I due livelli della realtà

 

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La realtà delle esperienze soggettive

In questa pagina vengono approfonditi i due livelli di realtà che sono stati presi in considerazione nella pagina precedente. Dall'ambito della realtà vengono escluse le esperienze soggettive: si tratta di una scelta di carattere culturale, perché la nostra decisione riguardo a ciò che può essere considerato reale richiede il consenso e l'accordo di una pluralità di persone. Qualora l'esperienza sia soggettiva, come nel caso in cui io vedo un albero o una roccia senza che vi sia alcun altro accanto a me, in grado di confermarmi l'esistenza reale di quell'albero o di quella roccia, io posso considerare l'albero o la roccia come reali solo in quanto ritengo che un'altra persona, nelle mie stesse condizioni, sarebbe in grado di vedere e di percepire lo stesso albero e la stessa roccia.

È bene chiarire che nel momento in cui io vedo l'albero e la roccia, nella mia mente si presenta un'esperienza psichica che mi rende certo circa la loro realtà. Ma cosa accade se io vedo, per esempio, un disco volante? Nonostante la mia esperienza psichica mi possa assicurare della realtà di quanto ho visto, io stesso posso dubitare delle mie facoltà mentali, se nessun altro ha visto ciò che ho visto io, e dunque non posso ricevere nessuna conferma oggettiva. Solo se posso registrare l'evento, per esempio fotografandolo, acquisto una maggiore certezza in merito alla sua realtà, anche se altri potrà mettere in dubbio l'onestà e l'attendibilità del mio documento.

Esiste poi un gruppo di esperienze soggettive che non vengono considerate reali, anche se il soggetto sperimentatore è convinto della loro realtà, perché la sintonia psichica corrispondente le registra come reali. Di questo gruppo fanno parte quelle allucinazioni che vengono sperimentate dal soggetto percipiente non solo come reali, ma anche come oggettive: il soggetto sperimentatore, infatti, non solo non ha alcun dubbio sul fatto che ciò che lui/lei vede sia reale, ma è anche convinto che chiunque altro possa vedere ciò che sta vedendo, e si meraviglia e si insospettisce quando la sua percezione reale dell'evento non viene confermata dagli altri osservatori. Anche in questo caso, comunque, il fatto che la percezione sia allucinatoria, cioè non corrispondente ad alcuno stimolo reale, richiede che altri soggetti siano in grado di confermare l'esistenza di una realtà diversa da quella percepita dalla persona allucinata. In altri casi, come nei sogni lucidi, nelle NDE, o nelle esperienze indotte da sostanze psicoattive, è lo stesso sperimentatore che, col trascorrere del tempo, si accorge della differenza tra la realtà oggettiva sperimentata nello stato ordinario di coscienza, ed una realtà soggettiva (ma non per questo meno reale) sperimentata in uno stato di coscienza non ordinario.   

Le normali esperienze oniriche sono percepite come irreali dalla coscienza del soggetto sognatore nello stato ordinario di veglia, mentre durante il sogno lo stato di coscienza onirico non è nemmeno in grado di interrogarsi sulla realtà di quanto accade nel sogno. Nei sogni coscienti, invece, l'impressione di realtà che si associa a quanto sta accadendo è molto forte, e solo in alcuni casi, grazie ad un certo sforzo di memoria e ad un'analisi comparativa degli elementi presenti nel sogno, l'io cosciente può pervenire al riconoscimento che la realtà di quanto sta sperimentando non può essere oggettiva. Non di rado, infatti, le esperienze compiute dall'io durante un sogno cosciente lo convincono di essere sveglio in un mondo oggettivamente reale. Dunque la convinzione soggettiva in merito alla realtà di quanto l'io cosciente sta sperimentando dipende da una sintonia mentale che ci conferma e ci assicura che ciò che stiamo vivendo è reale, ed è solo nel momento in cui quest'incantesimo si rompe, o viene rotto da qualcun altro, che possiamo accorgerci dell'inganno (magari con rammarico). 

