La ricerca psichica in Italia tra l'800 ed il '900 - 3

 

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Uno sperimentatore imperturbabile

Un'altra importante indagine sulla medianità della Paladino fu condotta nel 1907 dal professor Filippo Bottazzi, all'epoca ordinario di Fisiologia nell'Università di Napoli. Nato a Diso (Lecce) nel 1867, dopo essersi laureato in Medicina e Chirurgia a Roma nel 1893, si specializzò in Fisiologia all'Istituto di studi superiori di Firenze, conseguendo la docenza in tale disciplina nel 1896. Nel 1902 vinse il concorso per la cattedra di Fisiologia dell'Università di Genova e nel 1904 quello dell'Università di Napoli, della quale divenne poi Rettore. Dottore honoris causa dell'Università Cattolica di Milano e dell'Università di Edimburgo, fu membro di numerose accademie e società scientifiche italiane e straniere. Nel 1925 fondò la Società italiana di biologia sperimentale, e nel 1929 fu nominato presidente del Comitato per la biologia presso il CNR, organizzando una commissione di studio per i problemi dell'alimentazione. Fondò tre riviste: l'Archivio di scienze biologiche nel 1919, il Bollettino della Società italiana di biologia sperimentale nel 1926, i Quaderni della nutrizione nel 1934. Pubblicò oltre trecento testi scientifici, tra i quali Chimica fisiologica, del 1899 (opera unica in Italia e per circa un trentennio base della cultura biochimica), Principi di fisiologia, Fisiologia dell'alimentazione e Alimentazione dell'uomo. Fu inoltre un cultore di studi storici e filosofici, in particolare su Leonardo, Spallanzani, Galvani, Matteucci. Nel 1940 fu selezionato tra i candidati al Premio Nobel per la medicina, che però non venne assegnato a causa della Seconda guerra mondiale. Morì a Diso nel 1941.

Il curriculum scientifico del Bottazzi è dunque di tutto rispetto: indirizzatosi allo studio della biologia sperimentale e della chimica fisiologica, eseguì importanti studi e osservazioni in vari rami della fisiologia dell'uomo e degli animali superiori. Dalle sue ricerche scaturì il concetto di gliode di Bottazzi, o protoplasma fondamentale comune a tutte le cellule, rappresentante una fase liquida e omogenea del sistema complessivo che costituisce il citoplasma nel suo insieme. A lui si deve l'elaborazione della teoria sulla funzione tonica del sarcoplasma, secondo la quale mentre le fibrille sarebbero deputate alla contrazione rapida del muscolo, il sarcoplasma indifferenziato sarebbe responsabile della fase tonica, lenta e di sostegno: da tali ricerche derivarono poi quelle sull'origine miogena o neurogena dell'automatismo del cuore e dell'eccitazione dei muscoli lisci. Eseguì studi sulla pressione osmotica delle cellule e dei liquidi organici dell'uomo e degli animali, che culminarono nel concetto di omoosmia, esprimente la costanza di concentrazione molecolare dei liquidi degli animali, e nella distinzione degli animali acquatici in omeosmotici e poichilosmotici a seconda della indipendenza o meno della pressione osmotica dei loro liquidi interni dalla concentrazione salina e dalla pressione osmotica del mezzo esterno. Notevoli ancora i suoi studi sulle proprietà dell'epitelio intestinale e sul metabolismo dei globuli rossi, sul tessuto adiposo e sui suoi enzimi, sulle proprietà colloidali delle proteine e sulla loro tensione superficiale.

