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La morte del corpo

Il corpo e le sue ragioni

Se fino ad ora abbiamo rivolto la nostra attenzione soprattutto all'io cosciente, considerandolo come un'entità autonoma, in grado di prendere le distanze anche nei confronti delle manifestazioni della psiche umana, è venuto il momento di occuparci anche dello strumento psicofisico mediante il quale viviamo questa vita: il nostro corpo ed il nostro cervello. Su una cosa non credo si possano avere dubbi: il corpo ed il cervello sono destinati a morire, e nel caso in cui la morte avvenga in età avanzata, vanno incontro ad un progressivo deterioramento delle loro funzioni. La morte consiste nell'interruzione irreversibile del processo informatico che coordina il funzionamento dei vari organi del corpo, cervello incluso. L'attività mentale, cosciente ed inconscia, determinata dal funzionamento del cervello, è al corrente di questo programma, e produce tutte quelle reazioni psichiche di cui l'io cosciente fa esperienza in relazione alla morte, tanto del proprio corpo quanto di quello di altre persone. Il corpo cerca di proteggere la propria vita, anche quando le decisioni dell'io la mettono a rischio: è evidente come, sotto quest'aspetto, alcuni individui sono più inclini a rischiare rispetto ad altri, e di solito, quando si è giovani, si rischia di più, mentre nell'età matura ed in vecchiaia prevalgono i comportamenti protettivi.

Ovviamente, l'io cosciente può essere spaventato dalla morte, o comunque può essere intristito dal pensiero di dover morire, se si identifica con il proprio corpo-cervello o subisce il fascino dell'esperienza di questa vita, vissuta tramite tale strumento. Ma anche nel caso in cui la morte venga attesa ed affrontata dall'io con sereno distacco, è opportuno prestare attenzione a quello che questo strumento quasi sempre prezioso e fedele, anche se non sempre affidabile e spesso indocile e difficile da controllare, ha da insegnarci in merito al suo ciclo vitale. La morte del nostro corpo è definitiva, e per questo merita rispetto. Anche se il corpo umano è un prodotto di origine naturale, e dunque animale – fatta eccezione per lo sviluppo del cervello che ci permette di fruire di risorse mentali precluse agli animali – la sua complessità, tanto nella crescita quanto nel funzionamento, ci riempie di meraviglia e di ammirazione, come manifestazione ultima del mistero dell'evoluzione della vita sulla Terra nel corso di più di tre miliardi di anni. Dunque vivere la vita del corpo significa anzitutto essere coinvolti in questo processo di crescita, sviluppo, capacità di azione, deterioramento e morte. Dopo aver sperimentato la fase di piena efficienza dell'energia che si trasforma in attività vitale, nel seguire la vita fino al suo termine naturale l'io cosciente si confronta col progressivo declino delle facoltà fisiche e mentali.

Oggi, nelle società economicamente evolute, molte risorse ed energie vengono dedicate alla cura, alla salute ed al benessere del corpo, senz'altro più di quanto non accadesse in passato. Questo atteggiamento compensa lo svilimento, il disprezzo, ed in qualche caso il rifiuto stesso del corpo, che ha caratterizzato altre fasi della nostra storia cultura, e che tuttora si riscontra presso alcune altre culture. Il progresso scientifico degli ultimi tre secoli ha portato ad una conoscenza più approfondita della costituzione e del funzionamento del nostro organismo, suscitando reazioni psichiche di meraviglia, di ammirazione e di rispetto per la sua complessa organizzazione e per le possibilità offerte da questo meraviglioso strumento. Va sempre ricordato, tuttavia, che sotto questo profilo il corpo umano non si differenzia da quello di molti animali superiori, i quali per alcuni aspetti possono essere dotati di risorse superiori alle nostre. Fisicamente parlando, quello che ci differenzia dagli animali è lo sviluppo ed il funzionamento del cervello, un organo per il quale le nostre conoscenze sono ancora limitate. Inoltre non sono molti gli umani che sono in grado di conoscere il proprio corpo e di mantenerlo in buone condizioni di forma e di salute: nella maggioranza prevalgono ancora sollecitazioni psichiche di ogni genere o malfunzionamenti congeniti che determinano un precoce deterioramento dell'efficienza corporea.

