Storia di un medium italiano: seconda parte

 

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Alcuni fenomeni di rilievo del periodo della tiptologia: levitazioni e apporti

Riporto da Realtà e Mistero le citazioni relative ad alcuni fenomeni di particolare interesse verificatisi in questo primo periodo. Il primo riguarda una levitazione eccezionale: «Riunione iniziata a luce rossa. I partecipanti sono attorno al piccolo tavolo portavasi. Dopo un po' di tempo si fa udire il segnale dell'entità guida e subito, tramite la tiptologia, viene trasmesso un nome: Marzo. Il tavolino prima comincia a muoversi leggermente e poi ha come dei forti fremiti: è molto inquieto. Marzo chiede una tavola molto pesante; e gli assistenti, medium compreso, si siedono attorno alla tavola grande. Subito questa levita appena e si sposta nel senso della lunghezza con facilità sorprendente. Lo spostamento è di circa 20-30 centimetri e permette ai presenti di non muoversi dal loro posto. Poi il tavolo torna immobile e si verifica una leggera levitazione. Quindi ricominciano ancora gli spostamenti, senza che le gambe tocchino il pavimento, e questa volta anche in senso verticale. Ciò continua per alcuni minuti. Viene chiesto a Marzo se può far udire un colpetto nel mezzo della tavola. "" è la risposta e subito nel centro della tavola si ode un picchio. Il medium, che fino ad ora è rimasto abbastanza cosciente sembra che si addormenti sulla propria sedia; indubbiamente è in uno stato di semitrance. Altra domanda indirizzata a Marzo: "È possibile far levitare questo tavolo come quello piccolino?" "Io vi farò vedere la mia forza. Produrrò una levitazione fino al soffitto". A questo punto l'entità comunicante chiede l'oscurità completa, avvenuta la quale la pesante tavola comincia a sollevarsi e molto presto anche le gambe sfuggono al tatto dei partecipanti. Nessuno è in grado di stabilire fino a quale altezza si sia sollevato il tavolo, che poi torna dolcemente al suo posto. Dopo pochi secondi si ode nel centro del tavolo un rumore simile a quello di tre pugni battuti con forza uno dietro l'altro. Qualcuno dei presenti rimane un po' impressionato e dall'eccezionale levitazione e dai tre colpi, perché non pensava si potesse verificare tanto. Marzo trasmette: "Non vi credevo così increduli. Addio!"».

Un'altra seduta particolarmente ricca di fenomeni, tra cui la telecinesi e la scrittura diretta, si svolse alla fine del 1937: «Luce rossa. I partecipanti questa volta sono seduti attorno alla grande tavola, sul piano della quale sono stati posti alcuni fogli di carta bianca e una matita. Al manifestarsi della guida Marzo i presenti offrono, con pensiero affettuoso, un ramo di vischio, chiedendo contemporaneamente se il dono, che viene deposto al centro del piano della tavola, sia gradito. L'entità risponde affermativamente. Per quanto molti fenomeni di spostamento di oggetti e di levitazione siano già avvenuti, qualcuno dei presenti desidera che ancora si ripetano. Così uno di loro chiede a Marzo di spostare il ramo di vischio. Quello subito si muove e continua a spostarsi fino a raggiungere un limite del piano del tavolo, per cadere sulle mani di uno degli astanti. Tutti possono osservare, alla luce rossa, il percorso di questo ramo sul piano della tavola fino alla sua caduta. Alcuni dei partecipanti, ad un tratto, si trovano fra le dita qualche foglia di vischio ed il medium, a fine seduta, si accorge di averne un minuscolo ramo nel taschino della giacca. Ad un tratto la matita si mette a scrivere da sola su uno dei fogli di carta predisposti. Ma i segni tracciati sono incomprensibili. Tiptologicamente un'entità dice che il suo corpo fisico si chiamò Carlo. Quindi la matita, che di nuovo si muove da sola, scrive a stampatello il nome Carlo su un foglio di carta. Marzo, infine, tramite la tiptologia, dice che lascerà un disegno. La matita lo esegue su un terzo foglio. Alla luce rossa sembra che siano tracciate solo delle piccole croci. Il piccolo tavolo portavasi che si trova nella camera delle riunioni si solleva a circa due metri dal pavimento, si avvicina a ciascuno degli assistenti e vi si sofferma, mentre la tiptologia trasmette per ognuno una parola come bravo, caro. Poi lo stesso tavolinetto compie dei giri vorticosi in aria: è uno spettacolo da far rimanere col fiato sospeso. Infine, di quando in quando si posa leggermente con una gamba sulla spalla di qualcuno dei partecipanti. Finito questo carosello torna al suo posto».