Nel 1909 pubblicò il libro Fenomeni medianici osservati in una serie di sedute fatte con Eusapia Paladino, nel quale sono riportati i resoconti di otto sessioni tenutesi a Napoli tra il 17 aprile ed il 5 luglio 1907. L'importanza di questa serie di sedute è data dal fatto che non si tennero in un appartamento, ma in un laboratorio adeguatamente organizzato dal Bottazzi nei locali della Facoltà di Fisiologia. Come egli stesso affermava, il suo atteggiamento in merito ai fenomeni medianici era sempre improntato allo scetticismo, o meglio ancora alla completa indifferenza: aveva dichiarato che, per uno scienziato o per un naturalista, assistere a sedute medianiche equivaleva a gettar via il proprio tempo. Tuttavia, quando lesse sul Corriere della Sera gli articoli di Luigi Barzini e di Enrico Morselli sulle sedute di Genova, qualcosa scattò nella sua mente, inducendolo a passare dall'indifferenza al dubbio, e decise che voleva vederci più chiaro di persona. Nel frattempo erano stati pubblicati dal quotidiano La Stampa tre articoli del dottor Carlo Foà (amico del Bottazzi), relativi ai fenomeni osservati in altrettante sedute con la Paladino a Torino, alle quali aveva preso parte un collega del fisiologo, il professor Amedeo Herlitzka. Consultatosi col suo amico Gino Galeotti, docente di patologia all'Università di Napoli ed anche lui incuriosito dagli articoli di Barzini e di Foà, Bottazzi decise di avviare una ricerca sperimentale, dato che – per quanto non nutrisse dubbi sull'affidabilità, sull'onestà intellettuale e sulla capacità investigativa dei testimoni dei fenomeni riportati negli articoli – quelle esperienze non erano corredate da nessun dato di laboratorio che potesse essere oggettivamente verificabile.

Organizzazione del laboratorio per le sedute

Per convincere la Paladino (notoriamente poco disponibile ad operare in ambienti a lei non congeniali) a tenere delle sedute nel suo laboratorio, Bottazzi chiese a Charles Richet di inviargli una lettera di presentazione per la medium. Ricevutala, si recò con l'amico Galeotti a trovare Eusapia a casa di lei (l'indirizzo gli era stato fornito dall'avvocato Nicola Minutillo, che già aveva partecipato ad alcune sedute), e le mostrò la lettera: sebbene analfabeta, la medium riconobbe un segno convenzionale che Richet aveva tracciato in un angolo del foglio, e quando poi Galeotti le disse di conoscere molto bene il professor Lombroso, la fredda cortesia con cui la Paladino aveva accolto i due uomini si trasformò in una viva simpatia. Secondo Bottazzi, Richet e Lombroso erano le due personalità che Eusapia amava più al mondo, e per le quali aveva un'autentica venerazione. Bisogna aggiungere che, a differenza di quanto aveva fatto Morselli, Bottazzi trattò sempre la medium con molto tatto, gentilezza e rispetto, e che sua moglie – la quale partecipò ad alcune delle sedute – si dimostrò così cordiale nei sui confronti, che la Paladino manifestava sempre il desiderio di poterla avere accanto a sé.

Convintasi dunque a tenere le sedute nel laboratorio predisposto dal Bottazzi, la medium gli lasciò anche libera scelta riguardo agli sperimentatori, chiedendo solo che potesse partecipare anche un suo conoscente, il professor Tommaso De Amicis, docente di Dermatologia e sifilografia all'Università di Napoli. Gli altri partecipanti furono Oscar Scarpa, professore di Fisica ed Elettrochimica al Politecnico di Napoli, l'ingegner Luigi Lombardi, docente di Elettrotecnica nello stesso Politecnico, e Sergio Pansini, professore di Semeiotica medica. In alcune sedute l'ing. Lombardi fu sostituito dall'ing. Emanuele Jona, direttore dei servizi elettrici della Pirelli e presidente dell'Associazione Elettrotecnica Italiana. Oltre alle occasionali partecipazioni della moglie di Bottazzi (Annunziata Fabbri), di Nicola Minutillo e di altre personalità, a tre sedute (4^, 5^ e 6^) prese parte – dietro sua richiesta – il senatore Antonio Cardarelli (1831-1927), illustre e benemerito clinico, della cui attenzione tutti – compresa la Paladino – furono lusingati.

