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La coscienza intelligente

La conoscenza del mondo e della psiche

Alla fine del post del mese scorso si evidenziavano le forti differenze che si riscontrano ai nostri giorni nei destini dei singoli esseri umani, e si esaminavano alcune delle teorie di origine psichica avanzate per interpretare tali differenze, tutte – per un verso o per l'altro – insoddisfacenti alla luce della ragione e dell'intelligenza umana. Ovviamente, l'origine naturale dell'uomo comporta che il suo modo di funzionare e di agire sia influenzato anche da dinamiche psichiche che non si sottomettono né alla ragione né all'intelligenza. Alcuni esseri umani hanno il destino – e, si potrebbe dire, la fortuna – di poter incrementare il patrimonio di conoscenza dell'umanità, mediante un processo che richiede un ampliamento ed un raffinamento delle capacità operative della coscienza. Mi sembra corretto parlare, in questo caso, di una coscienza intelligente, perché l'intelligenza può esplicare le sue facoltà conoscitive solo associandosi ad una coscienza sufficientemente evoluta. Perfino una brillante intuizione – che può essere considerata come il prodotto di un'attività mentale intelligente inconscia – può essere riconosciuta come tale solo nel momento in cui diventa cosciente, e deve poi essere elaborata coscientemente per tradursi in conoscenza.

La coscienza intelligente può orientare la propria attività verso un aspetto del mondo fisico e naturale, ed in questo caso avrà come obiettivo un approfondimento della conoscenza in uno dei campi di indagine che sono oggetto della scienza, oppure verso un aspetto dell'attività umana, determinando così un arricchimento delle conoscenze culturali. Ma in un'epoca relativamente recente la coscienza ha cominciato ad investigare il funzionamento stesso della psiche, applicandosi ad un campo di indagine molto insidioso ed incerto, proprio perché l'oggetto stesso della ricerca conoscitiva influenza in modo determinante le risorse in base alle quali la conoscenza viene elaborata. In effetti, l'osservazione e l'interpretazione dei vari aspetti della realtà fisica, pur fondandosi in ogni caso su processi mentali, può fare affidamento sulla stabilità degli oggetti osservati e delle loro interazioni, che non cambiano da un giorno all'altro in modo imprevedibile. Lo scienziato può dunque contare sulla consistenza stabile ed oggettiva dei fenomeni osservati: questo fatto gli dà la certezza che, se pure non riesce ad indagare l'essenza stessa delle cose ma può solo operare con le loro rappresentazioni mentali, la conoscenza delle leggi naturali che ne deriva gli consente di ottenere un effettivo controllo sul mondo reale.

Quando invece l'io cosciente decide di rivolgere la propria attività conoscitiva verso la psiche umana, tutto si complica notevolmente: anzitutto l'osservazione diretta può esercitarsi soltanto nei confronti degli eventi psichici del proprio mondo interiore, mentre per quanto riguarda tutti gli altri esseri umani si possono osservare dei comportamenti e si possono ascoltare ed interpretare le descrizioni ed i racconti degli eventi psichici che gli interessati ci comunicano. Noi possiamo percepire, e dunque sentire, le dinamiche psichiche che entrano nel fascio illuminante della nostra coscienza, ma se vogliamo descriverle ad altri, oppure anche a noi stessi, dobbiamo ricorrere alle risorse del linguaggio, o – se ne siamo capaci – all'immaginazione, intendendo con questo termine proprio la capacità di tradurre in storie per immagini gli eventi psichici di cui siamo coscienti. Il ruolo fondamentale dell'attività mentale della persona che interpreta gli eventi psichici osservati – tanto i propri quanto quelli di altre persone – ha come conseguenza una marcata soggettività della conoscenza della psiche, molto maggiore rispetto alla conoscenza degli eventi e delle leggi del mondo fisico. Nella condizione attuale, non si può pertanto affermare che si possa pervenire ad una conoscenza scientifica della psiche.

Questo non significa che l'impegno e le risorse investite nella comprensione della psiche non producano alcun risultato e siano pertanto da considerare inutili. Lo studio dei fenomeni della psiche si traduce in una forma di conoscenza che potremmo definire empirica in relazione alla descrizione dei fatti osservati, e fondata sull'esperienza personale dei ricercatori per quanto riguarda la loro interpretazione. Si può aggiungere che oggi – nella nostra cultura – si manifesta una forte domanda di assistenza e di aiuto nei confronti delle dinamiche psichiche che coinvolgono – e talvolta travolgono – l'io cosciente: questa domanda determina una diffusione di figure professionali identificate sotto l'etichetta generica di psicoterapeuta, alle quali  viene spesso erroneamente attribuito uno status scientifico. Al di là dell'appartenenza ad una delle diverse scuole psicologiche che si sono via via formate, l'orientamento personale di ogni psicologo lo induce ad una particolare interpretazione delle dinamiche psichiche osservate nei soggetti che a lui si rivolgono. Nonostante ciò, l'esperienza maturata attraverso la pratica professionale, ed anche l'evoluzione interiore della sua stessa psiche, possono comportare col tempo un approfondimento delle conoscenze acquisite ed una maggiore efficacia delle tecniche terapeutiche adottate. Ecco perché si può dire che la conoscenza della psiche si basa essenzialmente sull'esperienza in relazione alla comprensione ed all'interpretazione delle dinamiche psichiche osservate.

