Le visioni di Swedenborg e la critica di Kant

 

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Kant, la metafisica, e il corretto modo di ragionare

La pubblicazione in forma anonima, nel 1766, di un libriccino dal titolo vagamente enigmatico, Träume eines Geistersheres, erläutert durch Träume der Metaphysik (Sogni d'un visionario, chiariti coi sogni della metafisica), segna il momento storico nel quale il pensiero critico razionale della cultura di stampo illuminista – incarnato dall'autore dell'opera, il filosofo prussiano Immanuel Kant (1724-1804) – comincia a confrontarsi con alcuni problemi di ordine psicologico ed interpretativo posti da fenomeni in parte paranormali. Per ammissione dello stesso Kant (pag. 71 dell'edizione italiana del 1920), la sua breve opera non presentava quei caratteri di analisi esauriente e di intrinseca coerenza che qualcuno si sarebbe atteso da uno dei più eminenti pensatori del suo tempo e dal fondatore della filosofia critica: «Io ho trattato un argomento ingrato, a cui mi sono sobbarcato per la preghiera e le insistenze di amici curiosi e sfaccendati... ho perduta la fiducia del lettore, di cui ho condotto con lunghi giri l'investigazione e la curiosità allo stesso punto da cui egli era partito». Tuttavia proprio la stesura di quest'opera rappresentò per Kant l'occasione per una revisione critica della metafisica dogmatica, allora in auge nella cultura tedesca («la metafisica di cui la sorte ha voluto che mi innamorassi, quantunque possa vantarmi di esserne stato ricambiato solo con rari segni di favore...»), da disciplina raziocinante su temi come lo spirito, Dio, l'anima, ecc. (sulla base di fondamenti incerti perché sottratti all'esperienza diretta), a «scienza dei limiti della ragione umana».

Prima ancora di prendere in esame la voluminosa e controversa produzione letteraria dello Swedenborg sull'universo degli spiriti, Kant si chiedeva quale significato potesse avere il concetto stesso di spirito alla luce delle capacità di conoscenza di cui è dotata la ragione umana. È noto che proprio la questione dei fondamenti del corretto uso della ragione ai fini della conoscenza era all'origine dell'evoluzione critica del pensiero di Kant: un problema particolarmente complesso, e probabilmente insolubile, a causa della sua circolarità. Infatti, come si può stabilire quale sia l'uso corretto della ragione, se non sulla base di alcuni postulati presentati dalla ragione stessa? Ma tali postulati possono sempre essere criticati e rifiutati, dato che, al di là dell'ambito ristretto della matematica e della logica, non è possibile individuare un sistema di ragionamento oggettivamente valido fondato su basi linguistiche? Anche se Kant se ne rese conto solo in seguito, si tratta di questioni strettamente legate alla psiche umana. Questo non significa che tutte le forme di ragionamento si equivalgano, perché è evidente, alla luce dell'intuizione intelligente, che quelle fondate sulla logica e sulla corretta argomentazione sono più efficaci, più coerenti e più convincenti rispetto ad altre enunciazioni del pensiero, che spesso non sono né razionali né ragionevoli. Ma il problema psicologico centrale è dato dal fatto che per la valutazione del corretto modo di ragionare è anche necessario un certo livello di intelligenza, al di sotto del quale un individuo può esser indotto a preferire forme di ragionamento (o meglio: enunciazioni di pensiero) essenzialmente scorrette, ma per lui più coinvolgenti, più convincenti e più seducenti per motivi di origine psichica. Questo è particolarmente evidente ai nostri giorni: i media ed i sistemi di trasmissione dell'informazione fanno sì che possa prevalere una cultura di massa fondata su basi sostanzialmente irrazionali (emotive, sentimentali, pulsionali), che prescindono completamente dall'esigenza di attenersi ad un corretto modo di ragionare e di argomentare.

La personalità di Emanuel Swedenborg (1688-1772)

Ma, per tornare a Kant, cosa spinse il filosofo ad occuparsi in modo non superficiale di un personaggio che dichiarava apertamente di vedere gli spiriti e di comunicare con loro? Come osservava giustamente Maria Venturini, prima traduttrice italiana del libretto di Kant, nell'introduzione all'edizione del 1920, I Sogni d'un visionario rappresentano «l'espressione dell'attitudine d'uno spirito sagace ed eminentemente critico di fronte a problemi ed a misteri che la coscienza moderna è ben lungi dall'aver risolto... essa può giovare anche a richiamare la nostra attenzione sopra l'enigmatica figura del visionario svedese a cui è dedicata». Il quadro della personalità di Swedenborg è poi tracciato dalla stessa autrice: «Emanuele Swedenborg, nato a Stoccolma il 29 gennaio 1688, da Jasper Swedberg, predicatore di corte, professore di teologia all'Università di Upsala e dal 1719 vescovo di Skara, ebbe un'educazione religiosa ma illuminata e liberale, studiò all'Università di Upsala specialmente le lettere e le scienze esatte e vi conseguì nel 1709 il dottorato in filosofia». Un commentatore più recente, il filosofo Guido Morpurgo-Tagliabue (1907-1997), ha scritto tuttavia che il padre di Swedenborg aveva una mentalità misticamente superstiziosa, derivante da credenze attinte ad un ingenuo folklore popolare, che venivano profuse nelle sue prediche ed in un gran numero di manoscritti di appassionato grafomane: dalla fine del mondo ai gemiti della materia sui peccati degli uomini, dalle anime dei morti agli angeli vigilanti, la parrocchia del pastore Jasper era un centro di arcaiche superstizioni, e si ricorreva a lui come esorcista, dato che un angelo in gioventù lo aveva indotto a leggeregli scritti dei pietisti, ed ora lo assisteva.