La realtà oggettiva forte

Nello stato ordinario di veglia l'io cosciente di norma viene coinvolto da sintonie psichiche che gli presentano una forma di realtà oggettiva che mi sembra corretto definire come forte, proprio in ragione della forte presa che ha sull'io. Questa realtà è costituita da percezioni sensoriali e da eventi che vengono condivisi da un notevole numero di persone in modo indubitabile. Come si è detto, anche nel caso in cui una persona fosse temporaneamente sola, gli elementi costitutivi di questa realtà presentano i requisiti dell'oggettività, in quanto quella persona è convinta che qualunque altra persona, purché in possesso delle proprie facoltà mentali, nelle stesse condizioni percepirebbe quegli stessi elementi di realtà. Nel caso in cui si dimostrasse che l'esperienza di quella persona è allucinatoria, e dunque non oggettivamente reale, per il soggetto allucinato si tratterebbe di uno shock, dato che dovrebbe dubitare proprio di quelle facoltà mentali sulle quali aveva fatto affidamento. 

Ma è soprattutto in ambito sociale che la realtà oggettiva forte esercita nel modo più intenso il proprio potere di coinvolgimento. Quando tutti – nell'ambito di un sistema – sono concordi nel percepire qualcosa o nel ritenere che un certo evento si sia realmente verificato, ognuno di noi, in quanto membro di quel sistema, è convinto della realtà delle percezioni e degli eventi confermati dagli altri. La realtà ci si presenta allora non come conseguenza di un esame critico, ma come dato di fatto: ciò che si presenta davanti ai nostri occhi è reale, ciò che interagisce col nostro corpo è reale, il nostro corpo è reale. L'autobus sul quale viaggiamo è reale, il posto nel quale lavoriamo è reale, i nostri colleghi di lavoro sono reali. Gli elementi che costituiscono la realtà sono sempre accessibili e rintracciabili, non cambiano (se non nel tempo) e possono essere mostrati agli altri. La percezione della realtà, ovviamente, non ne implica la conoscenza: noi possiamo, per esempio, vedere le stelle, mostrarle agli altri ed accordarci sulla loro realtà oggettiva, senza sapere come son fatte, di cosa sono costituite o perché brillano. Tuttavia alla percezione della realtà si accompagna quasi sempre una descrizione della realtà che presenta caratteri culturali peculiari. Chiunque di noi, se fosse trasportato in un ambiente completamente sconosciuto, nel quale fossero presenti elementi per i quali non dispone di una descrizione culturale collaudata, proverebbe un senso di smarrimento e di inquietudine proprio in ragione del carattere irreale dell'esperienza che sta vivendo, anche se fosse in compagnia di altre persone con le quali potrebbe verificare la realtà oggettiva degli elementi percepiti.

La percezione soggettiva della realtà ci porta a considerare reali anche i nostri stati d'animo, i nostri ricordi, i nostri pensieri, le nostre emozioni e i nostri sentimenti, cioè tutto ciò di cui l'io cosciente fa esperienza nel tempo. Ma nell'ambito della realtà oggettiva forte tutte queste esperienze, per quanto importanti per il soggetto, hanno un significato molto relativo: al massimo possono essere comunicate verbalmente, raccontate ad un'altra persona, la quale – in base alla fiducia che ha in noi – prenderà atto di ciò che noi raccontiamo, ma non potrà mai confermare la realtà oggettiva di ciò che abbiamo sperimentato. Invece ciò che è oggettivo ha il potere di sintonizzare l'esperienza collettiva di un numero considerevole di persone, determinando, per ciascuna di esse, il criterio stesso in base al quale le cose, le persone e gli eventi possono essere considerati reali.

La realtà ed il tempo

In ogni caso, tutte le nostre esperienze umane sono condizionate dal trascorrere del tempo: noi sperimentiamo la realtà del presente, mentre di ciò che è passato conserviamo ricordi più o meno nitidi. Anche la realtà oggettiva diventa meno sicura col trascorrere del tempo. Infatti, nel caso in cui cose, persone ed eventi del passato lascino tracce nel presente sotto forma di documenti, oggetti, manufatti più o meno ben conservati, fossili e depositi geologici, sono proprio questi elementi e la loro oggettività presente a permetterci di considerare come reale ciò che ipotizziamo sia accaduto (con maggiore o minore certezza) in un passato più o meno remoto. Ma nel caso in cui la ricostruzione della realtà sia affidata alla sola memoria umana, qualsiasi certezza viene ben presto meno, e nel giro di un paio di secoli la maggior parte di ciò che era realmente accaduto, di ciò che era presente e che veniva considerato oggettivamente reale – compresi gli esseri viventi, tra cui gli esseri umani – svanisce senza lasciare tracce. Noi possiamo stabilire una data del passato ed un luogo, e – pur sapendo che, in quella data, quel luogo comprendeva vari elementi di realtà oggettiva che potevano essere testimoniati da chiunque vi si fosse trovato – non abbiamo nessun mezzo che ci consenta di ricostruire con certezza quella realtà, che possiamo solo immaginare. E queste difficoltà non tengono nemmeno conto di tutte quelle attività umane che hanno come fine consapevole l'alterazione e la cancellazione della realtà di eventi del passato.   

