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Maggio 2019

Le domande e le risposte

Le domande che l'io si pone, da qualche migliaio di anni fa fino ad oggi, sono sempre le stesse. Perché provo piacere e dolore, felicità e sofferenza? (forse questa domenda riguarda più il dolore e la sofferenza che non il piacere la felicità). Perché esistono il bene ed il male? Perché tanta diseguaglianza tra i destini individuali? Qual è il senso della mia esistenza temporale? Cosa ne sarà di me una volta che il mio corpo sarà morto? Sono domande che, in una forma o nell'altra, quasi tutti gli esseri umani prima o poi si pongono nel corso della loro vita. A queste domande se ne potrebbe aggiungere un'altra, che si pongono in pochi: non è abbastanza strano che un prodotto dell'attività cerebrale, quale l'io cosciente viene considerato dalla nostra attuale cultura, debba porsi domande di questo genere? Se queste domande sono presenti, una ragione ci deve pur essere. Ma ancor più interessante è comprendere da dove hanno origine le eventuali risposte alle domande stesse, risposte che l'Io può accettare in tutto o in parte, ma anche rifiutare.

In genere le risposte provengono dall'esterno, dall'ambiente socioculturale nel quale ognuno vive, e vengono trasmesse come informazioni e programmi che, evidentemente, si installano nel cervello e riescono ad influenzare la mente. Ma anche questi programmi hanno avuto un'origine, ed inoltre in tutte le epoche, e soprattutto ai nostri giorni, molte persone si affidano alla propria attività mentale per trovare qualche risposta soddisfacente a quelle domande. Dunque le risposte sono determinate dalla psiche umana e, se hanno successo e si diffondono adeguatamente, diventano verità psichiche. Il carattere aleatorio e temporaneo di queste verità è evidente: esse possono essere molto diverse da una cultura all'altra, ed anche nell'ambito di una stessa cultura quello che veniva considerato vero ieri non lo sarà più domani. Se l'io cosciente è dotato di un'intelligenza sufficientemente evoluta, prenderà atto del carattere illusorio ed insoddisfacente delle risposte psichiche, e cercherà di ricevere le risposte da una sorgente diversa. Ma prima di individuare questa sorgente, vediamo meglio da cosa ha avuto origine il funzionamento della mente. 

Lo stato d'animo dell'innamoramento

Mi limito ad esaminare un caso particolare del funzionamento mentale, quello relativo all'innamoramento, perché ritengo che sia uno dei più diffusi e dei più intensi sotto il profilo emotivo – soprattutto nella nostra cultura – e dunque è di particolare interesse. Quello che riusciremo a capire dell'innamoramento, ci sarà utile anche per spiegare vari altri eventi psichici. Anzitutto riscontriamo come le attività sessuali relative alla ricerca del partner ed all'accoppiamento siano ampiamente diffuse nel mondo animale, nel quale la riproduzione costituisce uno degli eventi cardinali della vita di ogni organismo giunto a maturità. Inoltre, anche se nessun animale può raccontarcelo a parole, è evidente dall'osservazione dei comportamenti di molte specie che l'attività sessuale comporta una quantità di esperienze emotive che coinvolgono il sistema nervoso dell'organismo interessato: si può ragionevolmente ipotizzare la presenza un'entità individuale, anche se non sappiamo fino a che punto dotata di coscienza.

Quello che è importante comprendere è che nel mondo animale qualsiasi cosa avvenga nel cervello di un organismo, è determinata da un evento esterno: in alcune specie i maschi competono tra loro per il privilegio di accoppiarsi e riprodursi, e le femmine sembrano aspettare passivamente l'esito della contesa; in altre specie, soprattutto tra gli uccelli, i maschi si esibiscono in elaborati rituali di corteggiamento che le femmine possono approvare o rifiutare. Queste dinamiche, così varie e così complesse, sono il risultato di processi evolutivi per i quali un'interpretazione in chiave esclusivamente meccanicistica risulta del tutto inadeguata: si potrebbe dire che riflettono la fantasia della natura (anche nel mondo vegetale). Comunque, l'osservazione della natura ci porta a concludere che l'interazione tra un organismo individuale e l'ambiente (di cui fanno parte anche altri organismi) è regolata da leggi che si riflettono nel funzionamento del cervello di ogni organismo. Qualora esistesse qualcosa di simile ad un io, anche parzialmente cosciente, questo io non potrebbe che sottostare passivamente alle regole impresse nel cervello. 

Nel caso degli esseri umani gli effetti dell'innamoramento sono molto complessi, anche per le implicazioni culturali (che variano da epoca ad epoca e da una cultura all'altra) ma rimane, in ogni caso, il forte legame tra le reazioni emotive determinate dall'attività del cervello ed il comportamento di un oggetto esterno, la persona di cui si è innamorati, cioè un individuo dotato di un altro cervello che a sua volta reagisce al nostro comportamento ed alle nostre comunicazioni verbali ed espressive (queste ultime possono essere incluse nell'ambito del comportamento). Accade dunque, di norma, che ognuno dei due io coscienti coinvolti sperimenti una gamma di intense emozioni – che possono andare dalla felicità estatica al fastidio o alla disperazione – determinate dal funzionamento del proprio cervello, a sua volta condizionato dal funzionamento del cervello dell'altro. Si sa che le delusioni d'amore a volte finiscono in tragedia, dato che si possono innescare meccanismi distruttivi o autodistruttivi. È evidente che l'io cosciente è succube di un processo che si svolge nel suo cervello: se il cervello della persona amata o desiderata risponde positivamente, cioè corrisponde il sentimento, tutto sembra andare per il meglio, anche se poi lo stato di felicità può non durare a lungo perché subentrano altre dinamiche mentali più conflittuali, oppure uno dei due cervelli trova una connessione con un altro cervello che gli sembra più vantaggiosa. 

