home
LA VITA UMANA
SOGNI LUCIDI E OBE
NDE
ARTICOLI VARI
LO SPIRITO
LETTURE
LINK

 

 

L'automa umano

Analogie e differenze

I progressi della tecnologia umana dell'ultimo secolo ci consentono di mettere a confronto il funzionamento dei più evoluti sistemi informatici di produzione umana con quello degli umani stessi, valutandone le analogie e le differenze. Dobbiamo però tener presente che, mentre i tecnici specializzati conoscono in ogni dettaglio le modalità di funzionamento dei più complessi artefatti tecnologici, molti aspetti del funzionamento umano restano ancora oscuri, e dunque alcune analogie sono fondate su ipotesi non provate. Anzitutto il corpo umano nasce e cresce secondo un processo del tutto diverso da quello utilizzato per produrre gli apparecchi tecnologici, i componenti dei quali vengono realizzati separatamente per essere poi assemblati. Per quanto riguarda il processo di nascita e crescita dell'organismo, gli umani non si differenziano dagli altri animali, mentre il processo di apprendimento umano è in genere molto più lungo e complesso rispetto a quello degli animali, anche se varia da cultura a cultura. Anche i sistemi informatici vengono programmati, di solito in un tempo relativamente breve, ed alcuni programmi sono finalizzati affinché il sistema acquisisca nel tempo varie infomazioni che vengono poi elaborate autonomamente dal sistema stesso, influenzandone il funzionamento.

Le modalità di acquisizione e di elaborazione di informazioni e programmi da parte degli umani sono certamente più complesse e richiedono tempi lunghi. Per quanto concerne il funzionamento dell'organismo, la maggior parte dei programmi sono in dotazione al sistema e si attivano in modo automatico. I più semplici tra questi programmi di funzionamento fisiologico erano già attivi nei componenti delle cellule primitive, e col tempo i programmi semplici hanno dato origine a programmi via via sempre più complessi. Un processo analogo si è verificato, in un tempo assai breve (pochi decenni) nell'evoluzione dei programmi informatici che, partendo da sottoprogrammi iniziali che eseguivano operazioni relativamente semplici, hanno portato alla successiva elaborazione degli attuali linguaggi di programmazione (programmi di programmi) che ci permettono di fruire di complesse realtà virtuali.

La trasmissione dei programmi, che nei computer di qualche tempo fa avveniva mediante un supporto fisico (dischetto o cd), attualmente viene eseguita tramite la rete telefonica o le onde radio nel caso di connessioni wireless. Il sistema di acquisizione e di elaborazione dei programmi, nel caso degli umani, è costituito dal cervello e dal sistema nervoso nel suo complesso. Anche se il cervello umano non funziona come uno dei nostri computer, alcune analogie ci sono: gran parte dei programmi di funzionamento vengono acquisiti tramite imitazione o condizionamento, soprattutto attraverso meccanismi ripetitivi di azioni o di concatenazioni di idee e di pensieri. Anche nel caso degli umani, i programmi vengono trasmessi nell'ambito di una rete di cervelli, e quanto più sono condivisi, tanto più si diffondono. Le variabili che entrano in gioco sono rappresentate dal potere di persuasione o di coercizione associato ad un programma ed a chi lo trasmette, e la prossimità del gruppo di influenza che già condivide il programma. Ovviamente, la differenza sostanziale tra un umano ed un automa computerizzato consiste nel fatto che l'umano è dotato di coscienza, intelligenza e volontà autonoma, mentre il computer può fare solo ciò per cui è stato programmato, in genere sotto il controllo di uno o più esseri umani.

Il funzionamento dell'automa umano

Se è vero che attualmente un computer non ha né coscienza né autocoscienza, non è da escludere che in futuro qualcuno riesca a dotarlo di tale facoltà. Infatti noi umani ci confrontiamo da tempo col problema dell'origine della nostra coscienza, ma non siamo riusciti a risolverlo (nel merito si rimanda alle pagine del sito dedicate alla coscienza). Sappiamo che l'essere coscienti dipende dal corretto funzionamento di alcune aree del nostro cervello, ma non sappiamo in che modo questo avvenga: se di circuiti (reti neurali) si tratta, un giorno potrebbero essere realizzati anche circuiti in grado di trasferire la coscienza in un robot. L'intelligenza – una facoltà di elaborazione autonoma delle informazioni e dei dati che ci rende creativi – è già presente in una certa misura anche nei computer, se è vero che ci riferiamo ad essa come IA (intelligenza artificiale). Dunque, se un umano ha la fondata e ragionevole impressione di essere qualcosa di più rispetto ad un automa realizzato dall'intelligenza umana, gli resta – in fondo – il sospetto di essere anch'esso una specie di automa dotato di risorse superiori, ma senza la capacità di comprendere da dove queste risorse abbiano origine.