In Realtà e Mistero sono riprodotti i disegni e la parola Carlo, ottenuti tramite scrittura diretta. Ravaldini mi disse inoltre che il ramo di vischio attraversò il tavolo anche nel suo spessore, realizzando così un fenomeno di compenetrazione della materia. In altri casi si verificarono, con diverse modalità, apporti di profumo: «Durante una riunione in cui i partecipanti si trovavano seduti attorno alla tavola grande, Amato chiese che la solita lampada rossa fosse spenta, assicurando nel contempo che non avrebbe fatto scherzi di cattivo genere. Ciò indusse lo zio a chiedere per quale scopo volesse l'oscurità completa. Era la prima volta che questa personalità chiedeva una cosa del genere. E mentre ad una richiesta della guida Marzo nessuno avrebbe obiettato, di fronte a questa i partecipanti rimanevano un po' perplessi, nonostante l'assicurazione fornita. L'entità rispose che era suo desiderio fare un dono. La luce rossa fu spenta. Dopo pochi minuti di oscurità la camera fu invasa da un penetrante profumo di garofani. I presenti, meravigliati, domandarono se era quello il preannunciato dono, e alla risposta affermativa ringraziarono. Fu accesa nuovamente la luce rossa mentre l'entità aggiungeva che aveva prelevato quel profumo dal giardino di un maragià. Il profumo doveva essere molto concentrato, perché inondò successivamente tutte le camere dell'appartamento. Il mattino successivo – e pure per questo fatto il ricordo è ancora chiaro – svegliandomi, avvertii immediatamente il profumo e la mamma mi spiegò che Amato, durante la seduta della sera precedente, aveva regalato quel profumo di garofani a tutti noi. Il profumo continuò intenso per tutta la giornata ed i miei, durante la visita di persone completamente estranee alle nostre esperienze, le quali avvertirono subito il penetrante odore, addossarono la colpa ai bambini, che avevano rotto una bottiglietta di profumo. È ovvio aggiungere che in casa mia non esisteva profumo di garofani, e ancora non avevamo l'abitudine di mettere fiori nella camera delle sedute».

In relazione al precedente episodio va notato l'atteggiamento molto cauto di Gino Franchi nei confronti dell'oscurità completa: benché questa cautela fosse motivata soprattutto dal timore che si potessero manifestare entità non evolute, in grado di produrre fenomeni poco piacevoli ed eventualmente dannosi per il medium, essa testimonia anche dell'abitudine, da parte dei partecipanti alle sedute, di tener sempre l'ambiente sotto diretto controllo visivo, per cui l'oscurità completa viene avvertita come un evento eccezionale. Ma torniamo ai profumi: «A proposito di profumo, Amato, nel corso di un'altra seduta, chiese un bicchiere d'acqua naturale, che fu posto sulla tavola. Al termine della riunione i miei si accorsero che l'acqua odorava ed aveva sapore di violette. Mi ricordo che quest'acqua profumata fu fatta assaggiare anche a noi bambini». Durante un'altra seduta nell'inverno del 1937-38 si verificò l'apporto di due sassi: «Marzo, tramite una comunicazione tiptologica, chiese l'oscurità completa, specificando che ciò era necessario perché desiderava produrre un apporto. Avvenuta l'oscurità l'entità invitò i presenti ad aver fede in Dio, raccomandando di non toccare il medium. Quindi chiese la matita che ogni volta veniva preparata sul tavolo e che già aveva conosciuto le mani invisibili delle entità. Lo zio la prese e la porse all'invisibile interlocutore, il quale se ne appropriò. Poco dopo giunse dal piano della tavola un rumore caratteristico, simile a quello delle dita di una mano che percuotono il legno. Subito dopo seguirono tre colpi molto forti. Quindi, a distanza di circa trenta secondi, due oggetti pesanti furono uditi cadere sulla tavola. Marzo trasmise che si trattava di cose rozze, prelevate dal luogo ove era stato sepolto il suo corpo. Finita la comunicazione e ottenuto il permesso di riaccendere la luce rossa, gli assistenti videro due sassi di forma piuttosto piatta. A fine seduta constatarono che il loro peso era di circa 100 grammi ciascuno e che su ambedue si trovavano alcuni segni incomprensibili, simili a geroglifici, eseguiti a matita». Nel libro è riprodotta la foto di uno dei sassi con i segni a matita, che Ravaldini aveva conservato.

Ed ecco un altro episodio degno di nota: «In un giorno dell'inverno 1937-38 accadde una disgrazia. Era un meriggio freddo, ma pieno di sole. Alcuni bambini stavano giocando lungo il fiume. Per ragioni imprecisate uno di loro cadde nell'acqua gelida e scomparve, trascinato dalla corrente. Appena si sparse la notizia intervennero i pompieri, i quali, insieme ad alcuni volenterosi, cominciarono a scandagliare il fiume. Ma fino al pomeriggio del giorno seguente nulla avevano ritrovato. La sera di tale giorno vi fu seduta in casa mia e i partecipanti chiesero a Marzo se poteva indicare il punto dove si trovava il cadavere del fanciullo. L'entità disse che la corrente aveva trascinato il piccolo corpo fino ad una curva del fiume e che lì era rimasto impigliato fra alcune canne, appena sotto il pelo dell'acqua. La solita matita, che si muoveva sempre da sola, tracciò uno schizzo di quel tratto di fiume, con una crocetta, indicante la posizione esatta del cadavere.  Il giorno seguente lo zio avvicinò colui che coordinava le ricerche, comunicandogli quanto aveva appreso la sera precedente, in maniera che non fosse perso altro tempo inutilmente. Fu ascoltato ma, naturalmente, non creduto. Quando poi i pompieri giunsero a scandagliare quella curva di fiume, trovarono il corpo del fanciullo nel punto esatto indicato da Marzo e impigliato come aveva detto, altrimenti la corrente avrebbe potuto trascinarlo più a valle fino ad una chiusa». Il disegno diretto riprodotto nel libro è molto semplice: due linee curve parallele ed una piccola croce. Tuttavia le indicazioni tiptologiche per la localizzazione devono essere state efficaci, se Gino Franchi fu poi in grado di riferirle al coordinatore delle ricerche.

