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La realtà virtuale

Il cervello e la realtà

Uno dei vantaggi offerti dall'attuale progresso tecnologico è costituito dalla comprensione del funzionamento cerebrale in relazione all'acquisizione ed all'interpretazione dei dati e degli stimoli provenienti dall'ambiente esterno. Già all'inizio del secolo scorso lo svipuppo della tecnica cinematografica aveva dimostrato come fosse possibile illudere il cervello sulla percezione del movimento, presentandogli una serie di 24 (o più) immagini statiche in ogni secondo: la fissità statica di ogni fotogramma (leggermente diverso dagli altri) veniva elaborata dal cervello ed interpretata dalla mente come fluidità dinamica continua. Ma il cinema, riprendendo l'eredità del teatro ed ampliandola con i mezzi tecnici di cui disponeva, ha avuto un enorme successo anche nell'impresa di suscitare sentimenti ed emozioni indipendenti da eventi del mondo reale. La sintonia dell'attività cerebrale con queste dimensioni immaginarie può essere più o meno perfetta, a seconda delle caratteristiche individuali, ma l'elaborazione dell'esperienza fantasiosa è sempre stata una risorsa dell'attività cerebrale, a partire dal mondo onirico.

Nell'antichità la narrazione poetica, dapprima verbale e poi scritta, aveva la funzione di suscitare nell'uditorio emozioni e sentimenti intensi, anche per il forte impatto delle parole sul funzionamento del cervello. Poi, presso quasi tutte le culture, si sentì il bisogno di mettere in scena – in una forma o nell'altra – determinate narrazioni di eventi, in modo che l'uditorio potesse esserne più intensamente (e realisticamente) coinvolto. Questa tendenza alla messa in scena culturale si è poi sempre più sviluppata, imponendosi nelle cerimonie e nelle manifestazioni collettive, mediante atteggiamenti, rituali, costumi e scenografie che, evidentemente, stimolano nel cervello reazioni psichiche di tipo emotivo che coinvolgono più o meno intensamente l'io. La messinscena teatrale è particolarmente efficace nelle cerimonie legate alla tradizione storica, come l'incoronazione di un re o di una regina, o certe parate militari, ed in quelle religiose: il cervello mostra di essere particolarmente sensibile a certi simboli, che stimolano reazioni psichiche complesse e molto coinvolgenti sotto il profilo emotivo e sentimentale.

Ci troviamo di fronte ad un fenomeno psichico, nel quale l'io può essere coinvolto intensamente, che dimostra ancora una volta l'autonomia della psiche rispetto alle condizioni ambientali che determinano la nostra percezione della realtà ordinaria. È vero che gli stimoli provenienti dall'ambiente tendono a prevalere sulle illusioni dell'immaginario: io posso essere immerso in un sogno fantastico (prodotto dal mio cervello), ma il rumore improvviso di un tuono nel mondo reale mi risveglia bruscamente. La sperimentazione dell'immaginario richiede tempo libero – rispetto agli impegni ed alle esigenze della realtà – e condizioni ambientali adatte: in ogni caso il cervello, in quanto strumento che determina l'esperienza psichica, è predisposto alla ricezione ed all'elaborazione di stimoli e di dati che imitano quelli provenienti dal mondo reale. Come si è visto nelle pagine dedicate a particolari esperienze oniriche, nel caso dei sogni lucidi e dei sogni coscienti, l'io cosciente può sperimentare uno stato di realtà non ordinaria indistinguibile rispetto alla realtà ordinaria della condizione di veglia. Si tratta di una realtà mentale temporanea, creata o sintonizzata esclusivamente tramite l'attività cerebrale. Queste esperienze, tuttavia, non sono comuni, e nella maggior parte dei casi avvengono, senza che sia possibile controllarle volontariamente. L'io, in quanto fruitore delle esperienze psichiche determinate dal cervello, cerca sempre il modo di esplorare stati mentali alternativi ed affascinanti.

