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L'automa umano

Analogie e differenze

I progressi della tecnologia umana dell'ultimo secolo ci consentono di mettere a confronto il funzionamento dei più evoluti sistemi informatici di produzione umana con quello degli umani stessi, valutandone le analogie e le differenze. Dobbiamo però tener presente che, mentre i tecnici specializzati conoscono in ogni dettaglio le modalità di funzionamento dei più complessi artefatti tecnologici, molti aspetti del funzionamento umano restano ancora oscuri, e dunque alcune analogie sono fondate su ipotesi non provate. Anzitutto il corpo umano nasce e cresce secondo un processo del tutto diverso da quello utilizzato per produrre gli apparecchi tecnologici, i componenti dei quali vengono realizzati separatamente per essere poi assemblati. Per quanto riguarda il processo di nascita e crescita dell'organismo, gli umani non si differenziano dagli altri animali, mentre il processo di apprendimento umano è in genere molto più lungo e complesso rispetto a quello degli animali, anche se varia da cultura a cultura. Anche i sistemi informatici vengono programmati, di solito in un tempo relativamente breve, ed alcuni programmi sono finalizzati affinché il sistema acquisisca nel tempo varie infomazioni che vengono poi elaborate autonomamente dal sistema stesso, influenzandone il funzionamento.

Le modalità di acquisizione e di elaborazione di informazioni e programmi da parte degli umani sono certamente più complesse e richiedono tempi lunghi. Per quanto concerne il funzionamento dell'organismo, la maggior parte dei programmi sono in dotazione al sistema e si attivano in modo automatico. I più semplici tra questi programmi di funzionamento fisiologico erano già attivi nei componenti delle cellule primitive, e col tempo i programmi semplici hanno dato origine a programmi via via sempre più complessi. Un processo analogo si è verificato, in un tempo assai breve (pochi decenni) nell'evoluzione dei programmi informatici che, partendo da sottoprogrammi iniziali che eseguivano operazioni relativamente semplici, hanno portato alla successiva elaborazione degli attuali linguaggi di programmazione (programmi di programmi) che ci permettono di fruire di complesse realtà virtuali.

La trasmissione dei programmi, che nei computer di qualche tempo fa avveniva mediante un supporto fisico (dischetto o cd), attualmente viene eseguita tramite la rete telefonica o le onde radio nel caso di connessioni wireless. Il sistema di acquisizione e di elaborazione dei programmi, nel caso degli umani, è costituito dal cervello e dal sistema nervoso nel suo complesso. Anche se il cervello umano non funziona come uno dei nostri computer, alcune analogie ci sono: gran parte dei programmi di funzionamento vengono acquisiti tramite imitazione o condizionamento, soprattutto attraverso meccanismi ripetitivi di azioni o di concatenazioni di idee e di pensieri. Anche nel caso degli umani, i programmi vengono trasmessi nell'ambito di una rete di cervelli, e quanto più sono condivisi, tanto più si diffondono. Le variabili che entrano in gioco sono rappresentate dal potere di persuasione o di coercizione associato ad un programma ed a chi lo trasmette, e la prossimità del gruppo di influenza che già condivide il programma. Ovviamente, la differenza sostanziale tra un umano ed un automa computerizzato consiste nel fatto che l'umano è dotato di coscienza, intelligenza e volontà autonoma, mentre il computer può fare solo ciò per cui è stato programmato, in genere sotto il controllo di uno o più esseri umani.

Il funzionamento dell'automa umano

Se è vero che attualmente un computer non ha né coscienza né autocoscienza, non è da escludere che in futuro qualcuno riesca a dotarlo di tale facoltà. Infatti noi umani ci confrontiamo da tempo col problema dell'origine della nostra coscienza, ma non siamo riusciti a risolverlo (nel merito si rimanda alle pagine del sito dedicate alla coscienza). Sappiamo che l'essere coscienti dipende dal corretto funzionamento di alcune aree del nostro cervello, ma non sappiamo in che modo questo avvenga: se di circuiti (reti neurali) si tratta, un giorno potrebbero essere realizzati anche circuiti in grado di trasferire la coscienza in un robot. L'intelligenza – una facoltà di elaborazione autonoma delle informazioni e dei dati che ci rende creativi – è già presente in una certa misura anche nei computer, se è vero che ci riferiamo ad essa come IA (intelligenza artificiale). Dunque, se un umano ha la fondata e ragionevole impressione di essere qualcosa di più rispetto ad un automa realizzato dall'intelligenza umana, gli resta – in fondo – il sospetto di essere anch'esso una specie di automa dotato di risorse superiori, ma senza la capacità di comprendere da dove queste risorse abbiano origine.

