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I due aspetti della vita umana

L'essere umano come organismo vivente

Ognuno di noi partecipa alla vita umana anzitutto perché il processo naturale produce un nuovo corpo. La formazione del corpo umano non è diversa da quella di altri mammiferi superiori: due cellule riproduttive (un uovo ed uno spermatozoo) si fondono, ed all'interno dell'utero materno inizia il processo di suddivisione, di accrescimento e di differenziazione cellulare, che si conclude con la nascita, quando il corpo del neonato si separa da quello della madre ed inizia la propria vita. Nella sezione sulla vita sono state esaminate le fasi del processo evolutivo naturale che hanno determinato l'attuale elevata complessità informatica in base alla quale si forma un nuovo organismo animale: sotto questo aspetto il corpo umano e quello di una scimmia o di un elefante presentano la stessa complessità. Nei mammiferi superiori il neonato non è di norma abbandonato a se stesso subito dopo la nascita, ma viene allevato da uno o da entrambi i genitori, o entra a far parte di un branco o di una mandria, fin quando non ha imparato a sopravvivere per proprio conto. Negli umani le cose vanno diversamente, ma in condizioni di vita primitiva il processo di apprendimento dei comportamenti necessari a procurarsi il cibo è analogo, come si può notare nelle scimmie antropomorfe.

Nel mondo animale, i comportamenti sono quanto mai vari e complessi: tali comportamenti possono essere determinati da programmi presenti nel cervello fin dalla nascita (istinti), oppure da programmi appresi, spesso mediante imitazione da parte dei cuccioli delle azioni eseguite dagli adulti. In molte specie animali la prole deve fare affidamento sulle sole risorse istintuali fin dalla nascita: per esempio, le tartarughe di mare (Caretta caretta) nascono da uova deposte dalla madre in buche scavate nella sabbia della stessa spiaggia in cui essa era nata. Non solo le tartarughine, uscite dall'uovo, devono compiere il tragitto per salire in superficie, raggiungere il mare (varie decine di metri) e nuotare fino al largo per allontanarsi dalla costa, ma riescono anche a memorizzare le coordinate geografiche della spiaggia in cui sono nate, ed alla quale le femmine faranno ritorno solo dopo alcuni anni. I piccoli del falco della regina (Falco eleonorae), che nidifica in alcune aree del Mediterraneo ed in un'isola delle Canarie, sono alimentati dai genitori per un paio di mesi. In autunno i genitori li abbandonano per migrare in Madagascar, ma dopo qualche settimana anche i pulli partono per la stessa destinazione, volando per oltre 6.000 chilometri.

Le tecniche di apprendimento per imitazione hanno trovato una conferma cerebrale nella scoperta dei neuroni specchio, che tuttavia sono stati individuati, ad oggi, nell'uomo, nei primati, ed in alcune specie di uccelli. Questi neuroni si attivano non solo quando il soggetto compie un'azione, ma anche quando osserva un'azione compiuta da altri suoi simili, o anche da individui di altre specie. È possibile che nel sistema nervoso di molte altre specie di animali siano presenti neuroni analoghi, che determinano l'apprendimento per imitazione. In ogni caso siamo ancora molto lontani da una soddisfacente comprensione del ruolo e del funzionamento dei neuroni e delle reti neurali nella trasmissione dei programmi che determinano i comportamenti e le azioni degli animali: noi osserviamo dei fatti, che spesso suscitano in noi meraviglia, e magari costruiamo anche delle teorie interpretative ed esplicative – suggerite dalla nostra psiche – che poi cerchiamo di verificare. Ma non di rado alcune di queste teorie vengono difese anche quando non sono verificate o verificabili, semplicemente perché abbiamo bisogno di illuderci di sapere, quando in realtà ancora sappiamo ben poco.

Se, con un piccolo esperimento mentale, proviamo ad immaginare l'evoluzione delle conoscenze umane tra quattro o cinquemila anni, possiamo ipotizzare tre scenari: 1) l'umanità si è estinta per cause naturali o per autodistruzione; 2) l'umanità è regredita ad un livello meno evoluto di quello attuale; 3) l'umanità si è evoluta, ampliando notevolmente il proprio patrimonio di conoscenze. Nel primo e nel secondo caso, il processo dell'evoluzione umana sarebbe fallito, nonostante tutti gli sforzi e le sofferenze costati agli esseri umani. Nel terzo caso, il nostro attuale stadio conoscitivo verrebbe considerato più o meno come noi consideriamo il medioevo: una fase intermedia, contaminata dagli aspetti oscuri ed illusori di una psiche ancora poco evoluta. Ciò non toglie che la spinta verso l'incremento delle nostre conoscenze svolga un ruolo fondamentale per il progresso umano: non dobbiamo tuttavia ritenere che il metodo scientifico attuale sia definitivo, e non possa essere superato in futuro da un sistema di acquisizione della conoscenza più completo ed efficace.

Ma per tornare ai comportamenti animali, come quello delle tartarughine che fin dalla nascita si comportano come piccoli robot programmati per eseguire determinate azioni, i problemi conoscitivi riguardano sia l'origine di quei programmi, sia le modalità con le quali i programmi vengono trasferiti e diventano operativi all'interno di ogni nuovo individuo, costruito con modalità del tutto diverse da quelle che noi umani utilizziamo per costruire i nostri robot. Nell'attuale fase dell'evoluzione umana, le nostre conoscenze pervengono alla descrizione più o meno accurata dei processi biologici – compreso quello, fondamentale, della codifica dell'informazione nel genoma – ma non riescono a prendere in considerazione ed a valutare gli aspetti che non si concretizzano in qualche trasformazione fisica: in parole povere, gli aspetti mentali dei fenomeni naturali. Così, ogni volta che cerchiamo di risalire alle cause che hanno determinato un particolare effetto, e dunque all'origine dei programmi in base ai quali gli organismi funzionano fin dalla nascita, dobbiamo accontentarci di ascriverle ad errori accidentali – cioè dovuti al caso – intervenuti nella trascrizione del corredo genetico. Se questa può essere considerata una forma di conoscenza soddisfacente... lascio ad ognuno di voi il giudizio.