Le sostanze psicoattive

In questa pagina della sezione sugli stati di coscienza non ordinari sono stati riportati alcuni esempi di esperienze psichiche determinate dall'ingestione di sostanze psicoattive: si tratta di esperienze intense, tanto sul piano emotivo quanto su quello spirituale ed esistenziale, che trasportano l'io in una dimensione ben lontana da quella della realtà ordinaria. Quest'esperienza di realtà virtuale, del tutto soggettiva, si esaurisce nella relazione tra l'io cosciente, in quanto fruitore, ed il cervello drogato, in quanto generatore degli eventi psichici sperimentati (immagini, suoni, emozioni, pensieri, sentimenti, ecc.): gli stimoli esterni, provenienti dall'ambiente, possono esser presenti, ma anche mancare del tutto, ed in ogni caso non vengono interpretati secondo gli schemi utilizzati nello stato di coscienza ordinario. Se riteniamo che l'io cosciente sia nient'altro che una forma di autorappresentazione del cervello, e che le sue scelte siano determinate esclusivamente dalle connessioni che si stabiliscono tra le reti neurali, questa straordinaria capacità del cervello di essere nello stesso tempo generatore e fruitore di una realtà virtuale soggettiva è sorprendente, dato che non si riesce a comprendere né da cosa abbia origine, né quale scopo abbia. Del resto, in quest'ottica la stessa cosa si può affermare in merito alla vita umana.

Qualcosa di analogo si verifica anche per certe esperienze in condizioni critiche, come le NDE (si veda nel merito la sezione ad esse dedicata), qualora le si voglia interpretare esclusivamente come generate dall'attività cerebrale: si tratterebbe di un gioco degli inganni, in virtù del quale alcune parti del cervello metterebbero in scena una rappresentazione illusoria a beneficio di altre parti del cervello – anche senza che vi sia alcuna richiesta in tal senso – generando una realtà virtuale priva di senso e del tutto separata dalla realtà ordinaria. Il cervello vorrebbe così autoilludersi di non dover morire? Di fatto, mostra quasi sempre di non desiderare affatto il ritorno alla vita umana! Dunque, nel caso in cui volessimo ricondurre tutta l'attività mentale – compresa l'autocoscienza dell'io, la sua volontà, il suo desiderio di sperimentare e di conoscere e le sue reazioni nei confronti delle esperienze psichiche – alla sola attività cerebrale, dovremmo necessariamente personalizzare il cervello, cioè attribuirgli tutta la complessità, la conflittualità ed il mistero della nostra esistenza: potremmo allora essere in grado di realizzare un computer dotato di coscienza, di autocoscienza e di autonomia decisionale, ma privo di informazioni riguardo al proprio funzionamento.

Gli stati non ordinari di coscienza, come quelli indotti da sostanze psicoattive o quelli che possono verificarsi in condizioni critiche, mostrano come l'osservazione e lo studio dell'attività cerebrale sul piano fisico non possano dare di per sé informazioni in merito ai corrispondenti stati mentali sperimentati coscientemente dall'io, a meno che l'io stesso non comunichi direttamente quello che sta sperimentando, in modo da poter stabilire una correlazione tra lo stato mentale e lo stato fisico delle reti neurali. Allo stato attuale questo tipo di sperimentazione può essere eseguita in un numero molto limitato di casi, e non è detto che vi sia una corrispondenza biunivoca costante tra i due stati. Bisogna riconoscere che lo studio del cervello umano, in relazione all'attività mentale sperimentata dall'io cosciente, presenta difficoltà enormi: si tratta di una realtà di cui prendiamo atto, senza che riusciamo a comprendere perché questi due aspetti – quello fisico del funzionamento cerebrale e quello dell'esperienza mentale dell'io cosciente – debbano essere così intimamente legati. In ogni caso, dovremmo essere più cauti nel considerare l'attività mentale come nient'altro che un riflesso di quella cerebrale, subordinato a quest'ultima.

