funzionare di determinate facoltà della nostra mente. Dunque non ha senso voler negare che, nel suo complesso, un certo programma evolutivo si stia svolgendo, anche tramite l'umanità: eventualmente si può discutere sul ruolo che i diversi organismi umani hanno – nella loro singola individualità – nell'ambito di questo programma, che tuttavia esiste e procede secondo leggi che ci sono solo in parte note, e che ci sforziamo di acquisire coscientemente.

Secondo dialogo

IC (Interlocutore Critico): «Pensi che l'io cosciente possa continuare ad esistere dopo la morte del corpo (e del cervello)?»
SD (Scienziato Divulgatore): «Certamente no».
IC: «Eppure molte persone credono che una forma di sopravvivenza sia possibile».
SD: «Si tratta di una delle illusioni psichiche prodotte dal cervello per esorcizzare la paura della morte».
IC: «Ma tu hai paura della morte?»
SD: «No».
IC: «E riesci ad affrontare la vita, con tutti i suoi problemi?»
SD: «Certo, anzi vivere mi dà soddisfazione».
IC: «Allora, non tutti i cervelli hanno bisogno di produrre l'illusione della sopravvivenza alla morte per affrontare la vita. Perché alcuni sì ed altri no?»
SD: «Non lo so».

Si potrebbe anche aggiungere che non tutte le culture umane – geograficamente e storicamente – hanno elaborato, teorizzato e trasmesso una visione organizzata della vita dopo la morte, dunque non si vede perché alcuni scienziati (per fortuna non tutti), dopo aver validamente presentato e motivato le ragioni per le quali non ritengono che l'io cosciente possa esistere ancora una volta venuto definitivamente meno il supporto del cervello, vogliano attribuire la fede nella sopravvivenza alla paura di morire, paura che sarebbe comunque generata, o acriticamente acquisita, dal cervello stesso, il quale è in ogni caso informato sulla propria futura dissoluzione.

Il cervello e l'acquisizione dei programmi culturali

È sempre consigliabile tenere ben presenti le differenze individuali che determinano il funzionamento di miliardi di cervelli umani, prima di pervenire a conclusioni troppo frettolose. In particolare bisogna considerare con attenzione le modalità con le quali i vari sistemi socioculturali esercitano la loro influenza sui cervelli di migliaia o di milioni di organismi umani mediante la trasmissione di veri e propri «programmi di condizionamento». Non tutti i cervelli si lasciano condizionare allo stesso modo, e le modalità di reazione ai vari programmi di condizionamento possono essere molto diverse da un cervello all'altro. Qualsiasi teorizzazione di un modello standard di funzionamento del cervello che non tenga conto della capacità ideative e creative di cui il cervello stesso può disporre (e sulla cui origine è opportuno interrogarsi), rischia di risolversi in uno sterile meccanicismo, incapace di dare conto delle variabili che si riscontrano di fatto nelle sintonie psichiche dei singoli individui.

Dal punto di vista dell'io cosciente, si ha spesso l'impressione che a certi programmi socioculturali – trasmessi non solo tramite i condizionamenti educativi, ma anche, come avviene sempre più di frequente, tramite i mass-media – si contrapponga un'istanza interiore in grado di addurre valide ragioni ed argomentazioni che contrastano con il programma stesso (il quale viene a sua volta corredato da altre motivazioni presentate anch'esse come valide e ragionevoli). Nella pagina sulla relazione tra l'io e la psiche abbiamo già esaminato i possibili risultati di questi conflitti interiori dal punto di vista dell'esperienza e del coinvolgimento dell'io cosciente: adesso vogliamo sottolineare come, con la sola possibile esclusione di quei casi in cui un programma socioculturale entri in conflitto con altri programmi della stessa natura precedentemente acquisiti, l'attività stessa di quest'istanza interiore denoti la presenza di qualcosa che è effettivamente in grado di influenzare il funzionamento del cervello. Si ripropone, sotto un altro aspetto, il tema relativo all'origine della funzione creatrice umana

