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Il bene e il male

Lo spirito ed il conflitto tra il bene ed il male

La frammentazione individuale della psiche ha determinato la sperimentazione del piacere e del dolore da parte di un soggetto, che nel caso degli esseri umani può essere identificato con l'io cosciente. Sotto il termine di piacere possiamo comprendere una serie di stati d'animo e di emozioni interpretate positivamente dal sistema nervoso dell'organismo, prima ancora che dall'io cosciente, mentre il dolore comporta reazioni di sofferenza e di rifiuto. Osservando i bambini piccoli, nei quali non si è ancora formato un io cosciente, notiamo che le loro espressioni ed il loro comportamento corrispondono spesso a manifestazioni di piacere e di dolore, che il loro sistema nervoso produce inconsciamente come reazione a determinati stimoli ambientali ed al funzionamento corporeo. Solo in seguito l'io cosciente comincia a percepire, con intensità e coinvolgimento sempre maggiore, il piacere ed il dolore associati ai vari eventi ed alle reazioni psichiche che essi determinano tramite il funzionamento del cervello: come reazione naturale, è incline a ricercare il piacere, ed a desiderare gli oggetti o gli eventi da cui presume di poterlo ricavare, ed a rifiutare il dolore, facendo il possibile per evitare ciò che gli può causare sofferenza. In queste condizioni, ci troviamo di fronte a funzionamenti organici quasi integralmente automatici, in relazione ai quali l'unico ruolo svolto dall'io è quello di soggetto sperimentatore.

Si può dire che nella fase iniziale della vita il bene ed il male coincidano col piacere e col dolore, oppure con l'appagamento del desiderio e con la frustrazione derivante dall'incapacità e dall'impossibilità di ottenere ciò che desideriamo. Via via che la nostra coscienza si consolida e si evolve col tempo, cominciamo dapprima a considerare il bene ed il male in base ai programmi culturali che ci vengono trasmessi, ed in seguito ad elaborare autonomamente i nostri criteri di valutazione personale. Naturalmente, ognuno, a seconda del proprio destino e delle proprie risorse mentali, può fermarsi all'uno o all'altro stadio di evoluzione nella valutazione di questo conflitto che ha svolto e svolge un ruolo così importante nella storia dell'umanità. Due cose diventano ben presto evidenti: la prima è che i fattori ambientali da cui dipendono i nostri bisogni e la soddisfazione dei nostri desideri possono eludere le nostra capacità di controllo; la seconda è che, a causa della frammentazione della psiche umana, ciò che io considero un bene può essere un male per un'altra persona, e viceversa, e questo fatto non si verifica solo tra gli individui, ma anche tra gruppi sociali più o meno numerosi.

Ma proprio l'appartenenza degli umani a gruppi sociali sempre più complessi fa sì che intervenga un terzo elemento di conflitto tra ciò che viene percepito come bene personale e ciò che viene proposto (o imposto) come bene comune: si pensi a tutti i militari che sono andati incontro alla morte, o hanno subito ferite e mutilazioni (sopportandone le sofferenze) in nome dell'amor di patria, sia che lo condividessero, sia che fossero costretti a combattere per evitare mali peggiori; o, più semplicemente, al fatto di dover pagare le tasse – come ogni buon cittadino dovrebbe fare, per contribuire alle esigenze collettive – pur sapendo che i governanti di turno possono fare un uso improprio ed indebito delle risorse affidate alla loro gestione. Sta di fatto che spesso la scelta non è tra il bene ed il male, ma tra due (o più) mali, uno dei quali – essendo valutato come il minore – appare preferibile alle alternative, quasi come se fosse un bene. Interpretando, nel loro complesso, le esperienze e gli eventi della vita, la vita umana di per sé è stata spesso considerata come un male, necessario per raggiungere un bene di natura superiore, situato in un ipotetico (ed utopico) tempo futuro oppure, addirittura, nell'aldilà. È dunque comprensibile come l'io cosciente possa chiedersi per quale ragione la condizione umana che sta sperimentando non sia già di per sé felice, interessante ed in sintonia con la propria essenza: il problema è che l'io pone ingenuamente questa domanda proprio alla psiche, dalla quale si attende una risposta, senza accorgersi che proprio i conflitti interni della psiche si riflettono nelle dinamiche mentali nelle quali viene coinvolto.