Inoltre, solo una minima percentuale di umani si pone il problema delle cause che determinano il proprio modo di funzionare: la maggior parte funzionano, a tutti gli effetti, come veri e propri automi, e non di rado si sentono anche soddisfatti e gratificati dal loro modo di funzionare. Quanto più le società – composte da milioni e milioni di individui – sono complesse ed articolate, tanto più le vite dei singoli umani diventano irrilevanti ed interscambiabili, assoggettate come sono ai condizionamenti ed ai programmi di gruppo che ostacolano i percorsi di ricerca e di liberazione dell'io cosciente. Il funzionamento dell'automa umano è impostato su un basso livello di coscienza, sufficiente a rilevare una gamma piuttosto ridotta di sintonie psichiche che coinvolgono l'io mediante semplici e primitive dinamiche emotive, fondate essenzialmente sulla paura del dolore e della sofferenza e sul desiderio del piacere e della felicità, anche se effimeri. Solo con l'avanzare della vecchiaia, e l'approssimarsi della morte, l'io cosciente comincia a porsi qualche domanda in merito al significato di questo genere di vita, ma per molti individui nemmeno questo avviene: gli schemi mentali determinati dai programmi sociali hanno il sopravvento, e ad essi l'io si aggrappa, non avendo più sufficienti energie per reagire. Così rottamato, l'automa umano finisce in qualche cimitero.

In casi di questo genere, che riguardano miliardi di esseri umani, il destino dell'io cosciente e le (scarse) risorse di cui esso dispone non sono sufficienti nemmeno a permettergli di intravedere un percorso di liberazione. Tuttavia, anche in queste condizioni, nel corso della vita l'io cosciente avrà sperimentato – anche se passivamente – gioie e dolori, sentimenti, pensieri, preoccupazioni, ed ogni altro stato d'animo in cui sarà stato coinvolto dalle sintonie psichiche. Quale sia il destino di tutti questi stati mentali coscientemente sperimentati – gran parte dei quali non lascia traccia nemmeno nella memoria dell'interessato – non lo sappiamo, ed ognuno è libero di immaginare in proposito ciò che preferisce: può darsi che tutto venga registrato e conservato in una specie di memoria cosmica. Ed anche per quanto riguarda l'eventuale sopravvivenza dell'io cosciente alla dissoluzione del corpo e del relativo cervello, e le (sempre eventuali) successive esperienze a cui questo io andrà poi incontro, tutto dovrebbe accadere nell'ambito di un sistema trascendente, gestito da entità dotate di conoscenze e di poteri superiori rispetto a quelli umani. Questo è lo schema mentale adottato da molte religioni e dai loro fedeli: il corretto funzionamento umano – in termini di agire, ed anche di sentire, in accordo con le direttive di un progetto determinato da autorità superiori e trascendenti – verrebbe poi premiato da quelle stesse autorità, una volta concluso il test della vita umana.

D'altra parte la scienza, concentrando la propria attenzione e le proprie attività di investigazione – in modo quasi esclusivo – sul funzionamento del cervello, non fa che certificare il ruolo di automa dell'essere umano, il quale opera, sente e si comporta in un certo modo perché il suo cervello, reagendo a determinate condizioni ambientali, lo fa funzionare in quel determinato modo. Gli unici fattori che vengono presi in considerazione sono i cervelli e le condizioni ambientali, mentre l'io cosciente viene relegato al ruolo di semplice (ed impotente) epifenomeno dell'attività cerebrale. È evidente, tuttavia, che i cervelli non funzionano tutti allo stesso modo, soprattutto in termini di intelligenza, volontà, qualità della coscienza, capacità di elaborazione e creatività, e – per il suo stesso modo di funzionare – il cervello potrebbe anche avere i requisiti di uno strumento sintonizzatore, oltre che elaboratore, analogamente ad un computer che, oltre ad eseguire i programmi di cui è dotato, può anche sintonizzarsi su Internet con una connessione Wi-Fi.