Il cervello ed i fenomeni paranormali

Alle considerazioni già esposte nella sezione sulla psiche umana, è necessario adesso aggiungere qualche ulteriore interrogativo in merito al possibile ruolo del cervello umano – o, quanto meno, di alcuni cervelli umani – nei casi in cui si verificano dei fenomeni paranormali, ed in particolare quei fenomeni medianici di cui ci siamo fin qui occupati. Sintetizzando, le ipotesi esplicative circa l'origine e le cause di tali fenomeni – che, va ricordato, presentano i requisiti della realtà oggettiva – possono essere essere riassunte nei seguenti tre punti:

  • I fenomeni sono prodotti da spiriti associati ad organismi umani già deceduti o, in qualche caso, ancora in vita, che utilizzano le energie psicofisiche dell'organismo del medium ed anche dei partecipanti alle sedute (ipotesi spiritica della sopravvivenza).
  • I fenomeni sono prodotti da entità aliene intelligenti non dotate di organismo fisico, che utilizzano le energie psicofisiche del medium e dei partecipanti alle sedute, e le risorse psichiche di organismi umani viventi o già vissuti, per produrre effetti fisici o elaborare comunicazioni verbali (ipotesi degli spiriti alieni: dèmoni, angeli, extraterresti, e via dicendo).
  • I fenomeni sono prodotti da facoltà ancora ignote del cervello, di cui alcuni cervelli umani sono dotati in modo molto più rilevante di quanto non avvenga per la norma, che permettono alla mente di operare direttamente sulla materia (entro certi limiti), di entrare in comunicazione diretta con altre menti, e di conoscere e visualizzare eventi anche passati e futuri (ipotesi della super-ESP o super-PSI).

Ciascuna di queste ipotesi presuppone un particolare ruolo del cervello di un organismo umano (il medium), le cui modalità di funzionamento restano ancora tutte da scoprire. Non è accettabile, in ogni caso, che il problema venga rimosso, negando semplicemente che i fenomeni paranormali possano aver luogo.    

La condizione incerta dell'io cosciente

Sempre tenendo ben presente il ruolo fondamentale del cervello nell'arco temporale della vita umana, dobbiamo considerare che l'ipotesi per la quale l'io cosciente non è altro che un prodotto dell'attività mentale (vincolata al funzionamente cerebrale) mette la stessa esistenza dell'io in una condizione sempre più precaria via via che il tempo della vita si avvicina al suo termine. Quest'ipotesi si sta sempre più affermando nella nostra cultura, dato che, dal punto di vista della ricerca scientifica, poggia su basi sufficientemente solide. Ma il funzionamento del cervello di un individuo, come abbiamo già evidenziato, è determinato essenzialmente da stimoli provenienti dall'ambiente esterno e da programmi di condizionamento trasmessi dal sistema socioculturale, oltre che da programmi interni che si sviluppano in base al corredo genetico. Inoltre negli ultimi decenni lo sviluppo esponenziale dei sistemi di comunicazione telematica ed informatica ha amplificato le interazioni tra i cervelli, soprattutto nelle società avanzate, tanto che si può parlare a buon diritto di un network umano, nel quale stimoli ed informazioni vengono scambiati ad un ritmo sempre più intenso tra i vari cervelli.

Se tutto questo corrisponde ad un disegno evolutivo, finalizzato o meno ad uno scopo, va riconosciuto che la condizione dell'io cosciente, nella sua essenza individuale, è quanto mai incerta. Infatti, per il solo fatto di essere operativo, il cervello di ogni organismo umano viene attivato come unità funzionante nell'ambito del sistema umano, al quale dà il proprio contributo, positivo o negativo che sia, scaricando nel tempo sull'io cosciente le esperienze psichiche conseguenti alla propria struttura organizzativa ed alla propria attività mentale. Ma, una volta terminata la sua funzione, l'organismo umano viene disattivato, e l'attività mentale determina – soprattutto in età avanzata – sintonie psichiche che lasciano l'io in una condizione di incertezza in merito al significato stesso della propria esistenza. Qui non si tratta della paura della morte, che eventualmente può essere un elemento psichico riferibile solo alla condizione umana: infatti si può avere paura di morire soltanto finché l'organismo è in vita, mentre chi è morto – cioè ognuno di noi, prima o poi – si è tolto comunque il pensiero. D'altra parte, le sofferenze che possono precedere la morte, anche per lunghi periodi, fanno parte del destino inevitabile di alcuni individui, ed è ben comprensibile il desiderio di evitarle, per quanto possibile. Quello che va invece considerato attentamente è che la condizione di subordinazione dell'io cosciente al funzionamento del cervello costituisce, per l'io stesso, uno stato di non-esistenza.  