Le attività di interazione tra la nostra mente e gli oggetti e gli eventi del mondo reale si svolgono nello stato di veglia, e questo ci garantisce – giorno dopo giorno – la continuità e la relativa stabilità della realtà oggettiva. I cambiamenti a cui anche gli oggetti e gli eventi reali vanno soggetti hanno luogo infatti nel tempo, con una continuità che può tradursi nella loro prevedibilità, una volta che siano conosciute le leggi in base alle quali si svolgono. Le nostre esperienze psichiche interiori, invece, comprendono – oltre ai vari stati d'animo ed alle fantasie che possiamo sperimentare nello stato di veglia – anche i sogni, che hanno luogo nello stato onirico e possono essere ricordati nello stato di veglia (per un esame più approfondito dei diversi generi di sogni si può consultare la sezione sugli stati di coscienza non ordinari). Si tratta di esperienze prive della stabilità, della continuità e della prevedibilità degli oggetti e degli eventi del mondo reale: una volta terminata l'attività onirica di una notte, non possiamo ritrovarci – la notte successiva – nello stesso mondo di sogno, per riprendere le esperienze lasciate in sospeso nei sogni della notte precedente. Questo rende il mondo onirico aleatorio ed instabile, e dunque sostanzialmente differente rispetto al mondo reale. Queste esperienze sono del tutto soggettive: tuttavia, quando siamo dentro un sogno – soprattutto se si tratta di un vivido sogno cosciente – possiamo avere l'impressione si star vivendo un'esperienza molto reale. 

L'io cosciente, il mondo reale e la psiche

Nella prima fase della vita, quella dell'apprendimento, gli oggetti e gli eventi del mondo reale – che comprende anche gli altri esseri umani, ed in particolare quelli più prossimi a noi – suscitano in noi reazioni psichiche le quali, una volta percepite dalla coscienza, coinvolgono l'io in modo automatico. Nello stesso periodo vengono trasferiti nella nostra mente – attraverso le interazioni sociali – vari programmi operativi che hanno lo scopo di determinare il nostro comportamento, anche mediante il controllo delle nostre reazioni psichiche, nei confronti delle varie situazioni della vita. In questa fase, di solito, l'io si affida senza reagire a quello che gli viene insegnato ed alle dinamiche psichiche di cui fa esperienza: le uniche reazioni avvengono – in modo automatico – quando i programi condizionanti o le risposte psichiche causate da determinati eventi entrano in conflitto con alcune pulsioni primarie. Si forma così, col tempo, una personalità ancora acerba, che manifesta un carattere destinato ad influenzare le prime scelte autonome che l'io cosciente ingenuamente attribuisce a se stesso. Ma la coscienza è ancora poco sviluppata, e l'esperienza della vita è ancora troppo limitata, perché l'io possa fare affidamento sulle proprie risorse: sarebbe necessario poter contare sulla guida e sull'esperienza di validi maestri, ma purtroppo nel mondo attuale questi sono veramente pochi, e la maggior parte degli esseri umani devono crescere affidandosi esclusivamente alle proprie dinamiche psichiche, spesso influenzate da maestri di cattiva qualità.

Già fin dalle prime scelte autonome, si nota che molti si orientano secondo quello che ritengono il proprio vantaggio in termini di possibilità di divertimento, di ricerca del piacere o perfino della felicità, mentre una minoranza accetta l'impegno di affrontare la vita come un compito, con tutte le sue difficoltà. Evidentemente si tratta di due esigenze di origine psichica, che andrebbero adeguatamente equilibrate, ma qui voglio mettere in evidenza come, fin dalla prima fase della vita, le dinamiche psichiche – che si manifestano in modo così diverso da un individuo all'altro – prendono il controllo dell'io cosciente imponendogli di scegliere, agire, comportarsi, pensare e sentire nell'uno o nell'altro modo. Sotto questo aspetto, una società umana – considerata nel suo insieme – manifesta una propria vitalità determinata dall'interazione in parte organizzata ed in parte conflittuale e caotica di tutte le dinamiche psichiche che si esprimono tramite gli esseri umani che ne fanno parte. Il ruolo dell'io cosciente, in queste condizioni, resta spesso passivo per tutta la vita di una persona. In effetti, sono le interazioni tra gli eventi del mondo reale e le dinamiche psichiche attivate dal sistema psicofisico di un individuo a determinare, quando è possibile, un risveglio dell'io cosciente dallo stato semiletargico in cui si trova.