Lo spirito, invece, non si lascia irretire nelle dinamiche della psiche umana, che considera con un certo interesse ma anche con distacco, come una curiosità che vale la pena di osservare e di studiare, ma dalla quale non ci si può lasciare coinvolgere: in particolare, è l'attaccamento alla vita umana, e l'attrazione (psichica) che essa esercita sull'io, ad essere considerato con particolare attenzione dallo spirito, come una stranezza che rende così arduo il percorso di liberazione dell'io. Lo spirito si rende ben conto di come l'io cerchi di evitare il dolore e la sofferenza che le esperienze psichiche (negative) possono procurargli, ma le gioie ed i piaceri della vita – tutte quelle esperienze positive che, come si suol dire, rendono la vita degna di essere vissuta – vengono quasi sempre attivamente desiderati dall'io, nonostante spesso si rivelino come delle esche (psichiche) predisposte per fare abboccare l'io all'amo. Anche esperienze di vita dolorose, talvolta disperate, possono essere sopportate dall'io per il timore di perdere gli unici tesori che sente come propri beni inalienabili anche nelle più drammatiche avversità della vita: la coscienza e la speranza. La condizione dello spirito è del tutto diversa da quella dell'io, e tuttavia lo spirito prova verso l'io – in quanto essere cosciente che impara a navigare ed a destreggiarsi nel mare agitato dell'esperienza umana – una simpatia che nasce da un'affinità profonda, e che si traduce in un richiamo, o in un segnale simile a quello di un faro più o meno lontano, che l'io può, in certi casi, intravedere.

La via dello spirito

Come abbiamo visto, la pluralità degli organismi viventi di qualsiasi specie, incluso il genere umano, e la variabilità delle condizioni ambientali del nostro pianeta, si traducono in una frammentazione delle esperienze psichiche che coinvolgono ogni io cosciente, ed in un'estrema variabilità della miscela di esperienze sentite come positive e negative, ed interpretate in termini di bene e di male, che il destino personale impone ad ogni essere umano nel corso della sua vita. Inoltre le stesse dinamiche psichiche rendono alcune persone più concentrate su se stesse e più indifferenti nei confronti delle esperienze psichiche che coinvolgono gli altri, mentre altre sono portate a provare un'empatia molto intensa sia con le gioie, sia – in particolare – con le sofferenze che i loro simili devono sopportare. In questo caso, è come se la psiche, frammentata in una miriade di esperienze individuali, facesse uno sforzo per tentare di riequilibrare le condizioni dell'esperienza umana, o almeno quelle più estreme. Il bene ed il male nascono dall'interpretazione di questo stato di cose che ciascun essere umano riceve dalla propria psiche, un'interpretazione che – inevitabilmente, dato il frazionamento della psiche – varia da una persona all'altra.

Non è difficile per l'io fantasticare una condizione nella quale il male – o ciò che esso ritiene sia il male – non esista: ad ognuno è data la facoltà di crearsi un proprio paradiso immaginario, conforme alle proprie esigenze. Si possono immaginare paradisi edonistici fondati sul piacere, nei quali tutti i desideri vengono immediatamente esauditi, o paradisi fondati sull'armonia, sulla concordia e sull'amore reciproco di una comunità di esseri, diciamo pure angelici. Una caratteristica comune di questi paradisi dovrebbe essere comunque l'oblio della condizione umana, dato che in essa il male è presente, ed il ricordo del dolore sofferto da noi stessi, o l'empatia con i patimenti che altri esseri umani stanno ancora sopportando, sarebbe di per sé una sofferenza, e dunque un male, perfino in paradiso. Anche nella condizione umana si possono provare momenti di intensa felicità, che non vengono scalfiti dalla coscienza che il male è pur sempre presente nella vita e che altre persone stanno soffrendo mentre noi siamo felici. Le dinamiche psichiche possono determinare una condizione di completo isolamento dell'io cosciente rispetto ai mali del mondo: in un certo senso, la vita umana è un cocktail ben assortito di inferni e di paradisi.

Lo spirito non può essere considerato come un dio, nel senso che non ha il potere di modificare le condizioni generali della vita umana. Tuttavia, in ogni circostanza, offre all'io un aiuto protettivo nei confronti delle dinamiche psichiche che lo coinvolgono e cercano di dominarlo, il che rappresenta, ovviamente, un vantaggio nei confronti delle esperienze psichiche negative. Quanto alle esperienze psichiche positive che la vita può offrire, lo spirito induce l'io a comportarsi come il pesce che riesce a mangiare almeno una parte dell'esca, senza restare agganciato all'amo. In ogni caso, una volta che l'io abbia intrapreso il percorso di liberazione che lo spirito gli indica, tutte le esperienze psichiche della vita sono vissute con un certo distacco, in quanto contrassegnate dalla natura provvisoria e dall'alternanza delle vicende umane, tenendo sempre presente che, nel procedere unidirezionale delle fasi della vita, alla giovinezza seguono la maturità, l'anzianità (che oggi viene chiamata terza età), e poi la vecchiaia fino alla morte. Dunque l'io la cui coscienza si sia sufficientemente intensificata ed evoluta nel corso della vita non può fare a meno di considerare la morte come un'opportunità che gli viene offerta di trasferirsi dalla condizione – temporanea e soggetta al declino finale – della vita umana, ad una diversa dimensione nella quale la sua esistenza cosciente trovi una ragion d'essere più significativa e più consona alle esigenze che sente di avere ed alle risorse di cui può disporre.