Mediante la tiptologia si manifestavano, oltre alle guide Marzo ed Amato, diverse altre entità. Eccone un esempio, associato a notevoli fenomeni di levitazione: «La tavola grande si solleva leggermente e si mette ad oscillare fino ad assumere dei movimenti ritmati che fanno pensare alla musica. Mentre avviene questo fenomeno, una comunicazione tiptologica dice: "Su codesta Terra fui un tenore di fama". "Allora ti piace la musica!" "Sì, perché la musica è divina". A questo punto il tavolo cessa di oscillare e comincia a sollevarsi, tanto che ad un certo momento i partecipanti non riescono più a tenere le mani sul piano neppure alzandosi in piedi e sono costretti a toglierle. L'altezza raggiunta dalla tavola è sicuramente di oltre un metro, ma non è esattamente valutabile. Poi torna ad appoggiarsi sul pavimento, mentre riprende la stessa comunicazione tiptologica di poco prima. E dico la stessa perché, come ho accennato nel capitolo precedente, ogni entità si manifestava con colpi aventi caratteristiche acustiche proprie, che la distinguevano da altre simili comunicazioni e direi che quasi la personalizzavano. "Quando cantavo mi si empivano gli occhi di lacrime"».

L'anticipazione della dettatura di un romanzo

Un’altra entità preannunciò tiptologicamente eventi futuri in cui avrebbe assunto un ruolo di primo piano: «In precedenti riunioni era intervenuta una entità, la quale aveva detto di essere vissuta sulla Terra alcuni secoli fa e di aver scritto molto. Durante questa seduta tale entità accenna ad un manoscritto dal titolo Gocce di Rugiada, che andò smarrito ai suoi tempi (alcuni mesi dopo quest'affermazione verrà modificata). Aggiunge che in seguito potrà dettare quello scritto». Ravaldini osservò giustamente, nel commento a quest'ultima affermazione, che l'ipotesi di ottenere per via tiptologica il dettato di un racconto il quale, come poi si vide, avrebbe riempito molte decine di pagine era in quel momento completamente assurda. In effetti il dettato avvenne, ma per voce diretta, un fenomeno molto raro che fino a quel momento non solo non si era mai verificato in casa Franchi, ma non era stato neppure preso in considerazione come ipotesi dai partecipanti alle sedute.

Alla fine del 1937 altri tre amici di Gino Franchi, i fratelli Gino, Vittorio ed Amedeo Pertici (quest'ultimo per poco tempo, perché poi si trasferì per lavoro in un'altra città), entrarono a far parte del circolo medianico. Erano figli di un calzolaio locale, Timante Pertici, che all'occasione, come usava all'epoca, confezionava e vendeva scarpe, quasi sempre su ordinazione. Gino Franchi era solito frequentare anche la sua bottega, più che altro per motivi di amicizia. Gin Pertici aveva delle facoltà paranormali, essendo dotato di scrittura automatica, tanto che Ravaldini pensava che qualcuno potesse ancora avere alcune sue pagine scritte in arabo, lingua del tutto sconosciuta a queste persone, di povera condizione e dall'istruzione a malapena elementare. Forse fu questo il motivo per cui furono invitati a partecipare alle sedute. Ma le entità guida comunicarono che l'energia di Gino Pertici mal si armonizzava con quella del medium, anzi addirittura entrava in contrasto con essa. Per questo motivo Gino Pertici fu ammesso ad assistere alle sedute, ma la guida consigliò di tenerlo in un angolo, e così fu fatto. Il periodo delle comunicazioni esclusivamente tiptologiche ebbe termine nei primi mesi del 1938, quando Gino Franchi, forse dietro suggerimento delle stesse entità guida e comunque con la loro approvazione, decise di realizzare un gabinetto medianico, per isolare il medium, mediante due tende di pesante tessuto nero sistemate sul vano della porta che separava l'ambiente in cui si svolgevano le sedute dalla cucina.

I verbali delle sedute

Ravaldini mi fece gentilmente prendere visione della documentazione in suo possesso, che ho potuto scansionare. Per il periodo relativo agli anni dal 1937 al 1939 si tratta di 76 verbali di sedute, scritti con penna ad inchiostro, in bella calligrafia, in due quaderni. Probabilmente sono rielaborazioni di appunti presi durante le sedute stesse, o ricostruzioni a memoria di quanto era accaduto la sera precedente. I verbali coprono tre distinti periodi: il primo inizia l'11 novembre 1937 e si conclude il 17 gennaio 1938: tra la prima e la seconda seduta registrata (1 dicembre 1937) passano 20 giorni, ma tutte le altre sedute sono a breve intervallo l'una dall'altra (solo in un caso 7 giorni, ma molto spesso uno o due giorni soltanto). Pertanto si può ritenere che i verbali coprano, se non proprio tutte le sedute, almeno la maggior parte di esse. Sono registrati fenomeni di levitazione, apporti, penetrazione della materia, scrittura diretta, ma in questa prima fase le comunicazioni delle entità avvengono esclusivamente tramite tiptologia. I fenomeni sono quelli fin qui riportati, seguendo quanto ricordato da Ravaldini in Realtà e Mistero. Dopo un’interruzione di quattro mesi senza alcuna trascrizione, i verbali riprendono in data 20 maggio 1938, con una seduta della durata di tre ore, ricca di manifestazioni, nella quale le entità comunicavano già a voce diretta. Le trascrizioni continuano fino al 12 settembre 1938, con una media di una seduta ogni tre o quattro giorni, ed un intervallo massimo di otto giorni tra una seduta e l'altra. Penso che quasi tutte le sedute di questo periodo siano state trascritte.