Sebbene la medianità della Paladino in quel periodo fosse ormai in declino, i consueti fenomeni (levitazioni, spostamenti di oggetti, toccamenti da parte di arti umani, globi luminosi, ecc.) non tardarono a manifestarsi. Ma poiché Bottazzi desiderava eseguire esperimenti controllabili mediante la strumentazione predisposta, già dopo la prima seduta ebbe cura di assicurare le apparecchiature ed alcuni degli oggetti ai loro supporti (tavoli, sgabelli o scaffali in legno) mediante staffe e viti, in modo che i movimenti medianici prodotti da Eusapia fossero limitati e non – come accadeva di solito – caotici. In particolare il Bottazzi cercava di indurla ad attivare alcuni strumenti (come ad esempio un tasto telegrafico, un metronomo, un misuratore di pressione), dei quali la medium non conosceva né l'esatta posizione né le modalità di funzionamento. Il fisiologo aveva constatato come tutta l'attività medianica della Paladino comportasse un continuo sforzo teso a controllare e dirigere l'equivalente di un sistema di arti invisibili (una specie di corpo virtuale), ai cui movimenti – spesso incerti e faticosi in termini di energia spesa – corrispondevano sempre dei movimenti minimi, ma ben sincronizzati, degli arti reali della medium. Per esempio, mentre Eusapia tamburellava con le dita della mano (controllata dallo stesso Bottazzi) sulla superficie del tavolino medianico, producendo un rumore ritmico appena percepibile, all'interno del gabinetto oppure in qualche altro punto della stanza si udiva distintamente un tamburino (uno degli oggetti predisposti per la seduta) eseguire con forza ed in perfetta sincronia le stesse battute. Così Bottazzi fece in modo di bloccare il tamburino, collegandone la membrana con un strumento a pressione, in modo che ad ogni battito venisse registrata una linea su un foglio di carta a nerofumo avvolto su un rullo cilindrico in lento movimento ad orologeria (il nerofumo della carta veniva asportato da una punta in metallo collegata al misuratore di pressione della membrana, permettendo di ottenere la registrazione oggettiva dei colpi battuti nel tempo).

Le reazioni della medium e l'ipotesi degli arti virtuali

Questo tipo di procedimenti incontrava una certa resistenza da parte della medium, che non riusciva a destreggiarsi tra queste attività per lei nuove con la stessa disinvoltura ed efficacia con la quale si producevano a caso i consueti movimenti tipici della sua fenomenologia medianica. Il Bottazzi – dopo averle spiegato pazientemente e ripetutamente il funzionamento di ciascuno strumento, dicendole dove era situato e cosa avrebbe dovuto fare per ottenere un determinato risultato (per esempio, premere verso il basso un tasto telegrafico) – notò che inizialmente i movimenti delle mani (reali) della medium, per quanto limitati, erano simili a quelli di una persona che cerchi di trovare al buio, con difficoltà ed a tentoni, un determinato oggetto. Ma una volta che la Paladino era riuscita a superare le difficoltà fino ad ottenere l'effetto richiesto e desiderato, era poi in grado di ripeterlo facilmente ed a volontà. Insomma, tutto sembrava dimostrare come questi arti virtuali della medium (che il Bottazzi paragonava agli pseudopodi di una gigantesca ameba invisibile) fossero assoggettati ad un progressivo processo di apprendimento, che si svolgeva in gran parte mentre Eusapia era in uno stato di trance più o meno profonda. Da questo dipendeva il successo o l'insuccesso di ciascun esperimento: più di una volta l'azione medianica, non riuscendo ad ottenere il risultato richiesto, produsse un effetto negativo come il rovesciamento degli oggetti o il danneggiamento di qualche strumento, ma l'azione persuasiva del Bottazzi e le modifiche da lui operate dopo ogni seduta per migliorare le condizioni di attivazione delle apparecchiature ebbero un esito positivo sulla riuscita di molte esperienze e sull'acquisizione di una documentazione oggettiva, parte della quale venne riprodotta nel suo libro.