Inoltre, solo una minima percentuale di umani si pone il problema delle cause che determinano il proprio modo di funzionare: la maggior parte funzionano, a tutti gli effetti, come veri e propri automi, e non di rado si sentono anche soddisfatti e gratificati dal loro modo di funzionare. Quanto più le società – composte da milioni e milioni di individui – sono complesse ed articolate, tanto più le vite dei singoli umani diventano irrilevanti ed interscambiabili, assoggettate come sono ai condizionamenti ed ai programmi di gruppo che ostacolano i percorsi di ricerca e di liberazione dell'io cosciente. Il funzionamento dell'automa umano è impostato su un basso livello di coscienza, sufficiente a rilevare una gamma piuttosto ridotta di sintonie psichiche che coinvolgono l'io mediante semplici e primitive dinamiche emotive, fondate essenzialmente sulla paura del dolore e della sofferenza e sul desiderio del piacere e della felicità, anche se effimeri. Solo con l'avanzare della vecchiaia, e l'approssimarsi della morte, l'io cosciente comincia a porsi qualche domanda in merito al significato di questo genere di vita, ma per molti individui nemmeno questo avviene: gli schemi mentali determinati dai programmi sociali hanno il sopravvento, e ad essi l'io si aggrappa, non avendo più sufficienti energie per reagire. Così rottamato, l'automa umano finisce in qualche cimitero.

In casi di questo genere, che riguardano miliardi di esseri umani, il destino dell'io cosciente e le (scarse) risorse di cui esso dispone non sono sufficienti nemmeno a permettergli di intravedere un percorso di liberazione. Tuttavia, anche in queste condizioni, nel corso della vita l'io cosciente avrà sperimentato – anche se passivamente – gioie e dolori, sentimenti, pensieri, preoccupazioni, ed ogni altro stato d'animo in cui sarà stato coinvolto dalle sintonie psichiche. Quale sia il destino di tutti questi stati mentali coscientemente sperimentati – gran parte dei quali non lascia traccia nemmeno nella memoria dell'interessato – non lo sappiamo, ed ognuno è libero di immaginare in proposito ciò che preferisce: può darsi che tutto venga registrato e conservato in una specie di memoria cosmica. Ed anche per quanto riguarda l'eventuale sopravvivenza dell'io cosciente alla dissoluzione del corpo e del relativo cervello, e le (sempre eventuali) successive esperienze a cui questo io andrà poi incontro, tutto dovrebbe accadere nell'ambito di un sistema trascendente, gestito da entità dotate di conoscenze e di poteri superiori rispetto a quelli umani. Questo è lo schema mentale adottato da molte religioni e dai loro fedeli: il corretto funzionamento umano – in termini di agire, ed anche di sentire, in accordo con le direttive di un progetto determinato da autorità superiori e trascendenti – verrebbe poi premiato da quelle stesse autorità, una volta concluso il test della vita umana.

D'altra parte la scienza, concentrando la propria attenzione e le proprie attività di investigazione – in modo quasi esclusivo – sul funzionamento del cervello, non fa che certificare il ruolo di automa dell'essere umano, il quale opera, sente e si comporta in un certo modo perché il suo cervello, reagendo a determinate condizioni ambientali, lo fa funzionare in quel determinato modo. Gli unici fattori che vengono presi in considerazione sono i cervelli e le condizioni ambientali, mentre l'io cosciente viene relegato al ruolo di semplice (ed impotente) epifenomeno dell'attività cerebrale. È evidente, tuttavia, che i cervelli non funzionano tutti allo stesso modo, soprattutto in termini di intelligenza, volontà, qualità della coscienza, capacità di elaborazione e creatività, e – per il suo stesso modo di funzionare – il cervello potrebbe anche avere i requisiti di uno strumento sintonizzatore, oltre che elaboratore, analogamente ad un computer che, oltre ad eseguire i programmi di cui è dotato, può anche sintonizzarsi su Internet con una connessione Wi-Fi.