Quando inizia questo risveglio, l'io cosciente ha la percezione della propria esistenza come qualcosa di distinto tanto dal mondo fisico (al quale è collegato tramite il corpo ed il relativo sistema nervoso), quanto dalle dinamiche psichiche che continuamente cercano di coinvolgerlo. Si può dire che in questa fase l'io passa da una condizione di di prigionia e di identificazione nei confronti di quegli aspetti della psiche che il destino gli ha imposto, ad una condizione di collegamento dall'esterno – per così dire – tanto col proprio corpo quanto con la propria psiche. Quando ancora non si è ben risvegliato, quel sistema di collegamento che – quasi come un cordone ombelicale – lo connette al proprio sistema psicofisico, è poco elastico e piuttosto breve, cosicché basta poco per riportare l'io nella sua gabbia (per restare nella metafora), all'interno della quale l'identificazione con le sintonie psichiche è pressoché totale. Ma, col passare del tempo, il cavo di collegamento si allunga e diventa più elastico, consentendo all'io una libertà sempre più ampia e la capacità di osservare e valutare da un punto di vista esterno, e con un coinvolgimento limitato, quanto accade al sistema psicofisico a cui resta ancora collegato. Ovviamente, al momento della morte il cavo di collegamento viene reciso e l'io acquista la piena libertà.

Qualcuno, identificandosi con le proprie dinamiche psichiche, potrebbe credere che senza di queste all'io non possa rimanere nulla, in quanto una coscienza priva di contenuti psichici è del tutto inutile. Non è così: se consideriamo la coscienza come un fascio di luce, più o meno ampio e più o meno intenso, che permette di percepire gli oggetti animati che si muovono ed interagiscono all'interno di un certo ambiente peraltro oscuro, l'io cosciente – in quanto percettore di queste immagini dinamiche – viene a trovarsi, per così dire, alle spalle della coscienza, oppure nella condizione dello spettatore passivo di un film che viene proiettato su uno schermo posto davanti ai suoi occhi, senza che lui sappia nulla sui motivi per cui quel film è stato realizzato e viene proiettato, coinvolgendolo anche suo malgrado. Ma se l'io riesce a risvegliarsi dal proprio stato di passività, può dirigere il fascio di luce della coscienza su se stesso: in questa condizione di autocoscienza si accorgerà di poter fare affidamento su una serie di dinamiche psichiche di qualità ben diversa rispetto a quelle in cui era rimasto coinvolto ed irretito fino ad allora. È come se a questo punto sullo schermo fosse proiettato un film del tutto diverso, del quale l'io stesso è autore, regista ed attore.

Un esempio più calzante può essere rappresentato da un'entità individuale chiusa in una stanza buia, e collegata ad un computer, tramite il quale ottiene non solo tutte le informazioni sul mondo esterno e sulle connessioni con altri computer, ma anche i programmi operativi mediante i quali queste informazioni vanno gestite in modo da sperimentare determinate reazioni che – in un modo o nell'altro – la coinvolgono, sempre tramite il computer, al quale è collegata sia in entrata che in uscita. Se il computer venisse spento, tutte le informazioni ed i programmi disponibili nel computer indicano la perdita di ogni possibilità di coscienza, di esperienza, e dunque di esistenza, da parte dell'entità stessa. Quello che ogni computer produce, col suo funzionamento, è una tra miliardi di storie personali che altrettanti computer rappresentano alle entità collegate ad essi, e collegate tra loro attraverso la rete dei computer. Nel suo complesso, questa gigantesca rete rappresenta la psiche umana, di cui ogni singolo computer, mediante il suo funzionamento ed i programmi in base ai quali opera, manifesta una limitata banda di frequenze.

L'entità connessa ad un computer – quella che abbiamo definito come io cosciente – può interagire col proprio computer, influenzandone in qualche misura il funzionamento operativo in base alle informazioni ed alle risposte che ottiene dai programmi inseriti nel computer, ed al modo in cui la sua stessa essenza reagisce in conseguenza della sua interconnessione col computer. Quando l'io cosciente vuole conoscere qualcosa di se stesso e della propria essenza, si rivolge al computer, perché così è abituato a fare, ed ottiene le risposte che i programmi del computer, sempre interconnesso in rete, oltre che con l'io, sono in grado di fornirgli. La dipendenza dell'io dal computer è totale, e la rete formata dalle connessioni tra i computer ha un enorme potere sul funzionamento di ogni singolo computer e sul condizionamento e l'assoggettamento dell'io in qualità di operatore. Tuttavia, proprio lo studio dell'attività di interazione col computer e delle modalità con cui i programmi rispondono agli input dati dall'io può comportare un funzionamento più preciso ed intenso della coscienza, cioè di quella facoltà mediante la quale l'essenza dell'io è connessa direttamente al computer, registrandone e decifrandone le informazioni ed i dati forniti.

Nel tentativo di ottenere informazioni su se stesso, l'io può decidere di disconnettere in qualche misura il computer dalla rete, ed inizialmente prova ad utilizzare i programmi già presenti nel computer per comprendere meglio la propria natura e la propria condizione. Può anche cercare in rete altri programmi che gli siano di aiuto in quest'impresa, ma col tempo si accorge che la sua essenza individuale richiede un impegno diretto per potersi esprimere tramite il computer, altrimenti dovrà rimandare qualsiasi eventuale conoscenza al riguardo al momento in cui il computer smetterà di funzionare. Infatti il computer può essere soggetto a guasti di ogni genere, alcuni riparabili, altri no, e nel corso del tempo il suo funzionamento comincia a deteriorarsi, finché non si spegne definitivamente. Via via che queste informazioni, fornite dal sistema operativo del computer, vengono acquisite dalla coscienza, l'io diventa più abile nell'uso del computer, ed in particolare nella comprensione dei programmi che ne fanno parte, e comincia ad elaborare autonomamente un suo programma che gli consenta di comprendere meglio il proprio ruolo e la propria eventuale autonomia di intervento nell'ambito di questo sistema così complesso ed indecifrabile. La progressiva elaborazione di questo programma e la verifica del suo funzionamento sono rese possibili dalla coscienza intelligente, di cui alcuni umani sono particolarmente dotati.