L'ipotesi che la medium fosse dotata di appendici plastiche invisibili ma efficienti sembrava confermata anche dal fatto che i fenomeni erano tanto più intensi quanto più le azioni da eseguire o gli oggetti da spostare erano localizzati entro una certa distanza dal corpo della Paladino, mentre diminuivano fino ad annullarsi quando tale distanza aumentava. Inoltre in più di un'occasione fu visto un arto luminescente uscire dalla schiena della medium ed allungarsi in direzione del gabinetto medianico. Bottazzi osservò tuttavia che talvolta, nonostante la Paladino ce la mettesse tutta per ottenere un determinato effetto mentre tutti i partecipanti la incitavano affinché l'esperimento avesse successo, il fenomeno richiesto non si verificava (anche se in una precedente seduta lo stesso esperimento era ben riuscito), quasi che fosse all'opera una volontà aliena in grado di decidere cosa si potesse o non si potesse fare. In qualche caso Bottazzi, pur ritenendo prematuro accettare l'ipotesi spiritista, riconobbe di aver avuto la netta sensazione della presenza di un personaggio reale, seppur invisibile: forse quel John King che la Paladino considerava il suo spirito protettore, e che il professore riteneva piuttosto un prodotto del subconscio della medium. In ogni caso lo studioso riconobbe senza mezzi termini l'autenticità di un gran numero di fenomeni riscontrati, affermando che se – nonostante ciò – qualcuno avesse voluto egualmente metterli in dubbio, sarebbe stato come accusare lui stesso di mentire. Escluse qualsiasi ipotesi di frode da parte della medium in relazione agli esperimenti eseguiti e verificati nel laboratorio da lui predisposto, dichiarando che nessun prestigiatore – per quanto abile – avrebbe potuto ottenere effetti simili nelle stesse condizioni (ed in effetti alcuni prestigiatori avevano già onestamente riconosciuto, in precedenza, di non essere in grado di ottenere i fenomeni prodotti dalla Paladino sotto controllo).

Le ragionevoli conclusioni del Bottazzi

Quanto ai risultati discordanti ottenuti con la Paladino dai diversi ricercatori che con lei avevano sperimentato, il Bottazzi, dopo aver ricordato che nel corso degli anni la medium aveva prodotto in centinaia di sedute fenomeni sulla cui autenticità non v'erano dubbi, osservava come Eusapia non fosse una macchina, ma un organismo vivente. Pertanto era sempre possibile – anche in campo fisiologico – che ad una serie di osservazioni che portavano di norma ad un certo risultato, ne seguisse una che dava un risultato diverso (ed in qualche caso opposto): un ricercatore che si fosse attenuto ai risultati di quell'unica osservazione avrebbe risolutamente negato la possibilità degli esiti riportati dagli altri sperimentatori. Come esempio, Bottazzi citava la stimolazione del nervo vago con una corrente elettrica: di norma si ha come effetto l'arresto del battito cardiaco, ma in alcuni casi – soprattutto quando il battito cardiaco è debole o irregolare – si può ottenere l'effetto opposto, cioè l'attivazione di un battito cardiaco regolare. Analogamente, chi avesse assistito solo ad alcune sedute della Paladino prive di fenomeni di rilievo, sarebbe stato incline a credere che tutte le sedute fossero povere di risultati, e che quelli che dichiaravano di aver assistito ad eventi incredibili o inspiegabili dovessero esser stati o allucinati o ingannati.

Quanto agli innegabili casi in cui la Paladino era stata sorpresa a frodare, inconsciamente ma talvolta anche coscientemente, Bottazzi, pur non negandoli, li attribuiva allo stress a cui era sottoposta la medium nei periodi in cui le venivano richieste molte sedute in ambienti nei quali gli spettatori, spesso paganti, si sentivano in diritto di esigere risultati eclatanti. Eusapia non aveva un'intelligenza sufficiente a farle comprendere il danno enorme che i suoi trucchetti – più o meno ingenui – producevano sulla sua reputazione e sull'affidabilità delle sue doti medianiche, e con l'affievolirsi dei suoi poteri a causa dell'età e delle sempre più precarie condizioni di salute ricorreva di quando in quando ad espedienti messi a punto nel corso di anni ed anni di pratica medianica, peraltro poco efficaci dato che era sempre presente qualcuno pronto a smascherarla. Tuttavia Bottazzi dichiarò che nel corso delle sedute tenute nel suo laboratorio nessuno dei partecipanti era mai riuscito a trovare la medium in difetto, né a scoprire su di lei alcuno strumento adatto a frodare. Eusapia stessa avvertiva i partecipanti quando un movimento del tavolo o delle tende veniva da lei provocato con le mani o col corpo.