La realtà virtuale tecnologica

In questo periodo si sta perfezionando e diffondendo una forma di realtà virtuale che, mediante idonee apparecchiature, trasmette al cervello segnali visivi, auditivi e talvolta anche tattili, che simulano un mondo tridimensionale in modo molto efficace. Se consideriamo i progressi tecnici degli ultimi decenni nel campo dei computer, possiamo ipotizzare che questa forma di realtà virtuale si perfezionerà sempre più, fino ad apparire indistinguibile dalla realtà ordinaria. Sarà possibile in questo modo ottenere ogni sorta di emozioni a buon mercato, anche correndo rischi estremi, ben sapendo che il nostro corpo non sarà realmente danneggiato. Questo genere di esperienze ci offre un punto di vista interessante in merito al funzionamento del cervello ed alle sue reazioni agli stimoli ambientali che lo colpiscono: fintanto che l'io cosciente accetterà di essere subordinato all'attività cerebrale, la percezione della realtà risulterà determinata dal funzionamento del cervello. E poiché i cervelli funzionano in rete, interconnessi tra loro, trasmettendosi dati, informazioni e programmi di funzionamento, ci possiamo rendere conto che anche la vita umana – la cui realtà raramente viene messa in discussione – è una forma di realtà virtuale nella quale l'io cosciente è stato irretito: se questo gioco gli piace, può giocarlo fino alla fine, ma se non gli piace, dovrebbe trovare il modo di uscirne.

Bisogna considerare attentamente il fatto che anche il piacere e il dolore, la gioia e la sofferenza, sono elementi del gioco determinati dal funzionamento del cervello. I meccanismi di tale funzionamento oggi possono essere spiegati con una certa precisione (per esempio attraverso la produzione di dopamina nel circuito formato da aree della corteccia, gangli basali e talamo, che ci dà la sensazione del piacere), ma non ci dice da cosa ha origine il piacere in quanto sensazione coscientemente percepita dall'io. Per approfondire la nostra conoscenza tecnologica del funzionamento del cervello come strumento di ricezione della realtà virtuale, dobbiamo anzitutto abbandonare la visione antiquata, ingenua e macroscopica in base alla quale il cervello viene considerato come un organo: esso è un insieme di circuiti complessi che interconnettono sistemi neurali con funzioni specifiche molto diverse tra loro, integrati in un'architettura globale essenziale per il funzionamento dell'insieme: qualcosa di analogo a quanto avviene nei computer progettati dagli umani, anche se realizzato con materia vivente.

La realizzazione ed il perfezionamento di questo computer così complesso, la cui evoluzione è tuttora in corso, è un processo che ha richiesto decine o centinaia di milioni di anni. Un aspetto particolarmente interessante di questo processo – almeno dal punto di vista dell'io cosciente – è dato proprio dall'associazione tra determinati stati programmati di funzionamento dei circuiti cerebrali e le corrispondenti esperienze mentali che coinvolgono l'io cosciente. Va sottolineato come molti altri stati dell'attività cerebrale siano operativi pur restando inconsci, cioè svolgono il loro compito senza coinvolgere l'io cosciente.

In ultima analisi, tutto il processo conoscitivo umano segue due direttrici: da una parte, l'io cosciente cerca di conoscere se stesso mediante esperimenti diretti sulla propria attività mentale, trascurando la componente strumentale fisica che determina tale attività; dall'altra il cervello viene considerato come lo strumento che cerca di conoscere fisicamente se stesso ed il proprio funzionamento, investigando una realtà oggettiva in relazione alla quale si considera sia come soggetto che come oggetto, trascurando tuttavia l'attività mentale necessaria – in termini di intelligenza, inventiva, capacità di ragionamento, intuizione, ecc. – affinché tale processo possa svolgersi. Ognuna di queste due posizioni considera il dualismo mente/cervello come qualcosa di non necessario, anzi di sgradevole, perché mette in discussione le certezze offerte da una visione monista della realtà: riconoscendo tale dualismo, infatti, tanto la realtà fisica quanto quella mentale presentano aspetti di relatività che portano a considerarle come realtà virtuali, e non assolute.