Lo spirito offre all'io cosciente l'opportunità di raggiungere l'obiettivo di una dimensione psichica creativa, armonizzata ed intelligente, da realizzare in collaborazione con altri spiriti, secondo una concordia di intenti e di sentimenti. Lo spirito è, per sua natura, alieno dai conflitti psichici tra il bene ed il male che caratterizzano la vita umana, coinvolgendo l'io cosciente. Questo non significa che esso sia indifferente rispetto al bene ed al male: è la stessa esistenza del conflitto che rende la vita umana incompatibile con le esigenze dello spirito, il quale è in se stesso armonico e, per così dire, inalterabile. Se prendiamo in considerazione l'esistenza del male nella vita umana, vediamo che le sintonie psichiche che rappresentano, per così dire, il bene, tendono a costringere comunque l'io a contrapporsi al male, fino a combatterlo preventivamente per difendersene: l'esistenza stessa del male contamina, in qualche modo, anche il bene, perché la frammentazione della psiche umana fa sì che ogni io persegua quegli obiettivi che le sintonie psichiche che lo coinvolgono gli presentano come necessari, come giusti, come buoni per lui, o per il gruppo sociale di cui fa parte, anche in contrapposizione con gli altri. La stessa vulnerabilità del nostro sistema psicofisico, il suo assoggettamento alle regole ed alle dinamiche (anch'esse non di rado conflittuali) imposte dalla natura, l'esigenza di difenderlo per sopravvivere, incuranti del destino non solo di molti altri esseri umani, ma anche di miliardi di altri organismi viventi, rendono il male una realtà connaturata con l'esistenza in questo mondo, fintanto che l'io cosciente resta coinvolto nelle dinamiche psichiche che lo rappresentano.

La dimensione dello spirito, dunque, non è compatibile con la vita umana: quest'ultima probabilmente è necessaria in quanto offre all'io cosciente l'opportunità di evolversi fino al punto di potersi tranquillamente liberare del sistema psicofisico che lo vincola a questo mondo, in modo da potersi fondere con lo spirito. Non vi sono elementi oggettivi per valutare il significato ed il valore della vita umana, e l'importanza che essa riveste per l'evoluzione dell'io cosciente e dello stesso spirito, data la grande diversità dei destini individuali e delle conseguenti sintonie psichiche che ciascun io cosciente sperimenta, volente o nolente. Dunque la valutazione del significato della vita viene di solito affidata alla psiche, la quale, con le sue dinamiche tipicamente umane, offre all'io cosciente interpretazioni orientate sulla base di sintonie positive o negative, a seconda dei casi, e comunque spesso contrassegnate dalla polarità conflittuale del bene e del male. Il richiamo dello spirito, invece, affranca l'io cosciente dalla ricerca di un'interpretazione umanamente psichica del significato della vita, che viene sentita come una fase transitoria necessaria per l'evoluzione dell'io, fino al momento in cui esso sia pronto per rompere il guscio rappresentato dalla vita stessa. Una volta intrapresa la via dello spirito, l'io si sente liberato dall'esigenza di chiedersi la ragione dei diversi destini individuali o della polarità tra il bene ed il male, in quanto la parte residua della sua vita umana si svolge già sotto l'influenza dello spirito, il quale ne guida anche il destino personale.

Ovviamente, la via dello spirito non va illusoriamente intesa come una strategia mirata alla soddisfazione di desideri tipicamente umani: un'illusione di questo genere sarebbe senza dubbio seguita da una delusione, dato che lo spirito non ha alcun interesse verso le dinamiche psichiche che sono alla base dei nostri desideri umani. Chi fosse interessato alla soddisfazione dei desideri umani, dovrebbe rivolgersi alle dinamiche psichiche ed alle forze – positive o negative – che eventualmente possono controllarle. Chi percorre la via dello spirito si è già liberato delle aspettative umane, e tuttavia lo spirito è in grado di offrirgli un aiuto concreto, rendendogli agevole e sereno il percorso di uscita (e di liberazione) da questa vita. L'io, infatti, si sente sempre più attratto dallo spirito via via che la vita umana nella quale si è formato si avvicina al suo termine naturale e la coscienza intelligente di cui dispone ha raggiunto la sua piena maturità. Questo continuo riferimento all'io non deve essere considerato come una difesa dell'egocentrismo, perché non va dimenticato che esiste una differenza sostanziale tra l'io condizionato ad assecondare le dinamiche psichiche che lo coinvolgono e lo dominano, e l'io già avviato sul percorso di congiungimento con lo spirito: in questo blog il termine io viene utilizzato per indicare il soggetto cosciente dell'esperienza della vita umana, in quella singolarità ed unicità determinate dalla pluralità multiforme delle esperienze possibili e dei destini personali.