«Dopo un primo lungo viaggio in Inghilterra ed in Francia (1710-1715) – prosegue la Venturini – dedicò le prime attività sue agli studi fisici e matematici: la pubblicazione, intrapresa nel 1716, d'un periodico scientifico che ebbe l'accoglienza più favorevole, gli aprì la via agli uffici ed agli onori. Nominato nell'anno stesso assessore del Collegio Reale delle Miniere, ricevette per i suoi studi ed i suoi servigi lettere di nobiltà (onde la mutazione del nome di Swedberg in Swedenborg), ciò che gli conferiva il diritto di sedere nella Dieta Nazionale, ai cui lavori Swedenborg prese parte attivissima. Durante un nuovo viaggio intrapreso nel 1721 per visitare le miniere tedesche, cominciò la pubblicazione delle sue numerose opere scientifiche ricche di osservazioni e di ingegnose riflessioni, in seguito alle quali l'Università di Upsala lo invitò nel 1724 a succedere nella cattedra di matematica a Celsius (onore che fu declinato da Swedenborg) e l'Accademia delle Scienze della stessa città lo accolse qualche anno più tardi (1729) nel proprio seno. I dieci anni successivi al suo ritorno furono da Swedenborg impiegati attivamente in studi e ricerche inerenti al suo ufficio; ma nel 1733 il suo spirito irrequieto ed attivo lo sospinse ad un nuovo lungo viaggio in Germania, durante il quale pubblicò la sua grande opera Opera philosophica et mineralia... il primo volume... è un trattato di filosofia naturale, in cui la ricchezza dei fatti e la severità dello spirito scientifico nulla tolgono alla potenza della sintesi filosofica: in esso Swedenborg abbozza una cosmogonia che anticipa nelle sue linee generali la teoria di Kant e di Laplace. Anche gli altri due volumi, dedicati alla mineralogia, testimoniano del valore delle ricerche di Swedenborg, che hanno creato la cristallografia ed anticipato brillantemente in altri punti teorie e scoperte della scienza moderna: ancora nel 1762 l'Accademia delle Scienze di Parigi faceva tradurre in francese una parte del secondo volume, il Trattato sul ferro, come il migliore che vi fosse allora sulla materia. Nello stesso anno pubblicò a Dresda un altro lavoro di carattere filosofico: Prodromus philosophiae ratiocinantis de Infinito et causa finali Creationis: deque mechanismo operationis Animae et Corporis».

Da questo quadro emerge la personalità dello Swedenborg come eminente scienziato, infaticabile indagatore del mondo fisico, i cui interessi filosofici rientrano nella cultura illuminista dell'epoca, nell'ambito della quale la scienza si presenta ancora come una branca della filosofia finalizzata alla conoscenza della natura. Ma Morpurgo-Tagliabue fa notare come, a partire dal 1734, anno di pubblicazione del Prodromus philosophiae (un tentativo di conciliare materia e spirito in accordo con la metafisica di Leibniz), gli interessi di Swedenborg si orientarono sulla psicofisica. Secondo la Venturini: «Tornato a Stoccolma ancora nel 1734, ne ripartì nuovamente nel 1736 per visitare l'Olanda, la Francia e l'Italia in un viaggio durato due anni: i suoi studi rivolti in questo periodo di tempo alla fisiologia ed alla zoologia, vennero da lui raccolti nella sua Oeconomia regni animalis (1740-41). Anche quest'opera meritò d'essera tradotta in inglese ancora un secolo più tardi: in essa Swedenborg per il primo pone la sede delle facoltà psichiche superiori nella corteccia cerebrale». Morpurgo-Tagliabue riteneva però che gli scritti scientifici di Swedenborg fossero caratterizzati da una prosa prolissa e confusa, sia per l'uso di una terminologia personale, sia per l'abitudine di risalire spesso a principi molto generali o addirittura a nozioni bibliche o mitologiche. Riaffioravano dunque, anche nello Swedenborg scienziato (senza sminuirne i meriti ed il valore, tenendo conto della cultura di quel periodo storico), componenti teologiche e di grafomania riconducibili all'influenza paterna.

Il periodo spiritista di Swedenborg

Nel 1745 ebbe inizio l'esperienza spiritista di Swedenborg: «Il secondo viaggio intrapreso nel 1744 in Olanda ed in Inghilterra segna nella vita di Swedenborg un'era decisiva: bruscamente l'operosa carriera scientifica si interrompe e l'uomo di scienza diventa un teosofo ed un profeta. Già l'ultima opera da lui pubblicata a Londra nel principio del 1745, De cultu et amore Dei, testimonia dell'evoluzione del suo spirito che si rivolge con interesse più accentuato ai problemi religiosi e morali; ma una crisi misteriosa e profonda compie in questo punto la trasformazione dell'essere suo ed apre all'attività sua una nuova e strana carriera. Egli si trovava a Londra nell'aprile 1745 quando ebbe una notte una visione: un uomo vestito di porpora e circondato di viva luce gli apparve e gli disse: "Io sono Dio, il Signore creatore e redentore: io ti ho eletto per interpretare agli uomini il senso spirituale delle scritture: io ti detterò ciò che tu dovrai scrivere". Quella notte medesima, scrive Swedenborg, gli occhi del mio uomo interiore furono aperti: essi furono resi atti a guardare ne' cieli, nel mondo degli spiriti e nell'inferno. A partire da quel giorno, egli rinunciò a tutti gli studi per adempiere la missione che aveva ricevuto dal Signore e l'adempì con lo stesso zelo con cui aveva fino allora adempiuto ai suoi doveri nel mondo».

Se è certamente vero che a partire dal 1745 Swedenborg si impegnò con quasi tutte le sue energie a scrivere ed a far pubblicare il vasto materiale relativo alle comunicazioni ed alle informazioni che riceveva direttamente dagli spiriti e dagli angeli (che dichiarava di poter vedere ed udire), secondo altre fonti il suo coinvolgimento nel mondo degli spiriti sarebbe stato già predisposto dal suo orientamento psichico precedente. Morpurgo-Tagliabue scriveva che Swedenborg, per sua stessa ammissione, era andato soggetto fin da giovane ad allucinazioni, di cui teneva nota nei suoi diari. Mentre non resta traccia di quelli anteriori al 1740, nel 1859 fu pubblicato a Stoccolma il diario delle sue visioni del periodo 1743-1744 (Swedenborgs Droemmar). Queste visioni erano associate a stati improvvisi di deliquio che, a suo dire, gli purificavano la mente consentendogli una maggiore concentrazione, anche in relazione ai suoi studi scientifici. Per favorire questi stati, Swedenborg si era esercitato fin dall'infanzia in quella che nel suo Diarium Spirituale definiva respirazione interna o sospensione del respiro: una specie di pratica yoga che, producendo uno stato di ipossia temporanea, avrebbe agevolato l'intensità del pensiero: «così – scriveva – mi fu dato di comunicare con gli angeli».