La scoperta della complessità del cervello

Il cervello funziona, tanto negli umani quanto negli altri animali, ma non può, non sa, o non vuole, offrire all'io cosciente informazioni dirette sul proprio funzionamento. Proprio il fatto che gran parte dell'attività cerebrale resti inconscia dimostra come il cervello sia in grado di far funzionare l'organismo anche in assenza di un io cosciente. Negli stati di sonnambulismo, o in certe condizioni di ipnosi, il controllo delle attività del corpo è affidato al cervello, senza che l'io abbia coscienza e memoria di quanto avviene. Le neuroscienze mostrano come l'attività mentale cosciente, il senso di identità individuale e l'autocoscienza dell'io siano determinati dal funzionamento di particolari aree della corteccia cerebrale, tuttavia l'io cosciente deve studiare il cervello come un complesso sistema appartenente al mondo fisico esterno: può conoscere per esperienza diretta interiore solo l'attività mentale.

Accade così che lo studio del cervello da parte dell'io cosciente venga interpretato – da parte di molte persone – come lo studio del cervello da parte del cervello stesso, in base all'ipotesi che ogni forma di attività mentale, e l'esistenza stessa dell'io, siano esclusivamente un prodotto dell'attività cerebrale. In quest'ottica, il cervello diventa contemporaneamente soggetto ed oggetto dell'indagine conoscitiva: questo è possibile grazie alla simultanea esistenza di un gran numero di cervelli interconnessi. Il fatto che il cervello sia un sistema complesso, formato da tante componenti – alcune di origine evolutivamente più antica, altre più recenti – che interagiscono sulla base di miliardi e miliardi di possibili interconnessioni elettrochimiche tra i neuroni, intensificate o inibite dai neurotrasmettitori, è per l'io una scoperta sorprendente e nello stesso tempo sconcertante. Per esempio, la paura è percepita dall'io come un'emozione, o una serie di emozioni, nelle quali è intensamente coinvolto: nell'amigdala, uno dei componenti del sistema cervello, si innesca una serie di reazioni in risposta a determinati stimoli ambientali percepiti, a torto o a ragione, come minacce per l'integrità e l'esistenza stessa dell'organismo. In quei cervelli in cui l'amigdala non esiste o il suo funzionamento è compromesso, l'io non ha paura, e può mettere il suo corpo in condizioni di rischio anche grave, mantenendosi in uno stato di indifferente tranquillità.

È stato anche ipotizzato che coloro che praticano sport estremi ad alto rischio, come il free solo, provino meno paura a causa di una riduzione dell'attività dell'amigdala rispetto ad un cervello standard (per non dire normale). Quanto poi alla standardizzazione del cervello, non si sa bene su quali criteri possa fondarsi, dato che ogni cervello, nella sua complessità, funziona a modo suo: si possono eventualmente raccogliere dati statistici sul modo in cui i cervelli reagiscono a determinati stimoli, ma resta ancora molta strada da fare prima di poter stabilire un modello standard del funzionamento cerebrale. Non vanno poi dimenticati i cambiamenti a cui va incontro il cervello con l'età e, infine, con la morte. Non bisogna inoltre sottovalutare l'aspetto mentale dell'interesse per il funzionamento del cervello: nessun animale mostra di voler studiare come funziona il suo cervello, ed in tutta la storia dell'umanità solo di recente, e solo nella nostra cultura, sono state predisposte le risorse tecnologiche – a partire dal microscopio – e le conoscenze biochimiche che hanno reso possibile uno studio più approfondito di questo complesso sistema. L'interesse per il cervello si sviluppa pur sempre nell'ambito dell'attività mentale dell'io cosciente, certamente collegata all'attività cerebrale, ma non riducibile al mero funzionamento fisico dei circuiti neuronali. Anche per il cervello, accanto all'hardware va riconosciuta l'importanza del software.