Si ha poi un intervallo di 40 giorni dovuto ad un'assenza del medium, per la quale era stata richiesta e concessa la preventiva autorizzazione dall'entità guida Marzo. Ravaldini mi disse che in quel periodo il medium si assentò da Castelfiorentino, trasferendosi presso dei suoi parenti vicino Volterra, per sottrarsi all'atmosfera di persecuzione da parte delle autorità religiose e civili di cui era oggetto non solo lui, ma tutta la famiglia Franchi, proprio a causa delle sedute spiritiche. Comunque le riunioni ripresero il 21 ottobre 1938 ed i relativi verbali continuarono fino al 19 febbraio 1939, ad una media di una seduta ogni tre o quattro giorni, e mai più di sette giorni tra una seduta e l'altra. In seguito, fino alla partenza del medium per la chiamata alle armi in conseguenza della guerra, gli appunti contengono solo le trascrizioni delle numerose puntate di Gocce di Rugiada, il romanzo che venne dettato a voce diretta dall'entità Boccacci, della quale tratteremo più avanti. Il contenuto dei verbali è variabile: a volte si tratta di resoconti abbastanza dettagliati, almeno per quanto riguarda le comunicazioni, ma spesso consistono solo di una paginetta o meno di scarni appunti. Inoltre, nel privilegiare la trascrizione del contenuto delle comunicazioni, pochissimo rilievo veniva dato alla descrizione delle modalità di estrinsecazione dei fenomeni, al modo di esprimersi, al timbro ed alle caratteristiche delle voci dirette. Solo grazie alla memoria di Ravaldini, ed alle testimonianze contenute nella registrazione della conversazione del 1973, sono riuscito ad avere qualche ulteriore ragguaglio. Spesso, leggendo i verbali, si ha la sensazione che per i partecipanti alle sedute anche i fenomeni più straordinari fossero dati quasi per scontati.

Le registrazioni del periodo finale

A proposito delle modalità di estrinsecazione dei fenomeni, anticipo alcune considerazioni che saranno sviluppate in modo più esauriente quando verranno trattati gli eventi degli ultimi anni. Dal 1945 in poi Ravaldini (che assisteva personalmente alle sedute fin dal 1939) cominciò, con l'aiuto di suo cugino Vinicio e di un compagno di scuola, a prendere appunti per quanto possibile dettagliati di quanto accadeva durante le sedute, appunti che venivano poi rielaborati in verbali dattiloscritti che sono stati conservati e formano un corpus piuttosto consistente. Nel 1951 un notaio di Castelfiorentino che assisteva alle sedute (Vittorio Nardi) comprò un registratore a filo magnetico (erano i primi modelli a circolare in Italia nel dopoguerra, prima di essere sostituiti dai magnetofoni a nastro), e con quello strumento venivano registrate le sedute. Purtroppo Ravaldini ed i suoi collaboratori utilizzavano solo due bobine, e dopo aver trascritto su carta la registrazione di una seduta riutilizzavano la stessa bobina per una seduta successiva, cancellando così la registrazione precedente. Per questo motivo sono rimaste disponibili solo le registrazioni delle ultime due sedute, rispettivamente del 14 e 28 marzo 1952, che sono state poi duplicate su cassetta. Ascoltando queste registrazioni, e mettendole a confronto con il testo dei verbali dattiloscritti, ho potuto rendermi conto delle sostanziali differenze tra l'evento registrato, con tutte le informazioni che se ne possono ricavare e l'impatto emotivo che ne deriva, ed il contenuto sintetico – riduttivo ed esclusivamente verbale – delle trascrizioni dattiloscritte. Estrapolando questo sconcertante divario alle sedute del 1938, ben più ricche di fenomeni e di comunicazioni dirette rispetto a quelle dell'ultimo periodo, non posso che prendere atto del carattere stringato e quasi banale di quei verbali scritti sul quaderno, rispetto agli eventi di cui sono l'unica testimonianza documentata che rimane. Come un archeologo che ha trovato dei reperti, mi rallegro per il fatto che almeno qualcosa ci è pervenuto.

I contenuti delle comunicazoni

Quanto ai contenuti dei verbali, ritengo che sia importante presentare il materiale integralmente, senza alcuna censura o rielaborazione di quelle comunicazioni che possono avere un carattere psichico fantasioso, ingenuo, o in disaccordo con i riscontri storici verificabili. Anzi, ritengo che sia proprio l'eterogeneità dei contenuti delle comunicazioni una delle migliori testimonianze dell'autenticità e della spontaneità dei fenomeni. Né credo, con questa scelta, di assumere un atteggiamento di svalutazione nei confronti del complesso dei fatti, che riveste un grande interesse proprio a motivo della varietà delle manifestazioni, delle idee espresse, e dei numerosi e diversi personaggi coinvolti nel ruolo di entità comunicanti, ognuno con la sua storia, le sue frasi caratteristiche, le sue esortazioni, e perfino le sue idee fisse e le sue stravaganze. Nel riportare i testi dei verbali mi sono limitato a correggere qualche raro errore di grammatica o di punteggiatura, e ad eliminare le iniziali maiuscole che nel testo abbondano. Così io scrivo luce anziché Luce, entità anziché Entità, guida anziché Guida. In linea di massima mi sono astenuto da commenti personali nei confronti del contenuto delle comunicazioni, mettendo però in evidenza quei riscontri che potrebbero essere eventualmente utili, anche in futuro, per uno studio più approfondito delle comunicazioni e del carattere delle entità che si manifestavano.