La coscienza intelligente e la psiche

Una volta che la coscienza intelligente di una persona si sia sufficientemente sviluppata, col trascorrere del tempo ed attraverso le esperienze di una vita, l'io cosciente di quella persona si deve confrontare con il potere della psiche umana, il quale continua a manifestarsi, in tutti i suoi aspetti, nella stragrande maggioranza degli esseri umani. Il solo fatto di essere interconnessi in quella rete di cervelli che forma il tessuto sociale fa sì che l'uno o l'altro aspetto della psiche umana si manifesti nella coscienza di una persona, coinvolgendo l'io ed inducendolo a scegliere e ad agire per cercare di ottenere qualcosa. In molte persone la psiche manifesta il proprio aspetto positivo e benefico, inducendole ad agire per migliorare – per quanto possibile – le sorti dell'umanità. Questa condizione – che va considerata con particolare riguardo – non significa tuttavia che l'io cosciente si sia liberato dalla sua sudditanza nei confronti della psiche, in quanto l'io resta comunque al servizio della psiche – che si manifesta in modo buono e positivo – senza che la coscienza riesca a compiere un salto di qualità. La coscienza intelligente si rende conto del fatto che la psiche umana presenta diverse facce, e che – come un Giano bifronte – alla faccia positiva e benefica corrisponde, sul retro della stessa moneta, una faccia negativa e malefica che ha un potere di coinvolgimento altrettanto forte nei confronti di molti esseri umani.

Questa constatazione da parte della coscienza intelligente non comporta – sia ben chiaro – alcuna indulgenza nei confronti del male che, in tutti i suoi aspetti, avvilisce l'essere umano, provoca sofferenze e rende l'io ancor più prigioniero delle dinamiche psichiche; e nemmeno vuole mettere sullo stesso piano il bene ed il male, quasi fosse indifferente ai dolori causati da quest'ultimo. Il problema che la coscienza intelligente mette in luce, affinché l'io cosciente si confronti con esso, è che la psiche umana, nel suo complesso, si è spesso manifestata alla coscienza degli esseri umani nel suo aspetto di Dio, con tutto quello che ne consegue in termini di potere di coinvolgimento e di condizionamento nei confronti dell'io cosciente. Ora è chiaro che – una volta compreso che il passato è stato fissato e non può essere modificato – l'unica prospettiva che può avere un certo significato per l'io cosciente è quella per cui il tempo e la coscienza sono gli strumenti mediante i quali gli aspetti negativi della psiche umana (cioè di quello che da alcuni è chiamato Dio) si trasformano in aspetti positivi – e dunque il male si trasforma in bene – grazie all'impegno dell'io cosciente degli esseri umani coinvolti in questo processo.

Ma questa prospettiva futura presenta concrete garanzie di riuscita o è solo una speranza? Già il fatto di non avere elementi sufficienti per rispondere a questa domanda mette l'io cosciente in una condizione di incertezza. La storia dell'umanità mostra come bene e male abbiano continuamente influenzato le vicende umane, incidendo in modo vario, non equilibrato, e soprattutto non più modificabile, sul destino dei singoli individui vissuti nel passato: dunque un'eventuale compensazione per i torti subiti e per le sofferenze patite non può che avvenire in una dimensione diversa da quella della vita terrena. Il presente dell'umanità è sotto i nostri occhi, ed ognuno è libero di valutare per quali aspetti può essere considerato – nel suo complesso – un progresso rispetto al passato. Possiamo anche sperare in un futuro migliore del presente, ed impegnarci, in accordo con quanto la nostra psiche ci suggerisce, perché questo avvenga: ma proprio lo studio della storia ci dimostra come, nelle vicende collettive umane, le buone intenzioni non di rado hanno delle conseguenze impreviste, ed il male dimostra di avere una vitalità sorprendente e notevoli risorse.

In ogni caso, lo studio del passato e l'esperienza del presente dimostrano che questo processo di trasformazione del male in bene prevede tempi lunghi – quanto meno in relazione alla normale durata della vita umana – e non procede in modo lineare e costante, ma presenta piuttosto un andamento ondulatorio, per il quale a periodi di progresso possono anche seguire periodi di temporanea recessione. Dunque il fattore tempo svolge un ruolo fondamentale, ed in ogni caso una quantità notevole di esseri umani dovrà confrontarsi, nel corso della vita, con la polarità bene-male che – come noi la sperimentiamo oggi – comporta ingiustizie, forti ineguaglianze nei destini dei singoli individui, menzogne ed ipocrisie nelle dinamiche sociali, conflittualità psichiche di ogni genere e sofferenze fisiche. Inoltre, per avere la certezza che il processo di trasformazione del male in bene possa andare a buon fine, in modo da poter sostenere un eventuale nostro impegno in tal senso, dovremmo avere fiducia in un'entità sopraordinata tanto al male quanto al bene – una specie di legge assoluta ed irrevocabile – che garantisca il successo dell'operazione. Sotto questo aspetto la psiche umana non può esserci di grande aiuto, perché essa stessa rappresenta tanto l'uno quanto l'altro aspetto del problema, e le sue complesse dinamiche – a seconda di come si manifestano – possono perfino indurre una persona a fare il male, credendo di agire per il bene.