Il cervello umano, o almeno quella parte di esso che rende possibile l'attività mentale conoscitiva da parte dell'io cosciente, costituisce lo strumento in virtù del quale la mente mette le sue radici e porta avanti i propri esperimenti ed i propri programmi nell'ambito del mondo fisico. Questo processo può essere esaminato mediante lo studio del funzionamento e dell'evoluzione degli strumenti fisici mediante i quali la mente opera (hardware), ma conserva sempre in sé l'aspetto immateriale dell'informazione (software), che si trasmette da un supporto fisico all'altro. Ogni cervello infatti funziona per un tempo limitato, fin quando non si deteriora e si dissolve, ma i programmi mentali si trasferiscono per trasmissione culturale a nuovi cervelli che li elaborano ulteriormente, attuando un processo di sviluppo programmatico che procede di generazione in generazione. È opportuno che l'approfondimento delle conoscenze sul funzionamento dell'hardware non impedisca il riconoscimento dell'importanza del software – costituito dall'attività mentale conscia – fino addirittura a negarne l'esistenza: la mente è una realtà in sé, non fisica, che nel caso dell'umanità si manifesta attraverso la psiche umana.

Nel riconoscere – correttamente – la correlazione analogica tra ogni stato mentale ed il corrispondente stato funzionale del cervello, facciamo un passo avanti nella conoscenza del nostro modo di funzionare. Ma se identifichiamo la mente col cervello, considerando quest'ultimo come l'unico aspetto significativo di una realtà che è invece intrinsecamente dualista, annulliamo i nostri progressi conoscitivi in nome di un monismo semplificativo che tende al meccanicismo. Purtroppo questo modo di vedere le cose è oggi abbastanza diffuso nella nostra cultura di massa, che privilegia il ruolo degli automi umani. Non dovremmo mai dimenticare la lezione dell'informatica, che associa sempre un elemento non fisico (la quantità di informazione) ad un supporto fisico che – sebbene necessario nella dimensione fisica – non rappresenta il fattore significativo del processo: il cervello umano è stato messo a punto nel tempo da qualcosa che agisce sulla materia e nella materia e che – nella sua evoluzione temporale – potremmo indicare come la Mente. Tutto quello che ci circonda può essere considerato, sotto il profilo informatico, come una manifestazione della Mente che agisce trasformando la materia nel corso del tempo.

Il fatto che nel corso del tempo l'attività del cervello abbia cominciato a sintonizzare un'attività mentale incentrata su un centro di valutazione, di decisione e di controllo che si autopercepisce come io cosciente, è di per sé significativo di una particolare esigenza conoscitiva da parte della Mente, che si realizza mediante l'incremento di informazione (conoscenza) via via che il tempo trascorre. Il fruitore della conoscenza resta sempre l'io cosciente, che non può essere identificato con il cervello nel suo complesso, ma eventualmente solo con quelle aree della corteccia che rendono possibile la percezione dell'esperienza mentale da parte di un soggetto attivo, in grado di sentire, valutare e decidere, nell'ambito delle possibilità che gli sono offerte dal funzionamento del cervello. Nella sua complessità, il cervello è uno strumento tanto meraviglioso quanto imperfetto, individualmente soggetto a rischi di malfunzionamento di ogni genere per cause genetiche, traumatiche, infettive o degenerative. Anche nel subire le conseguenze di queste anomalie, l'io cosciente in alcuni casi si autorappresenta come un'entità autonoma e separata rispetto alle componenti del sistema cerebrale da cui ha avuto origine.

Ogni io cosciente deve necessariamente fare esperienza della vita umana in base alle risorse offerte dal cervello che ne determina l'esistenza, potendo al più contare sull'assistenza da parte di altri cervelli che si connettono al suo. Ma nel valutare l'esperienza mentale è importante considerare quanto di meglio essa possa rappresentare in termini di intelligenza percettiva, emotiva e conoscitiva, senza farsi fuorviare dai problemi funzionali dei singoli cervelli. Quando il cervello è in grado di funzionare al meglio delle sue possibilità, l'attività mentale e l'attività cerebrale procedono parallelamente in una danza armoniosa, riconoscendosi reciprocamente: il cervello dedica una parte delle proprie risorse e delle proprie energie ad accogliere la mente, permettendole di manifestarsi nel mondo fisico, mentre la mente riconosce nel cervello il necessario supporto per l'evoluzione dell'io cosciente nel corso della vita umana. Così, se è vero che l'esperienza mentale è continuamente determinata dal funzionamento del cervello, è altrettanto vero che quella parte del cervello che si traduce nel senso di identità dell'io cosciente viene influenzata dalle reazioni dell'io alle esperienze psichiche.

