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                                IL MEMORANDUM DI CLEVERNESS

 

Come avevo anticipato verso la fine del racconto Il mito dello Spirito, Cleverness aveva promesso a suo fratello che avrebbe indagato sulla sorte che la Human MInd Inc. riservava all'io cosciente quando arrivava la morte del corpo. Ecco il rapporto redatto da Cleverness. 

Il funzionamento degli umani

Si può iniziare l'indagine considerando la morte dal punto di vista degli umani, i quali – essendo provvisti di un corpo e del relativo cervello – osservano i cambiamenti ed i malfunzionamenti ai quali il corpo va soggetto nel tempo, e notano che ad un certo punto i corpi di altri umani, dopo aver smesso di funzionare, vanno in putrefazione e si dissolvono. Tramite l'attività mentale, vengono elaborate varie esperienze psichiche relative a questo fatto, ma – se si osserva l'umanità nel suo complesso – la maggior parte degli umani si sottomette di buon grado alle sintonie psichiche trasmesse dalla cultura in cui vivono: in pratica, credono in ciò che viene loro insegnato. Quelli che sono dotati di un'intelligenza capace di elaborare criticamente ed autonomamente le sintonie psichiche trasmesso sono relativamente pochi, ed anche l'io cosciente di questi pochi può restare invischiato negli aspetti conflittuali della psiche umana. Inoltre, basta dare uno sguardo alle varie culture umane per accorgersi delle profonde differenze esistenti tra le diverse elaborazioni psichiche relative al destino dell'io cosciente dopo la morte (che gli umani inquadrano nell'ambito delle religioni).

Quando l'io cosciente legge, apprende, pensa, medita, riflette, studia, elabora, in una forma o nell'altra mette in funzione il cervello, al quale si affida per ottenere un certo risultato. Si tratta di un'operazione talmente abitudinaria da venir data per scontata, tanto che l'io dice (a se stesso o agli altri): «Io penso, io studio, ecc.», identificandosi così col proprio cervello. Ma ogni elaborazione mentale, indipendentemente dal modo in cui si forma, è un'esperienza psichica che, dopo essere stata valutata dall'io, con un atto decisionale viene accolta o respinta, oppure può essere temporaneamente archiviata in attesa di nuovi elementi di valutazione. Questo vale soprattutto per le informazioni, le conoscenze ed i programmi che vengono trasmessi all'io dagli altri, mentre, salvo poche eccezioni, l'io degli umani ha un debole per quanto viene elaborato direttamente dal proprio cervello. Tutto questo è comprensibile, perché il cervello fa parte di un organismo della cui sopravvivenza – in un ambiente che può essere ostile – deve farsi carico.

Ma corpo e cervello sono destinati comunque a perire, ed il loro deterioramento comincia già nel corso della vita. Di questo l'io diventa di solito consapevole ben prima che l'evento accada, e comincia a valutare la possibilità di separare il proprio destino da quello del cervello. Affinché questa separazione sia possibile, è necessario che l'esistenza dell'io cosciente non dipenda più da quella del cervello, tuttavia, nella dimensione fisica nella quale l'io sta vivendo l'esperienza umana, le elaborazioni mentali alle quali l'io si affida dipendono effettivamente dal funzionamento del cervello. L'unica via di uscita, per l'io cosciente, consiste nel considerare il cervello come lo strumento creato dall'intelligenza cosmica per sintonizzarsi sulla realtà della dimensione fisica, dimensione che non rappresenta altro che una frequenza, o una gamma limitata di frequenze, nell'ampio spettro delle (forse infinite) dimensioni possibili.

Le mitologie psichiche relative alla sopravvivenza

In queste condizioni, è molto semplice – per le entità che possono controllare le sintonie psichiche – trasmettere e far circolare all'interno della nuvola dei cervelli varie mitologie relative alla vita dell'io cosciente dopo la morte del corpo, compresa quella secondo la quale l'io cosciente è destinato all'annientamento con il venir meno dell'attività cerebrale. E l'io, finché dipende dalle sintonie psichiche che il cervello fa diventare coscienti, viene coinvolto e condizionato dall'una o dall'altra mitologia. Queste mitologie, diffondendosi all'interno della nuvola di cervelli, coinvolgono e – per così dire – contaminano sempre nuovi io. Tuttavia le mitologie non sono equivalenti, e si possono dividere in tre classi, che differiscono tra loro in modo sostanziale. La prima classe è formata dalle sintonie psichiche che convincono l'io che non è possibile alcuna forma di sopravvivenza dopo la morte del corpo. La seconda classe è costituita dalle mitologie che attribuiscono il destino dell'io cosciente nell'aldilà al giudizio ed al potere di qualche forma di superiore autorità, che l'io cerca di ingraziarsi, in un modo o nell'altro, già nel corso della vita. La terza classe, alla quale solo una minoranza di umani sono interessati, è data dalle mitologie di liberazione, per le quali l'io cosciente scopre e percorre con le sue risorse un cammino che lo mette in condizione di scegliere (anche se questo termine non è del tutto appropriato) la sintonia della dimensione in cui desidera (ed anche questo termine andrebbe chiarito meglio) trasferirsi.