Il motivo per cui ai nostri giorni, nelle culture tecnologicamente avanzate, si sta diffondendo un certo relativismo nei confronti della polarità bene-male, e – quando è possibile – una specie di edonismo fondata sulla ricerca di forme di felicità immediate, per quanto effimere ed evanescenti, sta proprio nella mancanza di convinzione in un'esistenza dell'io cosciente che vada oltre la vita umana: il bene viene dunque identificato col piacere mentale che possiamo sperimentare in conseguenza delle nostre scelte, dei nostri comportamenti e delle nostre azioni, evitando, per quanto ci è possibile, sofferenze e dolori. Questo atteggiamento non richiede una coscienza intelligente, la quale ne svelerebbe immediatamente i limiti: infatti la psiche funziona in modo tale per cui un comportamento che produce in me un piacere mentale può comportare una sofferenza per la mente di un'altra persona, oppure un'azione che mi dà una felicità immediata può avere come conseguenza una sofferenza futura, che potrebbe coinvolgermi molto più intensamente della felicità attuale. Infine il declino stesso delle facoltà mentali – che può avvenire a qualsiasi età a causa di traumi o malattie, ma è inevitabile nella fase finale della vita – rende inefficiente proprio lo strumento che dovrebbe produrre la felicità emotiva, con la conseguenza che in molti casi, proprio nel periodo in cui si dovrebbero raccogliere i frutti di una vita, l'amarezza e le sofferenze diventano predominanti.

Per meglio comprendere i motivi per cui le dinamiche psichiche attivate dal funzionamento mentale rendono di per sé impossibile – in certi casi – il successo del processo di ricerca della felicità mentale (al di là dell'infelicità causata dalle disgrazie di origine naturale, comprese le malattie), si può prendere ad esempio lo stato dell'innamoramento: l'innamorato/a ha bisogno, per sentirsi felice, che la persona oggetto del suo interesse ricambi il suo amore, il che spesso non è possibile, con conseguente infelicità da parte dell'innamorato/a, una condizione che può avere effetti fastidiosi anche per la persona amata invano. Per di più, anche in quei casi in cui l'amore viene inizialmente ricambiato, succede che col tempo le dinamiche psichiche delle persone coinvolte entrino in conflitto tra loro causando infelicità reciproca, talvolta con conseguenze drammatiche. In fin dei conti, la ricerca della felicità emotiva assomiglia ad un'esca messa sull'amo che deve agganciare l'io cosciente alla vita: la prospettiva di una possibile felicità coinvolge l'io nelle vicende umane, anche quando diventa chiaro che la felicità che io ho conquistato e che mi sto gustando oggi è destinata a svanire col passare del tempo, proprio a causa del funzionamento della mente.

La coscienza intelligente è in grado di registrare con precisione queste dinamiche psichiche, che vengono portate all'attenzione dell'io in modo che esso possa elaborare in modo autonomo un programma più convincente ed efficace in merito al significato della vita: per tornare al nostro esempio del computer e dell'entità operatrice ad esso collegata, è come se l'io cosciente cominciasse ad esercitarsi nel ruolo di creatore di un nuovo programma, seppure utilizzando – di necessità – i sistemi operativi ed i dati informativi già contenuti nel computer. L'enigma della vita non può essere risolto oggettivamente: quando la coscienza, nella sua debolezza, non si è ancora sufficientemente sviluppata, l'io può fare ricorso all'uno o all'altro dei programmi culturali – sviluppati da altri esseri umani – che si sono diffusi facendo proseliti nell'ambiente sociale, e sono così entrati a far parte del patrimonio psichico collettivo. In questo modo l'io cosciente può accontentarsi di un programma preconfezionato, che gli risparmia la fatica e l'impegno di creare un nuovo programma del quale possa ritenersi soddisfatto. Ma una coscienza intelligente ed evoluta non gli consentirà di accontentarsi di un programma ereditato dal passato, se non per trarne elementi da studiare, valutare ed elaborare ulteriormente ai fini di sviluppare un nuovo programma destinato al proprio sviluppo spirituale, cioè al collegamento tra la propria esistenza in questa vita ed una possibile esistenza in un'altra dimensione.