Cervelli e culture

Quando parliamo di esseri umani, facciamo riferimento a quei circa sette miliardi e mezzo di persone che attualmente popolano il nostro pianeta, e diamo per scontato che, fatta eccezione per determinate patologie o lesioni traumatiche, i loro cervelli funzionino in modo simile. Ma basta osservare, anche solo superficialmente, le differenze sostanziali che si riscontrano tra l'una e l'altra cultura, tanto in merito all'organizzazione sociale ed al ruolo del singolo individuo nell'ambito della stessa, quanto al significato ed al valore della vita umana, con particolare riguardo alla vita interiore, per comprendere come questo presunto modello standard di funzionamento cerebrale (e mentale) sia privo di fondamento, a meno di non voler considerare il cervello come uno strumento sintonizzatore, in grado di ricevere e di registrare indifferentemente le più diverse sintonie psichiche. Questa identificazione degli umani con un presunto modello standard (al quale spesso si fa riferimento politico ed ideale usando impropriamente il termine eguaglianza) è uno dei miti della nostra epoca, ed in particolare uno degli scopi della nostra cultura, continuamente smentito dai fatti. Anche nell'ambito di una cultura si riscontrano sostanziali differenze nel funzionamento di alcuni individui rispetto agli standard programmatici, non necessariamente dovute a particolari condizioni ambientali o all'uso di sostanze stupefacenti.

Ma da cosa hanno origine le culture? Da particolari sintonie psichiche, inizialmente registrate da un singolo cervello, che poi si diffondono, più o meno rapidamente, nell'ambito di un gruppo umano, finendo con l'imporsi in quanto verità psichiche. Dato che la storia ci mostra e ci insegna come queste verità psichiche perdano col tempo gran parte del loro potere, per essere sostituite da altre verità della stessa natura, possiamo comprenderne il carattere relativo e più o meno effimero. Tuttavia ognuno di noi, chi più di meno, è attratto dall'una o dall'altra di queste verità relative – che, proprio per questo, vere non sono – perché offrono al nostro io un senso di sicurezza e di appartenenza ad un gruppo. Basta poi considerare come, nell'ambito di una cultura, si possa guardare con sospetto e con diffidenza – ma in qualche caso anche con interesse – alle verità psichiche dominanti in un'altra cultura, per capire come all'origine di questo illusorio gioco di specchi vi siano i diversi aspetti della psiche umana che, captati dal cervello e trasferiti nell'ambito della coscienza, coinvolgono, incantano ed irretiscono l'io, facendo funzionare – in un modo o nell'altro – il complesso sistema degli automi umani.

Il funzionamento della nuvola dei cervelli – come io ho definito il sistema di interazioni tra i cervelli umani – non può offrire altro che questo: vita, allo stato puro, dinamico ed in parte caotico, solo un poco più evoluta rispetto allo stato di natura da cui ha avuto origine. L'avvicendamento delle generazioni, garantito da una natalità tanto più esuberante quanto più il sistema culturale è vicino alla natura ed ai suoi istinti, assicura il rinnovamento del parco cervelli ed il loro coinvolgimento nel processo, mentre – dal punto di vista della coscienza individuale – l'esperienza acquisita vivendo va perduta col passare del tempo, a causa del deterioramento della memoria e delle altre facoltà mentali dovuto all'invecchiamento del cervello. Alla fine non restano che corpi centenari né vivi né morti, spesso in uno stato di demenza senile, la cui gestione ha un costo sociale che non può essere evitato, affinché il mito della vita possa essere salvaguardato. In queste condizioni, quali prospettive restano all'io cosciente una volta arrivato, diciamo, sulla soglia dei novant'anni? (Se è morto prima, evidentemente si è già tolto il pensiero).

Per alcuni, prevale il sentimento di aver compiuto il loro dovere (cioè il compito per il quale erano stati programmati) durante la vita, e dunque possono credere che nell'aldilà riceveranno un riconoscimento per il loro impegno da parte di quelle che io ho indicato come superiori autorità. Per le stesse ragioni, qualcun altro può temere di essere bocciato e punito, o per lo meno di dover ripetere la prova. Bisogna dire però che questi sentimenti erano molto più diffusi in passato di quanto non lo siano oggi, almeno nella nostra cultura. Altri ancora attendono la fine della vita con una più o meno serena rassegnazione, continuando a svolgere le loro attività come meglio possono, convinti come sono che con la dissoluzione del cervello verrà meno ogni sorta di coscienza individuale, e dunque di esistenza personale. Ma una minoranza sente l'esigenza di sfidare la solidità dell'impalcatura culturale che alimenta le sintonie psichiche sulla quale si fonda la nostra visione della vita e del funzionamento dell'automa umano, per ricercare una via di fuga da questo intricato labirinto: quest'avventura viene indicata come liberazione dell'io cosciente.