Quanto alla visione del 6 ottobre 1745, Paul Janet, in un articolo pubblicato nel 1870 sul Journal des Savants (Kant et Swedenborg), così scriveva: «Bisogna credere che questa prima iniziazione di Swedenborg alle cose soprannaturali abbia avuto una forma assai prosaica: infatti, una sera in cui Swedenborg era al ristorante, e stava mangiando con grande appetito fino a tarda ora, verso la fine del pasto una specie di nebbia  calò sui suoi occhi, e vide che la stanza era piena di orridi rettili. L'oscurità divenne più intensa, poi, rischiarandosi d'un tratto, lasciò apparire in un angolo della stanza un uomo circondato da una luce radiosa, che gli disse con un tono di voce roboante: "Non devi mangiare tanto". Ci si meraviglia che un rappresentante dell'altro mondo si sia preso la briga di intervenire per un avvertimento così materiale». Quella sera, dopo che Swedenborg fu rientrato nel suo appartamento, quell'uomo ricomparve e gli rivelò di essere Iddio in persona, lo incitò a dedicarsi all'interpretazione spirituale delle scritture, ed infine lo introdusse nel mondo degli spiriti. Da quella notte in poi divenne consuetudine per lui di conversare più volte al giorno con gli angeli e con gli spiriti, dedicandosi ad una produzione sterminata di scritti mistici.

Si tratta di molte migliaia di pagine, che hanno come fondamento l'edizione in otto volumi degli Arcana Coelestia (opera di cui Kant riuscì a procurarsi i primi cinque volumi per la cospicua somma di 7 sterline dell'epoca), pubblicati a Londra tra il 1749 e il 1756. Ecco alcuni titoli tra le molte altre opere scritte da Swedenborg in latino e poi tradotte nelle principali lingue europee: De Caelo et eius Mirabilibus et de Inferno (1758), De Telluribus in Mundo Nostro Solari (1758), Doctrina Novae Hierosolymae (1763), Apocalypsis Revelata, in quae deteguntur Arcana quae ibi praedicta sunt (1766), Deliciae Sapientiae de Amore Conjugali (1768), De Commercio Animae et Corporis (1769), Vera Christiana Religio (1771). Così la Venturini descriveva gli ultimi anni della vita di Swedenborg: «la sua vita esteriore è la vita signorile e tranquilla d'un ricco gentiluomo pio, bonario, affabile, anzi amante della società e perfettamente equilibrato in tutte le cose, salvo in un punto solo: nella sua convinzione assoluta di essere in continua comunicazione col mondo degli spiriti... Un suo amico di Amsterdam, I. Ch. Cuno, che ci ha lasciato su di lui curiose notizie, esprime la sua meraviglia nel vedere l'attività infaticabile, sovrumana di questo vecchio più che ottantenne che continua a lavorare ed a scrivere fino alle ultime ore della sua vita. Ammalatosi a Londra, dove si era recato da Amsterdam, vi morì il 29 marzo 1772, assistito dai suoi umili ospiti inglesi, dopo d'avere solennemente confermato tre o quattro giorni prima della morte la verità di tutto ciò che aveva scritto».

Il successo delle opere di Swedenborg

Quanto al contenuto delle opere a carattere spirituale e religioso di Swedenborg, si tratta con ogni evidenza di assurdità fantasiose di ogni genere, prive di qualsiasi possibilità di riscontro oggettivo ed in qualche caso palesemente false alla luce delle nostre attuali conoscenze: chi volesse farsene un'idea, può leggersi i due volumi dell'edizione francese del 1782 delle Merveilles du Ciel et de l'Enfer et des Terres Planétaires et Astrales (par Emmanuel de Swèdenborg, d'après le tèmoignage de ses yeux et de ses oreilles). La descrizione degli abitanti di ogni pianeta del sistema solare, dei loro costumi e delle loro abitudini, lascia sconcertati per la sua banale ingenuità e per l'incredibile mancanza di considerazione – da parte di colui che era stato pur sempre uno scienziato, anche se di quell'epoca – delle caratteristiche fisiche ed ambientali che distinguono un pianeta dall'altro. Eppure, nonostante la gratuità e l'assurdità delle considerazioni filosofiche e teologiche di Swedenborg – che provano ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, l'enorme potere che la psiche umana ha sull'io – i suoi scritti ebbero un notevole successo, dapprima in Europa e poi anche negli Stati Uniti, tanto che ancor oggi sono attive diverse sedi sia di Chiese Swedenborgiane che della Fondazione Swedenborg. Probabilmente, come già osservava Morpurgo-Tagliabue: «quel che interessò di più i contemporanei non fu la sua opera di esegeta infaticabile volta ad offrire una nuova (la vera) interpretazione spirituale della lettera dei testi sacri, e destinata come tale a concludere in una dottrina normativa e profetica, e infine in una vera e propria teologia... L'interesse più diffuso dei suoi lettori andava ai particolari straordinariamente fumettistici delle sue visioni, che Swedenborg garantiva non avere carattere onirico, ma in aperti oculi statu».

L'interesse di Kant

È improbabile che gli scritti spiritico-religiosi di Swedenborg avrebbero potuto suscitare l'interesse di Kant, se non fosse stato per tre episodi di carattere paranormale che ebbero lo Swedenborg come protagonista, la notizia dei quali suscitò in quegli anni una vasta eco in tutta Europa. Due di questi sono riferiti da Kant in una lettera da lui inviata ad una nobildonna, la signorina Charlotte von Knobloch, che Kant stimava nonostante la giovane età di lei (nata nel 1740), e che faceva parte del gruppo di coloro che avevano sollecitato Kant ad occuparsi delle visioni di Swedenborg. La lettera, pubblicata per la prima volta nella biografia di Kant del Borowski, è senza data, ma si può ipotizzare che sia stata scritta negli anni tra il 1758 ed il 1763, essendo quest'ultimo l'anno di attribuzione che molti studiosi considerano come più probabile, anche se Kant scriveva che Swedenborg, al quale aveva rivolto per lettera alcune domande, «sarebbe andato nel maggio di quest'anno a Londra, dove avrebbe pubblicato il suo libro, nel quale doveva essere anche contenuta la risposta a tutte le questioni della mia lettera... Attendo con impazienza il libro che Swedenborg pubblicherà a Londra ed ho già preso tutte le mie misure per averlo appena uscirà alle stampe». Ma, come si è detto, i primi cinque volumi degli Arcana Coelestia erano già stati pubblicati a Londra tra il 1749 ed il 1756, dunque non è chiaro a quale pubblicazione Kant faccia riferimento nella lettera, dato che poi, nei Sogni d'un visionario, scrisse di aver pagato ben sette sterline proprio per gli Arcana Coelestia, e di averli letti (tutti o in parte) con sua gran fatica. In ogni caso, poiché due degli episodi paranormali a cui Kant fa riferimento nella lettera risultano posteriori al 1760, l'enigma della data resta irrisolto.