I progressi della medicina ed il miglioramento – sotto il profilo igienico e sanitario – delle condizioni ambientali in cui viviamo, hanno avuto come conseguenza il prolungamento della vita di molte persone, ed oggi è possibile arrivare a 90 anni in discrete condizioni psicofisiche, ovviamente se ci si è dedicati per tempo e con costanza alla cura della propria forma fisica. Ma anche in questo caso le condizioni di efficienza e le risorse mentali di un novantenne non sono certo quelle che la stessa persona aveva a quarant'anni. Inoltre moltissime persone soffrono ancora delle più svariate malattie ben prima dei novant'anni: cliniche ed ospedali sono pieni di persone i cui corpi, per una ragione o per l'altra, non sono in grado di funzionare bene. E comunque, in età avanzata, viene il momento in cui il corpo comincia perdere la sua efficienza funzionale in modo progressivo ma irreversibile, finché non muore.

La cosa più strana di questo processo è che, sebbene il corpo sembri avere tra i suoi programmi la protezione della propria vita e l'acquisizione dei mezzi di sostentamento – compiti svolti in parte tramite attività inconsce, ed in parte tramite valutazioni, decisioni ed attività affidate all'io cosciente – né il cervello né l'io abbiano informazioni dirette ed affidabili sul funzionamento del corpo: i segnali che giungono alla coscienza spesso sono vaghi e non facilmente interpretabili, e la diagnostica, affidata agli specialisti, diventa non di rado una vera e propria arte. In passato le cose potevano andare decisamente peggio: spesso alla conoscenza delle vere cause di una malattia invalidante si sostituivano illazioni psichiche di ogni genere, fantasiose ed assurde, che l'ignoranza collettiva induceva a ritenere vere. Per gli stessi motivi, anziché prendere le misure igieniche e sanitarie necessarie a prevenire la diffusione di certe malattie infettive, spesso si agiva in modo da agevolarne la diffusione. Certamente in tutto questo giocava un ruolo di primo piano l'ignoranza dell'io, ma anche le autodifese del corpo – che si attivavano inconsciamente – mostravano i loro limiti. Dunque il corpo ha sempre rappresentato, per l'io cosciente, qualcosa di alieno e di misterioso, la cui conoscenza si è notevolmente ampliata solo in epoca relativamente recente, mediante una paziente ed intelligente attività di ricerca.

Il cervello e la morte

Nel suo complesso, il corpo può essere considerato come il supporto operativo e funzionale perfetto per l'automa umano. Ovviamente, non si tratta di una automa meccanico, come quelli costruiti dagli umani, ma di un organismo biologico al quale l'etichetta di automa può essere applicata solo in relazione alle modalità di controllo del suo funzionamento. Oggi praticamente tutte le persone intelligenti ed istruite concordano nel riconoscere che il centro operativo del corpo, l'elaboratore che ne determina sia le scelte comportamentali che le esperienze interiori, è costituito dal cervello, che – più che un singolo organo – è un insieme di strutture interconnesse collegate, tramite il sistema nervoso, a tutte le componenti del corpo. Tuttavia, mentre la parte biofisica del funzionamento cerebrale può essere indagata scientificamente ed è, almeno in parte, ben conosciuta, la componente che possiamo definire mentale presenta molti aspetti ancora enigmatici e poco chiari. Nel merito, alcuni subordinano ogni evento mentale, comprese la coscienza, la volontà e l'intelligenza, al funzionamento del cervello, avallando così il carattere computazionale e temporaneo di ogni macchina umana, come reazione agli stimoli provenienti dall'ambiente in cui opera. Altri invece ritengono che il cervello determini molti aspetti dell'attività mentale, ma che altri aspetti, come l'autocoscienza dell'io, la volontà ed alcune manifestazioni dell'intelligenza creativa, abbiano un'origine diversa e possano esercitare un'influenza sul funzionamento stesso del cervello.