Cervelli e culture

Quando parliamo di esseri umani, facciamo riferimento a quei circa sette miliardi e mezzo di persone che attualmente popolano il nostro pianeta, e diamo per scontato che, fatta eccezione per determinate patologie o lesioni traumatiche, i loro cervelli funzionino in modo simile. Ma basta osservare, anche solo superficialmente, le differenze sostanziali che si riscontrano tra l'una e l'altra cultura, tanto in merito all'organizzazione sociale ed al ruolo del singolo individuo nell'ambito della stessa, quanto al significato ed al valore della vita umana, con particolare riguardo alla vita interiore, per comprendere come questo presunto modello standard di funzionamento cerebrale (e mentale) sia privo di fondamento, a meno di non voler considerare il cervello come uno strumento sintonizzatore, in grado di ricevere e di registrare indifferentemente le più diverse sintonie psichiche. Questa identificazione degli umani con un presunto modello standard (al quale spesso si fa riferimento politico ed ideale usando impropriamente il termine eguaglianza) è uno dei miti della nostra epoca, ed in particolare uno degli scopi della nostra cultura, continuamente smentito dai fatti. Anche nell'ambito di una cultura si riscontrano sostanziali differenze nel funzionamento di alcuni individui rispetto agli standard programmatici, non necessariamente dovute a particolari condizioni ambientali o all'uso di sostanze stupefacenti.

Ma da cosa hanno origine le culture? Da particolari sintonie psichiche, inizialmente registrate da un singolo cervello, che poi si diffondono, più o meno rapidamente, nell'ambito di un gruppo umano, finendo con l'imporsi in quanto verità psichiche. Dato che la storia ci mostra e ci insegna come queste verità psichiche perdano col tempo gran parte del loro potere, per essere sostituite da altre verità della stessa natura, possiamo comprenderne il carattere relativo e più o meno effimero. Tuttavia ognuno di noi, chi più di meno, è attratto dall'una o dall'altra di queste verità relative – che, proprio per questo, vere non sono – perché offrono al nostro io un senso di sicurezza e di appartenenza ad un gruppo. Basta poi considerare come, nell'ambito di una cultura, si possa guardare con sospetto e con diffidenza – ma in qualche caso anche con interesse – alle verità psichiche dominanti in un'altra cultura, per capire come all'origine di questo illusorio gioco di specchi vi siano i diversi aspetti della psiche umana che, captati dal cervello e trasferiti nell'ambito della coscienza, coinvolgono, incantano ed irretiscono l'io, facendo funzionare – in un modo o nell'altro – il complesso sistema degli automi umani.

Il funzionamento della nuvola dei cervelli – come io ho definito il sistema di interazioni tra i cervelli umani – non può offrire altro che questo: vita, allo stato puro, dinamico ed in parte caotico, solo un poco più evoluta rispetto allo stato di natura da cui ha avuto origine. L'avvicendamento delle generazioni, garantito da una natalità tanto più esuberante quanto più il sistema culturale è vicino alla natura ed ai suoi istinti, assicura il rinnovamento del parco cervelli ed il loro coinvolgimento nel processo, mentre – dal punto di vista della coscienza individuale – l'esperienza acquisita vivendo va perduta col passare del tempo, a causa del deterioramento della memoria e delle altre facoltà mentali dovuto all'invecchiamento del cervello. Alla fine non restano che corpi centenari né vivi né morti, spesso in uno stato di demenza senile, la cui gestione ha un costo sociale che non può essere evitato, affinché il mito della vita possa essere salvaguardato. In queste condizioni, quali prospettive restano all'io cosciente una volta arrivato, diciamo, sulla soglia dei novant'anni? (Se è morto prima, evidentemente si è già tolto il pensiero).

Per alcuni, prevale il sentimento di aver compiuto il loro dovere (cioè il compito per il quale erano stati programmati) durante la vita, e dunque possono credere che nell'aldilà riceveranno un riconoscimento per il loro impegno da parte di quelle che io ho indicato come superiori autorità. Per le stesse ragioni, qualcun altro può temere di essere bocciato e punito, o per lo meno di dover ripetere la prova. Bisogna dire però che questi sentimenti erano molto più diffusi in passato di quanto non lo siano oggi, almeno nella nostra cultura. Altri ancora attendono la fine della vita con una più o meno serena rassegnazione, continuando a svolgere le loro attività come meglio possono, convinti come sono che con la dissoluzione del cervello verrà meno ogni sorta di coscienza individuale, e dunque di esistenza personale. Ma una minoranza sente l'esigenza di sfidare la solidità dell'impalcatura culturale che alimenta le sintonie psichiche sulla quale si fonda la nostra visione della vita e del funzionamento dell'automa umano, per ricercare una via di fuga da questo intricato labirinto: quest'avventura viene indicata come liberazione dell'io cosciente.