Una pagina  di uno dei quaderni manoscritti con la trascrizione dei verbali delle sedute.               

Il periodo tiptologico

I verbali delle sedute di questo periodo sono concisi: consistono in una serie di domande e risposte, ottenute, com'è comprensibile, non senza qualche difficoltà di trascrizione. Ecco un esempio di una di queste sedute (le domande o le parole dei partecipanti sono in carattere normale, le risposte o le parole ottenute tiptologicamente sono in corsivo). La data è quella della seduta. Il testo tratto dai verbali è evidenziato in rosso.

1 dicembre 1937 - «Chi sei?» «Boccacci. Non contrariate con le mani perché c'è poca forza. Che ne dite del mio Decamerone? Non dubitate che io sono Boccacci; avevo otto anni quando morì il divino poeta. Sei mai stato a Certaldo? Io mi aggiro spesso fra quelle mura».
Intervento di altra entità. Il movimento del tavolo ha un ritmo di musica. «Chi sei?» «Su codesta terra fui un tenore di fama». «Ti piace la musica?» «Sì, perché la musica è divina». Avviene la levitazione del tavolo a più di un metro di altezza. «Quando cantavo io mi si empivano gli occhi di lacrime; ora piango. Addio».
Intervento di altro spirito. «Chi sei?» «Puccini. Nella Tosca misi tutta l'anima mia, nella Boheme tutta la divina melodia». Intervento di altra entità che mantiene l’anonimo. «Puccini morì troppo giovane, perché avrebbe lasciato su codesta Terra altre perle».
Altra entità. «Chi sei?» «Petrolini. Angiolo piglialo e mangialo». «Di quale male sei trapassato?» «Angina pectoris». «Che cosa vedi?» «Luce». «Che cosa fai?» «Il bene e sempre miglioro. Il figliolo di Caccherone».
Saluto di Marzo che è di passaggio perché chiamato a Roma.
Intervento di Boccacci. «Chi sei?» «Boccacci. Ho condotto qui messer Banfo. Io avevo scritto un libro e fu smarrito; era intitolato "Gocce di Rugiada". Io potrei dettarvi quel libro domani e lo invierete alle lettere. Che il sonno vi colga felici»
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Torneremo in seguito sull’intervento dell'entità Boccacci. Dell'attore Ettore Petrolini (1884-1936), di fatto morto di problemi all'apparato respiratorio, questa è l'unica manifestazione risultante dai verbali. Il tenore non viene più menzionato, durante il periodo tiptologico, tuttavia quest'entità si manifesterà abbastanza spesso durante il successivo periodo in voce diretta. Il 12 giugno 1938 si manifestò brevemente in una seduta che, come vedremo, si tenne a Firenze (un grande tenore che non vuol fare il nome e prega di toccare un po' i tasti del piano che molto gli fanno ricordare). Poi si manifestò ancora il 20 novembre 1938, sempre in voce diretta, cantando una canzoncina di garbata presa in giro nei confronti di Gino Franchi: Comunica un'altra entità che dice: «Gino, fai ballare il tavolino; Gino, suonavi il mandolino; Gino, la gola sa di vino (le surriferite frasi sono pronunciate dall'entità canterellandole). Io venni quando eri al tavolino, sono stato un grande tenore; prendi la chitarra e accosta le tende». Si esita un po' a chiudere le tende, ma l'entità insiste dicendo: «C'è qui un'entità molto elevata». Si chiudono allora le tende, e nel contempo si sente il segno della presenza della guida. Si prende la chitarra e si eseguiscono dei semplici arpeggi, mentre l'entità ammonisce: «Senti, la corda piccola cala». L'entità fa delle modulazioni intonate col suono della chitarra che destano un senso come di estasi in tutti i presenti. L'entità stessa ne è commossa e dice: «Ditemi "luce" detto con lo spirito. Quanto godo in questo momento! Quando cantavo i miei occhi si riempivano di lacrime; ricordo ancora quando cantai a Napoli». A questo punto l'entità è troppo commossa e cessa di comunicare.

Successivamente il tenore si manifestò ancora, sempre parlando in voce diretta.
30 novembre 1938 - Si manifesta il Tenore (Silvio Costa Lo Giudice) e chiede che venga suonato l'arpeggio, ma rispondiamo che ci spiace tanto il non poterlo fare perché la chitarra è in riparazione, ed egli dice: «Mi dispiace molto, la musica è divina e mi eleva. Luce».
11 dicembre 1938 - Si manifesta il solito Tenore: «Gino, ricordi quando parlavi al tavolino?! Oh, dolce melodia! Prendi la chitarra e arpeggia». Si prende la chitarra e si eseguisce quanto richiesto, e l'entità esclama: «Molto mi fa bene; oh, musica che non sa di Terra!».
30 dicembre 1938 - Tenore: «Gino, allora cantavo; ricordi, parlavi al tavolino».
2 gennaio 1939 - Silvio Costa Lo Giudice: «Gino, che non mi riconosci? Ricordi che melodia quando suonavi? Io cantavo molto di cuore, e gli occhi mi si velavano di lacrime; ma ora è un canto più bello. Amico, suona lo strumento; è materia, ma le sue vibrazioni parlano di Dio».
16 gennaio 1939 - Si manifesta il Tenore e chiede che sia suonato col grammofono. Viene subito contentato eseguendo Recondite armonie della Tosca, ed egli dice: «Questa musica molto mi eleva. Chi ha inciso quel disco?» Viene risposto: «Silvio Costa Lo Giudice». Ed egli: «Pensatelo quel nome. Luce».