Un severo giudizio sull'intelligenza degli scettici ad oltranza

Dopo aver sperimentato in prima persona, Bottazzi esprimeva un giudizio molto severo nei confronti di coloro che, per partito preso, affermavano che tutti i fenomeni fossero dovuti a frode o trucco, senza sapere poi spiegare né dove fosse la frode né in cosa consistesse il trucco. Nella maggior parte dei casi queste affermazioni venivano fatte da persone che non avevano mai sperimentato sul campo con medium veramente dotati (che peraltro son sempre stati pochi), e secondo lui l'arroganza degli scettici ad oltranza equivaleva a considerare dei perfetti imbecilli uomini di scienza la cui intelligenza ed il cui valore si erano manifestati nei più diversi campi, facendo progredire il sapere umano, laddove gli scettici erano quasi sempre persone poco dotate di spirito di ricerca. Ma quando il Bottazzi concludeva sostenendo che le critiche degli scettici ad oltranza potevano aver senso venti o trent'anni prima, quando ancora la ricerca psichica più seria non aveva condotto le proprie indagini né pubblicato i relativi risultati, che ormai nessuna persona di buon senso poteva contestare, si dimostrava molto ottimista: le stesse critiche e gli stessi atteggiamenti negativi nei confronti dell'eventualità che i fenomeni medianici possano esistere sono ben presenti anche ai nostri giorni.

Esperimenti e teorie

Tra i fenomeni che più colpirono il Bottazzi (che pesava quasi 90 chili) vi fu uno spostamento di oltre mezzo metro della sedia su cui era seduto, che la medium – le cui mani erano sotto controllo – non avrebbe potuto in alcun modo eseguire: quando il giorno dopo il fisiologo chiese al suo assistente di laboratorio, un uomo robusto, di spostarlo con tutta sedia su cui era seduto, eseguendo a suo agio le azioni necessarie, questi riuscì con fatica a spostare la sedia di una decina di centimetri. Anche la sincronia, quasi sempre perfetta e registrata dagli strumenti, tra un tasto telegrafico situato sul tavolo medianico ed attivato manualmente dalla Paladino, ed un secondo tasto situato nel gabinetto ed attivato da un'entità ignota, fu considerata dallo studioso e dagli altri partecipanti alle sedute come una prova inconfutabile della genuinità dei fenomeni prodotti dalla medium.

Concludendo il suo libro, il Bottazzi – dopo aver riconosciuto che i tentativi di spiegare i fenomeni medianici erano stati molti, ma, per un motivo o per l'altro, si erano rivelati poco convincenti – riteneva di non essere in grado di formulare una valida teoria esplicativa di tutti i fenomeni sperimentati, ma di poter avanzare un'ipotesi di lavoro e di studio da adottare come base per ulteriori ricerche. Anche se – a differenza del Morselli – non gli sembrava che l'ipotesi dell'intervento di intelligenze aliene rispetto alla medium potesse essere scartata o dichiarata assurda con certezza, pensava che fosse più opportuno continuare a studiare la dipendenza fisiologica e psicologica dei fenomeni prodotti dall'organismo del medium, mediante una rappresentazione virtale di un secondo corpo di natura psichica (o comunque collegato con la psiche del medium) capace di interagire con l'ambiente e con i partecipanti. Sebbene lo studioso precisasse come questa rappresentazione non equivalesse ad una spiegazione, ma dovesse esser considerata solo come un'ipotesi di lavoro, tuttavia nei confronti della stessa restano in piedi tutte le critiche avanzate riguardo al tentativo di spiegazione del Morselli, soprattutto quando Bottazzi affermava che gli arti medianici non differivano in alcun modo, per la loro sensibilità e per la capacità di azione, da quelli reali. Se ne dovrebbe necessariamente concludere che alcune persone – quanto meno i medium – sono dotate di un secondo corpo, il quale, pur essendo di natura diversa dal corpo fisico, è in grado di interagire con l'ambiente fisico: da qui all'ammissione dell'esistenza di un corpo eterico, o di un perispirito, il passo è breve.