Influenza della realtà sulla psiche

La nostra cultura, partendo dalla premessa indiscutibile dell'esistenza della realtà fisica, ha stabilito che la realtà determina ed influenza le nostre reazioni psichiche. Infatti, una volta ammeso che la psiche è il prodotto dell'attività cerebrale, tutto ciò che viene sperimentato dall'io cosciente deve essere considerato come l'effetto di un particolare stato di una parte del sistema cerebrale. Questa posizione culturale è una conseguenza dell'attenzione che è stata dedicata, in particolare negli ultimi quattro secoli della storia umana, all'osservazione, allo studio ed all'interpretazione di quella che viene considerata la realtà oggettiva del mondo fisico ed organico. Anche quest'attenzione, tuttavia, ha un'origine di natura psichica: per molti secoli, presso diverse culture, sono state predominanti sintonie psichiche diverse, incentrate su forme di esperienza molto meno attente alla realtà oggettiva.    

La realtà oggettiva debole

Nelle pagine di questo sito è stato dato ampio spazio, oltre che ad alcune interessanti forme di realtà soggettiva, alle manifestazioni di una realtà oggettiva che ho definito debole per distinguerla da quella forte. Si tratta di eventi, sicuramente oggettivi (in quanto percepiti e testimoniati da una pluralità di persone, ed in alcuni casi documentati da strumenti di registrazione), il cui carattere paranormale si inquadra nell'ambito di ciò che viene comunemente definito, anche sulla base della realtà oggettiva forte, come magico, miracolistico, spiritistico, alieno e perfino diabolico. Gli eventi della realtà oggettiva debole sono caratterizzati dal fatto di essere aleatori, imprevedibili, quasi sempre non controllabili, incerti nelle loro dinamiche e sconcertanti, dato che spesso entrano in conflitto con le certezze offerteci dalla realtà oggettiva forte (certezze che, come si è visto, sono quanto meno discutibili). Un altro aspetto della realtà oggettiva debole consiste nell'esigenza di fare ricorso all'attività di entità aliene per spiegare le cause e gli effetti dei fenomeni riscontrati: tali entità possono essere gli abitanti di altri mondi (come nel caso degli UFO), gli spiriti dei trapassati, dèmoni, angeli, santi e divinità di vario genere, a seconda delle preferenze e degli orientamenti più o meno bizzarri della psiche umana.   

In molti casi gli eventi della realtà oggettiva debole si verificano sottraendosi al controllo dell'io cosciente di qualsiasi persona, ma alcuni esseri umani sia femminili che maschili, definiti di volta in volta come maghi, sciamane, streghe e stregoni, uomo-medicina, guaritori, ma anche sante e santi, santone e santoni, mostrano di poter avere un controllo intenzionale più o meno accentuato nei confronti di questo tipo di realtà. Per ottenere questo controllo è necessario non solo essere dotati di un particolare talento la cui natura ci sfugge completamente, ma anche sottoporsi ad un addestramento iniziatico che può durare anni e che comporta esercizi di autodisciplina: si tratta soprattutto di forme di controllo delle sintonie della psiche umana da parte dell'io cosciente. Culturalmente, il percorso iniziatico ha come obiettivo il raggiungimento di un certo grado di controllo sulle entità aliene che possono determinare i fenomeni paranormali (spiriti o dèmoni), la cui oggettiva esistenza non viene messa in dubbio, mentre il concetto di sintonie della psiche, molto più astratto, ha un'importanza filosofica molto relativa. In effetti, anche nell'ambito della realtà oggettiva forte, operare una distinzione tra un evento o un oggetto e la reazione psichica che esso determina nella nostra mente è molto difficile: se un terremoto scuote la terra sotto i nostri piedi, se qualcuno ci minaccia con un'arma, se ci viene diagnosticato un tumore, le reazioni psichiche associate a questi eventi sono per l'io cosciente identiche agli eventi stessi, e qualsiasi ragionamento concettuale avente come obiettivo la separazione tra l'evento reale e la reazione psichica suscitata nella nostra mente si dimostra poco efficace. Questa è la condizione umana ordinaria, nella quale l'io è prigioniero della mente.