L'attitudine dell'io cosciente nei confronti della morte

Molte persone di indubbia intelligenza, alcune delle quali impegnate in ambito scientifico, sono oggi disposte ad accettare l'annullamento dell'io cosciente alla morte del corpo come dato di fatto reale ed inoppugnabile. Io ritengo che questa accettazione remissiva non sia compatibile con la dignità umana dell'io cosciente, anche nel caso in cui l'annientamento dell'io fosse inevitabile in base alle misteriose e per noi oscure leggi che regolano il fenomeno della vita. Che l'esistenza temporanea dell'io cosciente sia un dato di fatto nel corso della vita umana è confermato dalla nostra autocoscienza, che ci dà la sensazione di esistere come esseri individuali, anche se non riusciamo a comprendere l'origine della nostra esistenza. Che poi all'io coscinete sia quasi sempre associato un bisogno di continuare ad esistere è dimostrato dall'impegno e dalla tenacia con cui si tenta di prolungare la vita umana – nonostante le difficoltà e le disgrazie che essa spesso comporta – e dalle fantasie futuristiche in merito a qualche forma di prolungamento ad libitum del funzionamento del cervello e della coscienza ad esso associata.  

Tra coloro che credono in una forma di sopravvivenza dell'io cosciente alla morte, per convinzione personale mediata anche dall'acquisizione di programmi culturali spesso non elaborati criticamente, molti ritengono che il loro impegno nello svolgere un ruolo positivo ed evolutivo nei confronti della vita sociale verrà valutato positivamente in relazione al loro status nell'aldilà. Si tratta di una forma di fede ragionevole, che cerca di conciliare il progresso evolutivo dell'umanità in questa dimensione con l'aspirazione umana all'esistenza ed alla felicità nella dimensione ultraterrena. Resta però da osservare come, in questa visione, l'attuazione del programma «remunerativo» sia affidata alla valutazione di entità che potremmo definire «superiori autorità». Non è da escludere che le cose possano andare in questi termini, per chi ci crede veramente, dato che l'esperienza psichica gioca un ruolo fondamentale in molti aspetti relativi alla dimensione ultraterrena, almeno sulla base di quanto si può dedurre dalle comunicazioni ottenute per via medianica. In ogni caso, secondo questo punto di vista il significato della vita umana sarebbe di tipo scolastico: esegui diligentemente i tuoi compiti e sarai promosso. La natura di questi compiti, tuttavia, non è del tutto chiara ed univoca, ed a seconda della «scuola» culturale di riferimento, possono anche presentare aspetti conflittuali, riflettendo tutti i contrasti presenti nella psiche umana, per i quali ciò che è un valore per una persona può rappresentare un male per un'altra.   

Il problema della non-conoscenza

Il fatto che il destino dell'io cosciente alla morte del corpo non possa essere oggetto di una conoscenza certa, ma solo di credenze fideistiche che fanno ricorso a particolari sintonie psichiche di natura immaginaria, rappresenta un problema di difficile soluzione. Nelle pagine di questa sezione esamineremo alcuni aspetti relativi a questo problema, ed al modo in cui è stato affrontato soprattutto nell'ambito della ricerca psichica. Infatti i fenomeni medianici e le comunicazioni ottenute, che inizialmente sembrava potessero gettare nuova luce – sotto il profilo della conoscenza positiva – in merito alla sopravvivenza dell'io cosciente nella dimensione ultraterrena, hanno poi mostrato anch'essi di essere in molti casi contaminati dalle stesse incertezze e contraddizioni che contraddistinguono la psiche umana, nelle sue varie manifestazioni individuali. È senza dubbio vero che alcune comunicazioni medianiche presentano requisiti fortemente indicativi – sotto il profilo della memoria, della conoscenza e della manifestazione intelligente – della sopravvivenza dell'io cosciente di una personalità che ha vissuto una vita terrena. Per averne qualche esempio, si veda il volume One Hundred Cases for Survival After Death di Alexander T. Baird (1944). Si tratta tuttavia di perle rare, da pescare in un mare di comunicazioni confuse, contraddittorie o semplicemente assurde.    