La liberazione dell'io e la morte

Abbiamo sempre evidenziato, nelle pagine di questo sito, come l'io cosciente liberato dal dominio delle dinamiche psichiche che di norma lo controllano sia qualcosa di completamente diverso rispetto all'io assoggettato alla psiche che caratterizza l'automa umano. Tuttavia, per vivere la vita umana, è pur sempre necessario confrontarsi con le dinamiche psichiche sintonizzate dal cervello, anche come reazione agli stimoli provenienti dall'ambiente in cui si vive, a meno di non volersi ritirare prematuramente dal mondo – come fanno, in alcune culture, gli asceti che si isolano in qualche eremo – per dedicarsi esclusivamente alla contemplazione del proprio stato mentale. Ma finché si vive in questo mondo, e soprattutto in una società come la nostra, è necessario agire in qualche misura – se non altro per mantenere in vita il corpo e per adempiere ai nostri obblighi sociali – e dunque l'io deve prendere decisioni sulla base delle valutazioni, più o meno intelligenti, di quanto gli viene offerto dalla psiche. Questa inevitabile forma di coinvolgimento può avere come effetto una parziale perdita dell'autonomia conquistata dall'io, che va mantenuta e difesa mediante una costante vigilanza ed esercizi di meditazione riflessiva.

In queste condizioni l'io può fare affidamento su un'evoluzione delle dinamiche psichiche che, anziché coinvolgerlo e trascinarlo tra desideri, coercizioni e conflitti, gli presenteranno elementi di giudizio, forme di comportamento e sentimenti più adatti alla soluzione dei problemi da affrontare. Nello stesso tempo, diminuisce l'attaccamento cieco, per così dire, dell'io alla vita. La vita umana continua ad essere vissuta con interesse e – entro certi limiti – con appassionata dedizione, ma l'io comincia a sentire indifferenza nei confronti della morte, che viene anzi percepita come l'elemento determinante della propria liberazione definitiva. Questo percorso preparatorio, seguito con diligenza, è in grado di assicurare ad una persona una buona salute fisica e mentale anche in età avanzata. Non si può, infatti, accettare come inevitabile il deterioramento fisico e soprattutto mentale che spesso precede la morte ad un'età che – coi progressi della medicina attuale – può raggiungere e superare il secolo. È meglio che la morte avvenga, possibilmente in tempi rapidi, quando ancora la mente è in grado di funzionare in modo sufficientemente affidabile: l'uscita dalla vita è un evento importante. Dunque l'io dovrebbe anche poter decidere quando è venuto il tempo di lasciare questa vita, o quanto meno affidarsi al proprio spirito, chiedendogli di far sì che il distacco avvenga al momento giusto e nel modo giusto.

Sotto questo aspetto, la liberazione dell'io va considerata non tanto come l'uscita da una prigione nella quale l'io stesso era stato rinchiuso in precedenza, quanto piuttosto come la rottura del guscio dell'uovo da parte del pulcino che sta nascendo. L'io cosciente, infatti, si è formato e si è sviluppato all'interno di quell'uovo costituito dal sistema psicofisico individuale, ed è stato, per così dire, covato dagli eventi della vita in modo più o meno efficace. Ma viene il momento in cui l'uovo deve essere rotto, affinché il pulcino possa continuare a vivere in modo autonomo, entrando direttamente in contatto con i diversi aspetti di un mondo completamente diverso da quanto percepito all'interno del guscio. Sono ben consapevole che questa visione della vita è sostanzialmente diversa da quella difesa e propagandata dal nostro sistema socioculturale, secondo il quale la vita umana andrebbe prolungata per quanto possibile, ma la questione è se tutte le uova sono state fecondate, affinché possa nascere il pulcino, o se la maggior parte di esse non sia destinata, semplicemente, a fare la frittata.