La ricerca del programma

Il modo in cui ognuno è libero di decidere (e di non decidere) in merito al programma in base al quale ritiene di poter terminare l'esperienza umana avendo ricavato un significato dalla propria vita dipende – oltre che dalla storia personale – dall'equilibrio dell'io e dal grado di evoluzione raggiunto dalla sua coscienza, e non consiste necessariamente in un'attività di meditazione intellettuale o di riflessione filosofica, anche se un confronto con la propria attività mentale e con le esperienze psichiche che ne derivano è prima o poi invitabile. Alcune persone si sentono appagate se possono mettere le loro risorse mentali e fisiche al servizio degli altri fino alla fine dei loro giorni, se possibile. Altre si dedicano fino alla fine ad attività di ricerca e di conoscenza, ritenendo che la vita vada vissuta fino in fondo, senza preoccuparsi di cosa accadrà dopo, dato che non ci è dato di saperlo. L'importante è che ognuna di queste posizioni non sia semplicemente dovuta ad abitudini acquisite sulla base di programmi culturali passivamente recepiti dall'io cosciente, che ne resta condizionato fino al termine dei suoi giorni in questo mondo. Se così fosse, l'evoluzione della coscienza nel corso della vita sarebbe stata minima. È invece necessario che il problema del significato della vita sia stato coscientemente affrontato dall'io, fino a pervenire all'elaborazione di una risposta soddisfacente, che possa aiutarlo a varcare la soglia della morte con consapevole dignità.

Si può richiamare qui a proposito l'atteggiamento culturale e spirituale della filosofia dello yoga, che prevede diversi percorsi – adatti alle diverse attitudini personali – i quali conducono tutti al medesimo risultato, cioè alla liberazione dell'io cosciente. Si può dunque fare riferimento ad una via dell'azione, ad una via della devozione, ad una via della meditazione e ad una via della conoscenza, che condurranno alla meta desiderata a condizione che la coscienza partecipi attivamente al processo di irrobustimento e di evoluzione in cui viene coinvolta dalla pratica dello yoga. D'altra parte, tra le radici da cui lo yoga si è sviluppato vi era l'antica corrente filosofica del Samkhya, secondo la quale la liberazione dell'io poteva essere ottenuta solo mediante il ragionamento intelligente, considerato come la più elevata facoltà umana. Non dobbiamo però dimenticare il forte interesse e l'attrazione che la psiche umana – manifestandosi in tutti i diversi aspetti della vita – suscita nell'io cosciente, coinvolgendolo nell'attività vitale nonostante i dolori e le delusioni che il destino gli può riservare. Questo atteggiamento di sfida, di impegno e non di rado di lotta, col quale l'io cosciente viene irretito nelle dinamiche della vita, è particolarmente sviluppato nella nostra attuale cultura occidentale, ed in epoca recente si è diffuso anche in quelle culture orientali che tradizionalmente privilegiavano il distacco nei confronti della vita, considerata come fonte di dolore.

Sarebbe un errore, o quanto meno denoterebbe una presa di posizione unilaterale, voler attribuire questa cultura di interesse per la vita solamente ad una scarsa evoluzione della coscienza. Anche se in molti casi l'io è effettivamente irretito nella vita a causa di una coscienza ancora poco sviluppata, non sono poche le persone che investono le loro risorse intellettive e conoscitive – di livello piuttosto buono – in attività stimolate dal coinvolgimento dell'io cosciente nella vita e dal reale interesse nell'uno o nell'altro aspetto dell'esperienza umana. Per questo motivo non si può ritenere che un programma conoscitivo debba essere valido per tutti, ed i sistemi filosofici sono stati e saranno sempre caratterizzati da sintonie psichiche personali. Anche nel campo della psicologia, sebbene gli eventi ed i comportamenti osservati possano essere descritti in modo obiettivo – in accordo con le capacità dell'osservatore – l'interpretazione delle loro cause e delle dinamiche, così come le teorie avanzate per spiegarli, dipenderanno almeno in parte dall'orientamento psichico del ricercatore. Non ci si deve dunque meravigliare se l'interesse per la psiche, in tutti i suoi aspetti spesso conflittuali, è anche un interesse nei confronti della vita: nello stesso tempo tuttavia l'io cosciente può sentire l'esigenza di mettere a punto il suo programma di sganciamento e di liberazione.

È importante riconoscere, comunque, che l'interesse ed il coinvolgimento dell'io nella vita umana riguarda questo mondo così com'è, nel periodo in cui l'io è destinato a vivere, con tutti i conflitti ed i difetti di cui facciamo esperienza tramite le nostre reazioni psichiche. Anche il desiderio, che molti di noi possono sentire intensamente, di agire per migliorare le condizioni della vita umana nel mondo, è determinato da una particolare sintonia psichica, destinata a confrontarsi – e non di rado ad entrare in conflitto – con altre sintonie psichiche, con alterne vicende di successi e di fallimenti. La vita umana, così come è stata sperimentata nel passato, e come possiamo ipotizzare che verrà sperimentata anche nel futuro, ha sempre comportato e continuerà a comportare esperienze psichiche anche estreme, che in ogni caso sono state sopportate, o dovranno essere sostenute, da un io cosciente. Basta questa constatazione a farci prendere atto del fatto che il dolore e la sofferenza rappresentano dinamiche psichiche intrinsecamente connesse all'esperienza della vita, anche se il destino li distribuisce in misura diversa nelle vite degli individui: in questo mondo, anche la persona più felice, nel momento in cui gode della sua felicità, sa che molti altri esseri umani hanno sofferto o stanno soffrendo, e può eventualmente rallegrarsi per il proprio fortunato destino che le ha risparmiato l'esperienza diretta di varie sofferenze.