Il controllo sulla realtà oggettiva forte

Nella storia recente dell'umanità si riscontra un incremento sensibile del controllo intenzionale degli esseri umani sulla realtà oggettiva forte. Quest'osservazione può sembrare evidente e perfino banale, ma merita qualche approfondimento sulla base della complessità delle reazioni psichiche agli eventi del mondo reale, questi ultimi considerati nella loro duplice natura di eventi naturali e di eventi socioculturali (determinati dall'ambiente umano). Considerando quell'entità individuale che chiamiamo io cosciente, sembra ovvio che esso desideri avere un buon grado di controllo della realtà e che impegni la sua volontà nel tentativo di incrementare tale controllo. Dobbiamo però immediatamente riconoscere che si tratta di un desiderio di origine psichica, determinato dal funzionamento mentale dell'individuo. Il fatto è che l'io cosciente di miliardi di esseri umani, vissuti nel corso dei secoli, ha sperimentato insoddisfazione, afflizione e dolore come reazione mentale a gran parte degli eventi della realtà oggettiva (corpo incluso) dai quali era coinvolto. Ma, come è stato più volte affermato in questo sito, tali reazioni mentali – quando entrano nell'ambito della coscienza – costituiscono l'essenza del fenomeno psichico umano nel suo complesso. Nel tentativo di sottrarsi alla propria condizione (di liberarsi), l'io cosciente ha seguito due percorsi: il primo, prevalente nella cultura occidentale degli ultimi secoli, consiste nella ricerca della felicità (o quanto meno della liberazione dalle sofferenze) attraverso il controllo della realtà oggettiva; il secondo, più diffuso nella cultura esoterica orientale antica (soprattutto in alcune forme di yoga o di zen), prevede un itinerario iniziatico di liberazione all'interno della psiche stessa.

Una differenza fondamentale tra questi due percorsi è data dal fatto che il controllo sulla psiche può essere perseguito individualmente, oppure con l'aiuto di un maestro, di una guida: chi tenta questa strada ha una vocazione al'isolamento, all'eremitaggio, proprio perché l'interazione con altri esseri umani può stimolare reazioni psichiche incontrollate che ostacolano l'iter ascetico. Invece, il controllo sulla realtà viene agevolato dalla collaborazione fra molti individui nell'ambito di un'organizzazione sociale: tutti i progressi tecnologici degli ultimi due secoli sono stati resi possibili dalla creazione di organizzazioni aziendali sempre più evolute e complesse, che oggi costituiscono la base delle nostre economie, senza le quali la vita di tanti esseri umani sarebbe a rischio. Non si può credere ingenuamente che l'io cosciente di una persona che viva in una società come la nostra possa decidere liberamente come controllare le proprie esperienze psichiche: prima ancora che l'io possa prendere coscienza della propria autonoma esistenza, la mente a cui è associato avrà ricevuto una quantità considerevole di informazioni, istruzioni e programmi – determinati dalla complessità del sistema di cui fa parte – che contribuiranno a formare le esperienze psichiche nelle quali si troverà coinvolto. Gli stimoli determinati dalle interazioni con molti altri individui provocano inoltre continue reazioni psichiche immediate, automatiche ed incontrollate, che finiscono col sommergere l'io cosciente anziché aiutarlo a liberarsi. 