Il fulcro di questo processo di unione tra l'attività del cervello e l'esperienza mentale nella quale l'io viene coinvolto è rappresentato dalla coscienza, che in sé non è uno strumento di conoscenza, ma solo di percezione. D'altra parte l'io può esercitare le risorse intellettive di cui dispone solo su quei prodotti dell'attività mentale – e dunque dell'attività cerebrale – di cui diventa cosciente. Più volte abbiamo messo in risalto, in questo sito, i limiti della psiche umana e la capacità delle sintonie psichiche individualmente sperimentate di illudere e di irretire l'io, impedendogli di pervenire ad una corretta conoscenza della complessità tanto del mondo fisico quanto di quello mentale. Non si tratta di un difetto della coscienza, la quale svolge, per così dire, solo un ruolo di messaggero. Caso mai, si tratterebbe di un difetto di informazione, intelligenza e capacità di corretta elaborazione dei dati (ragionamento).

In quest'ottica, ogni io cosciente vive (è costretto a vivere) col cervello che il destino gli ha dato, e che cerca di controllare con i limitati mezzi a sua disposizione, quasi sempre ingannato dalle percezioni psichiche determinate dal funzionamento stesso del cervello. Nel caso di probremi di hardware cerebrale – non infrequenti data la complessità del sistema nervoso – l'unica speranza dell'io cosciente di riuscire a venir fuori dalla condizione spesso drammatica in cui può trovarsi è affidata al sistema sociale, cioè alle conoscenze acquisite da altri cervelli in merito al funzionamento del cervello. In qualche caso le terapie funzionano, in altri no: investigare un cervello vivente è sempre complicato, e gli interventi necessari per ripararlo comportano non pochi rischi. Come si vede, la condizione umana dell'io cosciente come entità senziente imprigionata nel funzionamento del proprio cervello può rivelarsi molto difficile, fino ad andare oltre i limiti della sopportabilità, proprio a causa dell'alienità e della complessità del sistema fisico rispetto all'esperienza mentale che da esso dipende.

La ricerca della realtà mentale

In molte vite umane – probabilmente nella maggior parte – l'esperienza mentale dell'io cosciente è determinata e condizionata per tutta la vita dal funzionamento del cervello, che si riflette nella storia personale, in base alla qualità del cervello e dell'organismo nel suo complesso, ed alle condizioni ambientali nelle quali l'organismo si viene a trovare, anche per effetto delle scelte operate dall'individuo. In queste condizioni, se il cervello presenta dei difetti anatomici o funzionali, l'esperienza mentale ne risentirà in modo conforme alla realtà virtuale determinata dal cervello: non fornendo, cioè, informazioni e dati diretti sulla reale condizione cerebrale, ma elaborando pensieri, fantasie, desideri, ossessioni, ecc., che coinvolgeranno l'io cosciente nell'esperienza virtuale della vita a cui deve sottostare. L'io cosciente, via via che acquista esperienza nel corso della vita umana, si accorge che – se non può intervenire direttamente sul funzionamento del proprio cervello – può tuttavia interagire, almeno entro certi limiti, con i prodotti dell'attività mentale, sottraendosi progressivamente all'influenza ed al controllo che questi hanno su di lui, ed anzi acquistando un certo potere decisionale in merito all'attivazione dei propri stati mentali. Attraverso questo processo, l'io cosciente influenza indirettamente il funzionamento del proprio cervello.