Gli studi di Visani Scozzi sugli stati ipnotici e medianici

Il medico Paolo Visani Scozzi (1858-1918) pubblicò nel 1901 un'opera, La medianità, che ancor oggi costituisce uno dei testi più validi per chi voglia comprendere alcuni degli aspetti più sorprendenti del funzionamento del cervello umano e delle relative correlazioni psichiche. Il nucleo centrale del libro (la seconda parte) è costituito dai resoconti dettagliati e meticolosi (ognuno dei quali occupa più di 50 pagine) di quattro sedute nel corso delle quali il Visani Scozzi ebbe modo di sperimentare a Napoli la medianità di Eusapia Paladino tra l'8 ed il 12 aprile 1895. Ma di notevole interesse è anche la prima parte, nella quale l'autore – che si era impegnato attivamente nello studio dell'ipnotismo – dapprima ha elaborato un quadro significativo dei fenomeni riscontrati negli stati ipnotici, e poi ha evidenziato sia le correlazioni tra questi ultimi e gli stati della trance medianica, sia le sostanziali differenze che non permettono di ricondurre i fenomeni fisici della medianità (levitazioni, spostamenti di oggetti, apporti, materializzazioni, scrittura diretta, ecc.) a quelli dell'ipnotismo.

Nato a Palazzuolo, nella Romagna toscana, il Visani Scozzi studiò Medicina a Siena ed Bologna. Dopo la laurea seguì i corsi della Scuola di Sanità militare a Firenze, e lavorò come ufficiale medico a Pesaro ed a Chieti. Dal 1885 al 1887 esercitò la professione medica a Cantiano ed a Marradi, in provincia di Firenze, dove conobbe e sposò la vedova benestante Ersilia Ravagli. Poi si stabilì a Firenze, acquistando reputazione e stima, ed un'eletta clientela. Seguendo le proprie idee antimonarchiche ed umanitarie, considerava la professione medica come una missione cui adempì con fervore, curando e confortando con sentimento profondo di fraternità umana. Fu inoltre un vero studioso: positivista per metodo, ed inizialmente materialista, sentì il bisogno di indagare il grande fenomeno della vita ed i principi che lo governano. Divenuto psicologo, rivolse la propria attenzione ai fenomeni del sonnambulismo e della suggestione ipnotica, sui quali molto indagò e scrisse. Lo studio dei fenomeni ipnotici lo condusse ad interessarsi dei fenomeni medianici, dei quali constatò e riconobbe la realtà, cercando in un primo tempo di spiegare la medianità come una derivazione o estensione della fenomenologia ipnotica, senza fare ricorso ad alcun potere esterno al medium ed ai partecipanti. Ma in seguito, soprattutto dopo le quattro sedute con la Paladino del 1895, riconobbe – seppur con rincrescimento – che per spiegare una buona parte dei fenomeni era necessario ammettere l'intervento di altre entità intelligenti.