La vita umana come condizione di ignoranza

Ognuno vive come può e come meglio gli riesce, considerate le condizioni ambientali, le risorse psicofisiche e le altre variabili che determinano il suo destino. Non pochi penseranno che quanto è stato scritto nelle pagine di questo sito sia un'inutile e talvolta noiosa elaborazione mentale, di natura personale e soggettiva, su temi per i quali non esiste una risposta: questa è, appunto, la condizione dell'uovo umano, all'interno del quale non si può conoscere la realtà che sta là fuori. Nei confronti di questa condizione di ignoranza ognuno reagisce in qualche modo, aderendo all'una o all'altra delle ipotesi o delle teorie elaborate dalla psiche umana, a seconda del proprio modo di sentire in relazione all'effetto esercitato dalla psiche sull'io cosciente. C'è chi aderisce ad una fede religiosa, chi ad un'ipotesi valutata come scientificamente provata, chi semplicemente elude il problema ritenendo inutile affrontarlo, e chi cerca di valutare tutti gli elementi psichici ed i dati di fatto in base ai quali si possa impostare una ricerca. L'enigma del destino dell'io cosciente, tuttavia, non riguarda solo un eventuale aldilà, ma la sua stessa esistenza in questa vita umana.

Nulla, infatti, ci è dato di sapere del nostro futuro, del futuro dell'umanità, del motivo per cui abbiamo coscienza dell'esperienza di vivere come entità individuali in questo mondo. Tutto ciò che ci è dato di conoscere è il passato, e si tratta di una conoscenza parziale, che presenta non poche ombre. La stessa conoscenza del passato personale è affidata ad una memoria sulla quale si può fare affidamento fino ad un certo punto: molte cose vengono dimenticate, altre rielaborate, altre ancora ci sembra siano state vissute da qualcuno molto diverso da ciò che noi sentiamo di essere adesso. In queste condizioni, risulta chiaro che il motore che ci dà la spinta per continuare a vivere, a sperimentare coscientemente la psiche, ad agire, ad impegnarci, a cercare di essere felici ed a sopportare le sofferenze, è costituito da quelle dinamiche psichiche che agiscono su di noi dall'interno, coinvolgendo e condizionando l'io cosciente, senza che quest'ultimo abbia alcuna conoscenza in merito alla loro origine. Restare indifferenti e passivi nei confronti di questa condizione di ignoranza, continuare a vivere senza nemmeno rendersi conto di quale sia lo scopo della nostra vita, equivale a riconoscere ed avallare il nostro stato di automi umani.

Dunque, se è vero che le risorse a disposizione dell'io sono inizialmente limitate, è anche vero che possono essere utilizzate ed incrementate con l'esercizio. Così come avviene per l'embrione all'interno dell'uovo, l'io cosciente si sviluppa piano piano, come entità autonoma. Anche se, soprattutto nelle fasi iniziali, l'io non trova risposte soddisfacenti alle proprie domande, il fatto di impegnarsi nella ricerca di tali risposte lo rinforza, lo irrobustisce, lo stimola a crescere. Quello che prima era uno strumento passivo nelle mani di forze che lo sovrastavano, lo controllavano e lo assoggettavano, si trasforma in un'entità attiva, consapevole, disposta a collaborare con quelle forze ma anche a contrastarle, e soprattutto impegnata nella ricerca della conoscenza degli effetti derivanti dall'impiego delle forze attivabili. Una condizione che è praticamente agli antipodi di quella in cui gli umani si trovano anche ai nostri giorni, soprattutto in ambito sociale e politico, dove tutti si muovono per assecondare passivamente le forze psichiche in modo da conquistarne i favori.

Lo stato di ignoranza è un'ulteriore conferma della condizione di automa in cui viene a trovarsi la maggioranza degli umani, nonostante la presenza in ciascuno di noi di un io cosciente, il quale tuttavia non di rado non è nemmeno in grado di autoriconoscersi come tale. Le forze che – tramite la psiche e il cervello – determinano e dirigono tanto il comportamento umano quanto la percezione cosciente delle dinamiche interiori, hanno un potere enorme nei confronti dell'io, che istintivamente e senza riflettere si adegua a quanto gli viene imposto dal funzionamento mentale, interpretando in questo modo il suo ruolo di automa sul palcoscenico del mondo. Quando si guarda agli elementi in gioco dal punto di vista dell'automa umano, è evidente come l'io non possa essere considerato se non come un effetto secondario, un epifenomeno, del sistema psicofisico che costituisce l'automa, fintanto che quest'ultimo è vivo e funzionante. Il cervello crea infatti una realtà psichica che coinvolge e convince l'io, con un potere tanto più forte quanto più è condivisa da un consistente numero di umani: in questo senso anche la realtà oggettiva non è altro che una realtà di consenso, una specie di incantesimo di massa al quale ampi gruppi di umani sono assoggettati. E dove cercare il mago incantatore, se non nella stessa psiche?