Quando l'io cosciente è coinvolto nelle sintonie psichiche che determinano le mitologie (e dunque le forme di pensiero) della prima e della seconda classe, il suo destino dopo la morte resta enigmatico: potrebbe essere quello previsto dalla sintonia psichica dominante fino al momento della morte, ma il personale del dipartimento alle dirette dipendenze di Lord Divine può modificarlo. Le dimensioni extrafisiche, ovviamente, esistono, e l'io cosciente può essere trasferito nell'una o nell'altra di tali dimensioni, mantenendo in misura maggiore o minore i ricordi della trascorsa esistenza terrena o, in qualche caso, perdendoli del tutto. Ha senso, allora, continuare a parlare di io cosciente? Sì, se per io intendiamo il soggetto dell'esperienza cosciente che ha luogo nella nuova dimensione ultraterrena. No, se per io intendiamo il soggetto legato, o qualto meno collegato, ai ricordi della sua precedente vita umana. Dunque, tutto è determinato dal livello e dalla qualità della coscienza, e dalle forme di psichismo prevalenti nella nuova dimensione. Il che corrisponde, né più né meno, a quanto accade anche nella dimensione della vita umana.

In ogni dimensione è necessario un supporto per la coscienza ed uno per la memoria. Nella dimensione della vita umana tale supporto è costituito dal cervello, un organo davvero molto complesso che svolge diverse funzioni. Il trasferimento della memoria in un nuovo supporto – che deve essere eseguito in prossimità della morte affinché i ricordi umani dell'io cosciente possano essere mantenuti – presenta qualche difficoltà, ed a volte riesce solo in parte. Nonostante ciò, il sentimento di continuità dell'esistenza individuale può essere mantenuto anche se i ricordi sono confusi o assenti, in virtù dell'autocoscienza dell'io. Però anche la coscienza deve essere trasferita dal cervello ad un altro supporto: infatti, quando viene sospesa l'attività del cervello che determina la funzione cosciente, l'autocoscienza dell'io va in blackout, e solo il ripristino del normale funzionamento cerebrale ristabilisce la continuità della coscienza. Non ha senso sostenere che anche la coscienza del nulla sia una forma di coscienza, se equivale all'annullamento della coscienza: nella dimensione fisica la coscienza ha bisogno di un supporto adeguatamente funzionante.

Il trasferimento della coscienza

Se dunque l'oggetto della nostra indagine è la coscienza, è necessario che – così come nella dimensione fisica terrena il suo supporto è costituito dal cervello – un supporto equivalente sia disponibile in un'altra dimensione. Questo è senz'altro possibile: d'altra parte, la stessa esperienza umana rende evidente il fatto che la coscienza scopre di esistere nella dimensione fisica, senza sapere come e perché sia finita in questo tipo di esperienza, salvo il dover prendere atto della sua dipendenza dal funzionamento del cervello. Tuttavia, può la coscienza di un umano essere considerata equivalente a quella di un altro umano? Sì, se la si considera come funzione autonoma, indipendentemente dalle esperienze psichiche da essa registrate. No, se si fa riferimento all'io cosciente come soggetto sperimentatore autonomo. E questo non solo perché ogni io cosciente è coinvolto in una serie particolare di esperienze psichiche che rende ogni umano diverso dall'altro, ma anche perché – indipendentemente dalle sintonie psichiche sperimentate – ogni io cosciente è libero di manifestare la propria autonomia di intento in merito alla propria esistenza. Pertanto, dal momento in cui tale intento decisionale porta la coscienza a mettere a fuoco la continuità dell'esistenza dell'io cosciente (temporale o al di fuori del tempo) nell'ambito di un processo evolutivo, lo Spirito viene chiamato in causa affinché tale continuità sia garantita.

Nella gamma delle dimensioni dello Spirito viene infatti identificata una particolare forma di energia dotata di consapevolezza, intelligenza ed intento, alla quale l'io cosciente può connettersi, in una certa misura, già nel corso della vita umana, a condizione di poter sentire l'attrazione che questa entità spirituale esercita.

 (continua)


 

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