La liberazione dell'io e la morte

Abbiamo sempre evidenziato, nelle pagine di questo sito, come l'io cosciente liberato dal dominio delle dinamiche psichiche che di norma lo controllano sia qualcosa di completamente diverso rispetto all'io assoggettato alla psiche che caratterizza l'automa umano. Tuttavia, per vivere la vita umana, è pur sempre necessario confrontarsi con le dinamiche psichiche sintonizzate dal cervello, anche come reazione agli stimoli provenienti dall'ambiente in cui si vive, a meno di non volersi ritirare prematuramente dal mondo – come fanno, in alcune culture, gli asceti che si isolano in qualche eremo – per dedicarsi esclusivamente alla contemplazione del proprio stato mentale. Ma finché si vive in questo mondo, e soprattutto in una società come la nostra, è necessario agire in qualche misura – se non altro per mantenere in vita il corpo e per adempiere ai nostri obblighi sociali – e dunque l'io deve prendere decisioni sulla base delle valutazioni, più o meno intelligenti, di quanto gli viene offerto dalla psiche. Questa inevitabile forma di coinvolgimento può avere come effetto una parziale perdita dell'autonomia conquistata dall'io, che va mantenuta e difesa mediante una costante vigilanza ed esercizi di meditazione riflessiva.

In queste condizioni l'io può fare affidamento su un'evoluzione delle dinamiche psichiche che, anziché coinvolgerlo e trascinarlo tra desideri, coercizioni e conflitti, gli presenteranno elementi di giudizio, forme di comportamento e sentimenti più adatti alla soluzione dei problemi da affrontare. Nello stesso tempo, diminuisce l'attaccamento cieco, per così dire, dell'io alla vita. La vita umana continua ad essere vissuta con interesse e – entro certi limiti – con appassionata dedizione, ma l'io comincia a sentire indifferenza nei confronti della morte, che viene anzi percepita come l'elemento determinante della propria liberazione definitiva. Questo percorso preparatorio, seguito con diligenza, è in grado di assicurare ad una persona una buona salute fisica e mentale anche in età avanzata. Non si può, infatti, accettare come inevitabile il deterioramento fisico e soprattutto mentale che spesso precede la morte ad un'età che – coi progressi della medicina attuale – può raggiungere e superare il secolo. È meglio che la morte avvenga, possibilmente in tempi rapidi, quando ancora la mente è in grado di funzionare in modo sufficientemente affidabile: l'uscita dalla vita è un evento importante. Dunque l'io dovrebbe anche poter decidere quando è venuto il tempo di lasciare questa vita, o quanto meno affidarsi al proprio spirito, chiedendogli di far sì che il distacco avvenga al momento giusto e nel modo giusto.

Sotto questo aspetto, la liberazione dell'io va considerata non tanto come l'uscita da una prigione nella quale l'io stesso era stato rinchiuso in precedenza, quanto piuttosto come la rottura del guscio dell'uovo da parte del pulcino che sta nascendo. L'io cosciente, infatti, si è formato e si è sviluppato all'interno di quell'uovo costituito dal sistema psicofisico individuale, ed è stato, per così dire, covato dagli eventi della vita in modo più o meno efficace. Ma viene il momento in cui l'uovo deve essere rotto, affinché il pulcino possa continuare a vivere in modo autonomo, entrando direttamente in contatto con i diversi aspetti di un mondo completamente diverso da quanto percepito all'interno del guscio. Sono ben consapevole che questa visione della vita è sostanzialmente diversa da quella difesa e propagandata dal nostro sistema socioculturale, secondo il quale la vita umana andrebbe prolungata per quanto possibile, ma la questione è se tutte le uova sono state fecondate, affinché possa nascere il pulcino, o se la maggior parte di esse non sia destinata, semplicemente, a fare la frittata.

La vita umana come condizione di ignoranza

Ognuno vive come può e come meglio gli riesce, considerate le condizioni ambientali, le risorse psicofisiche e le altre variabili che determinano il suo destino. Non pochi penseranno che quanto è stato scritto nelle pagine di questo sito sia un'inutile e talvolta noiosa elaborazione mentale, di natura personale e soggettiva, su temi per i quali non esiste una risposta: questa è, appunto, la condizione dell'uovo umano, all'interno del quale non si può conoscere la realtà che sta là fuori. Nei confronti di questa condizione di ignoranza ognuno reagisce in qualche modo, aderendo all'una o all'altra delle ipotesi o delle teorie elaborate dalla psiche umana, a seconda del proprio modo di sentire in relazione all'effetto esercitato dalla psiche sull'io cosciente. C'è chi aderisce ad una fede religiosa, chi ad un'ipotesi valutata come scientificamente provata, chi semplicemente elude il problema ritenendo inutile affrontarlo, e chi cerca di valutare tutti gli elementi psichici ed i dati di fatto in base ai quali si possa impostare una ricerca. L'enigma del destino dell'io cosciente, tuttavia, non riguarda solo un eventuale aldilà, ma la sua stessa esistenza in questa vita umana.

 (continua)


 

Blog
L'automa umano
La strana vita dell'io
L'entità Andrea
Cerchio Firenze 77
La vita dello spirito
Il caso del Mediatore
Il report di Cleverness
il mito dello Spirito
giugno 2019
maggio 2019
aprile 2019