Penso che non vi possano essere dubbi sul fatto che il ciclo organico del cervello ne prevede l'uso, il deterioramento e la morte. Col tempo infatti le prestazioni del cervello peggiorano, e quando la morte avviene in tarda età alcune funzioni mentali possono essere già compromesse. I fruitori dell'attività cerebrale sono, da una parte, il progetto sociale nei suoi vari aspetti – si pensi all'istruzione, alle attività lavorative, alle interazioni sociali – e dall'altra l'io cosciente, coinvolto nell'esperienza psichica. Ad un certo punto della vita l'io viene informato – dal cervello stesso – che lo strumento sul quale si basa l'esperienza stessa della vita umana è disponibile solo per un tempo limitato, e che nella fase finale della vita il funzionamento di quello strumento può presentare aspetti problematici, difficili da gestire. Spesso il problema diventa sociale, nel senso che altre persone devono occuparsi della gestione di un corpo le cui facoltà cerebrali sono compromesse. In questi casi l'io cosciente del soggetto gestito può ancora avere momenti di lucidità nei quali si rende conto che la sua mente non è più affidabile.

Dopo la morte del corpo anche il cervello va in decomposizione: ogni interazione dell'io cosciente con la realtà fisica viene meno. La morte rappresenta in ogni caso un evento clamoroso, nel quale il nostro corpo ed il nostro cervello sono pienamente coinvolti. È ben comprensibile come le reazioni psichiche nei confronti della morte siano, in generale, negative, ad eccezione di quei casi in cui l'esperienza stessa della vita è diventata a tal punto penosa da non poter più essere sopportata dall'io cosciente. Il cervello non può in ogni caso evitare la propria morte, e l'io cosciente deve confrontarsi con l'evento futuro della morte cerebrale: se l'io ritiene che la sua stessa esistenza sia subordinata al funzionamento del cervello, penserà che la morte cerebrale determini il proprio annientamento, ma anche nel caso in cui pensi di essere il fruitore dell'attività cerebrale nel corso della vita, destinato a separarsene al momento della morte, dovrà affrontare un cambiamento sostanziale. Ecco perché ho affermato che la morte è comunque un evento clamoroso.

Può darsi, però, che quello che appare come un evento di grande importanza visto dalla prospettiva di questa vita, non lo sia più una volta varcato il confine di passaggio tra la dimensione fisica e l'altra dimensione, quella in cui l'io cosciente si trasferirà nel caso di una sua eventuale sopravvivenza. Questo cambiamento tuttavia non riguarderà né il corpo né il cervello, i quali resteranno in questa dimensione, soggetti alle trasformazioni biochimiche della decomposizione del cadavere. Non c'è alcun dubbio, dunque, che lo strumento mediante il quale l'io si forma e prende coscienza della propria stessa esistenza, passando attraverso tutte le esperienze e le peripezie che il destino della sua vita gli riserva, abbia una durata limitata nel tempo e sia soggetto a fenomeni di logoramento e di perdita di efficienza, prima di essere definitivamente distrutto. Nei confronti di questa condizione l'io, in quanto soggetto cosciente dotato di intelletto e di volontà, può reagire sia prendendosi cura del corpo in modo da mantenerlo sano ed efficiente fin quando sia possibile, sia usando il corpo fino al limite delle proprie possibilità, mettendone a rischio l'incolumità e la stessa esistenza: questo secondo atteggiamento è più diffuso nell'età giovanile.