Il primo episodio paranormale

Ecco, nella lettera di Kant, il primo degli episodi: «Per darle, gentile signorina, un paio di prove che hanno per testimonio un pubblico ancora vivente e che la persona, a cui debbo le mie notizie, ha potuto indagare immediatamente sul luogo, si compiaccia d'ascoltare solamente i due fatti seguenti. La signora Marteville, vedova dell'inviato olandese a Stoccolma, venne un po' di tempo dopo la morte di suo marito richiesta dall'orefice Croon del pagamento del servizio d'argento che quegli si era fatto fare presso di lui. La vedova era convinta che suo marito era uomo troppo preciso e ordinato per non aver pagato questo debito, ma non poteva produrre alcuna quietanza. In questo frangente assai grave, perché il valore era considerevole, mandò a chiamare il signor di Swedenborg. Dopo alcuni convenevoli gli disse che, se egli aveva come tutti asserivano, la facoltà straordinaria di parlare con le anime dei morti, doveva avere la bontà di informarsi presso suo marito circa la richiesta per il servizio d'argento. Swedenborg non mise difficoltà ad accogliere la sua preghiera. Tre giorni dopo la predetta signora aveva presso di sé un certo numero di invitati a prendere il caffè. Venne il signor di Swedenborg e le diede col suo modo freddo notizia di aver parlato con suo marito: il debito era stato pagato sette mesi prima della sua morte e la quietanza era in un mobile che si trovava al piano superiore. La signora rispose che questo mobile era stato completamente vuotato e che fra tutte le carte non s'era trovata la quietanza. Swedenborg disse che suo marito gli aveva mostrato come, togliendo un cassetto al lato sinistro veniva in luce una tavola, spingendo via la quale si trovava una cassetta dove era contenuta la sua corrispondenza olandese e dove si sarebbe trovata anche la quietanza. Dietro queste indicazioni la signora si recò con tutta la compagnia nella stanza superiore; si aprì il mobile, si procedette secondo l'istruzione e si trovò la cassetta, di cui si ignorava l'esistenza, con dentro tutte le carte indicate, in mezzo alla più grande maraviglia di tutti quelli che erano presenti».

Fin qui il resoconto di Kant, riportato anche nei Sogni d'un visionario. Il signor Marteville era morto, secondo i registri pubblici, nel 1760, dunque la lettera di Kant non può che esser posteriore a tale anno. Quanto all'autenticità dell'episodio, ed alla rapidità con cui si diffuse in tutta Europa nella versione poi riferita da Kant, ecco cosa scriveva Paul Janet nel suo articolo del maggio 1870 sul Journal des Savants: «Quanto meno nei riguardi di uno dei tre episodi straordinari riportati, noi possiamo misurare la distanza che esiste tra la leggenda e la realtà... Adesso siamo in grado di conoscere i fatti tramite la testimonianza della stessa protagonista, madame de Marteville. Questa signora si era infatti risposata, ed il suo secondo marito, il generale E., ha dato una nuova versione dell'episodio (che resta ancora molto singolare, ma non tanto miracoloso), secondo quanto gli aveva riferito sua moglie. Ed è un esempio notevole della maniera in cui prende forma la fede nei miracoli». 

«Mia moglie – disse il generale E. – ebbe l'idea di andare a far visita al signor Swedenborg. Conversando con lui del più e del meno, gli chiese se avesse conosciuto il signor Marteville, al che Swedenborg rispose che non l'aveva mai conosciuto di persona. Devo confermare che la storia dei 25.000 fiorini olandesi è esatta, e che mia moglie era davvero preoccupata perché non aveva nessuna quietanza da presentare. Tuttavia, nel corso di quella visita, lei non fece nessun accenno a questa questione. Otto giorni dopo, il signor Marteville apparve in sogno a mia moglie verso le due del mattino, e le mostrò il posto in cui era celata una cassetta, nella quale avrebbe trovato non solo la quietanza, ma anche una spilla per i capelli con venti brillanti, che si credeva fossa andata persa. Piena di gioia, mia moglie si alzò e trovò ogni cosa nel luogo che le era stato indicato. Poi tornò a letto e dormì fino alle nove del mattino. Verso le undici di quello stesso giorno venne annunciata la visita di Swedenborg. Prima di esser stato informato su ciò che era accaduto, raccontò che in quella stessa notte aveva visto diversi spiriti, tra i quali quello del signor Marteville. Aveva avuto il desiderio di intrattenersi con lui, ma Marteville si era rifiutato dicendo che doveva recarsi subito dalla sua vedova per farle fare una scoperta importante». In questa versione il ruolo di Swedenborg non è risolutivo, anche se resta la coincidenza tra la sua visione ed il sogno di madame Marteville, sogno che tuttavia potrebbe essere attribuito ad una forma di chiaroveggenza, o anche al riemergere di un ricordo inconscio sull'esistenza della cassetta. Si può anche pensare, con un po' di malizia, che l'eco degli eventi della notte (probabilmente noti alla servitù di casa Marteville) fosse giunto fino a Swedenborg. Infine, non abbiamo nemmeno la possibilità di verificare la versione data, diversi anni dopo, dal generale E. Dunque, a chi credere?

Il secondo episodio

Kant così continuava la sua lettera: «Ma il fatto seguente mi sembra avere fra tutti il più grande valore probativo e non lasciar realmente adito ad alcun dubbio possibile. Era l'anno 1756 quando il signor di Swedenborg, arrivando dall'Inghilterra, verso la fine di settembre alle ore quattro pomeridiane di un sabato, prese terra a Gothenburg. Il signor William Castel lo invitò a casa sua e con lui una società di quindici persone. Verso le sei della sera il signor di Swedenborg, che era uscito, rientrò pallido ed atterrito nella sala. Egli disse che era allora scoppiato un pericoloso incendio a Stoccolma nel Südermalm (Gothenburg è a distanza di più che 50 miglia da Stoccolma) e che il fuoco si propagava. Era inquieto ed usciva spesso. Disse che la casa di un suo amico, che nominò, era già in cenere e che la sua era in pericolo. Verso le otto, dopo d'essere ancora uscito, disse con gioia: "Grazie a Dio l'incendio si è spento tre porte prima della mia casa!". Questa notizia destò una viva eccitazione in tutta la città, specialmente nella società e la sera stessa se ne informò il governatore. La domenica mattina Swedenborg fu chiamato e interrogato dal governatore, al quale descrisse minutamente l'incendio: come era cominciato, come era finito e il tempo che era durato. Lo stesso giorno la notizia corse tutta la città, dove, perché anche il governatore se n'era interessato, destò un'agitazione ancor più viva, essendo molti preoccupati per i loro amici o per le loro sostanze».