Comunque, lasciando per ora da parte le conoscenze relative alla trasmissione dell'informazione in ogni nuovo organismo, il comportamento di molte specie di animali dimostra un funzionamento robotico, nel senso che tali organismi agiscono senza avere alcuna conoscenza dei sistemi che determinano le loro esigenze e le loro azioni. Questo non significa che non vi possa essere una percezione cosciente delle necessità a cui l'organismo animale deve fare fronte e delle condizioni ambientali in cui viene a trovarsi: si tratta tuttavia – in molte specie – di un livello di coscienza rudimentale, elementare, che non si traduce in autocoscienza, e meno che mai in ciò che noi umani definiamo conoscenza. Anche gli animali possono acquisire informazioni sull'ambiente in cui vivono, sulle modalità di comportamento degli altri organismi viventi, e sulle possibilità offerte dal proprio modo di funzionare: tali informazioni si possono tradurre in una forma di conoscenza fondata sull'esperienza e sulla memoria, ma non determinano elaborazioni creative finalizzate all'incremento del sapere conoscitivo. Gli animali più evoluti imparano, mediante l'osservazione, l'imitazione e l'esercizio, a far funzionare il proprio corpo in modo efficiente: tipici esempi sono il volo degli uccelli, o i metodi di caccia dei predatori. In ogni caso, ogni animale funziona senza interrogarsi sulle ragioni per cui deve funzionare in quel modo, né sulle finalità del proprio funzionamento. Per questo le sue azioni non possono essere giudicate secondo un criterio etico: il vivere degli animali consiste in un funzionare nell'ambito del sistema della natura, del quale probabilmente essi sono del tutto ignari. Questa modalità di funzionamento robotica, automatica, fondata su meccanismi mentali che restano prevalentemente inconsci, è presente anche negli esseri umani, dato che l'origine e la formazione del nostro corpo e del nostro sistema nervoso sono determinate dalle leggi naturali.

L'essere umano culturalmente programmato

A differenza delle altre specie animali, nelle quali gli individui adottano per secoli e secoli le stesse modalità di comportamento determinate dai programmi ricevuti e dalle condizioni ambientali, gli umani – già da alcuni millenni – si raggruppano in società che si modificano più o meno rapidamente. Ancora un secolo fa sul nostro pianeta erano presenti contemporaneamente, in aree geografiche diverse, società tribali formate da qualche centinaio di membri, che vivevano in modo definibile come primitivo, e società molto più complesse, formate da milioni di membri, considerate come civilizzate e progredite. Ancor oggi sembrea che esista – in aree remote della foresta amazzonica – qualche piccolo gruppo tribale che non ha ancora avuto contatti diretti con membri del mondo civilizzato. Nel complesso, tuttavia, è in corso un rimescolamento generale a livello planetario, per cui anche persone che vivono in remote zone dell'Africa possono ricevere informazioni su quanto avviene nei paesi culturalmente avanzati. Le ragioni di queste differenze nello sviluppo delle diverse culture sono ancora oscure: non sembra che vi siano variazioni genetiche tali da imputare a basi etniche il progresso o il ritardo nell'evoluzione di una civiltà. Senza dubbio le condizioni ambientali possono contribuire a favorire o ad inibire lo sviluppo sociale, ma anche questo è vero solo in parte.

Oggi è politicamente corretto, dato che fa parte dei programmi culturali  della nostra società e della nostra epoca, affermare che tutti gli uomini sono uguali. Quest'affermazione ha senso se riferita al corredo genetico della specie umana nel suo complesso, dato che differenze genetiche tra individui e gruppi di individui non mancano, ma è evidente – e non può essere negato – che le culture in cui un essere umano nasce e viene allevato sono varie e molto diverse l'una dall'altra, senza volere con questo stabilire una classifica che potrebbe rivelarsi arbitraria ed opinabile. Il fatto importante su cui riflettere è che – indipendentemente dalla cultura in cui sono allevati – tutti gli esseri umani sono programmati dal milieu socioculturale di cui fanno parte, come neofiti nella fase in cui crescono ed acquisiscono i programmi culturali, e come membri effettivi quando iniziano ad operare di propria iniziativa nell'ambito del sistema. Sotto questo profilo, ognuno di noi viene programmato, e dunque è condizionato, dal tempo e dal luogo geografico in cui nasce e cresce, oltre che dal proprio patrimonio genetico. In queste condizioni, credere che l'io cosciente possa determinare autonomamente il proprio destino è un'ingenua illusione: ben che vada, l'io cosciente può imparare a navigare e ad orientarsi nel mare delle dinamiche psichiche determinate dalle condizioni iniziali e dall'evoluzione collettiva del proprio ambiente di riferimento.

I meccanismi in base ai quali i programmi culturali hanno origine e si diffondono, affermandosi nel tempo, non sono ben comprensibili e, soprattutto, sfuggono ancora ad un'interpretazione intelligente. Quello che si può dire è che ai nostri giorni, nell'ambito delle società complesse, la varietà dei programmi culturali che si formano, si trasformano e si stratificano, ha le sue radici nell'evoluzione storica delle culture condivise da collettività formate da milioni di individui, di fronte alle quali l'attività mentale cosciente di un singolo osservatore umano può avere, nel migliore dei casi, un ruolo di testimonianza critica, ma non certo di trasformazione attiva. Le scelte, le attività ed i comportamenti di quelle che vengono comunemente definite «le masse» non si fondano su quella parte dell'attività psichica soggetta al controllo da parte di un io cosciente sufficientemente evoluto, ma sono determinate da interazioni continue, rapide, e non sufficientemente elaborate coscientemente, tra cervelli interconnessi che si scambiano segnali, stimoli ed informazioni derivanti dai programmi acquisiti e dal loro funzionamento in gran parte inconscio.