Ad un certo punto, in genere quando un umano raggiunge la fase più avanzata della sua adolescenza, il rapporto tra l'io – già cosciente ma ancora poco esperto, e soprattutto molto coinvolto nelle dinamiche della psiche – ed il suo corpo può essere paragonato, più che a quello tra un pilota e la sua macchina, a quello tra un cavaliere ed il suo cavallo, talvolta docile ed ubbidiente, talaltra ombroso e recalcitrante, ma sempre pronto a morire per un incidente o per sfinimento se il suo cavaliere lo spinge al limite. Io ritengo che la vita temporanea del corpo meriti attenzione, cura e rispetto, ma nello stesso tempo non posso nascondere una certa ammirazione per coloro che mettono a rischio la propria vita per compiere un'impresa, come gli alpinisti o coloro che praticano altri sport estremi: in questi casi lo spirito, qualunque cosa esso sia, esercita una forte influenza sull'io, inducendolo a prevalere sui programmi di autoconservazione del cervello. D'altra parte è anche vero che, se uno muore in giovane età, rinuncia a tutte le esperienze derivanti dal ciclo evolutivo di una vita completa.

Il ciclo corporeo e l'io cosciente

In certe fasi della vita l'io è incline a riesaminare con la memoria, ed in qualche modo a cercare di rivivere, gli eventi salienti del passato. Può accadere allora che si renda conto di come il suo corpo si sia trasformato nel tempo, attraverso un ciclo che, dai primi passi dell'infanzia – allorché i primi barlumi di coscienza cominciavano ad emergere – si concluderà con la dissoluzione post mortem. Le trasformazioni del cervello non sono altrettanto evidenti, dato che non sono percepibili dai nostri sensi, ma possiamo renderci conto di come l'efficienza funzionale del cervello, e l'attività mentale che ne deriva, siano anch'esse soggette a variazioni di rilievo. Da una parte possiamo sostenere che l'anziano di oggi ed il bambino di ieri sono la stessa persona ed hanno la stessa identità, almeno sotto il profilo sociale, tanto che due antichi compagni di scuola, che si erano persi di vista per decenni, possono riconoscersi se si incontrano, e comunicano tra loro come se realmente si conoscessero; ma d'altra parte il tempo scorre in una sola direzione, ed i cambiamenti indotti dalle vicende della vita nel funzionamento del cervello, via via che il tempo passa, sono ben evidenti.

Quello che sembra meno soggetto ai cambiamenti della vita è l'io cosciente, ovviamente considerato come un'entità separata rispetto alle manifestazioni psichiche nelle quali viene coinvolto più o meno intensamente: sia che guardi il mondo attraverso la mente curiosa, meravigliata ed avida di scoperte del bambino, sia che rifletta sul deterioramento delle proprie facoltà mentali, che gli impedisce ormai di vivere pienamente la vita quando è vecchio, l'io cosciente riconosce la propria identità di esploratore, sperimentatore e fruitore di una particolare avventura umana, inclusi i blackout di coscienza che possono intervenire tra la nascita e la morte (e che si producono regolarmente nei periodi di sonno profondo). Anzi, proprio attraverso l'attenta osservazione del funzionamento del proprio cervello, ed in particolare delle trasformazioni alle quali è soggetto nel corso della vita, si consolida l'autocoscienza dell'io, fondata sulla percezione di una propria esistenza autonoma come entità collegata allo spirito, oltre che al cervello ed al corpo. Viene infine il momento, nella vita di ognuno di noi umani, del distacco definitivo dell'io dalle successive vicende alle quali andrà incontro il corpo (cervello incluso). Tale distacco può avvenire anche prima che il cuore cessi definitivamente di battere e venga dichiarata la morte clinica. Nello stesso istante in cui l'io si distacca dal corpo, ogni considerazione oggettiva rispetto al suo destino diventa impossibile, dato che l'oggettività è determinata dal consenso mentale delle persone che continuano a vivere nella dimensione fisica, le quali possono verificare i fenomeni che continuano ad interessare il corpo, ma non ciò che viene sperimentato dall'io dopo il distacco.