Sembrerebbe dunque che l'entità del tenore voglia farsi identificare con Silvio Costa Lo Giudice, ed i partecipanti così lo citano apertamente nei verbali. Effettivamente, Silvio Costa Lo Giudice era stato un noto interprete pucciniano della fine degli anni '20 e dei primi anni '30, ed in casa Franchi avevano alcuni dischi da lui incisi. Era nato nel 1895, ma dalle ricerche eseguite sulla sua carriera e sulla sua vita risulta che sia morto l'11 ottobre 1982. Dunque, all'epoca delle sedute, era ancora vivo. Saremmo dunque in presenza di un caso analogo a quello di Gordon Davis già riportato in queste pagine. Anche sull'entità Marzo avremo occasione di tornare. Già dalle sue prime manifestazioni tiptologiche, Marzo manifesta capacità peculiari di produrre fenomeni di tutto rispetto.
3 dicembre 1937 - Levitazione del tavolo. Spostamento del medesimo per quasi tutta la stanza. Tiptologicamente l'entità chiede una tavola molto pesante per comunicare. È contentato, ed avviene quasi subito la levitazione di questa. «Chi sei?» «Marzo». «Ma è proprio questo il tuo nome?» «». «Quale fu il tuo paese?» «Empoli». «Vuoi dire il tuo cognome?» «No».

Marzo lascia inoltre intendere, nel corso di diversi interventi, di partecipare (come entità guida) anche a sedute che si tengono a Roma, presso un altro circolo.
9 dicembre 1937 - «Chi sei?» «Marzo». «Dove andasti l'altra sera che dicesti di recarti a Roma?» «Ad una seduta». «Con chi?» «La cosa è delicata. Il Duce vorrebbe parlare al popolo». «Quando?» «Chi sa?!» «Il Duce è spiritista?» «». «Fa delle sedute?» «A palazzo Venezia, a volte».
Il dialogo è alquanto strano: si tenga comunque presente che le risposte sono state ottenute tiptologicamente col sistema al quale abbiamo accennato precedentemente. Non sono stato in grado di trovare riscontri al fatto che Mussolini partecipasse effettivamente a sedute spiritiche (in una lettera da lui scritta a Clara Petacci il 16 febbraio 1945 così si esprime: «Ieri sera si parlava di sedute spiritiche: ho risposto dicendo basta con queste buffonate»). Sembra invece che sua moglie Rachele Guidi frequentasse un medium. Marzo confermò più volte, anche nel periodo della voce diretta, di manifestarsi presso un circolo spiritico romano. In seguito vedremo alcuni eventi verificatisi in relazione a questo fatto. La personalità di Marzo, quale appare da questi primi interventi tiptologici, è alquanto bizzarra.
20 dicembre 1937 - Intervento di Marzo: «Durante la trasmissione fate più attenzione. L'altra sera eri indeciso». «Ti mostrerai a noi?» «». «Quando?» «Lo dirò io. Se ora vi dicessi che mi mostrerò a voi, non mi credereste». «Ma tra quanto ti mostrerai?» «Una di queste sere, quando conoscerò che i vostri nervi saranno calmi». «Come ti mostrerai?» «Mi mostrerò come ero una volta». «Non puoi dircelo quando?» «Una di queste sere. Mi mostrerò per sei secondi». «Quando ritorni da noi?» «Domani sera. Addio».
Non si comprende perché Marzo dica che non sarebbe creduto, quando è evidente che i partecipanti non desiderano altro che credergli, e perché dica poi che si mostrerà per sei secondi. Nella seduta del 21 dicembre 1937 sembra anche un po’ dispettoso: «Quel bicchiere che oggi ti è cascato, sono stato io a fartelo cascare. Ora siete contenti? Mi piace che ascolti i miei consigli. La prossima volta vi dirò pure le mie previsioni sul futuro anno, starò un’ora con voi».

Nella seduta successiva Gino Franchi fece alcune osservazioni sull'ostilità manifestata dal prevosto di Castelfiorentino nei confronti delle sedute, e Marzo cominciò a presentarsi con quel carattere più amichevole, dolce e spirituale che in seguito avrebbe sviluppato ulteriormente.
23 dicembre 1937 - Manifestazione di Marzo: «Credere alla vita spirituale è bene». «Perché quel tale prete combatte lo spiritismo?» «Lui ci crede; è la sua veste che lo fa parlare negativamente». «Io credo invece che la Chiesa farebbe opera meritoria a non combattere così aspramente questa fede che potrebbe irradiare le tenebre a tanti fuorviati!» «Bravo, così mi piaci. Dio è Amore, Bellezza, Sapienza, Luce».
Intervento di altra entità: «Quel ramo del lago di Como che volge a settentrione; questo è il libro che volentieri ho letto, è di Manzoni». «Quale libro è?» «I promessi sposi».
Continua a comunicare Marzo: «Gino, mi dispiace tanto che tu non sia sistemato, ma io prego che il nuovo anno ti sorrida, perché so con quale fede tu credi». «Grazie, Marzo; volentieri ti daremmo un bacio». «Datelo». «Il fratello N dice che manterrà la promessa fattati e chiede nuovamente perdono per qualche scappatella fatta». «Ho avuto un corpo anch'io».

C'è un lapsus (settentrione anziché mezzogiorno) da parte dell'entità che cita l'inizio de I promessi sposi.
Il fratello N citato da Gino non è altri che il medium Urbino Fontanelli, il quale era stato bonariamente ripreso da Marzo, due giorni prima, perché dopo le sedute andava a far l'amore con una ragazza del paese.