«Al lunedì sera giunse a Gothenburg una staffetta mandata durante l'incendio dal corpo dei mercanti di Stoccolma. Nelle lettere l'incendio era descritto proprio nel modo che era stato raccontato. Al martedì sera venne un corriere reale al governatore con la descrizione dell'incendio, delle perdite che aveva causato, delle case che aveva distrutto: e questa descrizione non era in nulla diversa dalle notizie che Swedenborg aveva dato contemporaneamente all'incendio stesso, il quale era stato spento verso le ore otto. Che cosa si può addurre contro la veridicità di questo fatto? L'amico che me lo scrive ha indagato personalmente tutto questo due mesi fa, non solo in Stoccolma, ma anche in Gothenburg, dove conosce molto bene le case più ragguardevoli e dove egli ha potuto avere tutte le informazioni possibili da una intiera città, nella quale, dato il breve tempo trascorso dal 1756, vivono ancora quasi tutti i testimoni oculari». In realtà l'incendio di Stoccolma avvenne nel 1759 (come lo stesso Kant riportò correttamente nei Sogni d'un visionario). Si tratta di inesattezze che sono sintomatiche della relativamente scarsa importanza attribuita alla precisione ed alla correttezza delle informazioni: una carenza che costituiva un carattere peculiare della mentalità di un'epoca nella quale era ancora molto difficile (se non impossibile) verificare in modo esauriente la realtà dei fatti che venivano riportati a voce o per iscritto. Per inciso, la distanza tra Stoccolma e Göteborg e di oltre 400 km.

Il terzo episodio

Una versione del terzo episodio è così riportata da Kant nei Sogni d'un visionario: «Verso la fine dell'anno 1761 il signor Swedenborg fu chiamato presso una principessa, la cui grande intelligenza e perspicacia dovevano rendere pressoché impossibile l'inganno. Diede occasione a ciò la fama ormai generale delle visioni che si attribuivano a questo uomo. Dopo alcune domande che tendevano più a divertirsi delle sue immaginazioni che a procurarsi realmente notizie dall'altro mondo, la principessa lo congedò, dopo avergli dato un incarico segreto che si riferiva al suo commercio con gli spiriti. Alcuni giorni dopo comparve il signor Swedenborg con una risposta tale che destò nella principessa, secondo la sua propria confessione, la più grande meraviglia, perché la trovò vera, mentre era tale che non aveva potuto essergli stata riferita da alcun vivente. Questo racconto è tolto dalla relazione di un ambasciatore presso quella corte, allora presente, ad un altro ambasciatore straniero a Copenaghen e si accorda perfettamente anche con ciò che da speciali ricerche si è potuto ricavare». In realtà anche su questa storia circolavano due versioni non perfettamente coincidenti.

Il personaggio in questione (la principessa) era Lovisa (Louisa) Ulrika di Prussia (1720-1782), regina consorte del re di Svezia Adolfo Federico e figlia di Federico Guglielmo I di Prussia. Come il fratello maggiore, Federico II di Prussia, era una sostenitrice delle nuove idee illuministiche. Donna intelligente, ma anche ambiziosa ed arrogante, intervenne attivamente nella politica svedese cospirando costantemente per instaurare la monarchia assoluta, ed entrando in aperto contrasto non solo con alcuni ambienti aristocratici e clericali, ma anche col parlamento che voleva esautorare. In merito al suo incontro con Swedenborg, il generale danese Tuxen così lo riferiva: «La regina, avendo sentito dire che c'era in Svezia un uomo che si intratteneva con i morti, espresse il desiderio di incontrarlo. Il conte Schefter (amico di Swedenborg) lo condusse dalla sovrana, la quale gli chiese se era vero che aveva contatti con i defunti, al che Swedenborg rispose affermativamente. La regina gli chiese poi se voleva ricevere un incarico relativo al suo fratello minore (Augusto Guglielmo), morto recentemente (nel 1758). "Con tutto il cuore" rispose Swedenborg. Allora la regina, accompagnata dal re e dal conte, si ritirò con lui nell'incavo di una finestra e gli diede la commissione... Qualche giorno dopo, Swedenborg tornò a corte con Schefter, e quando la regina gli chiese se avesse eseguito la sua commissione rispose di sì, e comunicò il risultato alla regina, la quale fu così sorpresa da sentirsi svenire. Una volta ripresi i sensi, la regina non disse che queste poche parole: "Ecco qualcosa che nessun mortale avrebbe potuto dirmi"».   

Circa l'oggetto della richiesta della regina, il letterato francese Dieudonné Thiébault (1733-1807), membro dell'Accademia Reale di Berlino (che aveva frequantato assiduamente la regina nel 1772, durante un soggiorno di nove mesi di quest'ultima presso la corte di suo fratello Federico II a Berlino), così ne scrisse nel secondo volume dei suoi Ricordi di vent'anni trascorsi a Berlino (1804): «Non ricordo in quale occasione, chiedemmo un giorno alla regina del celebre visionario Swedenborg... La regina ci rispose che, essendo assai poco incline a prestar fede a cose apparentemente meravigliose, aveva tuttavia voluto mettere alla prova Swedenborg, che lei già conosceva quale consigliere per le miniere... Una sera in cui Swedenborg si era presentato a corte, l'aveva preso in disparte e gli aveva chiesto di mettersi in contatto con il fratello defunto (Augusto Guglielmo) per farsi riferire quello che le aveva detto in occasione del loro ultimo incontro, prima che lei partisse per la Svezia. Si trattava di qualcosa che, per sua natura, né il principe Guglielmo né lei stessa avrebbero mai rivelato a nessuno. Qualche giorno dopo Swedenborg ritornò a corte, mentre la regina era al tavolo di gioco, e le aveva chiesto di poterle parlare in privato. La regina gli disse che poteva parlare liberamente davanti ai presenti, ma Swedenborg dichiarò di non poter riferire davanti a testimoni quel che aveva da dirle. La regina, turbata da queste parole, lasciò il tavolo e chiese al conte di Schwérin di accompagnarla. Passata in un'altra stanza nella quale non c'era nessuno, chiese a Schwérin di restare di guardia alla porta ed andò in fondo alla stanza con Swedenborg, che le disse: "Madame, voi avete dato l'ultimo addio a vostro fratello, il defunto principe di Prussia, a Charlottenburg, il giorno tale alla tal ora del pomeriggio. Poi, attraversando la lunga galleria del castello, l'avete incontrato di nuovo, e lì lui vi ha preso per la mano, vi ha portato in un posto dove nessun altro poteva sentirvi e vi ha detto queste parole...". La regina non ci riferì le parole di Swedenborg, ma affermò che erano esattamente quelle che le aveva detto suo fratello, che lei non aveva mai scordato, e che per il turbamento si era sentita venir meno. Chiese poi di confermare il suo racconto a Schwérin, il quale, nel suo stile laconico, si limitò a dire: "Madame, è tutto vero, almeno per quello che mi riguarda”».