In un certo senso, una forma di egocentrismo – inteso come particolare attenzione verso il proprio destino personale – è indispensabile per poter essere coinvolti dall'interesse per la vita. Questo egocentrismo non va confuso con l'egoismo, se per egoismo intendiamo l'attitudine ad ingannare consapevolmente altre persone e ad infliggere loro danni e sofferenze per ottenere un proprio tornaconto. Senza una certa dose di egocentrismo, l'empatia verso le sofferenze altrui ed il coinvolgimento nei dolori dell'umanità ci impedirebbero qualsiasi interesse verso gli aspetti positivi dell'esperienza umana. L'esperienza però dimostra che nella parte finale della vita anche l'egocentrismo può trasformarsi in un inutile e sterile attaccamento alla vita stessa, dalla quale l'io cosciente deve comunque sapersi separare. Non a caso, proprio in questa fase il deterioramento del nostro corpo e della nostra mente ci guida verso una condizione di maggior distacco nei confronti dell'esperienza umana. Dunque la ricerca di un programma personale di comprensione del significato della vita è determinata anche dall'esigenza di poterla concludere senza rimpianti ed in modo dignitoso.

L'origine naturale – legata al processo di evoluzione degli organismi viventi – del nostro corpo, fa sì che la vita possa essere vissuta in modo percettivo-sensoriale, sulla base delle reazioni più o meno rapide agli stimoli provenienti dall'ambiente, determinate dai nostri istinti e dai programmi culturali che il nostro ambiente ci trasmette: in tal caso l'attività mentale, che può anche essere di buon livello, è finalizzata ad ottenere determinati risultati mediante l'azione nei confronti dell'ambiente e l'interazione con altri esseri umani. Le dinamiche di questo genere di attività mentale sono innescate da comandi e da desideri, che stimolano il sistema psicofisico ad agire con la rapidità e la determinazione necessarie ad ottenere il risultato voluto. Questo tipo di funzionamento vitale, pur articolandosi secondo modalità molto varie e complesse nell'ambito dei nostri attuali sistemi sociali, è già presente nel mondo animale – e dunque in natura – e si fonda sui tre principi mediante i quali il processo di evoluzione naturale regola il comportamento degli organismi: il dolore, il piacere e l'obbedienza all'istinto della specie. L'obbedienza all'istinto della specie porta intere popolazioni di salmoni – tanto per fare un esempio – a compiere un lungo percorso, affrontando vari ostacoli e rischi, in modo che una parte di essi riesca a raggiungere il luogo di origine dove, dopo che le femmine superstiti hanno deposto le uova ed i maschi superstiti le hanno fecondate, tutti muoiono di sfinimento.

Nelle forme più evolute della modalità di funzionamento naturale, l'io cosciente resta pur sempre soggetto alle esigenze determinate dai programmi di sviluppo sociale nei quali viene coinvolto, che spesso assorbono tutte le energie ed il tempo di cui dispone. Nelle forme meno evolute, l'io è dominato dalle pulsioni naturali, o dal desiderio di autoaffermazione, di consenso sociale o di potere. La percezione e la comprensione dell'essenza dell'io cosciente richiedono un'attività di riflessione e di meditazione che ha bisogno di tempo e di una certa quantità di energia da dirigere verso il proprio mondo interiore. Si tratta, in un certo senso, di un'attività che va contro le esigenze della vita naturale, che richiedono anzitutto che il corpo sia mantenuto efficiente ed in buona salute, in modo che la mente possa svolgere al meglio le funzioni sociali per le quali ognuno di noi viene programmato, in un modo o nell'altro (e con maggiore o minore successo). La ricerca interiore ha luogo solo quando il destino la impone ad un certo essere umano, e può comportare alcune difficoltà nell'adattamento all'ambiente sociale: perciò è consigliabile dedicarsi più intensamente ad essa – se si sente che è necessario farlo – nella seconda metà della vita.

È bene ricordare che ciò che normalmente le persone manifestano, nelle loro relazioni interpersonali, sono i prodotti della loro attività mentale, cioè quei particolari aspetti della psiche umana che vengono sintonizzati dal funzionamento del cervello, e con i quali l'io cosciente di solito si identifica completamente. Solo l'evoluzione della coscienza intelligente permette di sentire nei giusti termini il problema dell'essenza dell'io cosciente: le persone normali sono in grado di percepire solo le reazioni emotive – essenzialmente in termini di piacere, dolore o indifferenza – che la psiche umana impone all'io, e che l'io è costretto a subire (come dolore) o a desiderare (come piacere). Quando la coscienza intelligente si è sufficientemente sviluppata, almeno una parte delle risorse e del tempo di cui può disporre viene dedicata alla ricerca dello status dell'io e della sua esistenza, sia durante la vita umana che una volta che quest'esperienza sia terminata. Si tratta di una ricerca che può anche non pervenire a risultati soddisfacenti nel corso della vita, ma che non è detto che debba interrompersi con la morte: anzi, il patrimonio di conoscenze e di informazioni acquisite ed il programma elaborato dall'io cosciente potrebbe risultare molto utile proprio per continuare la ricerca in un'altra dimensione.