Soprattutto nel passato, ma anche nel presente, un nuovo programma culturale, od una modifica sostanziale ad un programma preesistente, trae origine quasi sempre dall'esperienza psichica di una singola persona, che acquista un potere di coinvolgimento molto intenso: se quella persona è dotata di sufficiente energia psichica, il coinvolgimento si traduce in azione tesa a promuovere l'affermazione e la diffusione di un nuovo programma culturale nell'ambito di una comunità umana. Nella maggior parte dei casi, queste operazioni dopo qualche tempo abortiscono, spesso senza lasciare traccia, ma di quando in quando alcune di esse hanno successo, trasformandosi in programmi culturali ben radicati. Per fare un esempio banale ma interessante, si consideri l'importanza globale assunta da un'attività sportiva, cioè ricreativa, come il gioco del calcio, nell'ambito delle nostre società. Ancora nella prima metà dell'Ottocento diverse forme di gioco di contesa di una palla, con le mani, con i piedi o con bastoni, venivano praticate localmente da squadre di dilettanti: l'origine di questi giochi era medioevale, anche se si possono riscontrare antecedenti risalenti al periodo greco-romano, con analogie presso culture all'epoca distanti tra loro, come la cinese, la giapponese o l'azteca. Ma fu solo nella seconda metà dell'Ottocento che le regole del calcio iniziarono ad essere codificate e, per opera del segretario della Football Association inglese, Ebenezer Cobb Morley, Il calcio assunse una propria identità che lo differenziava dal rugby, il gioco sportivo con la palla allora più diffuso e popolare – anche sotto il nome di football – nel mondo anglosassone. Da allora, il calcio si è affermato sempre più nel mondo occidentale, con impressionanti implicazioni economiche e nella cultura di massa.

Se si domanda a qualcuno – anche ad un esperto di psicologia – perché si verificano fenomeni di questo genere, la risposta è che, evidentemente, essi rispondono a determinate esigenze psicologiche. La stessa cosa la si può affermare anche per la religione, che viene sempre più considerata come un bisogno psicologico, e per qualsiasi altra esigenza collettiva. Questo psicologismo, ormai molto diffuso nella nostra cultura, in realtà non spiega niente, perché nulla ci dice sull'origine, sulle cause e sulle finalità di queste esigenze psicologiche collettive: quello che in altri tempi veniva attribuito a qualche forma di volontà divina, oggi ha semplicemente cambiato etichetta! Quel progetto divino che alcuni ritenevano di aver chiuso per sempre fuori dalla porta, è già rientrato dalla finestra: per il fatto stesso di vivere, l'essere umano difficilmente può sottrarsi ai programmi psichici che lo coinvolgono e lo condizionano. Ma, a parte queste considerazioni, una prima osservazione che si può fare è che non di rado i programmi culturali – che determinano il comportamento di un essere umano come membro di una società – entrano in conflitto con alcuni degli istinti che costituiscono il retaggio animale del nostro corpo. Le conseguenze di questi conflitti si ripercuotono sull'io cosciente, sollecitato da tensioni contraddittorie a compiere scelte i cui risultati non saranno conformi alle aspettative.

Nel periodo tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento, alcuni esponenti della nascente psicologia, e soprattutto la psicoanalisi freudiana – allora agli albori – pensarono di aver individuato in questi conflitti tra le esigenze di funzionamento e di comportamento imposte dai programmi culturali delle società avanzate e le pulsioni naturali, la causa dei disturbi mentali – che all'epoca venivano chiamati nervosi – da cui non poche persone erano afflitte. In particolare, la psicoanalisi sosteneva che l'incompatibilità di certi impulsi, soprattutto di natura sessuale, con i condizionamenti culturali dell'epoca, ne causava la rimozione nell'inconscio, dove continuavano ad agire producendo quegli effetti psicosomatici negativi che poi coinvolgevano l'io cosciente. In termini fisiologici, questo significava che l'attività inconscia del cervello sottraeva energia, risorse e capacità di controllo all'io cosciente. La terapia consisteva nel riportare alla coscienza le pulsioni rimosse, risolvendo così i conflitti psichici. Tuttavia questo schema semplificato – ed alquanto ingenuo – mostrò presto i suoi limiti e fu necessario sottoporlo a continui aggiornamenti ed ampliamenti (che durano tuttora), proprio perché ogni essere umano rappresenta un caso unico di interazione tra modalità di funzionamento cerebrale, condizionamenti ambientali, storia personale e sviluppo della coscienza, un caso determinato da energie – naturali e psichiche – che tendono comunque a sottrarsi al controllo da parte dell'io cosciente. L'originario modello freudiano, eredità dell'illuminismo e del positivismo, era destinato a cedere di fronte al potere della psiche, proprio perché aveva dovuto riconoscere l'esistenza dell'inconscio, che non avrebbe mai potuto esaurirsi nella coscienza.

Carl Gustav Jung (1875-1961) ritenne pragmaticamente che il concetto di inconscio potesse essere esteso a tutta quella parte della psiche umana destinata a manifestarsi – in una forma o nell'altra – nell'attività mentale di una persona, spesso sottraendosi al controllo da parte dell'io cosciente. Anche nel suo caso, un ottimismo di fondo di stampo ottocentesco e la fiducia nelle proprie capacità terapeutiche lo indussero ad individuare un percorso di confronto tra l'io cosciente e l'inconscio, che dovrebbe portare alla conciliazione ed al superamento dei conflitti mediante la realizzazione di un'entità di ordine superiore, il Sé, nell'ambito della quale l'io cosciente può vivere in equilibrio ed in armonia con le esigenze della propria attività mentale inconscia. Jung chiamò questo percorso processo di individuazione. È facile riscontrare in questo confronto – dapprima conflittuale e poi armonioso – una trasformazione dell'antico problema della relazione tra l'essere umano ed il suo Dio. Jung stesso non mancava di sottolineare gli aspetti mitici di questo processo: evidenziava spesso i pericoli a cui l'io cosciente va incontro quando deve affrontare l'inconscio, e portava ad esempio la figura dell'eroe che esce vittorioso – e non soccombe – dalla lotta col drago. Indipendentemente dal giudizio che ognuno è libero di dare in merito alla valutazione del funzionamento dei processi mentali da parte di questi ed altri eminenti studiosi di psicologia, resta il fatto che noi, in quanto esseri umani, possiamo descrivere questi fenomeni, ma non riusciamo ad interpretarli correttamente in modo univoco, proprio perché ognuno è coinvolto nelle proprie dinamiche psichiche.