L'io tra il bene ed il male

Lo spirito è, per sua natura, alieno dal male, e per questa stessa sua condizione lo potremmo considerare incline al bene, da un punto di vista che tuttavia è condizionato dalla nostra psiche tipicamente umana, la quale ci mostra il bene sempre in antitesi al male. Nella sua dimensione lo spirito è un'entità creativa libera ed in sé armoniosa, la quale non viene contaminata dalla polarità bene/male, che invece può coinvolgere così intensamente l'io nella sua esperienza della vita umana. Lo spirito è, in sé, un'energia autonoma, non soggetta ad una polarità, mentre l'energia psichica che caratterizza l'esistenza umana scaturisce da una polarità, che noi indichiamo appunto con l'antitesi bene/male. Vi è come un'incompatibilità tra questi due tipi di energia (la psiche e lo spirito), e questa è probabilmente la ragione per cui l'influenza dello spirito sull'io cosciente si esercita solo nella forma di un richiamo, o di un'attrazione, più o meno debole. Nell'ambito della polarità che caratterizza la condizione umana, il bene è sempre costretto a confrontarsi col male, il quale, nella sua forma psichica, è per sua natura aggressivo: il bene è dunque costretto a difendersi dal male, fino a reagire combattendolo, con tutti i rischi del caso, dato che la lotta comporta quasi sempre una contaminazione tra bene e male ben riassunta dalla formula «il fine giustifica i mezzi».

Il non reagire al male significherebbe di fatto sottomettersi: il male sociale può anche accontentarsi di una sottomissione, per così dire, neutrale, ma più spesso richiede una vera e propria collaborazione, che l'io cosciente può accettare, contaminandosi e diventando in questo modo complice del male, oppure rifiutare, sopportandone le conseguenze – in forma di sofferenze – fino alla rinuncia alla vita stessa, che resta l'opzione più nobile e più coraggiosa. Ma anche difendere se stessi o gli altri dal male può trasformarsi in un lavoro sporco, e non di rado in una vera e propria discesa all'inferno, come ben sanno i soldati che combattono su fronti opposti – battendosi per quello che viene presentato ad ognuna delle parti in conflitto come il bene da difendere (la patria, i propri cari, la giustizia, il diritto delle genti, ecc.) – o, nell'ambito di un sistema sociale, gli agenti delle forze dell'ordine. Normalmente, il cittadino che fa il suo dovere, e che ritiene un suo diritto vivere in un mondo dove il male è quanto meno circoscritto nei suoi confini, lascia che questo lavoro sporco sia affidato a qualcun altro, e si meraviglia poi ingenuamente quando viene a conoscenza del male che è stato fatto anche da chi doveva difendere quello che si ritiene sia il bene, senza capire che il frequente contatto col male è di per sé contaminante, al pari di una malattia infettiva. Quando si è in prima linea, il conflitto tra il bene ed il male si riflette sempre nelle dinamiche psichiche che coinvolgono l'io cosciente, non di rado con effetti devastanti che finiscono col travolgerlo. La polarità tra il bene ed il male è intrinseca alle dinamiche naturali della vita organica, che si riflettono – in forma ancora più intensa – nella psiche umana.

Anche se consideriamo l'ambiente naturale nel quale un organismo – in particolare quello umano – nasce, cresce ed interagisce, perseguendo quegli obiettivi che le dinamiche psichiche propongono ed impongono all'io cosciente, riscontriamo la presenza del male, non solo nella vulnerabilità stessa dell'organismo (il quale – nel momento stesso in cui viene ferito da qualche accidente ambientale o dall'agggressione da parte di altro organismi, oppure si ammala o deperisce a causa dell'azione di parassiti o di germi patogeni – è soggetto al dolore ed alla perdita di efficienza), ma anche nelle sofferenze che quell'organismo deve infliggere ad altri organismi viventi per nutrirsi oppure per difendersi. Nelle dinamiche naturali, è quanto mai evidente come quello che è bene per un organismo possa essere un male per qualcun altro, dato che l'equilibrio naturale si basa su un'assoluta insensibilità per quello che un singolo organism può sentire in termini di psichismo cosciente. Questo stato di cose era sinteticamente ben espresso dall'antico detto latino «mors tua, vita mea». Noi possiamo constatare ogni giorno come il riflesso di questa bipolarità naturale tra il bene ed il male sia tuttora ben presente e diffuso nelle dinamiche psichiche che determinano il comportamento di molte persone nell'ambito delle interazioni umane, sia all'interno di un gruppo sociale, sia nei rapporti tra le nazioni.