Nel corso della vita si stabilisce un rapporto di natura che potremmo definire affettiva tra l'io cosciente ed il proprio corpo: l'intensità e l'efficacia di questo rapporto presentano variazioni di rilievo da un individuo all'altro, e da cultura a cultura. Alcune forme di difesa e di sostentamento del corpo sono già iscritte, per così dire, nei programmi di base, ma è ben noto come i bambini piccoli, nelle loro attività in gran parte inconsce di esplorazione del mondo, vadano incontro ad ogni sorta di rischi incuranti della loro stessa sopravvivenza corporea, senza contare l'elevato rischio di mortalità infantile ancora presente in varie aree geografiche. Dunque i programmi di base tentano di far sopravvivere il corpo, ma non di rado falliscono il loro scopo. Solitamente la sopravvivenza e la sicurezza dei corpi dei bambini dipendono dagli adulti che si prendono cura di loro. Col trascorrere degli anni, le decisioni prese dall'io diventano determinanti nei confronti della sorte del corpo, anche se spesso tali scelte presentano aspetti conflittuali.

Al riguardo, si possono fare molti esempi: tranne che nel caso del suicidio, l'io può decidere di mettere il suo corpo in condizioni ambientali di rischio, pur non volendo che il corpo subisca danni anche definitivi. Chi pratica sport estremi sa che un errore può essere fatale, e fa il possibile per mettersi in condizione di non sbagliare. Chi fa uso di droghe, spesso – ma non sempre – sa che il suo corpo può essere danneggiato, ma spera che ciò non avvenga. Chi combatte in guerra sa che la sua vita è a rischio, ma spera di cavarsela: in questo o in altri casi simili l'io si può trovare in circostanze alle quali non è riuscito a sottrarsi a causa dei suoi obblighi sociali, oppure dei programmi psichici che lo condizionano. L'io in genere cerca di proteggere la vita e l'integrità funzionale del suo corpo, e quando le condizioni ambientali o i difetti interni ne compromettono il funzionamento, le decisioni dell'io hanno quasi sempre lo scopo di rimediare ai danni e di salvare il salvabile. Come conseguenza dei condizionamenti culturali, la stessa morte naturale viene dall'io ritardata per quanto possibile, e subita come un tragico ed ineluttabile evento.

Per non subire passivamente la morte, aggrappandosi con tutte le proprie energie al corpo come unico strumento che gli possa dare la sensazione di esistere (mediante il cervello), l'io cosciente deve poter allentare e poi recidere – ad un certo punto della vita umana – il legame affettivo che lo vincola al proprio corpo e, tramite questo, anche ai corpi di altri esseri umani. A molti di noi questo distacco potrà sembrare qualcosa di innaturale, abituati come siamo ad identificarci non tanto con il nostro corpo, quanto con quelle sintonie psichiche che ci descrivono il corpo ed il cervello come gli unici ed indispensabili strumenti che ci consentono di avere un minimo di esistenza, per quanto povera ed insoddisfacente possa essere. È bene ricordarsi, tuttavia, che il distacco è inevitabile proprio per quelle cause naturali che determinano la morte, e dunque può essere più opportuno affrontarlo consapevolmente quando si è ancora in grado di farlo, piuttosto che rimendarlo sine die ad un'epoca nella quale le nostre stesse risorse mentali potrebbero essere gravemente compromesse.

Il corpo e la mente

Se è vero che l'attività del cervello sintonizza le manifestazioni psichiche – anche sulla base dei segnali inviati dal sistema nervoso periferico – che coinvolgono l'io fino a renderlo, in molti casi, docile strumento guidato dalle interazioni psicofisiche con l'ambiente, è altrettanto vero che l'io, tramite la volontà, può guidare la mente e determinare le azioni del corpo, perfino – come si è visto – in modo contrario ai programmi di autosalvaguardia del cervello stesso. Sotto questo profilo, mi sembra opportuno cercar di chiarire meglio – per quanto possibile – a cosa mi riferisco quando uso il termine mente. Si riesce a comprendere abbastanza bene l'attività del cervello quando gli stimoli ed i segnali provenienti dal sistema nervoso periferico vengono elaborati ed interpretati dalla corteccia cerebrale, per essere poi trasmessi alla coscienza, tramite la quale coinvolgono quella particolare centrale di coordinamento e di controllo che chiamiamo io cosciente. Possiamo così restare nell'ambito dell'interpretazione non dualistica, secondo la quale l'io non sarebbe altro che un'autorappresentazione dell'attività cerebrale cosciente: in parole povere, del cervello stesso.