La realtà oggettiva debole e l'io cosciente

L'io cosciente non può liberarsi dalla realtà oggettiva forte (e dalle sintonie psichiche determinate dalla stessa, soprattutto nell'ambito dei nostri sistemi sociali) se non attraverso la morte. Ma la realtà oggettiva debole presenta aspetti che sembrano venire in soccorso dell'io anche nel corso di questa vita, sotto un duplice aspetto. Da un lato, spesso gli eventi della realtà debole vengono riferiti ad una forma di esistenza individuale dopo la morte del corpo che può presentare connotati liberatori per l'io cosciente e per le esperienze psichiche nelle quali sarà coinvolto nell'adilà. Questo aspetto si ricollega in qualche modo alle forme di conforto tradizionalmente offerte da alcune religioni, che trasferiscono in un aldilà temporale o non temporale il significato della vita umana, collegandolo alla liberazione dell'io cosciente dalle contraddizioni, dalle afflizioni e dagli aspetti negativi dell'esperienza della vita umana. Ma un altro aspetto della realtà oggettiva debole, che sarà approfondito nella pagina seguente, è quello che implica l'esistenza e l'attività di entità aliene che sembrano molto più libere di noi (vincolati come siamo al nostro corpo ed alle sue esigenze) nei confronti della realtà forte, o che dimostrano un livello di controllo sulla realtà ben superiore al nostro, sia che si tratti di spiriti, o di presunti visitatori alieni (come nel caso degli UFO), o di maghi e guaritori capaci di compiere miracoli. Queste forme di esistenza, e la loro interazione con la dimensione reale della nostra vita, possono essere sentite dall'io cosciente come un aiuto, soprattutto perché spesso si presentano come amichevoli, non ostili, confortanti.  

La relazione tra i due tipi di realtà

Come ho detto, lo scopo delle organizzazioni sociali evolute – che possono essere ormai considerate come dei veri e propri sistemi complessi di esseri umani – è nella maggior parte dei casi quello di acquisire, in una forma o nell'altra, un maggior controllo sulla realtà oggettiva. Tale controllo prevede una prima fase di incremento delle informazioni e delle conoscenze accessibili all'io cosciente, una fase successiva di organizzazione tecnica ed operativa delle conoscenze acquisite, ed un fase organizzativa finale di attuazione concreta dei progetti ideati. Gli esseri umani vengono sempre più addestrati, condizionati e motivati per inserirsi produttivamente e docilmente in questo complesso di sistemi organizzati, ed il numero di persone viventi in questo pianeta è ormai tale che un'eventuali crisi dei sistemi organizzativi e produttivi comporterebbe la morte rapida di molti esseri umani. Questi stessi sistemi costituiscono ormai un aspetto integrante della realtà oggettiva forte, e l'orientamento delle persone che ne fanno parte nei confronti della realtà oggettiva debole può essere ricondotto, come ho già osservato, a due principali direttrici: la prima consiste nella negazione della realtà oggettiva dei fenomeni e degli eventi che si verificano nell'ambito della realtà debole, che vengono tutt'al più relegati nell'ambito delle realtà soggettive; la seconda ritiene che nei confronti della realtà debole vadano adottati gli stessi criteri di conoscenza e di controllo che i sistemi organizzativi umani utilizzano nei confronti della realtà forte. In pratica si stratta di studiare i fenomeni con metodi per quanto possibile rispondenti a criteri scientifici, anche per verificare in che modo tali fenomeni possano essere controllati.   

Ma, come si è visto, sotto questi aspetti la realtà oggettiva debole si mostra molto più sfuggente, ambigua e – in definitiva – incontrollabile di quella forte. Una conoscenza scientifica della realtà oggettiva debole sembra, almeno per il momento, molto improbabile, a partire dalla stessa affidabilità dei risultati sperimentali ottenuti: i dati di un esperimento possono essere smentiti da quelli di un altro esperimento analogo, e laddove si registra un successo da parte di un team di ricerca, un altro team ottiene risultati discordanti. Si ha sempre l'impressione che, nell'ambito della realtà debole, l'interazione tra la psiche umana e l'oggettività del mondo fisico sia molto più forte di quanto non accada nel caso della realtà forte. Da questo punto di vista può essere molto interessante informarsi su cosa è accaduto in relazione ad una serie di fenomeni – che non ho trattato in questo sito perché non sono stati oggetto di ricerche specifiche da parte mia – sui quali esiste un'ampia ed affidabile documentazione acquisita ed elaborata da alcuni tra i più importanti sistemi complessi di controllo della realtà messi a punto dalle società umane evolute: le organizzazioni militari. Mi riferisco agli avvistamenti di UFO (Undentified Flying Objects).    