Se l'io, nella sua condizione di assoggettamento e di identificazione con le dinamiche psichiche che lo coinvolgono, può trovare conveniente e naturale accondiscendere a comportamenti ed azioni aggressivi, magari anche con finalità considerate come difensive, valutando, in una forma o nell'altra, come bene da perseguire il proprio vantaggio personale (anche quando tali azioni e comportamenti procurano ad altre persone un danno o una sofferenza che l'io può consapevolmente prevedere), le cose diventano più complesse nel caso in cui l'io cosciente senta il bisogno di sottrarsi a questo tipo di polarità, evitando di causare sofferenze ad altre persone o ad altri organismi. Un orientamento di questo genere può tradursi in diverse forme di comportamento e di azione, sulle conseguenze delle quali non sempre si possono fare previsioni affidabili. Senza dubbio l'io può fare affidamento sulla propria buona intenzione, anche quando i risultati ottenuti non corrispondono alle aspettative. Spesso questo atteggiamento interpreta la vita secondo il cosiddetto spirito di sacrificio, per il quale è preferibile per l'io cosciente subire patimenti e sofferenze, piuttosto che causarli ad altri. Il termine sacrificio significa che la propria vita può essere valorizzata, innalzandola ad un livello superiore rispetto a quello umano, un livello, per l'appunto, sacro. Ma tutta la storia umana dimostra come questo significato sia stato spesso distorto, travisato o utilizzato per fini impropri.

Esaminiamo un po' meglio le dinamiche psichiche che coinvolgono l'io cosciente rendendolo incline ad agire in funzione del bene: quasi sempre si tratta di un'azione tesa ad evitare o ad arginare qualcosa che viene interpretato come male. Un'azione di questo genere dovrebbe di per sé determinare dei risultati gratificanti per l'io cosciente, in quanto, se le conseguenze fossero quelle di trasferire su di esso dei patimenti, vi sarebbe pur sempre uno spostamento di male da un soggetto ad un altro soggetto, un cambiamento di bersaglio il cui unico vantaggio potrebbe, eventualmente, esser quello di ridurre – quantitativamente o qualitativamente – il male presente in un certo ambito sociale. Ma se il sacrificio è inteso come la sofferenza di qualcuno a vantaggio della collettività – questo era, si ricordi, anche lo scopo dei sacrifici umani – ben si comprende come l'io cosciente di chi, volente o nolente, si sacrifica, resti contaminato dal male, a meno che non si senta psichicamente gratificato dalle proprie scelte. Di conseguenza è inevitabile che la logica del sacrificio preveda l'esigenza di una compensazione in una dimensione ultraterrena, come premio per il male patito. L'io cosciente si trova dunque sempre coinvolto in questa polarità di bene e di male, di esperienze psichiche interpretate come premi o punizioni, o di esigenza di compensare in un'esistenza nell'aldilà il male ricevuto (o anche compiuto), oppure le rinunce ed i sacrifici fatti in questa vita.

Solo la via dello spirito consente all'io di affrancarsi dal dominio delle dinamiche psichiche e dalle varie interpretazioni che la psiche stessa ne dà – spesso sotto forma di programmi culturali condivisi in un certo ambito sociale – e che l'io è incline ad accettare acriticamente, proprio a causa della sua identificazione con la psiche. Lo spirito infatti è estraneo alla polarità tra bene e male, in quanto – come si è detto – esso è dotato di un'energia autonoma, non bipolare. Tuttavia l'energia dello spirito perviene all'io cosciente – quando questo accade – come un segnale debole e molto disturbato, ostacolata com'è dalla potenza dell'energia psichica dominante in questo mondo: è un po' come pretendere di vedere le stelle, che pure sono presenti, alla luce del sole, che irradia cancellando ogni loro traccia. Anche se alcune di quelle stelle sono ben più potenti del sole ed irradiano un'enorme energia, la loro lontananza le rende inefficaci. Ma quando l'io riesce a captare il segnale dello spirito, se ne sente attratto, in ragione dell'affinità che sente tra lo spirito e la sua stessa natura: è come se un navigatore, naufragato su un'isola molto lontana dalla sua patria, nella quale si trova a dover sopravvivere adattandosi con maggiore o minor fortuna, captasse ad un certo punto un segnale proveniente da una nave ancora lontana, ma diretta verso la sua terra d'origine, il cui equipaggio è quasi certamente formato da suoi connazionali.

Il percorso di avvicinamento allo spirito

Come si è detto, il segnale emesso dallo spirito raggiunge l'io debolmente, ed è quasi sempre disturbato dalle sintonie psichiche prevalenti, che dunque hanno sull'io cosciente un potere di coinvolgimento ben più efficace. Inoltre la modalità con cui questo segnale viene captato ed interpretato dalla coscienza intelligente varia molto da un individuo all'altro, per cui non è possibile né corretto dare una descrizione verbale del percorso di avvicinamento allo spirito, e meno che mai offrire delle istruzioni in merito al modo migliore di andare incontro al proprio spirito. La via dello spirito è un'esperienza che l'io cosciente decide di accettare, ed un percorso sul quale avanza sulla base di uno scambio interiore di coscienza e di energia col proprio spirito: per alcune persone il segnale proveniente dallo spirito può diventare in tempi brevi particolarmente chiaro e ben interpretabile dalla coscienza, mentre per altre si manifesta come un'interferenza più o meno riconoscibile tra le sintonie psichiche normalmente prevalenti. È normale dunque che per un certo periodo l'io, pur sentendosi attratto dal richiamo dello spirito, continui ad essere più o meno intensamente coinvolto dalle sintonie psichiche ordinarie, e dai desideri e dai timori ad esse connessi: la differenza tuttavia consiste nel fatto che l'io è ben cosciente di questo coinvolgimento, e non si identifica più con le dinamiche psichiche, manifestando anzi nei loro confronti un distacco sempre più accentuato.