Non altrettanto facile è capire in che modo questa centrale di controllo – ovunque si trovi nel cervello – possa prendere delle decisioni e delle iniziative, trasformandole poi in impulsi coordinati che si trasmettono all'interno della corteccia, fino ai nervi motori della muscolatura. In altri termini, riusciamo ad immaginare un automa molto ben progettato e dotato di un computer di prim'ordine, ma non abbiamo idea di chi batta i tasti del sistema di controllo. Se si strattasse di un particolare gruppo di neuroni, ci dovremmo chiedere come fanno a decidere, a volere, a inventare: il problema sarebbe semplicemente trasferito dall'autopercezione interiore dell'io ad una particolare rete neurale, senza essere risolto. Perciò, fintanto che non ne sapremo di più, possiamo continuare a considerare la questione dal punto di vista della nostra esperienza interiore cosciente, chiamando mente questa dimensione, ben consapevoli della sua connessione con quella parte dell'attività cerebrale che diventa cosciente. Possiamo dunque affermare che, così come l'attività cerebrale influenza la mente, anche la mente può influenzare l'attività cerebrale. Quando poi qualcuno ci riferirà di aver scoperto nel cervello la controparte neurale di ciò che sperimentiamo come io cosciente, ne prenderemo atto, e cercheremo di comprendere in base a quali meccanismi programmati vengono prese determinate decisioni.

La dimensione mentale, soggettivamente reale per ciascuno di noi, ci appare come qualcosa di separato dalla fisicità del corpo, anche quando siamo consapevoli della sua dipendenza dall'attività del cervello: anzi, proprio il fatto che dal funzionamento di un organo, che fa parte della realtà fisica del nostro corpo, possa derivare qualcosa di così complesso ed immateriale come l'attività mentale sperimentata coscientemente dall'io, in tutte le sue sfumature, con le sue luci e le sue ombre, ci riempie di meraviglia e di ammirazione. Sotto questo profilo, nessuno può ragionevolmente negare l'esistenza dell'attività mentale: sarebbe come negare l'esistenza della coscienza. Si tratta pertanto di un dualismo irriducibile, quand'anche, dal punto di vista funzionale, si riuscisse a ricondurre tutto il fenomeno nell'ambito della sola attività cerebrale. Il fatto che l'attività del cervello determini il sorgere della coscienza, la formazione ed il successivo sviluppo dell'io cosciente, e che quest'ultimo, attraverso le proprie scelte e le conseguenti esperienze psichiche, possa seguire già in questa vita un percorso di evoluzione e di liberazione, è di per sé sorprendente e significativo, al di là del destino che attende l'io alla morte del corpo. Si tratta di un processo dinamico che si fonda su importanti trasformazioni successive, e che pertanto non può essere banalizzato e ridotto in termini meccanicistici.