I dossier sugli avvistamenti di UFO

Fin dagli anni 50 del secolo scorso alcune organizzazioni militari di varie nazioni (tra cui l'Air Force americana) furono incaricate di organizzare un servizio di indagine e di verifica sugli avvistamenti di oggetti volanti non identificati di cui si avevano numerose testimonianze da diverse parti del mondo. La documentazione raccolta da tali servizi – di cui facevano parte sia militari sia civili selezionati tra gli esperti di aeronautica, astronomia ed astrofisica – rimase per diversi anni coperta dal segreto militare ai massimi livelli. A seguito dell'approvazione, nel 1966, della legge sulla libertà di informazione (FOIA, Freedom Of Information Act) negli Stati Uniti, una parte dei documenti secretati divenne progressivamente disponibile agli studiosi. Uno di questi, Joseph Allen Hynek (1910-1986), era un professore di astronomia che aveva collaborato come consulente a tre progetti di ricerca consecutivi dell'Air Force (Sign, Grudge e Blue Book) per l'investigazione degli avvistamenti di UFO avvenuti tra il 1947 ed il 1969. Nel 1977 Hynek pubblicò un libro, The Hynek UFO Report (edizione italiana Rapporto sugli UFO, Mondadori 1978), nel quale, dopo aver esaminato migliaia di rapporti desecretati dell'Air Force, metteva in evidenza le incongruenze delle valutazioni in merito alle possibili cause reali ed oggettive dei fenomeni osservati, anche alla luce della propria esperienza personale come consulente scientifico nell'ambito di quei progetti. Si tratta di un esempio eclatante di prevaricazione della realtà oggettiva forte su quella debole.

Hynek affermava di esser stato inizialmente motivato da un totale scetticismo nei confronti degli avvistamenti di UFO, tanto che si divertiva a dimostrare l'inconsistenza di quelle che a lui sembravano pure assurdità. In effetti, le opinioni prevalenti in merito agli avvistamenti di UFO che potevano essere presi in considerazione perché non liquidabili come invenzioni menzognere da parte dei soggetti che le riferivano, erano le due seguenti: 1) che si trattasse di allucinazioni; 2) che si trattasse di un'errata percezione di eventi ed oggetti appartenenti alla realtà forte (eventi astronomici o meteorici, oggetti come aeromobili o palloni sonda), scambiati per qualcos'altro. Ma la prima ipotesi veniva meno in tutti quei casi (e non erano pochi) in cui l'avvistamento veniva confermato da una pluralità di soggetti, spesso composta da personale qualificato ed affidabile sia civile che militare (piloti di aere di linea o di caccia, addetti al controllo del traffico aereo, osservatori militari, ecc.), ed in diversi casi anche da strumenti radar. La seconda ipotesi era invece invalidata da alcune caratteristiche del comportamento degli oggetti osservati (velocità, repentini mutamenti di rotta, stazionarietà, movimento silenzioso, ecc.) che non potevano essere attribuiti a nessuno degli oggetti naturali o di fabbricazione umana di cui si fosse a conoscenza. Hynek si rammaricava di aver contribuito in qualche caso a favorire un'errata valutazione del fenomeno osservato, avanzando l'ipotesi che si potesse trattarsi di un evento astronomico o atmosferico di cui lui stesso dubitava, nel senso che sapeva bene che non avrebbe potuto produrre gli effetti descritti. Aggiungeva tuttavia che questo genere di valutazione era quanto si aspettavano da lui le autorità alle quali era affidato il coordinamento e la direzione dei progetti.

Le alte sfere di Washington avevano scelto di attenersi al criterio secondo il quale era contrario a tutte le conoscenze scientifiche che un oggetto volante potesse comportarsi nel modo attribuito agli UFO: inverosimili accelerazioni da fermo, virate ad angolo retto, rapide e silenziose sparizioni dopo essersi librati senza sforzo apparente dal terreno. Poiché tutto questo era ritenuto impossibile alla luce delle conoscenze scientifiche, l'Air Force aveva adottato il sillogismo tipico della realtà forte: «Non può essere, dunque non é». Nel libro di Hynek sono riportati e commentati diversi dossier relativi ad avvistamenti oggettivamente comprovati, la cui attribuzione – da parte del personale addetto ai progetti di indagine dell'Air Force – ad eventi naturali o ad apparecchi di fabbricazione umana, erroneamente scambiati per qualcosa d'altro, è ragionevolmente insostenibile e non di rado sfiora il ridicolo. In conseguenza delle ricerche e delle verifiche da lui condotte per diversi anni, Hynek – da scettico convinto qual era – divenne un sostenitore ed uno studioso della realtà oggettiva (debole) degli avvistamenti di UFO, coniando un scala progressiva alla quale fece riferimento anche il regista Steven Spielberg nel suo film Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977).