Il problema del tempo

La constatazione che la vita di ogni individuo è vincolata ad un determinato tempo rappresenta, nella sua banalità, un enigma complesso che ci induce a considerare l'esistenza umana sotto una nuova luce. Infatti, lo scorrere del tempo in una sola direzione fa sì che gran parte delle nostre aspettative e delle nostre esigenze siano orientate verso il futuro, poiché il passato, una volta trasformatosi in memoria ed in esperienza a cui attingere, è fissato nella sua immobilità. Tuttavia, raggiunta una certa età (più o meno intorno ai 60 anni) ci accorgiamo che le stesse risorse psicofisiche a nostra disposizione cominciano a deteriorarsi, limitando la possibilità di accedere ad esperienze psichiche altrettanto intense e coinvolgenti quanto quelle degli anni giovanili. La stessa capacità di ricordare quanto di interessante, di avvincente e di coinvolgente ci è accaduto di vivere in passato, può venir meno con gli anni, rendendo emotivamente più scialbi anche quei ricordi che un tempo ci apparivano brillanti e variopinti. Per poter valutare dall'interno, con cognizione di causa, la propria esperienza della vita umana bisognerebbe sempre attendere gli ultimi cinque anni: più la vita si allunga, e più la condizione in cui gli organismi umani vengono a trovarsi nel periodo terminale assomiglia ad uno stato nel quale non sono né vivi, né morti.

Ma vi è un altro aspetto legato al trascorrere del tempo che lascia sconcertati: le nostre esperienze psichiche, le nostre capacità mentali e le nostre possibilità conoscitive sono determinate in gran parte dall'evoluzione dell'ambiente socioculturale del nostro tempo: ogni tanto ci accade di considerare (ingenuamente ed illusoriamente) con un sorriso di benevola superiorità la condizione di coloro che ci hanno preceduto in questo mondo, vivendo due o tre secoli fa, o anche prima. Ma come potrebbe essere la nostra esperienza umana, non dico tra due o tre secoli ma – per esempio – tra ventimila o trentamila anni? Un tempo che ci sembra lunghissimo, in termini di storia umana, ma che, valutato in termini di storia naturale del nostro pianeta, rappresenta l'equivalente di un secondo in una giornata di 24 ore. Alla luce delle conoscenze di quell'epoca, la nostra visione del mondo e l'interpretazione del significato della vita umana potrebbero essere radicalmente diverse da quella attuale. Ancora una volta si riscontra come, dal punto di vista dell'io cosciente, la riduzione dell'esistenza alla sola avventura temporale di questa attuale vita terrena risulti insostenibile, dato che di non-esistenza si tratta: l'aspetto più sorprendente è la docilità con cui tante persone sono disposte ad accettare tale condizione, persuase che si tratti di un dato di fatto incontrovertibile.   

La fine del funzionamento del cervello

Nelle pagine seguenti di questa sezione esamineremo alcuni aspetti del dibattito culturale che nell'ultimo secolo ha coinvolto molte persone di cultura, le quali – sulla base dei risultati acquisiti nell'ambito della ricerca psichica – si sono interrogate sul destino dell'io cosciente una volta che il cervello umano abbia smesso definitivamente di funzionare. Sotto questo aspetto, il termine morte appare storicamente datato, soprattutto in questa nostra epoca nella quale i progressi della medicina fanno sì che organismi umani i cui processi vitali appaiono seriamente compromessi – tanto da poter essere dichiarati clinicamente morti – sono poi riportati in vita, ricquistando in tutto o almeno in parte facoltà mentali che per un certo tempo erano rimaste sospese. Ma presentano anche un notevole interesse quei casi nei quali le lesioni cerebrali portano ad ipotizzare una condizione di assenza di un io autocosciente, che può anche protrarsi per diversi anni durante i quali il corpo viene mantenuto in uno stato vitale vegetativo tramite macchinari, oppure quei casi nei quali l'io, pur essendo presente ed autocosciente, non riesce a comunicare con l'ambiente esterno a causa dei danni subiti dal sistema nervoso. Per questa ragioni, la fine del funzionamento del cervello deve essere considerata come uno stato irreversibile che porta alla dissoluzione fisica del sistema nervoso, determinando la fine di ogni attività mentale determinata dal cervello stesso.


 

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