Non è mia intenzione difendere il dualismo tra mente e cervello come se fossero due entità completamente separate: nell'ambito di una visione dualista, eventualmente farei riferimento alla differenza tra lo spirito ed il sistema mente/cervello, ma per ora mi limito a considerare l'attività mentale alla luce delle attuali conoscenze scientifiche. Se non interviene qualche novità sostanziale nell'attuale impostazione delle ricerche sul funzionamento del cervello da parte delle neuroscienze, sul piano fisico (l'organizzazione del cervello ed il suo funzionamento) l'io cosciente verrà considerato come il risultato dell'attività coordinata di alcune aree della corteccia cerebrale. Sempre considerando un cervello in buone condizioni dal punto di vista organico, l'attività mentale – così come viene percepita dall'io cosciente, anche nei suoi aspetti illusori e conflittuali – sarebbe comunque indicativa delle condizioni funzionali che si verificano all'interno del sistema cervello nel suo complesso. Se l'io si sente prigioniero di determinate sintonie psichiche dalle quali vorrebbe liberarsi senza riuscirci, o se l'io soffre per un dolore fisico o psichico che vorrebbe eliminare, il conflitto e la sofferenza possono essere ricondotti nell'ambito del funzionamento del sistema cervello, ma perdono immediatamente di significato se non viene riconosciuta la prevalenza dell'io cosciente rispetto a qualsiasi altra componente del sistema: è l'io che sente, è l'io che percepisce, è l'io che soffre o che gioisce. Se si elimina l'io, il sistema può funzionare in qualsiasi modo e con qualsiasi conseguenza, senza che vi sia alcun soggetto interessato a tale funzionamento.

Il motivo per cui l'io cosciente impegna l'attività mentale nello studio del cervello e del suo funzionamento va ricercato nel desiderio di risolvere – in tutto o in parte – i problemi nei quali l'io viene coinvolto dall'attività psichica durante la vita: se la nostra mente non presentasse problemi, conflitti e sofferenze che coinvolgono l'io cosciente, vivremmo in uno stato di completa beatitudine, probabilmente del tutto indifferenti al funzionamento del supporto fisico che rende possibile la nostra esistenza, oppure interessandocene a titolo di piacevole curiosità. Dunque l'aspetto mentale ed il coinvolgimento dell'io cosciente restano sempre in primo piano per la comprensione del processo dinamico che sta alla base dell'incremento della conoscenza da parte dell'umanità nel suo complesso. L'io cosciente di un cervello ben funzionante non è un mero epifenomeno, ma risponde ad una precisa esigenza di ordine mentale (informatico) superiore, interconnessa con gli altri aspetti creativi della vita su questo pianeta, anch'essi determinati dall'evoluzione informatica dei processi di trasformazione.

Sempre nell'ambito dell'attività mentale, è comprensibile come l'io si interroghi sul suo destino, una volta informato del fatto che il proprio cervello andrà incontro ad una inevitabile dissoluzione. Nel merito, la mente ha elaborato ed elabora – tramite l'attività cerebrale – ogni sorta di prospettive, più o meno fantasiose, sull'eventuale prosecuzione dell'esistenza dell'io cosciente nell'aldilà (cioè in un'altra dimensione, diversa da quella fisica di questa vita) o sul suo annullamento definitivo al momento della morte (o anche prima, in caso di coma irreversibile). Quando l'io accetta l'una o l'altra di queste elaborazioni mentali, le conferisce una patente di realtà mentale – per così dire – e si sente più tranquillo (o rassegnato) per quanto riguarda il suo futuro destino. Attualmente, i progressi conoscitivi nel campo delle neuroscienze inducono molte persone a ritenere – mentalmente – che si tratti di una questione tutta interna al cervello stesso, e pertanto col dissolversi del cervello verrà meno anche l'io cosciente ed ogni questione mentale relativa al suo destino. In questa prospettiva, al momento della morte non vi sarà alcun io cosciente in grado di sperimentare alcunché. Sebbene anche questa sia un'elaborazione mentale determinata dall'attivazione di complesse reti neurali, diversi dati sperimentali derivanti dallo studio del funzionamento del cervello possono renderla più convincente, per l'io, rispetto ad altre ipotesi. In un certo senso, è come se una parte del cervello – quella che determina l'autocoscienza dell'io – dicesse: «Mi dispiace, ma devo arrendermi all'evidenza, perché le cose stanno proprio così».