Sia gli istinti naturali che operano nel nostro organismo, sia i condizionamenti determinati dai programmi culturali predominanti nelle nostre attuali società, determinano un forte attaccamento alla vita ed il timore nei confronti di quello che viene percepito come un salto nell'ignoto – qualunque cosa possa accadere – che ci attende al termine di questa vita. Accade inoltre che, col prolungarsi della durata della vita determinato dai progressi della medicina, la morte possa essere preceduta da un periodo più o meno lungo di declino psicofisico e di sofferenze, per cui quasi tutti i programmi culturali dominanti enfatizzano l'esuberanza della gioventù e l'efficienza della maturità, cercando di rimuovere, per quanto possibile, ogni riflessione sulla vecchiaia e sulla morte, che vengono considerate come l'antitesi della vita. Di conseguenza, anche le dinamiche psichiche determinate da questi condizionamenti culturali inducono l'io a considerare la vecchiaia ed in particolare la morte come mali da evitare e da esorcizzare per quanto possibile, dato che non comportano alcun vantaggio se considerati unicamente sulla base delle esigenze di questa vita. Dunque il fatto stesso di continuare a vivere nell'ambito di un sistema socioculturale di questo tipo – a meno di non volersi isolare in qualche eremo remoto – comporta in ogni caso un continuo confronto dell'io cosciente con sintonie psichiche attivate e rinforzate dalle interconnessioni e dalle interazioni con gli altri umani che sono, proprio come noi, membri dello stesso sistema.

L'apertura di un canale di connessione e di comunicazione con lo spirito, che funzioni in modo tale da permettere all'io di ricevere con sufficiente chiarezza e costanza i segnali provenienti dallo spirito – distinguendoli nettamente dalle ordinarie sintonie psichiche determinate dalla polarità bene/male –, non è un'impresa semplice, e può richiedere un impegno prolungato, dato che dipende non solo dall'attenzione dell'io cosciente, ma anche dal livello di evoluzione dello spirito e dalla conseguente potenza dei segnali che esso riesce a trasmettere. Spero che chi segue questo blog abbia ben chiare le ragioni – fondate su un'analisi dei fatti documentati – per le quali lo spirito viene considerato come un'entità realmente esistente, e non some un'ipotesi più o meno fantasiosa. Le connessioni tra lo spirito e la psiche, a lungo investigate dalla ricerca psichica ed ancora studiate, ai nostri giorni, dalla parapsicologia, possono dare adito a varie interpretazioni, a seconda che pongano maggiormente in rilievo l'intelligenza autonoma dello spirito e sua la capacità di intervenire sulla realtà fisica, oppure le particolari sintonie psichiche che, attivandosi in particolari circostanze con la collaborazione di persone particolarmente dotate, determinano i medesimi effetti fisici e mentali. In entrampi i casi abbiamo a che fare con un'attività psichica autenticamente e direttamente creativa, non solo nei confronti delle esperienze mentali che coinvolgono l'io cosciente, ma anche per i suoi particolari effetti sulla realtà fisica oggettiva.

Questo genere di attività psichica si differenzia nettamente dalle dinamiche psichiche ordinarie, in quanto si dimostra capace – seppur entro certi limiti (come evidenziato in questa pagina) – di trasformare direttamente in qualcosa che viene percepito come oggettivamente reale (e come tale confermato anche da idonei strumenti di registrazione), eventi sorprendenti e fantastici che – di norma – dovrebbero restare confinati nell'ambito mentale dell'immaginazione. Come ho già detto, lo spirito e l'io cosciente rappresentano due facce della stessa medaglia: è solo nell'ambito delle interpretazioni fornite dalla psiche umana, dalle quali l'io cosciente continua ad essere irretito, che – una volta riconosciuti come reali i fenomeni paranormali di origine medianica – si ritiene che l'attribuzione degli stessi a forme di psichismo inconscio (ed ignoto nelle sue dinamiche operative) sia una valida alternativa al'ipotesi dell'esistenza degli spiriti, e dunque anche del nostro spirito. Infatti, nel momento stesso in cui si forma e si manifesta uno psichismo autonomo, che dimostra una sorprendente capacità di esprimersi e di interagire con la realtà del mondo fisico, indipendentemente dalla coscienza e dalla volontà di uno strumento umano che spesso si trova in stato di trance completa, il nostro io cosciente deve confrontarsi con qualcosa di essenzialmente diverso dalle normali esperienze determinate dalla psiche umana.