L'io controlla la mente diventando una sola cosa con la mente stessa, e nello stesso tempo non identificandosi con nessuna delle sintonie psichiche determinate dall'attività mentale. Tramite la mente l'io può controllare anche l'attività cerebrale, ed il funzionamento stesso del corpo. Questo tipo di controllo non è quello che si esercita quando si vuole imporre qualcosa al cervello ed al corpo con uno sforzo di volontà, mirato al raggiungimento di un obiettivo prefissato e voluto: è invece il raggiungimento di uno stato di armonia grazie al quale l'io sente di essere in sintonia con una legge superiore, in virtù della quale tutto funziona come deve funzionare. È uno stato di grazia che, tramite l'io e la mente, si diffonde in tutto il corpo. Questo stato di grazia dovrebbe infine comportare una separazione definitiva non traumatica dell'io cosciente dal proprio corpo. Ovviamente, in questo caso non posso parlare per esperienza personale, dato che sono ancora vivo, ma vi sono vari esempi culturali di esseri umani che sono morti senza soffrire ed in uno stato di perfetta serenità mentale.

Il cervello e l'io cosciente

L'impossibilità di accettare la sopravvivenza dell'io cosciente alla morte ed alla dissoluzione del cervello nasce dalla constatazione degli effetti che le lesioni o le alterazioni di determinate parti del cervello ed aree della corteccia cerebrale hanno sulla percezione cosciente e sulla stessa autopercezione da parte dell'io. Si dà dunque per scontato che l'io non possa avere alcuna autonomia rispetto al funzionamento del suo cervello, e se ne conclude che con la dissoluzione di quest'organo venga meno la coscienza, e di conseguenza anche l'io cosciente non esista più. Questo quadro conoscitivo sembra inattaccabile, se non fosse per i fenomeni paranormali e medianici, e per i limiti delle nostre conoscenze in merito a dimensioni diverse da quella fisica. Tutto quello che possiamo dire è che il cervello umano è una struttura estremamente complessa, ma non sappiamo né come né per quale scopo si sia evoluta proprio in questo modo, né perché – funzionando in modo ottimale – dia origine all'esperienza dell'io cosciente ed a tutte le sfumature della psiche umana.

Andrebbe anche considerato con attenzione il fatto che, essendo i cervelli interconnessi fra loro in quella che ho chiamato la grande nuvola, quando un cervello presenta dei difetti nel suo funzionamento, vi sono altri cervelli pronti ad intervenire per investigare le cause di tali difetti ed eventualmente ripristinare il buon funzionamento del cervello danneggiato. Si ha l'impressione che il cervello sia uno strumento di sintonizzazione e di elaborazione di programmi complessi che per suo tramite vengono immessi ed applicati nella dimensione fisica, ma non hanno origine fisica: appartengono piuttosto ad una dimensione mentale. Un singolo cervello danneggiato è come un computer connesso in rete che funziona male – o smette del tutto di funzionare – a causa dei difetti di alcuni suoi componenti: di conseguenza l'operatore che usa quel computer sarà in una condizione di handicap. Ma gli altri computer collegati in rete continueranno a funzionare ed a ricevere i programmi trasmessi dai programmatori. I difetti di quel singolo computer riguardano solo l'operatore che lo deve usare, ma il funzionamento della rete nel suo complesso non viene compromesso, e soprattutto l'attività di programmazione e di trasmissione dei segnali continua ad andare avanti.

Non ha molto senso fare riferimento ai difetti di un singolo cervello, ed al fatto che ogni cervello è destinato – prima o poi – ad essere distrutto, per concluderne che ciò che accade al cervello dovrà accadere inevitabilmente anche all'io cosciente. È vero che l'io cosciente viene prodotto (o forse, si potrebbe dire, viene risvegliato) e poi viene alimentato dall'attività cerebrale, ma la sua evoluzione è significativa di un processo del quale il cervello rappresenta il supporto fisico: per questo ho paragonato il cervello ad un uovo, e l'io cosciente ad un embrione che si sviluppa al suo interno. Via via che cresce, l'io cosciente si alimenta della sostanza psichica che il cervello produce, ma nello stesso tempo acquista un maggiore potere di controllo sulla mente, cioè sulle sostanze alimentari di cui ha bisogno per continuare a vivere. Bisogna inoltre riconoscere che l'io cosciente non sa nulla in merito all'attività inconscia del proprio cervello, la quale tuttavia si svolge di continuo e produce vari effetti sul funzionamento del corpo e sulla stessa percezione cosciente da parte dell'io. Alla domanda se vi sia nel cervello un centro di controllo dell'attività inconscia, ovviamente distinto dall'io cosciente, non sappiamo cosa rispondere.