La ricerca della propria verità

Ma se, per avventura, l'io si risveglia dall'incantesimo, si accorge di avere il potere di modificare il funzionamento di quello stesso organo, il cervello, che prima sintonizzava automaticamente le dinamiche psichiche dalle quali era condizionato e dominato. All'inizio si tratta di piccole modifiche, che tuttavia col tempo e con l'affinarsi della tecnica tramite l'esercizio diventano sempre più sostanziali, fino a ribaltare la condizione dell'io, che da soggetto passivo diventa soggetto attivo, in grado di esercitare un effettivo controllo sulle proprie facoltà mentali e sulle sintonie psichiche che ne derivano. Una volta intrapreso questo percorso, l'io comincia ad esaminare tutte le istanze psichiche registrate dalla coscienza, mettendole a confronto quella che viene inizialmente intuita, e poi percepita e sentita con sempre maggiore chiarezza, come la propria realtà interiore. Si tratta di un processo che dura a lungo, tramite il quale l'io scopre se stesso e conosce sempre meglio la propria essenza, creando, per così dire, la propria realtà soggettiva. Confrontandosi analiticamente con le dinamiche della psiche, l'io distingue anzitutto ciò che gli è congeniale, ciò da cui si sente attratto, da ciò che sente come alieno, disarmonico rispetto alla propria autentica essenza.

Si badi bene che questo percorso può essere intrapreso con successo solo una volta che l'io si sia liberato dal dominio da parte della psiche: in caso contrario l'io può sentire – per esempio – come appagante la soddisfazione di un desiderio che lo coinvolge intensamente, senza che tale desiderio sia in armonia con la sua autentica natura. Ed infatti, una volta soddisfatto il desiderio, sarò assillato da un nuovo analogo desiderio. Invece, via via che l'io approfondisce il processo di autoconoscenza, si accorge che il suo più profondo nucleo interiore è già completo ed in armonia con se stesso, e dunque l'unica opera sostanziale della vita consiste nel trasformare uno stato potenziale, in gran parte inconscio, in una cosciente manifestazione attiva. Esaminando, tramite una tecnica di meditazione riflessiva, ogni singola esperienza psichica sintonizzata dal cervello, l'io mette a confronto la progressiva scoperta del proprio essere con la realtà illusoria di questa vita umana, e può eliminare, o trasformare nella propria entità – mediante un processo analogo all'alimentazione del corpo – quegli elementi estranei che, come delle scorie, gli impedivano di riconoscersi nella propria purezza adamantina. Si tratta, dunque, di un autentico processo di evoluzione spirituale, mediante il quale l'io si libera dall'attrazione gravitazionale esercitata dal corpo e dalle sue esigenze, per avvicinarsi allo spirito.

La stessa evoluzione naturale del sistema psicofisico nel corso della vita umana dovrebbe essere tale da agevolare questo processo: dopo gli anni della crescita e dell'apprendimento, ai quali corrisponde anche – di solito – una completa immersione dell'io nelle esperienze della vita, per quanto illusorie esse siano, durante gli anni giovanili e la prima fase della maturità gli umani hanno modo di tradurre in azione le proprie energie, acquistando esperienza e, in qualche misura, potere. Ma ad un certo punto, con il trascorrere del tempo, inizia una fase di declino, dapprima lento ed in seguito più accentuato, delle energie vitali e della propria capacità di agire, che si conclude con la morte: sebbene il corpo possa essere mantenuto in buone condizioni di efficienza anche in età avanzata, almeno l'ultima parte della vita dovrebbe essere dedicata alla rielaborazione meditativa delle esperienze della vita ed al progressivo distacco dell'io cosciente dal coinvolgimento nelle attività del mondo, prima che il venir meno delle risorse mentali ed intellettive impedisca lo svolgimento naturale di questo processo.