Alla luce delle sintonie della psiche umana, i fenomeni medianici non possono essere considerati come una prova della sopravvivenza dell'io cosciente, perché non esiste nessuna sopravvivenza dell'io in questa dimensione: la morte segna comunque un passaggio definitivo ed inevitabile, che può essere interpretato come un transito verso una dimensione completamente diversa. I fenomeni medianici rappresentano comunque un segnale che si traduce in forme di psichismo alternative, le quali recano con sé i riferimenti ad una realtà diversa, nell'ambito della quale lo spirito interagisce in modo analogo a quello con cui l'io cosciente interagisce con la realtà della vita umana, mediante le esperienze e le dinamiche psichiche che lo coinvolgono. Se la psiche umana è in grado di interagire con la realtà di questo mondo, modificandola creativamente, seppure al costo di un notevole impegno di energie e mediante uno sforzo organizzativo che si traduce nell'uso intelligente e coordinato dei corpi di miliardi di persone, oltre che delle loro risorse intellettuali, nella dimensione dello spirito la psiche interagisce con la realtà in modo molto più diretto e quasi immediato, del quale i fenomeni medianici possono offrire un limitato esempio anche nella nostra dimensione fisica. In che forma poi, nella dimensione dello spirito, la psiche renda reale quello che l'intento dello spirito vuole e desidera, è un argomento che merita di essere esaminato con più attenzione.

Comandi e desideri

Nell'ambito delle dinamiche psichiche ordinarie che controllano la vita umana, l'io cosciente conosce con maggiore o minor chiarezza, ma soprattutto subisce, il potere dei comandi e dei desideri. I comandi sono in genere acquisiti sotto forma di programmi, culturalmente trasmessi, che elaborano e trasformano gli istinti primari determinati dalle leggi naturali che fanno funzionare il nostro organismo. Per esempio, il comando istintivo che obbliga un animale a procurarsi il nutrimento per sopravvivere, può trasformarsi, in una persona che vive in una società complessa come la nostra, nel comando culturale a cercare un lavoro, o – in altri casi – nel comando a rubare, o a sfruttare altre persone. Gran parte dei nostri comportamenti sociali sono conformi a dei comandi, a tal punto interiorizzati che l'io si identifica completamente con essi. Questo genere di comandi interiori, che si traducono in precise dinamiche psichiche, non va confuso con le leggi sociali, che l'io cosciente può decidere di seguire o di eludere, sulla base di valutazioni spesso fondate sui propri desideri, e sui vantaggi o le penalizzazioni conseguenti all'adeguarsi o meno alle leggi. Nei confronti dei comandi interiori, l'io è quasi sempre privo di ogni capacità critica: vi si attiene perché non gli è possibile fare diversamente.

La differenza tra i desideri ed i comandi è in genere una questione di sfumature: il desiderio è caratterizzato dal fatto di essere percepito più o meno intensamente dall'io cosciente, il quale elabora una strategia – in termini di idee, di comportamenti e di azioni – per far sì che il desiderio si realizzi. Mentre il comando interiore non di rado sfugge alla stessa coscienza ed intelligenza critica dell'io, il desiderio si impone all'io con maggiore o minor forza, fino a potersi trasformare in un vero e proprio comando al quale l'io non riesce a sottrarsi, ma del quale è pienamente cosciente. I desideri propriamente detti dovrebbero, in linea di massima, avere la caratteristica (che potremmo definire positiva) di aggiungere alla nostra condizione qualcosa di cui sentiamo la mancanza, ma spesso si manifestano forme di desiderio che tendono a rimuovere o a migliorare una condizione negativa: non c'è dubbio, per esempio, che chi è malato desideri guarire, che chi soffre desideri non soffrire, ecc. Nel momento in cui si realizza un miglioramento nei confronti di una condizione di questo genere, l'io può sentirsi pervaso da una temporanea sensazione di gioia o – addirittura – di felicità, che viene sintetizzata nel noto detto: piacer figlio d'affanno. Un genere particolare di desiderio, dunque, è quello di non perdere quello che si ha – in termini di salute, di ricchezza, di benessere o di felicità – che si traduce quasi sempre nel timore che questo possa accadere: inevitabilmente, ci sembra che la morte ci porterà via tutto ciò che abbiamo avuto nella vita.