Thiébault aggiungeva che la regina, pur impressionata dalle rivelazioni di Swedenborg, non era disposta a credere che potesse parlare con i defunti: «Moltissimi eventi – ci disse – sembrano soprannaturali e risultano per noi inspiegabili, perché ne conosciamo solo i risultati, e le persone dotate di spirito ed amanti del meraviglioso ne approfittano per crearsi una reputazione straordinaria. Swedenborg è sempre stato uno scienziato e si è dimostrato molto abile nel gestire i suoi incarichi: inoltre è sempre stato considerato una persona per bene. Non capisco come sia potuto venire a conoscenza di cose che nessuno avrebbe dovuto sapere, ma non riesco a credere che abbia potuto comunicare col mio defunto fratello». Si può aggiungere che dello stesso episodio circolava anche una versione più politica, ispirata probabilmente dagli intrighi della regina: fu riportata dal giornale di Stoccolma, il Monats Schriff, nel gennaio 1788. Secondo questa versione, la regina aveva incaricato Swedenborg di farsi dire dal fratello defunto la ragione per la quale non aveva risposto, da vivo, ad una lettera che lei gli aveva inviato. Il giorno dopo Swedenborg informò la regina del contenuto della lettera che nessuno, salvo lei ed il fratello, avrebbe dovuto conoscere, e la regina, turbata e costernata, riconobbe che quel grande uomo possedeva una scienza miracolosa.

Secondo la versione pubblicata dal Monats Schriff, il re di Svezia Gustavo III (figlio di Luisa Ulrica) durante una visita a Parigi, avrebbe confermato la verità dell'episodio: «È vero, disse, ero presente al colloquio: Swedenborg informò mia madre che la sua lettera era relativa alla rivoluzione avvenuta nel 1756 e che costò la vita a Horn e Brahe. Aggiunse: “L'anima di vostro fratello mi è apparsa e mi ha detto che non aveva risposto, perché aveva disapprovato la vostra condotta; la vostra imprudente politica è causa del sangue versato. Vi ordino, da parte sua, di non intrufolarvi più negli affari di stato, e soprattutto di non suscitare più torbidi di cui, presto o tardi, sarete la vittima"». Il saggista francese Jean-Pierre de Luchet (1740-1792), nel suo Essai sur la secte des Illuminés (1789), a pag. 90, così spiegava come andò la faccenda riportata nel Monats Schriff, in base alla testimonianza di un certo cavalier Beylon: «La regina, essendo stata l'ispiratrice principale della rivoluzione del 1756 in Svezia,... scrisse a suo fratello il principe di Prussia per chiedergli consiglio, ma non ricevette alcuna risposta. Poiché il principe era morto poco dopo, non aveva mai potuto sapere la causa del suo silenzio. Così incaricò Swedenborg, in presenza di due senatori, il conte di H. e il conte di T., di informarsi direttamente dallo spirito del fratello. Il conte di H., che aveva intercettato la lettera della regina e l'aveva letta, sapeva bene, così come il conte di T., il motivo per cui la regina non aveva ricevuto risposta. Tutti e due stabilirono di trarre vantaggio da questa singolare circostanza, per far pervenire alla regina un messaggio riguardante le faccende politiche in cui era coinvolta. Nella notte andarono dunque a cercare Swedenborg, e gli dettarono la risposta». Ma anche questa è una versione poco convincente, che la dice lunga su quali possano essere i fondamenti della ricerca della verità sulla base dei documenti storici disponibili, anche in un secolo relativamente vicino a noi come il Settecento.

Il giudizio di Kant

Il giudizio dato da Kant sulla personalità di Swedenborg nei Sogni d'un visionario è sensibilmente più caustico rispetto alla relativa considerazione da lui manifestata nei confronti del veggente nella lettera alla von Knobloch. Il motivo è semplice: quando la lettera fu scritta le informazioni si Swedenborg giunte a Kant riguardavano solo le attività scientifiche dello svedese e gli episodi paranormali a lui attribuiti, mentre quando scrisse i Sogni d'un visionario Kant aveva letto buona parte degli sproloqui degli Arcana Coelestia. Così lo stimato scienziato diventa: «...un certo signor Swedenborg, senza impiego né ufficio, dotato di un discreto patrimonio. Tutta la sua occupazione consiste, com'egli stesso dice, a vivere da più di vent'anni nel più intimo commercio con gli spiriti e con le anime de defunti, a raccogliere da essi notizie sul mondo di là ed a comunicar loro quelle di questo, a comporre dei grossi volumi sulle sue scoperte... Come egli è, se si deve credere a lui stesso, il più grande di tutti i veggenti, così è anche certamente il più grande dei visionari a giudicare dal racconto di chi lo conosce o dai suoi scritti». Nel citare poi gli episodi paranormali attribuiti a Swedenborg, in merito ai quali – nella lettera alla von Knobloch – Kant aveva riferito le ricerche da lui condotte per verificarne l'autenticità, nel libro così si esprimeva: «I racconti seguenti non hanno altra garanzia che la voce comune, il cui valore probante non è certo molto grande». Insomma, un deciso passo indietro rispetto a: «...il fatto seguente mi sembra avere fra tutti il più grande valore probativo e non lasciar realmente adito ad alcun dubbio possibile», come aveva scritto nella lettera.

Nel secondo capitolo di Sogni d'un visionario, intitolato Viaggio estatico di un entusiasta nel mondo degli spiriti, Kant presenta al lettore una sintesi degli Arcana Coelestia: «La grande opera di questo autore comprende otto volumi in quarto pieni di assurdità, che egli offre al mondo come una nuova rivelazione... Noi vogliamo estrarre soprattutto dalle appendici dei suoi capitoli solo gli audita et visa ossia quello che i suoi propri occhi hanno visto e le sue orecchie sentito, perché sono il fondamento di tutte le rimanenti fantasticherie e si inseriscono anche abbastanza bene in quella costruzione avventurosa, che abbiamo sopra arrischiato sulle nubi della metafisica. I suoi racconti e la loro connessione sembrano in realtà essere usciti da una intuizione fanatica e non danno il sospetto che le chimere speculative di una ragione traviata possono averlo portato ad inventarle e ad esporle a fine d'inganno». Riconosciuta la buona fede di Swedenborg, e fermi restando i dubbi sull'equilibrio mentale del medesimo, Kant prosegue: «Io distinguo dunque nel nostro autore il delirio dalla mania e sorvolo sopra le sue sottigliezze stravaganti... perciò, tralasciando molte assurde chimere, ho ridotto la quintessenza del libro a poche gocce».