Un campo di ricerca nuovo ed insicuro

Nel terzo capitolo del suo libro il Visani Scozzi, dopo aver passato in rassegna gli emeriti ricercatori che negli anni precedenti avevano sperimentato con la Paladino e testimoniato mediante pubblicazioni o relazioni la veridicità dei fenomeni ai quali avevano assistito, enumerava le diverse ipotesi da loro avanzate per spiegare i vari aspetti della fenomenologia medianica: si trattava in ogni caso di tentativi provvisori e poco coerenti, dato che quegli stessi uomini di scienza che li proponevano riconoscevano onestamente di trovarsi di fronte ad un campo di indagine del tutto nuovo ed insicuro, che davvero poteva esser definito come scienza occulta, nel senso in cui occulte erano state le varie pratiche adottate dal desiderio di conoscenza umano prima dell'affermarsi del metodo scientifico. L'autore non ebbe difficoltà ad individuare, come già aveva fatto il Brofferio, le contraddizioni irriducibili alle quali ogni singolo tentativo di spiegazione di alcuni fenomeni andava incontro quando si cercava di utilizzarlo per spiegare altri fenomeni, ed in particolare quelli fisici. Il bisogno psicologico di salvaguardare l'intrinseca coerenza del metodo scientifico esigeva (ed esige tuttora) che ogni spegazione di nuovi fenomeni si basasse anzitutto sul ricorso a cause già note. Per questa ragione uno scienziato non poteva accogliere una teoria fondata sull'esistenza di intelligenze esterne ed aliene rispetto agli esseri umani implicati nei fenomeni (cioè il medium e gli altri partecipanti), dato che non v'era modo di studiare scientificamente tali entità intelligenti, né di verificarne l'esistenza.

I limiti delle facoltà che possono essere attribuite alla mente umana

Se le indagini e gli studi sull'ipnotismo avevano portato ad ammettere la possibilità da parte di una mente umana di esercitare la propria influenza ed il proprio controllo su un'altra mente umana, tanto in prossimità quanto a distanza, e dunque potevano anche offrire un quadro interpretativo della telepatia o della chiaroveggenza, si trattava tuttavia di fenomeni ancora riconducibili all'ambito delle facoltà – per quanto eccezionali e non comuni – proprie della mente umana. Va però ricordato che non sono state fino ad oggi individuate le modalità tecniche ed energetiche per le quali i fenomeni di comunicazione e di influenza mentale a distanza possono aver luogo. Ma quando si doveva spiegare lo spostamento di un mobile o la levitazione ed il trasporto di un oggetto pesante, era necessario fare ricorso all'intervento di forze di natura ignota, i cui effetti di azione e reazione in molti casi non potevano essere ricondotti alla persona del medium, anche qualora si volesse ipotizzare – pur senza spiegare come – che una forza psichica come il pensiero intenzionale possa trasformarsi in una forza fisica come quella esercitata da un arto dotato di apparato scheletrico e muscolare, oltre che di sistema nervoso.

Una variante dell'ipotesi spiritica

Nella terza parte del libro l'autore esponeva il suo tentativo di spiegazione dei fenomeni medianici ai quali aveva assistito, ipotizzando l'esistenza di un agente extraumano intelligente (comunemente indicato come entità o spirito) sotto la cui soggezione ipnotica si sarebbe venuto a trovare il medium in stato di trance più o meno accentuata. La volontà prevalente nella determinazione e nella riuscita dei fenomeni era comunque attribuita dal Visani Scozzi all'agente extraumano, mentre il meccanismo della produzione dei fenomeni era dovuto essenzialmente all'esteriorizzazione delle funzioni del medium, con qualche contributo da parte dei partecipanti alla seduta. In linea di massima, i medium si rivelavano soggetti facilmente ipnotizzabili, ma questo non voleva dire che qualsiasi soggetto ipnotico fosse un medium, dunque il nostro autore doveva riconoscere di non sapere né da cosa effettivamente fossero determinate le doti medianiche, né in base a quali conoscenze gli agenti occulti fossero in grado di usarle. In sostanza, Visani Scozzi avallava una delle varianti dell'ipotesi spiritica, senza tuttavia essere in grado di spiegarla in modo più convincente ed esauriente rispetto a quanto non avessero già fatto altri autori, come ad esempio il Brofferio. Comunque le indagini da lui svolte sono state riportate nel libro con scrupolosa precisione, e le sue osservazioni al riguardo – attente, leali e pertinenti – meritano ancor oggi un'attenta lettura, dato che risultano molto illuminanti in relazione ai problemi posti tanto dai fenomeni ipnotici quanto da quelli medianici.