Nelle due sedute successive si verificano alcuni dei fenomeni citati da Silvio Ravaldini in Realtà e Mistero, dei quali ho già riferito.
26 dicembre 1937 -  Manifestazione di Marzo, al quale viene offerto un ramo di vischio, e gli viene chiesto se gradisce quel dono, al che l'entità risponde affermativamente. A richiesta, Marzo sposta il ramoscello dal mezzo della tavola fino ad un capo di essa, e lo fa cadere sulle mani di uno dei presenti. Dopo qualche minuto si sente sulla tavola lo sfregamento come di una matita che scrive. Tre dei presenti notano fra le dita qualche fogliolina di vischio, ed uno di essi ne trova un piccolo ramo nel taschino della giacca.
27 dicembre 1937 - La seduta è ricca di fenomeni: apporti, penetrabilità, scrittura diretta, levitazioni. San Carlo Borromeo scrive il proprio nome. Un piccolo tavolo si solleva spontaneamente a circa due metri dal suolo, si avvicina a ciascuno degli assistenti e dice a tutti una parola buona. Sempre lo stesso tavolo compie dei giri vorticosi in aria (nessuno toccandolo) e in tutti i sensi, posandosi di quando in quando or su uno ed or su un altro degli astanti. San Carlo Borromeo dice che il suo cuore è in una reliquia a Roma, e il suo corpo a Milano. Apporto eseguito da Marzo di una, abbastanza pesante, macchinetta da sigarette. Si chiede a Marzo: «Ritorni stasera da noi?» «No, vado a Roma». «Quando ritorni?» «Domani. Addio».

Un racconto fantasioso

Nella seduta del 6 gennaio 1938 si manifesta (a quanto risulta, per la prima volta) Edovic, un capitano dei cosacchi che sarà spesso presente, anche se con brevi interventi, durante il periodo della voce diretta. Questa seduta è notevole perché la comunicazione di Edovic, che si presume essere tiptologica – dato che fino a questa data non è stato mai fatto alcun cenno a fenomeni di voce diretta – è particolarmente lunga e, nel suo insieme, coerente.
«Chi sei?» «Edovic». «Che cosa facevi in vita?» «Ero capitano dei cosacchi». «Come trapassasti?» «Ucciso». «Hai qualcosa da dirci?» «Sì. La slitta correva velocemente sulla steppa sterminata; il plico l'avevo cucito nella fodera del cappotto e lo tenevo gelosamente. Era per l'onore di una donna. La tormenta soffiava da tramontana e mi sferzava la faccia come colpita da scudisciate. Da mezz'ora correvo, quando l'ululato d'un lupo si fece udire e il suo eco si perse in lontananza. I cavalli impauriti accelerarono il passo, la pistola era carica; dunque ero sicuro di arrivare in fondo. In mezz'ora avrei raggiunto la colonna dei deportati in Siberia per liberare una soave fanciulla, ma tutto finì. Lo squadrone dei cosacchi mi raggiunse e fui trascinato fino a Pietroburgo. Lo Zar era là, il plico mi fu trovato, e pochi istanti dopo, il mio corpo si abbatteva sulla candida neve». «Chi era questa soave fanciulla?» «La figlia della Zarina». «Quanti anni aveva questa ragazza?» «Ventidue. Era illegittima; la Zarina la ebbe dall'uomo che veramente amava». «A che valeva quel plico?» «Valeva a scarcerare la ragazza deportata, ed era scritto dalla Zarina». «Perché quella ragazza fu deportata?» «Per congiura contro lo Zar». «Che fiume è il Don?» «Sarebbe il corso del così detto fiume dei Cosacchi. Addio».

I fatti raccontati da Edovic non trovano alcun riscontro nella realtà storica. La zarina Alexandra Fiodorovna (principessa Alice von Hesse-Darmstadt) sposò lo zar Nicola II il 14 novembre 1894. Fu un matrimonio d'amore, testimoniato anche dai sentimenti espressi nelle lettere che i due si scambiarono prima e dopo il matrimonio. È molto improbabile che la giovane principessa, descritta come timida ed introversa e cresciuta alla corte inglese della regina Victoria, sua zia, abbia avuto una relazione prematrimoniale, con tanto di gravidanza e di parto segreto. E, dopo il matrimonio, le date parlano da sole: la prima figlia Olga nasce il 3 novembre 1895; la seconda, Tatiana, il 29 maggio 1897, un anno e mezzo dopo la primogenita. Maria, la terza figlia, nasce il 14 giugno 1899, e qui, calendario alla mano, una figlia illegittima teoricamente ci potrebbe stare (ma... povera zarina, sempre incinta!). Dato che la famiglia imperiale fu massacrata nel luglio 1917, il racconto di Edovic deve riferirsi a fatti precedenti a quella data, ed una bambina nata nel 1898 non può avere ventidue anni prima del 1920. La zarina ebbe poi un'altra figlia, Anastasia (quella di cui qualcuno ha ipotizzato che fosse sfuggita al massacro), il 5 giugno 1901, e finalmente il desiderato figlio maschio, l'erede al trono Alessio, il 30 luglio 1904.
Ravaldini racconta nel suo libro che Edovic, quando si manifestava in voce diretta, parlava in italiano, anche se non perfettamente. Nei verbali la sua presenza è registrata diverse volte, ma in genere si limitava a salutare. Il 30 agosto 1938 disse (in voce diretta): «Fu Nicola II a farmi fucilare, e della sua famiglia solo una donna riuscì a fuggire. Nella mia patria ci sono molti circoli».