Attualmente, nella nostra società, viviamo in una strana condizione: da una parte le conquiste sociali – finché potranno essere mantenute – fanno sì che una persona possa andare in pensione quando ha ancora da vivere un quarto o perfino un terzo della sua vita, dall'altra i condizionamenti culturali tendono ad ostacolare l'investimento di questo tempo residuo, ma tutt'altro che breve, nella ricerca di una propria verità spirituale, privilegiando invece attività sociali spesso inutili e fuori stagione. È senz'altro consigliabile fare attività fisica per mantenere in forma il corpo e la mente, in modo da gravare il meno possibile sul sistema sanitario, ma quanto al resto sarebbe senz'altro più vantaggioso dedicarsi allo spirito. Ognuno, comunque, resta libero di decidere nel merito come meglio crede, dato che per fortuna nessuno è coercitivamente obbligato né in un senso né nell'altro. Ma, spesso, diventa difficile modificare certe abitudini radicate.

Nella ricerca della propria verità interiore, l'io cosciente segue una propria naturale inclinazione che lo esorta, in un certo senso, a continuare ad esistere. È un richiamo che può anche non essere percepito da molti individui, soffocato dalla certezza che con la morte del cervello ogni forma di coscienza e di autocoscienza venga meno. Impegnarsi per continuare ad esistere, o restare indifferenti rispetto alla fine dell'esistenza dell'io, è una libera scelta personale e dunque intrinsecamente soggettiva. Tuttavia è difficile sostenere – da parte di chi sia convinto dell'annientamento dell'io cosciente con la morte – che una certa forma di esistenza individuale non sia presente mentre viviamo, e va sempre ricordato che l'eventuale continuazione dell'esistenza dell'io cosciente dopo la morte è riferita ad una dimensione diversa da quella fisica di questo mondo. È dunque più corretta la posizione di coloro che dichiarano di non sapere cosa ne sarà dell'io cosciente all'uscita da questa vita.

A proposito di certezze, i fenomeni cosiddetti paranormali e quelli di origine medianica, ai quali è stato dedicato ampio spazio in questo sito, stanno lì a testimoniare l'impossibilità di raggiungere una certezza assoluta ed oggettiva in merito alle loro cause ed alle forze in gioco, mentre le stesse certezze offerte dalla conoscenza scientifica valgono solo nell'ambito dei fenomeni fisici oggettivi, e mostrano i loro limiti quando si considerino dimensioni molto piccole o molto grandi. Nell'impegnarsi nella ricerca della propria verità, l'io cosciente non si abbandona ad una sterile fantasticheria, ma affronta un'impresa alla quale sente di non potersi sottrarre, spinto dalla conoscenza e dall'esperienza della propria condizione esistenziale, con la quale si deve necessariamente confrontare. L'importanza del successo o del fallimento di quest'impresa è relativa, anche se – ovviamente – è lecito sperare in un successo: col cimentarsi in questa ricerca l'io cosciente testimonia il proprio intento di continuare ad esistere nell'ambito dell'ordine cosmico.

Il carattere temporaneo, e dunque transitorio, dell'esistenza del corpo e del cervello, determina un progressivo distacco dell'io da queste strutture che pure hanno contribuito alla sua formazione ed al suo sviluppo: l'abbandono definitivo del proprio guscio psicofisico da parte dell'io – coincidente con la morte – rappresenta dunque un evento fondamentale, che può essere vissuto in piena coscienza. L'io si separa progressivamente anche dalle sintonie psichiche in cui è stato coinvolto – e con le quali si è spesso identificato – durante la vita umana. Quello che può portare con sé, almeno per qualche tempo, è un bagaglio di ricordi e di esperienze collegati al suo vissuto personale. Tuttavia l'io sente, almeno in qualche caso, che il suo obiettivo è quello di esplorare nuove dimensioni, di vivere nuove esperienze: la ricerca della propria verità è anche un riconoscimento della realtà e del valore dell'esperienza psichica.