Jung definiva la sua vita come una autorealizzazione dell'inconscio, ma questo lo si può affermare per qualsiasi vita: il fattore importante è pur sempre rappresentato dal modo in cui l'io cosciente partecipa a questo processo, e dai risultati che ne ottiene. Anche Jung riconosceva che esistono persone normali, più o meno ben adattate e tranquille, che percorrono il cammino della vita senza dover affrontare grandi conflitti di natura psichica, ed altre per le quali la navigazione nel mare delle dinamiche psichiche è comunque difficile, e comporta non pochi rischi. Lui stesso rientrava in questa categoria. È la stessa qualità della coscienza, che potrebbe essere definita come sensibilità intelligente, ad ampliare il campo delle esperienze psichiche ed a sottoporre ad analisi critica i programmi culturali messi a punto affinché ogni persona trovi ed interpreti il proprio ruolo sociale. Ma proprio la complessità delle società di massa attuali, la cui evoluzione tecnologica ha avuto uno sviluppo del tutto imprevedibile all'epoca di Jung, propone modelli di funzionamento personale ben diversi da quelli da lui auspicati. Sotto quest'aspetto, Jung si lasciò guidare dalle proprie esperienze psichiche (né poteva fare diversamente), ma senza tenere sufficientemente conto del fatto che esse non rappresentavano che una piccola frazione della complessità globale della psiche umana.

Ai nostri giorni, gran parte dell'umanità – che nel frattempo è cresciuta numericamente come mai prima nella storia – si trova ancora nelle condizioni di dover far fronte a bisogni primari di origine naturale, come l'alimentazione e la cura delle malattie, dunque per molti esseri umani il venire al mondo rappresenta di per sé un rischio, per il quale non sono disponibili adeguati programmi culturali, dato che quelli del passato non funzionano più – essendo cambiati radicalmente i modelli sociali – e quelli attuali, mediati da società il cui sviluppo storico e culturale ha seguito un percorso diverso, non funzionano ancora bene. Dunque non è difficile prevedere che nel prossimo futuro i problemi di natura economica, legati alla nostra origine naturale, prevarranno su ogni altro ordine di problemi, condizionando anche il nostro sviluppo culturale. Per molti, credere che questo mondo possa essere migliorato una volta per tutte è un'indispensabile esigenza psicologica, necessaria per poter affrontare la vita. Resta tuttavia un'utopia, dato che i problemi dell'umanità ci saranno sempre, anche se cambiano nel tempo e si distribuiscono diversamente nell'ambito dei gruppi sociali. Questo dipende dal fatto che quasi sempre, tutte le volte che si cerca di risolvere un problema, la soluzione proposta porta in sé un risvolto – che resta per lo più in penombra – destinato a sviluppare, col tempo, un nuovo problema. Ogni nuova moneta ha pur sempre due facce.

La coscienza e la memoria

Abbiamo visto fin qui gli aspetti della vita derivanti dall'origine animale e dall'evoluzione culturale e sociale degli esseri umani, ed i possibili conflitti determinati dalle interazioni mentali tra le pulsioni naturali ed i programmi culturali. Quali che siano i successi ed i fallimenti, sempre relativi, che il destino riserva ad ogni essere umano, resta il fatto che alle vicissitudini della vita fa riscontro una serie di esperienze mentali che coinvolgono l'io cosciente. Infatti, di questa storia interiore l'io di ogni essere umano è l'unico testimone diretto. Al di là di tutti i pensieri, le considerazioni e le scelte di comportamento che determinano la routine della nostra vita mentale ordinaria, vi sono alcune esperienze particolarmente intense sotto il profilo emotivo, sentimentale, meditativo o conoscitivo, che lasciano una traccia più profonda nella nostra vita interiore. Queste esperienze si fissano nella memoria, spesso in modo indelebile, cioè per tutta la durata della vita, anche se l'intensità della loro rievocazione mnesica – in relazione sia all'esatta ricostruzione degli eventi, sia alla percezione degli stati d'animo ad essi connessi – è destinata a diventare più evanescente col trascorrere del tempo.

Sebbene le esperienze psichiche dell'io cosciente si susseguano, mettendo sempre a fuoco il momento presente, la nostra identità personale si fonda essenzialmente sui ricordi della nostra vita, anche se – in qualche caso – una parte di noi può sentire di esistere indipendentemente dalla nostra storia personale. È evidente che non tutti gli eventi della nostra vita vengono memorizzati in modo da poter essere agevolmente ricordati, anzi, la maggior parte di essi sono cancellati definitivamente. Fanno eccezione poche persone, dotate di una memoria speciale, talvolta fastidiosa (ipertimesia), che – per anni ed anni – non riesce a dimenticare nessun dettaglio della vita quotidiana. In ogni caso la memoria sembra indispensabile per il senso della nostra vita: anche quando non ricordiamo cosa ci è accaduto in un certo giorno del passato, in particolare sotto il profilo delle nostre esperienze interiori, sappiamo però che eravamo coscienti di quanto ci stava accadendo. Ma vi sono casi in cui la memoria viene danneggiata, a causa di traumi o di malattie degenerative che colpiscono il cervello, ed almeno una parte dei ricordi non può più essere richiamata alla coscienza: in casi simili, che ne è dell'io cosciente e della sua identità personale?

Dobbiamo riconoscere una stretta dipendenza tra l'identità e la storia personale ed il funzionamento del cervello. Sotto questo aspetto è inoltre di particolare interesse il fenomeno dello sdoppiamento della personalità – che si verifica spontaneamente nei casi di sonnambulismo, e può essere indotto mediante ipnosi – nel quale l'io cosciente, nel suo stato normale, non ricorda assolutamente niente di ciò che l'individuo ha fatto o dei processi mentali sperimentati durante lo stato alterato. Talvoltà si possono osservare casi di due personalità ben distinte che si alternano per periodi più o meno lunghi nella mente di un individuo (personalità alternate), ciascuna delle quali non ricorda né gli eventi né gli stati mentali connessi all'altra personalità. Le personalità possono addirittura essere più di due (personalità multiple), di cui una o due prevalenti e più stabili, e le altre saltuarie ed instabili: in questi casi una delle personalità prevalenti può anche ricordare ciò che accade durante le altre fasi dissociate. Per tutte queste ragioni non possiamo considerare l'io cosciente come un soggetto stabile e permanente, la cui esistenza si fonda sulla nostra storia personale e sul nostro destino nel corso di questa vita: l'io è solo un soggetto sperimentatore, in quanto dotato di coscienza, e la continuità delle sue esperienze di questa vita verrà comunque interrotta dalla morte o dalla perdita della memoria.