Dopo aver messo in risalto il ruolo di prescelto da Dio che spesso Swedenborg si attribuisce, sempre sotto le malcelate forme dell'umiltà riconoscente – «la differenza tra lui e gli altri consiste in ciò che il suo interno è aperto, favore di cui egli parla sempre con riverenza (datum mihi est ex divina domini misericordia)» – Kant commenta le descrizioni del mondo degli spiriti: «La presenza degli spiriti concerne invero soltanto il suo senso interno (infatti erano visti solo da Swedenborg, e non da altre persone presenti). Ma egli ne riceve l'apparenza come se fossero alcunché di esterno a lui e li vede sotto figura umana. Il linguaggio degli spiriti è una comunicazione immediata delle idee, ma sempre collegato con l'apparenza della lingua che egli parla e rappresentato come esterno a lui... Così gli spiriti vedono nello Swedenborg le rappresentazioni, che egli ha di questo mondo, con così chiara intuizione, che essi ne sono ingannati e spesso immaginano di vedere immediatamente le cose, ciò che è impossibile; pioché nessuno spirito puro ha la minima sensazione del mondo corporeo... Perciò lo Swedenborg è il vero oracolo degli spiriti, i quali sono tanto curiosi di osservare in lui lo stato presente del mondo, quanto egli lo è di considerare nella loro memoria come in uno specchio le meraviglie del mondo spirituale... Gli spiriti credono pertanto che quanto viene operato in loro dall'influsso delle anime umane, sia pensato da essi soli: come non diversamente gli uomini ritengono in questa vita che tutti i loro pensieri e i movimenti della volontà abbiano origne in loro stessi, sebbene in realtà spesso provengano in loro dal mondo invisibile».

Infine, dopo un accenno ad alcuni aspetti particolarmente strambi dello spiritismo di Swedenborg, Kant tira le somme: «...parlare con un abitante di Saturno è per lui così facile come parlare con una qualunque anima umana... Perciò l'uomo non ha bisogno di aver realmente abitato anche negli altri corpi cosmici per conoscerne tutte le meraviglie. La sua anima legge nella memoria di altri defunti cittadini dell'universo le rappresentazioni che questi si son fatte della loro vita e della loro dimora... Egli parla dunque di giardini, di vaste regioni, di dimore, di gallerie e di portici degli spiriti... le diverse forze e proprietà dell'anima sono in simpatia con gli organi del corpo sottoposti al loro governo... Egli attribuisce quindi al suo corpo una grande varietà di sensazioni, che sono sempre collegate con la contemplazione spirituale, la cui assurdità è però troppo grande perché io possa osare di riportarne solo qualcosa... Io sono stanco di riprodurre qui le assurde chimere del più temerario fra i sognatori e non voglio spingermi fino alla descrizione dello stato dopo la morte... Del resto, è inutile volerlo nascondere, perché salta agli occhi di chiunque, tutto questo lavoro, alla fine, non approda a nulla. Poiché, non potendo le visioni individuali riportate sopra essere dimostrate, la cagione di occuparsene poteva risiedere soltanto nella supposizione che l'autore, per accreditarle, si sarebbe appellato a casi del genere sopracitato, che potessero essere constatati da testimoni oculari. Ma noi non ne troviamo da nessuna parte e ci ritiriamo quindi con un certo imbarazzo da un'indagine pazza».

Una critica a Kant

Una volta riconosciute le ottime ragioni addotte da Kant per prendere le distanze dalle visioni e dalle rivelazioni di Swedenborg, certamente di carattere allucinatorio e forse con qualche componente patologica (come si può intuire leggendo i suoi diari), ci si potrebbe chiedere come avrebbe reagito il filosofo di fronte alla realtà oggettiva dei fenomeni medianici che cominciarono a verificarsi circa un secolo dopo, e che rappresentano per la ragione umana un vero rompicapo, poiché uniscono alla realtà fisica dell'esperienza sensoriale corporea forme di comunicazione psichica non di rado altrettanto bizzarre di quelle contenute nelle opere di Swedenborg. Ma Kant non si occupò oltre di fenomeni paranormali. Tuttavia, nonostante i suoi propositi, non poté sfuggire nemmeno lui ai richiami metafisici delle teorie dello spirito che erano ancora fortemente radicate nella cultura della sua epoca. Qualunque forma anche evoluta di pensiero, che esuli dalla logica matematica, è sempre collegata alle conoscenze ed alle sintonie psichiche dell'epoca in cui viene prodotta, e non può pretendere di avere un valore permanente ed assoluto. Con ogni probabilità, anche elaborazioni del pensiero che ai nostri giorni sembrano particolarmente evolute e godono di rispetto e di consenso, da qui a qualche secolo verranno considerate ingenue, non convncenti e perfino assurde.

All'epoca di Kant la distinzione tra le facoltà mentali attribuite al funzionamento del cervello e l'attività intellettiva determinata dalla presenza nell'essere umano di uno spirito (o di un'anima) indipendente dal corpo, era ancora ben radicata, soprattutto nell'ambito filosofico della metafisica. Le conoscenze scientifiche non avevano ancora prodotto quel quadro culturale predominante ai nostri giorni, nel quale qualsiasi forma di attività mentale viene associata ad un'attività cerebrale (anche se alcuni filosofi e scienziati continuano a sostenere una forma di dualismo tra il fenomeno della coscienza ed il funzionamento del cervello che la determina). Prescindendo dai fenomeni paranormali, oggi una persona di buona cultura è indotta a ritenere – sulla base di valide prove – che in assenza di attività cerebrale non si dia alcuna attività mentale.

Kant, volendo sottrarsi agli inganni della metafisica dogmatica per ridefinire la metafisica come «scienza dei limiti della ragione umana», finì poi per ricadere nell'esigenza di dover ipotizzare un'autonoma vita dello spirito al di là dei limiti della vita umana. Lo spiega bene Morpurgo-Tagliabue nella citata prefazione ai Sogni d'un visionario: nel 1766, l'anno in cui venne scritto il libretto su Swedenborg, il sentimento morale, cioè il bisogno umano di giustizia, di benevolenza e di retta condotta, era considerato da Kant come un fatto antropologico naturale, frutto dell'osservazione e dell'esperienza diretta. Invece nel 1788, nella Critica della ragion pratica, Kant riteneva che la legge morale fosse dimostrabile in base alla ragione stessa, trasformandola da dato antropologico in dato metafisico: il dovere dell'essere umano, secondo Kant, diventa quello di adeguare in ogni circostanza la nostra concezione individuale particolare ad una massima morale universale. Essendo tuttavia ben consapevole che l'esperienza concreta della vita umana mostra che questo processo è solo una tendenza, Kant doveva riconoscere: «che questo progresso possa continuare ininterrotto finché dura la nostra esistenza, e anche oltre questa vita». Infatti l'essere umano «non può sperare nella perfetta adeguazione morale qui o in un momento avvenire immaginabile della sua esistenza, ma soltanto nell'infinità (comprensibile solo a Dio) della sua durata».