Nel corso della vita umana la realtà psichica individuale viene negata o ostacolata da una realtà oggettiva di diversa natura, che obbliga l'io ad intraprendere qualche forma di azione per poter tradurre in realtà l'esperienza psichica. Per esempio, se io desidero fare l'esperienza di stare in un certo luogo di questo mondo, devo viaggiare, cioè spostare il mio corpo fino a quel luogo, lasciando il luogo in cui sono adesso, ed in ogni caso non posso stare contemporaneamente in due o tre luoghi lontani tra loro. La stessa esperienza della vita in questo mondo è subordinata alle azioni necessarie a procurarci il nutrimento per sopravvivere. Gli effetti delle nostre azioni sono spesso conflittuali, o perché generano dei conflitti nell'ambito delle sintonie psichiche che ci coinvolgono, o perché le mie azioni causano reazioni psichiche negative in qualcun altro (che possono poi tradursi in azioni contro di me) e viceversa. In questa palestra della vita la disarmonia delle azioni dovrebbe tradursi in armonia, mediante il riconoscimento ed il rispetto per gli altri e la collaborazione reciproca, ma si ha l'impressione che questo processo richieda tempi molto lunghi, ed in ogni caso non abbia un andamento progressivo, essendo soggetto ad alti e bassi. Comunque, è proprio grazie a quest'esperienza conflittuale, problematica e non di rado dolorosa, che l'io cosciente può scoprire e riconoscere la propria autentica ed autonoma essenza.

Di norma l'io si riflette, come in uno specchio, nell'immagine psichica che la coscienza registra: anzi, si tratta piuttosto di una serie di immagini che si trasformano l'una nell'altra, a volte sovrapponendosi, senza riuscire a stabilizzarsi in un'unica figura chiara e ben definita. Ciascuno di noi può mettersi davanti ad uno specchio e vedere l'immagine del proprio corpo e del proprio volto, oppure può identificare se stesso/a in quanto persona sociale, che interagisce con altre persone e viene da loro riconosciuto ed identificato tramite il corpo ed il comportamento (la voce, il modo di esprimersi, ecc.). Sebbene ognuno di noi possa non avere dubbi sulla propria esistenza in quanto io, cercare di conoscere l'essenza autentica di questo io è come scendere nelle profondità un abisso marino. Inizialmente, possiamo identificare l'io come soggetto di un'azione (io vado, io parlo, io corro...), come soggetto cosciente di un'attività mentale volontaria (io penso, io ricordo, io studio...), o come referente di un'esperienza psichica (io sento, io sono felice, io soffro, io amo, io desidero...). Ma in tutti questi casi in cui l'io è soggetto di qualcosa che viene espresso in forma verbale, se eliminiamo il verbo, cosa resta?

Se riusciamo a concentrare l'attenzione sull'io praticando la meditazione riflessiva, in un primo tempo il cervello sintonizzerà quelle esperienze e quelle immagini psichiche che, una volta messe a fuoco dalla coscienza, cercheranno di offrire all'io una descrizione più o meno convincente di ciò che è. Ma proprio attraverso questo gioco di specchi l'io impara a conoscersi meglio, riconoscendo prima di tutto ciò che non è. Con l'esercizio, l'io può spingersi sempre più in profondità nella percezione della propria essenza, anche se il richiamo della vita – con le sue esigenze, le abitudini e le esperienze che può ancora offrire – lo spingono poi a tornare in superficie. Ad un certo livello di profondità, l'io sente, in qualche modo, di potersi separare dalla stessa coscienza, e di essere un'entità che esiste da sempre. Non è opportuno, tuttavia, parlare di esperienze così lontane dall'esistenza normale in questa vita, se non per evidenziare le differenze che caratterizzano la nostra stessa autopercezione quando viene intrapreso il percorso di esplorazione interiore della nostra stessa essenza.

Possiamo però affermare che, via via che procediamo su questo percorso, si compie la nostra trasformazione da automi umani in autentici esseri umani, dotati di una propria esistenza, di una coscienza, e di una volontà non arbitraria e capricciosa, ma armonizzata con le leggi dell'universo e con la ricerca di una più profonda conoscenza di queste leggi e delle esperienze che ne derivano. La complessità dell'uso della nostra mente – tanto sul piano fisico, mediante il funzionamento del cervello, quanto sul piano dell'esperienza psichica interiore, con tutti gli enigmi che questa comporta – può essere affrontata dall'io cosciente con una serena competenza: anziché andare alla deriva, in balìa delle tempeste psichiche, l'io può controllare vele e timone del suo vascello mentale, orientandosi con perizia verso l'approdo finale, il porto della morte, dove il suo viaggio nel mare della vita avrà termine ed inizierà l'esplorazione di un territorio ancora ignoto.


 

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