Ma può accadere talvolta che l'io cosciente non voglia ammettere i limiti temporali della propria esistenza, non voglia arrendersi all'evidenza, pur riconoscendo la dipendenza della mente dal funzionamento del cervello. Un noto neuroscienziato, David Eagleman, nel suo libro del 2015 The Brain - The Story of You (Il tuo cervello, la tua storia), pur non avendo dubbi sul fatto che l'io cosciente sia prodotto dall'attività cerebrale, ad un certo punto afferma esplicitamente che le nostre vite sono pilotate da forze che sono al di là della nostra capacità di comprensione e di controllo. In effetti, riconoscendo la propria dipendenza dal funzionamento del cervello, l'io cosciente ammette di essere in balìa di uno strumento di cui non conosce il funzionamento, che non ha contribuito a progettare, e che – di conseguenza – non riesce a controllare. Se invece consideriamo il cervello come lo strumento tramite il quale la Mente si proietta nella dimensione fisica, determinando l'attività mentale dell'io cosciente, la condizione dell'io diventa meno precaria dato che può utilizzare la propria attività mentale per riconnettersi con la Mente: il cervello può funzionare come una ricetrasmittente.

La Mente può esercitare la propria attività creativa anche sui sistemi della realtà fisica. L'io cosciente esercita direttamente questa facoltà all'interno del mondo fisico tramite l'attività mentale, che gli consente di progettare e di realizzare sistemi tecnologici sempre più complessi, partendo dai materiali che si trovano in natura ed incrementando la propria conoscenza delle leggi del mondo fisico. Ma in qualche caso la Mente interviene direttamente sui sistemi del mondo fisico, in modo irregolare ed imprevedibile, senza che l'io riesca a spiegarsi come questi fenomeni possano accadere nel contesto delle leggi naturali. Proprio quando l'io cosciente indirizza la propria attività mentale verso lo studio del funzionamento del cervello si verifica, per così dire, un corto circuito conoscitivo, perché la dimensione fisica dello strumento prevale, deformando l'attività mentale fino a trasmettere alla coscienza l'informazione (fuorviante) che il cervello voglia conoscere se stesso. Il rischio è quello di perdere l'orientamento nella complessità di processi messi a punto da forze che – come afferma Eagleman – sono al di là della nostra capacità di comprensione e di controllo. Dunque la nostra attività di ricerca e di incremento della conoscenza deve sempre fare riferimento alle facoltà della mente umana, sia pure nelle sue manifestazioni più brillanti ed evolute.

In conclusione, l'io cosciente può arrendersi al destino del cervello da cui ha avuto origine, oppure può esercitarsi per creare una connessione tra la propria mente e la Mente universale, mediante l'aiuto di un'entità aliena – lo spirito – che può fare da supporto all'esperienza umana dell'io una volta che il cervello abbia definitivamente terminato la sua attività. Si può obiettare che questo tipo di realtà mentale ha un carattere virtuale ed è intrinsecamente soggettiva (come del resto ogni esperienza dell'io cosciente). È certamente così, se si guarda alla mente dal punto di vista della dimensione fisica nella quale siamo in questa vita. Ma al termine della vita umana può accadere che l'io cosciente sia traferito in una dimensione del tutto diversa, nella quale i vincoli della dimensione fisica non sono più operativi. Una serie di indizi provenienti dalle comunicazioni e dai fenomeni medianici avvalorano l'ipotesi di una realtà mentale che si trasforma in realtà sostanziale nelle dimensioni ultraterrene, dalle quali anche la realtà fisica del nostro universo appare come una manifestazione creativa di una Mente cosmica. Non va dunque trascurata, né derisa come inutile ed illusoria attività consolatoria, l'opportunità offerta alla nostra mente, già nel corso della vita umana, di esplorare – tramite l'attività cerebrale – le manifestazioni della realtà mentale che meglio si accordano con l'esperienza maturata dall'io cosciente durante la vita umana.


 

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