Gli studi psichici di Giovanni Vailati

Infine, merita un cenno l'attenzione dimostrata nei confronti della medianità da un geniale ed eclettico matematico e filosofo, il cremasco Giovanni Vailati (1863-1909), la cui morte a soli 46 anni interruppe un'intensa attività di studi nel campo della storia della scienza, dell'evoluzione del pensiero umano, della logica e della psicologia, testimoniata dai numerosi scritti che ci sono rimasti. Vailati non sperimentò mai direttamente con alcun medium, ma il suo interesse nei confronti della psicologia lo portò ad apprezzare l'impostazione informativa della Rivista di studi psichici – fondata nel 1895 da Giovan Battista Ermacora – alla quale collaborò con alcuni articoli sulla telepatia, sull'ipotesi spiritica, sulla psicologia di Willam James, e di recensione di libri sulla medianità. Ma fin dal 1890, come ricordato in un interessante articolo di Mauro De Zan (presidente del Centro Studi Giovanni Vailati) – L'interesse di Giovanni Vailati per gli studi psichici – aveva intrattenuto rapporti epistolari con Edward Bennett, all'epoca segretario della SPR, alla quale Vailati aderì in quell'anno, rinnovando poi la sua associazione fino al 1901. L'intento di Vailati in merito alla ricerca psichica mirava sia ad operare «una separazione rigorosa tra ciò che è semplice constatazione e descrizione dei fenomeni e ciò che invece ha rapporto alla loro interpretazione e spiegazione», affinché non prevalessero le posizioni mistiche, occultistiche e religiose proprie dello spiritismo, sia a contrastare energicamente la chiusura pregiudiziale verso questo nuovo campo di studi da parte di molti scienziati e psicologi di formazione positivista. Vailati riteneva scientificamente corretto sottoporre ad un'indagine conoscitiva anche quei settori dell'esperienza umana che sembravano antitetici rispetto al pensiero positivista, e si opponeva alle chiusure metafisiche ed all'osservanza dogmatica della maggior parte degli uomini di scienza del suo tempo.

Ma, per coerenza, anche Vailati doveva confrontarsi con la questione del metodo, se è vero che, secondo quanto sosteneva il Morselli «in scienza non esiste che un criterio unico e solo per un fatto che si dice osservato da qualcheduno... ed è la esperimentalità (mi si passi la parola) del fatto medesimo, ossia la possibilità di riprodurlo con l'esperimento». Per Vailati l'impossibilità di riprodurre sperimentalmente i fenomeni della ricerca psichica non impediva di studiarli secondo rigorosi criteri metodologici, come quelli adottati dai membri e dalle commissioni della SPR nello svolgimento delle proprie indagini. Così scriveva nel 1896 in una lettera all'amico psichiatra Giulio Ferrari: «Uno dei meriti principali della Società è, secondo me, quello di aver capito la necessità e l’utilità di una cooperazione e d’una collaborazione estesa ed organizzata per la raccolta e soprattutto per l’accertamento dei fatti al cui studio essa si dedica. Essa cerca di promuovere con ogni mezzo l’investigazione spregiudicata e diligente, la conoscenza delle cause di errore nelle osservazioni e delle precauzioni da prendere contro le illusioni della memoria o contro la tendenza del linguaggio a mettere sempre inconsciamente nella descrizione dei fatti qualche cosa di più di quello che è stato realmente osservato. A questo riguardo essa ha dato assai importanza alla creazione d’una terminologia tecnica precisa che precluda ogni ambiguità e faciliti la classificazione naturale dei fatti osservati». Si ha l'impressione che l'interesse del Vailati nei confronti della ricerca psichica fosse motivato da un'esigenza quasi pedagogica di evitare che in questa nuova branca di ricerca si evitassero gli errori che avevano caratterizzato le fasi di sviluppo primitive delle altre scienze. Ma forse Vailati non si rendeva conto del fatto che laddove il fattore psichico diventa predominante, come nella psicologia normale ed in quella patologica, nelle dinamiche dell'inconscio e nei fenomeni dell''ipnotismo e della medianità, i metodi messi storicamente a punto nello sviluppo delle scienze oggettive non sono più efficaci. I suoi sforzi non ebbero un esito positivo, e probabilmente fu questa la ragione per la quale, dopo il 1898, non pubblicò altri articoli su argomenti come la telepatia o la medianità.


 

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