Il metodo che può essere utilizzato in questa ricerca e nell'elaborazione del proprio programma presenta due aspetti, di cui uno può essere considerato come oggettivo – in quanto si basa sull'indagine e sulla valutazione di dati ed informazioni resi disponibili dal nostro sistema culturale, e sui quali ci si può confrontare mediante l'interazione con altre persone interessate alla stessa ricerca – mentre l'altro rimane soggettivo, dato che si fonda su un'esplorazione del proprio mondo interiore. Questa esplorazione prevede una prima fase, che può durare a lungo (in teoria potrebbe non avere mai termine), nella quale l'io cosciente percepisce e valuta le dinamiche psichiche determinate dall'attività mentale, allenandosi allo scopo di restarne distaccato, e di non farsi coinvolgere fino al punto di doverle tradurre – come di solito accade – in comportamenti ed in attività. Si tratta di un'attività di riflessione attenta e partecipe degli eventi psichici che entrano a far parte del raggio di azione della coscienza, non direttamente generati come reazione a fatti, persone a cose che intervengono nel nostro ambiente, ma prodotti dalla nostra incessante attività mentale. Nel corso di quest'attività meditativa, dapprima l'io cosciente riflette i prodotti dell'attività mentale acquisiti dalla coscienza, ma dopo un certo tempo anche l'attività mentale comincia a riflettere l'essenza stessa dell'io. Questo cambiamento – che potremmo considerare come una rotazione di 180° nel campo di osservazione dell'attività mentale – è reso possibile dal progressivo distacco dell'io nei confronti delle dinamiche psichiche con le quali era abituato ad identificarsi.

A questo punto non mi sento più in grado di descrivere l'ulteriore evoluzione del processo, anche perché gli stessi termini linguistici da me utilizzati finirebbero col perdere il loro valore di comunicazione oggettiva, e dovrebbero essere di volta in volta ridefiniti e chiariti per adattarsi all'esperienza soggettiva di ciascuno di noi: cosa, evidentemente, impossibile. Lo stesso termine «io» (in merito al quale si rimanda alla pagina sulle definizioni) – in particolare nell'espressione «io cosciente» – è stato ampiamente utilizzato nelle pagine di questo sito perché è quello che meglio corrisponde all'identità individuale del soggetto che sperimenta la propria vita psichica interiore, differenziandosi dagli altri, pur sapendo che ogni essere umano ha un proprio io, soggetto ad esperienze psichiche simili o molto diverse dalle sue. Dunque ciò che differenzia l'io dal tu è il fatto che per me il tu rappresenta un'esperienza psichica determinata da un altro corpo, dal suo comportamento, dalle sue espressioni, dalle sue comunicazioni verbali e dall'attività mentale che io gli attribuisco (senza possibilità di verifiche dirette), mentre l'io dell'altro sperimenta direttamente la propria psiche, ma non riesce a sintonizzarsi sulle mie esperienze psichiche.

Così quello che ci distingue l'uno dall'altro, sotto il profilo della vita interiore, sono le esperienze psichiche alle quali ciascuno di noi è soggetto nel corso della vita, per effetto del proprio destino personale, determinato da tutte quelle variabili e dalle risorse che contribuiscono a formare la storia di ogni essere umano: il fondamento naturale della vita umana comporta che il destino personale si manifesti in questo modo, almeno fino a quando l'io cosciente si identifica con le esperienze psichiche nelle quali viene coinvolto. In base alle considerazioni precedenti, noi – a rigor di termini – dovremmo definire «io» solo il soggetto coscientemente coinvolto nelle dinamiche psichiche, e dunque non libero: questa, del resto, è la normale condizione della vita umana. Ogni forma di libertà di sperimentare determinate sintonie psichiche, o di non sperimentarne altre, e la stessa capacità di distaccarsi dalla psiche umana, determinano un'esperienza cosciente per la quale il termine «io» risulta inadeguato, tanto che sono stati utilizzati in passato termini alternativi classici, come «anima» o «spirito», o sono stati proposti nuovi termini dal significato altrettanto incerto, come il «» (das Selbst) di Jung.

Quello che si potrebbe dire è che, quando l'io riesce ad essere sufficientemente distaccato dalle dinamiche della psiche umana, la coscienza intelligente – che ha incrementato le proprie facoltà esercitandosi nella meditazione – riesce ad orientarsi verso l'io stesso e, anziché mettere a fuoco un'entità soggettiva, per così dire, puntiforme, trova come un portale che si apre e consente di accedere ad una nuova dimensione nella quale ogni elemento è coscienza pura che percepisce se stessa. Si tratta tuttavia di esperienze che non possono essere trasformate in normale comunicazione con pretese di oggettività: anzi, il solo parlarne suona, alla luce delle nostre normali attività dello stato di veglia, come qualcosa di inappropriato, dato che sarebbe meglio mantenere un decoroso riserbo su esperienze che possono mettere in discussione la visione del mondo culturalmente dominante. Però mi sembra giusto testimoniare come – proprio in virtù di queste esperienze determinate dalla coscienza intelligente – l'uscita da questa vita (quello che noi chiamiamo morte) acquisti un'attrattiva particolare, come il fascino dell'avventura in un mondo di colori smaglianti nascosto ai nostri occhi da una pesante tenda nera.


 

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