Proprio la possibilità di non conservare tracce mnemoniche di eventi mentali che sono stati sperimentati tramite la coscienza, fa sì che l'io non possa mai essere certo di non aver avuto esperienze psichiche di cui non conserva il ricordo. D'altra parte, quando si attivano i cosiddetti falsi ricordi, o quando – tramite ipnosi – si attivano i ricordi di presunte vite precedenti, non possiamo mai essere certi che tali esperienze psichiche corrispondano a fatti realmente ed oggettivamente accaduti, anche se all'io possono sembrare tali. Dal punto di vista dell'io cosciente, ogni esperienza psichica – e dunque anche quella che può essere considerata come fantasia – può diventare reale, cioè assumenre quei requisiti mentali che noi associamo alla realtà: viene meno del tutto, infatti, il requisito del consenso collettivo richiesto per convalidare la realtà oggettiva. Oppure questo consenso collettivo può anche effettivamente concretizzarsi, dato che l'attività mentale è in grado di creare una pluralità di soggetti che confermano ciò che l'io cosciente sta sperimentando, come avviene per esempio nei sogni, nei quali un personaggio protagonista (l'io) interagisce con una pluralità di altri attori, anche antagonisti e dotati di una personalità propria, che agiscono autonomamente rispetto all'io.

Un caso del tutto normale di perdita di ricordi relativi ad eventi mentali che potrebbero essere stati coscientemente sperimentati è quello dei bambini piccoli. I primi ricordi della nostra vita, infatti, di solito risalgono ad un periodo compreso tra i due ed i tre anni di età, e spesso hanno la caratteristica di essere separati l'uno dall'altro, come le isole di un arcipelago. Eppure, già a partire dal primo anno di età, il comportamento di un bambino, così come percepito da persone adulte, per esempio dai genitori, presenta spesso una sua coerenza organizzativa, come se fosse finalizzato al raggiungimento di determinati scopi mediante un'attività cosciente. Inoltre, le reazioni di coloro che si prendono cura del bambino si basano quasi sempre sull'ipotesi che esista qualche forma di coscienza: se il bambino piange è perché qualcosa lo fa soffrire o gli causa pena, se ride significa che è contento. Ma nulla ci può rendere certi che esista almeno un barlume di coscienza, perché non ne conserviamo alcun ricordo.

E che dire di quei casi in cui – a causa di un ictus, di un trauma cerebrale o di uno stato di coma – una persona si risveglia e riprende coscienza del proprio io (e dunque anche autocoscienza del fatto che esiste di nuovo in quanto io), ma non ricorda più gran parte della propria vita precedente? Abbiamo già più volte evidenziato come l'esistenza stessa del nostro io dipenda dalla coscienza: senza di essa, al nostro corpo può accadere qualsiasi cosa, e qualsiasi azione può essere compiuta su di esso, nella completa indifferenza da parte di quella sola entità che è intimamente collegata con esso. Ma anche la memoria ha la sua importanza, soprattutto quella parte di memoria a breve termine che assicura la continuità delle esperienze mentali di cui diventiamo coscienti. Infatti una forma di coscienza fatta di tanti istanti separati, ognuno destinato ad essere immediatamente dimenticato – come potrebbe accadere in un bambino piccolo – non sarebbe sufficiente a formare l'autocoscienza del nostro io. Invece la perdita della memoria a lungo termine, sebbene possa rappresentare un evento traumatico, problematico ed anche doloroso, non compromette l'esistenza e l'autocoscienza dell'io, che continua ad esistere, come può continuare a vivere un corpo mutilato di alcuni suoi arti o di organi non vitali.

Si può riflettere sul fatto che alcune tecniche di meditazione comportano proprio una temporanea perdita della memoria a lungo termine, e la concentrazione della coscienza su un oggetto di contemplazione che viene mantenuto in una continuità senza tempo. L'io, in quanto soggetto cosciente, si fonde con l'oggetto contemplato, ma non perde l'autocoscienza della propria esistenza, in quanto l'esperienza – pur potendo diventare atemporale – resta caratterizzata dalla continuità prodotta da una forma di memoria a breve termine. Se, una volta morti, potremo continuare ad esistere in quanto io cosciente, anche questa nuova forma di esistenza dovrà basarsi quanto meno su una memoria a breve termine, mentre gli eventuali ricordi di questa nostra vita umana sono destinati a diventare evanescenti, per poi scomparire.

Le aspettative per il futuro

Ma, oltre la memoria, c'è un altro aspetto che caratterizza l'esperienza umana dell'io cosciente: il desiderio che gli eventi della propria vita, comprese le esperienze psichiche, si realizzino in futuro in accordo con le esigenze da noi percepite. Mentre la memoria, ed in particolare quella a lungo termine, è rivolta verso il nostro passato, che per noi è determinato ed immutabile, le nostre aspirazioni ed i nostri desideri – per quanto illusori possano rivelarsi – sono sempre diretti verso il futuro. Ovviamente, via via che la nostra vita trascorre, il futuro si trasforma in passato, e ciò che era un'aspettativa – a volte intensamente desiderata – viene congelata in un'esperienza definitivamente fissata. Così, quando si arriva alle soglie della vecchiaia, si sa che non restano più né le risorse né il tempo per avere delle aspettative a lungo termine nei confronti dei futuri eventi della nostra vita, per cui a volte tali aspettative vengono trasferite su un eventuale aldilà.

Anche le aspettative per il futuro possono essere suddivise tra quelle a breve termine e quelle a medio-lungo termine. Le prime, in genere, si manifestano mentalmente come desideri che determinano forme di comportamento dalle quali ci si attende un certo risultato, mentre le seconde possono essere considerate piuttosto come degli orientamenti, percepiti come speranze quando hanno come obiettivo qualcosa che viene sentito come positivo, o timori nel caso contrario. Anche se l'esperienza dimostra che spesso gli eventi della vita non hanno un esito conforme alle nostre intenzioni o alle nostre speranze, l'impegnarsi per ottenere qualcosa resta ancora il modello di funzionamento umano più diffuso e propagandato nella nostra cultura. In effetti già la nostra origine animale contiene le premesse per un simile modo di funzionare, dato che ad ogni organismo, in natura, è sempre richiesto uno sforzo competitivo per la soddisfazione dei bisogni primari, come l'alimentazione, la riproduzione e la cura della prole: la stessa sopravvivenza comporta sempre dei rischi. Nelle società complesse come la nostra, fondate sulle relazioni interpersonali e sulle interazioni tra soggetti umani ed oggetti da gestire, l'impegno (spesso competitivo) finalizzato ad ottenere un risultato, è attivato e sollecitato tramite una serie di programmi culturali – fondati su ricompense e penalizzazioni – elaborati avendo sempre come base la gestione dei bisogni primari.