I desideri positivi sono quelli di conseguire un obiettivo, di possedere qualcosa che sentiamo di volere, di aggiungere qualcosa di nuovo alle nostre conoscenze, di conquistare l'amore di una persona che desideriamo, e così via. È evidente che in questi casi l'intensità stessa del desiderio genera una tensione, la quale ci spinge a pensare, a pianificare e ad agire in funzione dell'obiettivo da raggiungere. Una volta ottenuto ciò che era oggetto del nostro desiderio, la tensione si scarica in una forma più o meno intensa di felicità o di soddisfazione, che però ha una durata temporanea, come accade, per esempio, con l'orgasmo sessuale, ma anche con il piacere indotto dall'assunzione di certe droghe. Nei confronti di queste dinamiche psichiche, che dipendono dal modo di funzionare del nostro cervello, l'io cosciente si pone nella condizione di un fruitore che, più o meno ingenuamente, va alla ricerca delle esperienze positive e piacevoli, sotto forma di sensazioni e di emozioni, e cerca di evitare quelle negative, sgradevoli o penose. I risultati, tuttavia, spesso non si accordano con quelle che sembrano essere le naturali esigenze dell'io, che non riesce a soddisfare gran parte dei suoi desideri positivi, e non di rado deve sottostare ad indesiderate esperienze negative: come conseguenza di questo processo la coscienza dell'io può evolversi, iniziando un percorso di elaborazione critica intelligente delle dinamiche psichiche che condizionano l'io e delle forze che le guidano e le controllano.

Poiché l'esperienza della vita è diversa per ciascuno di noi, non è escluso che vi siano casi di persone particolarmente fortunate, il cui io riesce a conseguire la maggior parte degli obiettivi desiderati: in casi del genere, le uniche sintonie psichiche che possono disturbare la felicità e la soddisfazione dell'io sono quelle relative al declino della vecchiaia ed alla morte, e quelle derivanti dall'immedesimazione con le sofferenze degli altri esseri umani. Non è detto che, in qualche caso particolare, l'io non sia dispensato anche da queste sintonie psichiche, e possa così sperimentare una vita umana quasi perfettamente felice. È quello che io definisco l'effetto lotteria, che può spingere l'io a voler sperimentare comunque la vita umana, nell'ingenua speranza di vincere un premio che tocca ad una persona su ogni miliardo di partecipanti: si può contare, tuttavia, su una certa quantità di premi di consolazione! Sotto questo aspetto, dunque, per quello che riguarda l'io, ognuno è libero di decidere se la vita che sta vivendo merita di essere vissuta, in accordo con quanto gli suggeriscono le sintonie psichiche su cui fa affidamento. Ma nella parte finale della vita l'io deve comunque orientarsi verso un cambiamento che si presenta come definitivo.

Liberatosi dalla polarità del bene e del male, del piacere e del dolore, da cui ha avuto origine e nella quale si è sviluppato e si è evoluto, mediante un processo di ampliamento e di raffinamento della propria coscienza intelligente, l'io si può trasformare in spirito, immergendosi in una diversa forma di energia che emana da una sorgente unitaria, distinta dalla polarità da cui scaturisce l'esperienza psichica umana. Ciò che l'io potrà portare con sé, come sua eredità dell'esperienza di questa vita, sarà proprio il livello di coscienza al quale è pervenuto, e che gli permetterà di conservare qualche aspetto della sua più profonda identità umana anche nella dimensione dello spirito. Si può intuire – per esempio dai racconti di alcune NDE, o da altre esperienze ottenute in stati di coscienza non ordinari – che le sintonie mentali della dimensione dello spirito potranno essere molto diverse da quelle a cui siamo abituati in questa vita, e che le dinamiche psichiche che stanno alla base dei comandi che ci fanno funzionare così come funzioniamo, dei nostri desideri e delle nostre paure, saranno del tutto superate. Da questo punto di vista, la vita umana può essere interpretata come la sorgente da cui ha origine l'io, e come un'opportunità che viene offerta all'io di sviluppare la propria coscienza fino al punto di poterla trasferire da un campo energetico bipolare ad un campo energetico unipolare, di natura completamente diversa.

Il processo di evoluzione della coscienza e di autoconoscenza dell'io, che può iniziare e svilupparsi già nel corso di questa vita, porta alla scoperta ed all'esplorazione di sintonie psichiche non ordinarie, che fanno da ponte verso la dimensione dello spirito, una dimensione alla quale si può accedere pienamente, io penso, solo dopo la morte, anche se non posso escludere che l'io cosciente di alcuni esseri umani particolarmente dotati – yogi o asceti – possa abbandonare per un certo tempo la dimensione del corpo, e poi farvi ritorno. Quello di cui sono certo è che vi sono persone per le quali le esigenze dell'organismo considerate come normali e naturali, dalle quali hanno origine i comandi ed i desideri sui quali si basa il funzionamento della maggior parte degli umani, hanno un potere di condizionamento molto limitato – o addirittura nullo – sull'io cosciente, il quale si trova già nella condizione di percepire intensamente il richiamo proveniente dalla dimensione dello spirito. Quando questo non avviene, nemmeno nella fase finale della vita, significa che l'io cosciente è rimasto bloccato nel campo energetico bipolare del bene e del male.


 

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