La morte alla luce della realtà forte 

Il tema della morte degli esseri umani (e, più in generale degli organismi viventi) alla luce della realtà forte presenta un duplice aspetto. Da una parte non se ne può dire assolutamente niente, dato che tutta l'esperienza della realtà forte è relativa a questa vita ed a questo mondo (e universo) fisico: proprio il fatto che la morte del corpo di un essere umano comporti la scomparsa permenente del'io cosciente di quella persona da questa dimensione fisica implica che quell'io cosciente non possa più avere accesso all'esperienza di questa realtà. Sulla base di questo assunto, talvolta i divulgatori della scienza, come pure alcuni scienziati, arrivano a negare perfino la possibilità di una prosecuzione dell'esperienza dell'io cosciente in altre dimensioni: si tratta di opinioni personali prive di un fondamento di conoscenza, dato che di ciò che non siamo in grado di conoscere non si può dissertare scientificamente. Tutt'al più si potrebbe affermare che senza il sistema psicofisico del corpo e del cervello umano l'io cosciente non può fare esperienza della realtà (temporale e temporanea) di questa dimensione fisica.

Ma d'altra parte la realtà socioculturale forte deve registrare il fatto che moltissimi esseri umani mostrano di credere in qualche forma di continuazione dell'esistenza dell'io cosciente dopo la morte del corpo, sia nell'ambito dell'uno o dell'altro sistema di religione organizzata, sia al di fuori di qualsiasi religione. Ovviamente, la psiche umana presenta spesso degli aspetti illusori e fantasmatici che irretiscono l'io cosciente con la prospettiva di eventi futuri che poi vengono smentiti dalla realtà. In parole povere, la realtà oggettiva forte mostra una propria autonomia nei confronti della psiche umana, alla quale non si assoggetta facilmente (soprattutto in relazione all'esperienza psichica del singolo individuo). Nello stesso tempo, lo stesso concetto di realtà oggettiva ha un fondamento psichico: noi siamo abituati a considerare come oggettivamente reale ciò che è, ciò che esiste (temporaneamente), ciò che accade, ma si tratta pur sempre della descrizione psichica – pur se confermata da una pluralità di individui – di un fenomeno la cui essenza ci sfugge completamente. In un certo senso, quello che noi indaghiamo è sempre qualche aspetto della psiche umana, non la realtà in sé: anche quando scopriamo delle leggi matematiche che governano il mondo fisico e ci permettono di controllarne alcuni aspetti, questo accade perché si viene a creare una correlazione (quasi magica) tra alcune sintonie psichiche ed alcuni eventi della realtà.

Proprio perché la morte segna il termine dell'esperienza cosciente individuale della realtà di questa dimensione fisica, la psiche prende il sopravvento in relazone a ciò che può accadere al nostro nucleo cosciente individuale, non tanto dopo la morte – perché il concetto stesso di tempo è legato alla nostra esperienza di questa realtà – quanto una volta varcata una soglia. Normalmente, ci sono come delle barriere – sotto forma di programmi di origine naturale, legati alla tendenza alla sopravvivenza del nostro corpo, o trasmessi nella nostra mente dal sistema socioculturale nel quale viviamo – che ci impediscono di varcare agevolmente quella soglia, ritardando per quanto possibile nel tempo ilmomento in cui quel transito dovrà inevitabilmente avvenire, almeno alla luce delle nostre attuali conoscenze. Vi sono però alcune persone che mostrano un'inclinazione a mettere a rischio la propria vita – o, come si usa dire, a sfidare la morte – decisamente superiore alla norma: possono essere avventurieri, guerrieri, esploratori, praticanti di sport estremi, o perfino delinquenti. Se questa loro tendenza derivi da caratteristiche strutturali organiche o da qualcos'altro, non sono in grado di dirlo: in ogni caso, per queste persone le barriere che impediscono di varcare agevolmente la soglia sono più deboli che per la maggior parte degli esseri umani.