Le forme di meditazione e di riflessione interiore, valorizzate da alcune branche della filosofia occidentale, e più ancora da quella orientale, mal si conciliano con questi programmi culturali che perseguono in ogni caso attività finalizzate a trasformare il mondo, e dunque devono anzitutto promuovere i meccanismi operativi che determinano i desideri e le aspettative, le speranze ed i timori. Al contrario, le cosiddette tecniche di controllo della mente mediante la meditazione hanno lo scopo di svincolare l'attività mentale sia dai suoi legami con gli oggetti, sia dall'influenza dei programmi culturali acquisiti e dai relativi comandi e desideri, avendo come obiettivo quello che viene a volte definito come vuoto mentale: uno stato di contemplazione nel quale la mente, isolata dagli stimoli esterni e dall'attività determinata dalle abitudini di funzionamento acquisite, si concentra sulla propria essenza. Bisogna però riconoscere che, anche in questo caso, la scelta di dedicarsi all'attività meditativa – al pari di qualsiasi altra scelta – è determinata da un'aspettativa: di solito, l'io cosciente desidera migliorare la propria condizione esistenziale, oppure vuole ampliare il campo delle proprie esperienze.

In ogni caso, al di là dell'attività mentale percepita interiormente, le tecniche di meditazione e di riflessione comportano una sospensione delle interazioni tra il nostro sistema psicofisico e gli oggetti dell'ambiente esterno. Questa sospensione può sopprimere gli stimoli sensoriali provenienti dall'ambiente – e dal nostro stesso corpo – fino al punto da rendere il corpo completamente anestetizzato. Invece, i programmi culturali che determinano il nostro funzionamento mentale accentuano l'importanza degli stimoli che ci vengono trasmessi dagli oggetti, condizionando le nostre reazioni fino a creare veri e propri automatismi fondati sulla rapida e non meditata risposta agli stimoli ambientali. La sospensione dell'attività corporea viene giustificata solo in quei casi in cui è richiesta un'attività mentale creativa – basata su forme di ragionamento e di intuizione – finalizzata al perseguimento di obiettivi di interesse collettivo, che poi dovranno tradursi in azione. Che le due forme di funzionamento mentale – l'una rivolta verso l'interiorità e la rinuncia all'azione, l'altra determinata dalle reazioni agli oggetti ed agli stimoli provenienti dal mondo, e dalla necessità di trasformarli – siano entrambe possibili, è un dato di fatto: anche se oggi prevale di gran lunga l'estroversione attiva, gli esempi storici e culturali di esseri umani che si sono isolati per praticare tecniche di meditazione e di ascesi mentale non mancano. Per lunghi periodi di tempo, alcune culture hanno privilegiato aspettative e comportamenti di questo tipo, che oggi vengono considerati, in linea di massima, sterili e rinunciatari.

Le tecniche di meditazione e lo yoga, opportunamente trasformate ed adattate, vengono accettate dalla nostra cultura nella misura in cui contribuiscono a bilanciare lo stress richiesto dalle esigenze produttive ed economiche, che restano antitetiche rispetto agli obiettivi originari a cui miravano, culturalmente, quelle pratiche ascetiche: la liberazione dell'io cosciente dai conflitti psichici ed il raggiungimento di uno stato di completa beatitudine. Le stesse società che in passato valorizzavano culturalmente questi obiettivi e le relative tecniche, si sono oggi convertite ai sistemi di produzione economica propri della moderna cultura occidentale: di fatto è la stessa individualità dell'essere umano che viene inglobata nella formazione di un superorganismo sociale. Il fenomeno mostra qualche analogia con quello per cui le aggregazioni di organismi unicellulari si trasformarono in organismi pluricellulari, all'interno dei quali le singole cellule, specializzandosi nel compiere determinate funzioni, non furono più in grado di vivere autonomamente. Siamo all'antitesi dello yogin, che – solo e nudo – compie i suoi esercizi interiori, del tutto indifferente nei confronti degli stimoli ambientali.

Comunque, al di là di queste considerazioni sull'evoluzione culturale delle società di massa e sul ruolo che il singolo essere umano può avere al loro interno, resta il fatto che ciascuno di noi, fin da quando comincia a manifestarsi in quanto io cosciente, valuta ed agisce secondo delle aspettative, indipendentemente dal fatto che tali aspettative abbiano poi buon esito o vadano deluse: questo vale sia per un uomo d'affari, per un manager o per un politico – le persone con un ruolo sociale più accentuato nelle nostre società complesse – sia per un neofita che decida di intraprendere la pratica dello yoga. Ovviamente, gli obiettivi sono diversi, ma la dinamica che porta a scegliere e ad agire è la stessa: ottenere domani qualcosa che oggi ci manca. In questo modo il tempo, lungo la cui freccia la vita scorre in modo unidirezionale, crea la tensione mediante la quale l'energia psichica agisce, esercitando la sua costante azione di trasformare il mondo e di influenzare – in un senso o nell'altro – i programmi culturali in base ai quali i gruppi sociali sono indotti ad agire. La continuità del tempo fa sì che ogni obiettivo conquistato oggi presenti i presupposti per un nuovo problema che dovrà essere risolto domani, ed ogni desiderio soddisfatto si trasformi presto in noiosa ripetizione destinata a creare un nuovo desiderio. Così la società può continuare ad andare avanti, o – come si usa dire – a progredire: ma la vita individuale ad un certo punto inizia a declinare fino a spegnersi.