L'aspetto che più lascia perplessi e confusi, riguardo alla dipendenza dell'io dal funzionamento del cervello, è che qualsiasi cosa noi apprendiamo in merito alla sua anatomia, all'attività delle sue componenti e delle aree corticali, ed all'interazione delle reti neurali, costituisce un'acquisizione mentale da parte dell'io cosciente, e non è oggetto di una sperimentazione diretta di quanto accade nel mio cervello: è come se l'io fosse qualcosa di esterno, di estraneo, rispetto al cervello stesso dal quale, almeno secondo un certo orientamento della ricerca scientifica, dovrebbe essere prodotto. Questo aspetto mentale è ineludibile: chiunque studi un cervello, ne verifichi e ne interpreti l'anatomia, la fisiologia ed il funzionamento delle varie parti, lo fa mentalmente, in quanto io cosciente che utilizza le facoltà mentali del pensiero, del ragionamento e dell'intelligenza creativa: nel caso in cui tanto l'io quanto le facoltà mentali utilizzate debbano essere ricondotte esclusivamente al funzionamento del cervello, ci verremmo a trovare nella paradossale situazione di un cervello – o di un network di cervelli – che studia un altro cervello dall'esterno, per così dire, anziché trasmettere direttamente alla coscienza informazioni sul proprio funzionamento. Invece si conferma una certa alienità della mente rispetto al cervello stesso di cui, secondo una certa visione meccanicista, essa dovrebbe essere solo un epifenomeno.

Altrettanto enigmatico è l'aspetto inconscio dell'attività cerebrale, soprattutto per gli effetti di coinvolgimento, di disturbo, di condizionamento e di sopraffazione che può avere sull'io cosciente. È evidente che l'io cosciente non è in grado di controllare l'attività inconscia del suo cervello, anche se può tentare di farlo, almeno in parte, mediante tecniche di concentrazione mentale e di meditazione: le indagini sui dati fisiologici eseguite su alcuni yogin hanno dimostrato l'efficacia del controllo mentale su alcune funzioni normalmente regolate inconsciamente dal cervello, come il battito cardiaco o il dolore indotto da ferite chirurgiche. D'altra parte, forme di controllo anche sorprendenti delle attività inconsce del cervello si possono ottenere mediante l'ipnosi. Le nostre conoscenze sul funzionamento del cervello sono ancora troppo frammentarie ed insufficienti per farci sostenere su basi incontestabili che ogni forma di attività mentale sia dovuta esclusivamente ed unicamente all'attività cerebrale.

L'io diventa cosciente della complessità di un sistema del quale il cervello rappresenta l'aspetto fisico e la percezione interiore cosciente l'aspetto mentale. Un'altra parte di questo sistema, rappresentata dalle attività inconsce del cervello, resta al di fuori della coscienza, e dunque delle possibilità di controllo dell'io, ma i suoi effetti possono tradursi in manifestazioni psichiche di cui l'io diviene cosciente. Questo complesso sistema individuale, che potremmo considerare come un apparecchio di ricezione e di elaborazione, è interconnesso in una rete di altri sistemi individuali più o meno simili, i quali sono tutti immersi in un campo cosmico di trasmissioni mentali, del quale possono sintonizzare alcune particolari fasce di frequenze. Rispetto a questo campo così complesso e misterioso, il destino fisico di un singolo ricevitore cerebrale – per di più soggetto a logoramento per usura – diventa pressoché insignificante, dunque è comprensibile come l'attività mentale dell'io cosciente possa essere finalizzata a prepararsi al distacco, al tempo giusto e nel modo meno traumatico, dal supporto psicofisico che gli ha consentito di sperimentare alcuni aspetti della condizione umana.


 

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