La morte alla luce della realtà debole 

La realtà oggettiva debole presenta degli indizi molto interessanti su quali possano essere le esperienze dell'io cosciente al momento di varcare la soglia ed una volta che si venga a trovare dall'altra parte. Non è tanto lo spiritismo, come teoria interpretativa di molti fenomeni medianici, a determinare un collegamento tra la realtà debole e l'aldilà, quanto piuttosto il fatto che i fenomeni oggettivi della realtà debole rappresentino un enigma per il quale la realtà forte non è in grado di offrire alcuna spiegazione soddisfacente. La realtà debole implica l'esistenza e l'azione di entità e di energie che vanno oltre la stabilità e la solidità che noi attribuiamo al mondo fisico: è come se si aprisse un varco attraverso il quale elementi presenti in un'altra dimensione possono interferire con le cose e con gli eventi oggettivamente percepiti nella realtà forte. La psiche induce poi a stabilire un collegamento tra questo varco e la soglia che viene oltrepassata alla morte del corpo.

Anche i tentativi di spiegazione psichica – cioè mentale, in quanto ipoteticamente riconducibile all'attività cerebrale – dei fenomeni della realtà oggettiva debole, non riescono ad inquadrare tali fenomeni nell'ambito della realtà oggettiva forte: possono solo attribuire alla psiche umana la capacità di influenzare oggettivamente, entro certi limiti, gli eventi del mondo reale. Ma proprio il riconoscimento di questo potere attribuito alla psiche va a scapito della solidità attribuita alla realtà forte. Si badi bene, anzitutto, che il fatto di attribuire alla psiche un certo grado di controllo sulla realtà non significa che tale controllo possa essere esercitato dall'io cosciente: nella maggior parte dei casi, infatti, gli eventi della realtà oggettiva debole sono determinati da persone (medium) il cui io viene a trovarsi in stato di parziale o di totale inconscienza. Sotto questo profilo, il fenomeno psichico dimostra una volta di più la propria autonomia nei confronti della realtà oggettiva forte, anche nel caso in cui si volesse attribuire (pur senza poterlo provare) la capacità di determinare eventi reali ad una particolare forma di attività del cervello umano. In questo modo si vorrebbero escludere dal processo altre entità aliene (spiriti, extraterrestri, ecc.), ma l'enigma rappresentato dalle dinamiche psichiche e da ciò che le governa (riuscendo anche a controllare la realtà) non viene assolutamente risolto.

La realtà oggettiva debole crea un ponte tra l'enigma della vita umana e l'enigma della morte. La realtà oggettiva forte, infatti, trae il suo potere dalla continuità con cui la psiche umana interpreta e controlla (o tenta di controllare) questo mondo fisico, potendo contare su un considerevole numero di esseri umani viventi: l'umanità, nel suo complesso, può continuare a vivere per secoli e secoli, anzi – nella percezione comune – l'esperienza umana sembra dover durare per un periodo talmente lungo da poter essere confuso con l'eternità. Nel corso della sua vita, il singolo essere umano viene coinvolto in questo progetto, talmente grandioso e predominante rispetto alle limitate energie di cui l'individuo dispone, da assorbirlo completamente o quasi. Ma l'io cosciente deve prendere atto, nel corso della vita umana, che la sua partecipazione al progetto è solo temporanea, limitata ad un periodo di tempo che rappresenta un attimo, una frazione quasi impercettibile, di quello che si ritiene sia il tempo evolutivo concesso all'umanità (o che l'umanità riuscira a conquistare). Per l'io cosciente, il termine dell'esperienza umana comporta una relativizzazione della realtà forte, dato che la morte – e, prima ancora che la morte, il deterioramento delle facoltà mentali di cui dispone – gli nega comunque la possibilità di continuare a partecipare al progetto e di assistere all'evoluzione futura dell'avventura umana. La realtà debole, invece, apre una finestra su un'altra dimensione nella quale l'esistenza dell'io cosciente sembra assicurata in quanto tale – più che per un tempo infinito, al di fuori del tempo stesso – senza che il divenire intrinseco all'esperienza umana ed alla realtà del mondo fisico imponga un termine ed un limite alle possibilità di esperienza e di elaborazione conoscitiva consentite alla coscienza individuale.


 

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