La tensione del vivere

Si può affermare che i programmi culturali delle nostre società complesse rappresentano l'evoluzione collettiva di una tensione vitale già presente a livello primordiale nell'origine animale del nostro organismo. La vita di un animale nel suo ambiente naturale infatti produce continuamente delle tensioni, percepite dal sistema nervoso dell'animale, che si possono tradurre in esperienza interiore più o meno cosciente e memorizzabile. Un animale deve procurarsi il cibo, sfuggire i predatori ed i pericoli, riuscire ad accoppiarsi, riprodursi ed accudire la prole e, nel caso in cui venga ferito o si ammali, deve riuscire a guarire, altrimenti soccombe. Tutte queste esigenze naturali non sono neutre, ma si traducono in comandi e forme di desiderio che manifestano i loro effetti sul sistema nervoso dell'animale, creando tensioni psichiche che devono scaricarsi. Un animale non può tranquillamente decidere di lasciarsi morire quando è ancora giovane perché non gli interessa il gioco della vita, oppure mettersi a meditare o a riflettere sul significato della vita stessa, incurante di ciò che gli può accadere: un animale deve vivere, indipendentemente dal fatto che la sua vita si concluderà inevitabilmente con la morte. L'animale è sempre soggetto ad un padrone – la natura come un dio (Deus sive Natura) – le cui leggi ed i cui comandi vanno rispettati.

I programmi culturali che operano nelle nostre società complesse sono, almeno al 90%, il risultato dell'evoluzione storica di quelle interazioni tra i cervelli che hanno dato origine alle prime società e poi alle civiltà umane da circa 50.000 anni fa fino ai nostri giorni. Già questo dato indica che si tratta di un periodo di tempo minimo rispetto alle ere in cui la natura ha dominato incontrastata sul nostro pianeta. Se poi consideriamo che la maggior parte dei nostri programmi culturali sono stati elaborati durante gli ultimi 250 anni, spesso modificando radicalmente i programmi precedenti, non possiamo fare a meno di porre a noi stessi qualche interrogativo sull'origine delle forze che plasmano l'umanità, determinando tali repentini mutamenti. I processi produttivi sui quali si basa l'attuale economia mondiale sono molto complessi ed interconnessi, al punto che anche un evento di limitata portata può innescare una crisi globale, con effetti drammatici su gran parte della popolazione umana. La giustificazione secondo la quale questi processi produttivi sono necessari per far fronte ai bisogni primari degli esseri umani è vera solo in parte: è l'abbondante disponibilità di energie umane che rende possibile il funzionamento di un sistema economico così complesso, che dunque si autoalimenta, per così dire, anche mediante l'incremento della popolazione umana (che si è triplicata negli ultimi settant'anni).

Per fare un esempio di quanto ho affermato, consideriamo il funzionamento di un moderno stabilimento industriale per la produzione di automobili, nel quale lavorano decine di migliaia di persone. Tutto il ciclo produttivo è accuratamente organizzato, ed il livello di informazione del sistema è molto elevato: dalla produzione al controllo ed allo stoccaggio dei singoli pezzi, fino al loro assemblaggio gestito in catene di montaggio organizzate alla perfezione, tutto è accuratamente progettato, organizzato e controllato, nel rigoroso rispetto dei tempi programmati. Buona parte del lavoro è oggi svolto da macchine robotiche – a loro volta ideate, costruite e programmate da organizzazioni industriali specializzate – ma gli operatori umani sono ancora indispensabili, a tutti i livelli, per compiere con adeguata attenzione e concentrazione mentale determinati compiti, in un ciclo che si ripete nel tempo, e nel quale ciascun operatore si specializza, migliorando col tempo le proprie prestazioni proprio tramite la ripetizione. Il giorno in cui fosse possibile sostituire gli operatori umani con altri robot, le valutazioni sulla convenienza economica dell'operazione deciderebbero del destino di questo personale specializzato. È così possibile produrre ogni giorno un certo numero di macchine che vengono poi messe in vendita sul mercato.

Sebbene nessun animale mostri il bisogno di avere un automobile – e dunque il possesso di una macchina non possa essere considerato una necessità primaria derivante dalla nostra origine animale – le esigenze sociali dei nostri giorni, compresa la necessità di spostarsi per andare a lavorare, fanno sì che un gran numero di esseri umani senta intensamente il desiderio di avere un'auto, al punto di non poterne fare a meno. Così l'industria automobilistica si è sviluppata in modo da poter soddisfare al meglio questo desiderio di origine sociale. Ma quando la maggior parte di coloro che desiderano avere un'auto sono riusciti a comprarsela, il desiderio è stato ampiamente soddisfatto, e finché l'auto è in grado di funzionare non vi sarebbe bisogno di sostituirla. L'organizzazione industriale che fabbrica le auto dovrebbe dunque ridurre la produzione, ma mentre l'espansione è vista come un processo positivo, la contrazione deve essere per quanto possibile evitata: ecco dunque che le varie fabbriche, in concorrenza tra loro, progettano e costruiscono modelli sempre più efficienti, confortevoli e tecnologicamente avanzati, servendosi, nello stesso tempo, di intense campagne pubblicitarie mirate a stimolare nel maggior numero possibile di persone il desiderio di sostituire l'auto che già posseggono con un nuovo modello. Siamo dunque all'antitesi della soddisfazione dei bisogni primari: qui si tratta di soddisfare desideri artificialmente indotti.

Questo non è che uno tra i molti esempi che si possono fare, per descrivere il funzionamento economico (e psicologico) della nostra società fondata sui consumi e sui desideri indotti. Per di più, le conseguenze di una crisi dei consumi sarebbero drammatiche, perché molte persone perderebbero il lavoro e si troverebbero privi di risorse per sopravvivere: se nei periodi di espansione economica sembra che tutto proceda per il meglio, tra l'ottimismo generale, nei periodi di contrazione le crisi, ai nostri giorni, si propagano con effetto domino, coinvolgendo masse umane molto numerose. Dunque non si può affermare con certezza che il cosiddetto progresso sia al servizio degli esseri umani, ma è più probabile che gli umani siano al servizio di questo processo evolutivo le cui finalità restano per noi oscure. Quanto al fatto che oggi si viva molto meglio rispetto a cento o duecento anni fa, in relazione alla soddisfazione dei nostri bisogni primari, i paragoni che noi facciamo riguardano – tutt'al più – la memoria storica relativa alla nostra cultura, ma ci manca l'esperienza diretta delle dinamiche psichiche di altre culture, i cui modelli di vita erano molto diversi dai nostri. D'altra parte, non è detto che il nostro modello – che attualmente prevale su scala mondiale – in futuro non vada in crisi, dando origine a forme culturali molto diverse.