Amato e Marzo

Nella seduta seguente fa la sua comparsa tiptologica un'altra entità, Amato Cellini, che diventerà uno dei protagonisti del periodo seguente.
10 gennaio 1938 -  «Chi sei?» «Amato Cellini. Togliete la luce». «Perché?» «Non temete di nulla; che Dio mi punisca se farò scherzi di cattivo genere». «E che farai allora?» «Vi farò un regalo». Viene fatta l'oscurità completa, e dopo pochi momenti si nota nella stanza un lieve soffio d'aria carica di soave profumo, e con meraviglia viene domandato all’entità: «Hai portato tu questo profumo?» «Sì, l'ho preso in Persia, nel giardino del Maraja; sono garofani». Il profumo continua a profusione per tutta la serata e per tutto il giorno seguente.
Anziché: in Persia, nel giardino del Maraja, sarebbe stato più attendibile: in India, nel giardino di un Maraja. Teniamo però sempre presente che si tratta di comunicazioni tiptologiche. Quanto alle riproduzioni di disegni e di scritti, allorquando si verificavano fenomeni di scrittura diretta, Gino Franchi li ricalcava a matita su carta trasparente, e poi ne incollava sul quaderno la copia così ottenuta. Alcuni di queste riproduzioni sono ancora incollate nel quaderno, mentre altre si sono staccate. Tuttavia gli spazi dove erano incollate sono sempre presenti, insieme con l’indicazione dell'autore. Spesso, anche quando il disegno si è staccato, è rimasto sul quaderno il segno lasciato dalla punta della matita che ha calcato sulla carta trasparente per evidenziare meglio la traccia originaria.

Può sorprendere il fatto che nella seduta del 3 dicembre 1937, alla richiesta di dire il suo cognome, Marzo abbia risposto negativamente, mentre ora, sul quaderno, si parla di Marzo Veritieri. Dunque il cognome deve essere stato comunicato nel frattempo, ma dai verbali non risulta. Nella seduta del 12 settembre 1938, Marzo disse (in voce diretta): «Ricordate che io, per voi, sono Marzo Veritieri: Marzo mese che tempra, Veritieri che deriva da Veritas». Quanto a Riccardo Wagner, a lui si devono, come vedremo, alcune delle più sorprendenti manifestazioni del periodo successivo. Nella seduta seguente Marzo comunica a lungo, sempre tiptologicamente.
11 gennaio 1938 - «Chi sei?» «Marzo. Ove odi il suono dell’umana pietà, dicesi cuore. La gente va saputa trattare; troppi fanciulli soffrono. Si deve vedere quello che nuota nell'abbondanza e all'altro gli viene tolto un pezzo di pane. Vita che Dio ci donò e che noi gli renderemo piena di peccato. Perché tu, o uomo, nato per un volere divino, non pensi mai che la tua fine sia vicina? L’uomo ha troppa ambizione. Perché dunque non pensa mai a quel giorno che lascerà il suo corpo? Come affronterà l'ignoto? Io piango!… L’uomo, giunto alla ragione, crede di essere eterno. Io prego sempre il Padre che sta nei cieli che tutto vede e tutto può». «Che dobbiamo fare perché certi fenomeni siano più intensi?» «Odore per meglio medianità. Consola più un sorriso di cento promesse. Mentre la campana rintocca scocca un bacio d'eterno calor. O voi, gente insazia, chi di voi pensa a Dio? Pochi. Perché, o uomo, non rimiri mai il cammino già fatto, e solo così potrai prenderne lezione per il cammino futuro; così saprai levare il bene dal male. Soltanto così il tuo cammino sarà più puro, e il giorno del tuo trapasso ne godrai. Salve».
Probabilmente l’odore di cui Marzo parla si riferisce all'incenso, di cui successivamente venne fatto uso nella fase preparatoria delle sedute.

Marzo apportò due sassi nel corso dell’ultima seduta esclusivamente tiptologica registrata prima dell’interruzione.
17 gennaio 1938 - «Salve, Marzo». «È freddo e quel bambino è nudo, e l'altro passa in automobile pieno di pellicce. Perché fare la guerra, se con l'amore tutto si ottiene?» «Vuoi fare un apporto di profumo?» «No». «Un apporto di qualche oggetto?» «». A questo punto l'entità chiede l’oscurità completa, mentre il medio accenna già ad andare in trance. Avvenuta l'oscurità, il medio cade in completa trance, mentre l'entità invita gli astanti ad aver fede in Dio e raccomanda di non toccare il medio. Entro pochi istanti si nota sul piano della tavola il caratteristico rumore come di polpastrelli di una mano che percuotono il legno, dopo di che seguono tre colpi fortissimi nel mezzo del piano della tavola stessa. A distanza di circa trenta secondi, si ode sulla tavola il rumore come di più corpi secchi e pesanti ivi gettati, e viene chiesto all’entità: «Possiamo far luce?» «». «Hai già eseguito l'apporto?» «Sì. È roba rozza, l'ho presa sulla mia tomba». Fatta la luce, si notano sulla tavola due sassi di forma piatta del peso circa di grammi cento ciascuno, e ambedue artisticamente disegnati col lapis che l'entità aveva richiesto. Tutti ringraziano Marzo per il gradito ricordo, ed egli dice: «Teneteli, se grati vi sono; al vostro trapasso mi ricorderò della vostra fede».


 

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