Cosa indusse Kant a lasciarsi invischiare nelle questioni derivanti dal voler attribuire al sentimento morale una base razionale? Probabilmente la constatazione che gli esseri umani anelano alla felicità, la quale, secondo lui, doveva coincidere con la conformità integrale alla legge morale. Il comportamento morale dovrebbe assicurare la felicità, anzi dovrebbe coincidere con la felicità, ma – nella maggior parte dei casi – non è così, altrimenti saremmo tutti molto più virtuosi. Non di rado sono proprio le persone virtuose a manifestare caratteristiche forme di malinconia, se non di vero e proprio malumore, dovute anche al fatto di dover riscontrare quanto poco sia diffusa la virtù in questo mondo. Questo non implica, ovviamente, che i malvagi siano felici: il fatto è che felicità ed infelicità si mescolano nella vita secondo dinamiche che in gran parte sfuggono alla ragione umana. Ed infatti in uno degli ultimi suoi scritti inediti (il Progresso della metafisica in Germania dopo Leibniz e Wolf, del 1793), Kant era costretto a servirsi del verbo credere, invece del verbo sapere: «credo a una vita futura eterna come a condizione sotto la quale il mondo può avvicinarsi incessantemente al Sommo Bene». Ma questo Sommo Bene, anziché essere semplicemente identificato con la felicità alla quale gli esseri umani aspirano, per il filosofo prussiano doveva coincidere col raggiungimento della perfetta virtù morale: che questa possa essere un'aspirazione umana, lo si può comprendere, ma che tale processo debba necessariamente avvenire in base ad una logica razionale che eviti di far ricorso a premesse metafisiche dogmatiche, c'è da dubitarne.

Analogie tra il pensiero di Kant e le visioni di Swedenborg

Alla fine Kant era costretto ad ammettere, se pur in forma diversa, quello che avrebbe voluto evitare, e che già aveva criticato nell'opera di Swedenborg, e cioè che la beatitudine della vita eterna sia il premio per una condotta moralmente adeguata nel corso della vita umana. Si tratta di un sentimento e di un'intuizione certamente fondati, e che all'epoca di Kant avevano un valore culturale molto più forte di quanto non avvenga oggi, ma che non possono essere oggetto di una conoscenza di tipo razionale. È evidente, come dato sensibile, che la condizione umana è difficile da sostenere proprio perché la psiche umana si manifesta mediante nuclei in conflitto tra loro e mutevoli nel tempo: se questo è il limite da superare, può essere superato solo in una dimensione che liberi l'io dalla sua soggezione alla psiche umana, e non ragionando sul fatto che: «solo nella lotta con le inclinazioni... l'anima acquista la fortezza morale». La lotta tra la virtù, le passioni e le pulsioni è tutta intrinseca alla psiche umana, e per la sua natura conflittuale non può portare alla beatitudine. In fondo Kant non era poi così distante da certe concezioni visionarie di Swedenborg, anche se esposte in termini meno ingenui.

Per esempio, secondo Swedenborg l'inferno non era un luogo di pena, ma la condizione inevitabile nella quale venivano a trovarsi gli spiriti di determinate persone, sulla base delle inclinazioni manifestate nel corso della vita umana, in relazione ad altri spiriti simili a loro. Nulla impedirebbe, tuttavia, ad uno spirito di intraprendere un percorso evolutivo: solo che nel corso della vita umana vediamo l'evoluzione in termini di tempo, ma non disponiamo di nessun dato sensibile che ci permetta di estendere l'esperienza del tempo al di là dei limiti della vita terrena. Per Swedenborg lo spazio ed il tempo nella dimensione spirituale non esistono, o quanto meno hanno un significato ed un impatto del tutto diverso da quello che hanno in questa vita. Swedenborg non accenò mai alla reincarnazione: per lui ogni spirito è libero di evolversi seguendo la propria inclinazione in quella che è la sua vita ultraterrena. Dopo la morte del corpo infatti lo spirito del trapassato viene accolto nel mondo degli spiriti: dopo una prima fase, in cui viene assistito ed informato sulla sua nuova condizione, lo spirito inizia ad agire autonomamente in accordo con le sue inclinazioni. Nel mondo degli spiriti vi è piena libertà di scoprire e di seguire la propria natura, perché Dio, essendo amore incondizionato, non condanna e non obbliga nessuno, ma lascia agli spiriti la libertà di agire anche in modo malvagio. Lo spirito può sentire sia il richiamo degli stati inferiori che quello dei regni superiori, e quindi procederà in accordo col proprio desiderio di evoluzione.

Secondo Swedenborg: «...uno spirito non è vicino o lontano da un altro, ma sta con esso in rapporti puramente spirituali. Ora le nostre anime, come spiriti, stanno già in questo mondo in una tale unione e comunione: soltanto noi non ci vediamo, in questa comunione, perché abbiamo ancora una intuizione sensibile... Quando poi è stato tolto l'impedimento alla intuizione spirituale, ciò dicesi l'altro mondo: il quale non è un'altra realtà, ma la stessa realtà, solo intuita diversamente. Quando un uomo è giusto nel mondo, quando la sua volontà è retta, quando egli si applica a seguire le leggi della moralità, egli già in questo mondo è in comunione con tutti gli spiriti retti e buoni... E così già qui il malvagio è nella comunione con tutti i malvagi, che a vicenda si odiano: solo egli non si vede ancora in quello stato... Ogni buona azione dell'uomo virtuoso è dunque un passo verso una comunione dei beati, come ogni cattiva azione un passo verso la comunione dei malvagi. L'uomo virtuoso non sale dunque al cielo, ma vi è già: solo si vedrà in tale stato soltanto dopo la morte. Così i malvagi non si vedono nell'inferno, sebbene già vi siano in realtà». Una volta stabilito che non vi è alcun modo di verificare l'attendibilità di simili affermazioni, si può convenire che si tratta di concezioni non molto distanti da quelle esposte dal filosofo Kant.


 

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