Le considerazioni precedenti, sia ben chiaro, non sono degli ingenui tentativi di proporre o promuovere modelli sociali alternativi, dei quali non saprei peraltro nemmeno immaginare l'organizzazione. Sono semplicemente la testimonianza dei vari aspetti illusori e programmatici mediante i quali la psiche umana manifesta le proprie potenzialità e produce i propri effetti, condizionando l'io cosciente e negandogli la libertà di svilupparsi in modo indipendente. Per questa ragione la vita umana è sempre stata considerata più come un test o una scuola che richiede impegno e disciplina, ed in qualche caso un vero e proprio carcere, un luogo di sofferenza ed una valle di lacrime, anziché – per così dire – una palestra in cui ci si può esercitare in piena libertà. Ma quello che ha sempre creato i maggiori problemi interpretativi in merito al significato della vita è l'enorme differenza tra i destini individuali, che contrasta palesemente con la presunta uguaglianza di tutti gli esseri umani. In proposito, la psiche umana ha avanzato le teorie più diverse e fantasiose, senza mai poter presentare prove sufficienti a confermare l'una o l'altra ipotesi. Proviamo dunque ad esaminare un paio di queste teorie.

Una di esse sostiene che – una volta terminata la vita – ogni essere umano verrà esaminato e valutato in relazione alle condizioni in cui si è venuto a trovare nella vita, tenendo conto delle difficoltà incontrate e delle sofferenze patite: si tratta, tutto sommato, di un'ipotesi abbastanza equilibrata, che però non ci dà alcuna informazione in merito alla composizione della commissione esaminatrice o ai criteri di valutazione, che ognuno è libero di immaginare come meglio crede. In genere la base psichica di questa teoria si fonda sull'enantiodromia, cioè una forma di giustizia superiore tramite la quale – per esempio – se l'io cosciente ha molto sofferto in questa vita dovrà essere compensato con un'intensa felicità nell'aldilà, oppure, se ha causato sofferenze agli altri, dovrà essere punito e soffrire molto, sempre in un'altra vita. Un'altra teoria, quella del karma, si ricollega alla precedente, ma riconduce i premi o le punizioni nell'ambito di un ciclo di diverse vite umane, ricollegandosi alla teoria della reincarnazione. In realtà – come accade di norma con queste teorie di origine psichica non suffragate da prove – anche del karma vengono date varie interpretazioni, e solo una di esse considera il destino di una vita come conseguenza delle azioni compiute nelle vite precedenti.

Se il karma viene interpretato come il processo per cui ogni nostra azione comporta delle conseguenze, per noi stessi e per gli altri, si tratta della banale constatazione di un dato di fatto. Se invece viene riferito alla teoria per cui il destino di un essere umano durante la vita dipende dai meriti o dai demeriti acquisiti nel corso di vite precedenti, la mancanza di continuità di coscienza e di memoria tra queste diverse vite – riferite, non si sa bene in base a quale criterio, ad un'unica entità spirituale – rende questa teoria del tutto carente di convalide. In pratica, dato che ci muoviamo in un campo nel quale è impossibile compiere qualsiasi ricerca conoscitiva con metodo scientifico, ci affidiamo alle eleaborazioni mentali che ci vengono proposte dalla psiche umana – anche mediante la diffusione dei vari programmi culturali di genere religioso, esoterico o occultistico – per cercare una soluzione a questo enigma che la vita ci pone. Come come accade per molte questioni di natura psichica, anche in questo caso l'una o l'altra soluzione proposta sarà accompagnata da una reazione di tipo emotivo-sentimentale, che potrà indurre l'io cosciente a preferirla ad altre. Inoltre, nella maggior parte delle persone la consuetudine e la massa di coloro che condividono l'uno o l'altro di questi programmi culturali, saranno sufficienti a fugare eventuali dubbi in merito al reale valore degli stessi.

Ci resta da esaminare un'altra teoria, ai nostri giorni abbastanza diffusa, secondo la quale la vita umana si esaurirebbe in se stessa, ed ogni destino individuale svanirebbe nel nulla una volta che quella vita sia terminata. In base a questa teoria, l'unica entità che, eventualmente, potrebbe avere un certo significato sarebbe l'umanità nel suo complesso e nella sua esigenza di progresso cronologico, al servizio della quale ogni individuo sarebbe generato. Questa teoria evidentemente richiama l'ordine naturale che riscontriamo nel mondo organico, laddove l'individuo è al servizio della specie, e le esigenze riproduttive possono prevalere sulle stesse esigenze di sopravvivenza individuale. Il motivo per cui  anche questa teoria merita di essere valutata sta nel fatto che essa si presenta come una soluzione estrema dell'enigma della vita, in quanto afferma che tale enigma non esiste. Si noti bene che si tratta pur sempre di una risposta (riduttiva) di origine psichica, che cerca di chiudere la questione negando l'esistenza dell'enigma, proprio perché la psiche umana non riesce più a trovare ed a proporre nessun'altra soluzione che all'io cosciente sembri soddisfacente.

Ecco perché è così importante mantenere una piena coscienza della realtà degli eventi para-psicologici o para-normali, i quali – proprio per le loro caratteristiche e per l'impossibilità di essere spiegati in base alle nostre conoscenze delle leggi fisiche e biologiche – ci confermano che l'enigma della vita continua ad esistere, e che il mistero non può essere risolto sulla base delle sole risorse di cui disponiamo: oltre alle energie che possiamo conoscere e – in qualche misura – controllare, ne esistono altre (con le quali dobbiamo pur sempre fare i conti) che sono in grado di influenzare, nel bene e nel male, l'evoluzione della vita umana su questo pianeta, sfuggendo alle nostre capacità di controllo. Può anche darsi che negare l'esistenza di queste forze sia un espediente utile per ridurne l'influenza, positiva o negativa che sia: gli eventi storici del passato, quando l'esistenza di queste forze era riconosciuta, non mostrano condizioni di vita particolarmente attraenti, almeno per quanto riguarda la nostra cultura. Tuttavia, di fronte ai problemi che l'umanità – nel suo complesso – dovrà affrontare in un futuro ormai prossimo, dobbiamo riconoscere che la nostra condizione di impotenza potrebbe di nuovo risultare evidente in condizioni di emergenza.


 

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