La corrispondenza tra l'evento esterno (in questo caso il comportamento dell'oggetto dell'innamoramento) e le reazioni psichiche attivate dal funzionamento del cervello della persona innamorata è un retaggio della nostra origine animale, e nella nostra attuale cultura viene dato per scontato che le dinamiche psichiche debbano necessariamente funzionare in questi termini. Tuttavia, diversamente dagli animali che non sembrano in grado di sfuggire alle leggi della natura, l'io cosciente di alcuni esseri umani, dotato di sufficiente intelligenza, ha affrontato la questione da un diverso punto di vista: per quanto stimolate da eventi esterni, tutte le reazioni psichiche, dalle più sublimi e piacevoli alle più penose, sono determinate dal funzionamento del mio cervello, che potrebbe essere controllato e padroneggiato dall'io cosciente, se esso potesse liberarsi dallo stato di subordinazione passiva in cui si trova. È possibile aver successo in quest'impresa?  È possibile per l'io cosciente riuscire a controllare, almeno in certa misura, le sintonie psichiche prodotte dall'attività cerebrale? Si può affermare con certezza è che alcune persone ci sono riuscite – ed anche molto bene – fin dagli albori dell'avventura umana. 

Free solo

Nella tecnica di arrampicata conosciuta come free solo lo scalatore compie un'ascensione, che spesso presenta un elevato livello di difficoltà, con le sue sole mani, le scarpette da arrampicata ai piedi, ed un sacchetto di magnesite per favorire la presa delle dita delle mani: nessun chiodo, nessuna sicurezza, nessuna corda, nessun compagno di cordata. Con questa tecnica Alex Honnold (nato a Sacramento nel 1985) ha scalato la parete conosciuta come El Capitan nel parco nazionale di Yosemite, superando un dislivello di 900 metri in poco meno di quattro ore (su quest'impresa è stato girato anche un bel documentario, Free Solo, uscito nel 2018). Ben si comprende la natura del rischio che corre lo scalatore. Ma anche altri praticanti di sport estremi, come i funamboli senza sicurezza o i BASE jumpers, rischiano consapevolmente la vita affidandosi ad un training di addestramento sia fisico che mentale. Difficilmente una persona normalmente programmata si cimenterà in attività di questo genere, proprio perché i normali condizionamenti di massa prevedono la subordinazione dell'io cosciente a determinati programmi mentali collettivi. Ancora una volta si riscontra in alcune persone la presenza di qualcosa di alieno che esercita un richiamo sull'io cosciente, spingendolo a superare le barriere imposte dal normale funzionamento cerebrale.

Il processo di liberazione dell'io è finalizzato a far sì che esso possa fruire di uno stato di felicità di spirito, di armonia con l'universo e di lucida sensibilità percettiva e, potrei aggiungere, anche intuitiva, determinato da un potere che viene esercitato sugli stati mentali, e dunque sul funzionamento del cervello. Si tratta certamente di qualcosa di diverso dalla pratica degli sport estremi, tuttavia anche per questo processo sono necessari un addestramento ed un allenamento costanti, l'intervento di un elemento esterno (che possiamo benissimo chiamare spirito) in grado di sostenere l'io nel corso del processo, anche mediante un costante richiamo che induce l'io a perseverare, e la capacità dell'io di affrontare in solitudine il training richiesto, proprio come avviene nell'allenamento al free solo. L'obiettivo dell'io, infatti, diviene quello di controllare la mente, cioè l'attività cerebrale, in modo da riuscire a sintonizzare le esperienze psichiche più conformi al proprio processo evolutivo. Per far questo, è necessario riuscire a svincolare la mente da gran parte degli automatismi che legano le nostre reazioni psichiche agli eventi esterni: un'impresa tutt'altro che semplice, e che deve essere compiuta da soli. Per quale motivo l'io dovrebbe impegnarsi in questa non facile impresa? Per lo stesso motivo per il quale uno scalatore decide di impegnarsi nel free solo: un'esigenza dello spirito, un irresistibile richiamo interiore, un intenso desiderio di sperimentare qualcosa che va oltre le normali richieste dell'attività umana. 

Ma c'è anche un'altra analogia tra il training di controllo della mente da parte dell'io cosciente e la pratica di sport estremi come il free solo: in entrambi i casi la morte viene sempre considerata con interesse, rispetto ed attenzione, senza dover essere esorcizzata, elusa o privata di valore. È vero che il praticante del controllo mentale non corre assolutamente il rischio immediato di morire che invece accompagna lo scalatore mentre pratica il free solo, tuttavia uno degli scopi del controllo mentale consiste nel trovare il percorso che consenta all'io di varcare consapevolmente e felicemente la soglia che separa la dimensione psichica umana dalle dimensioni dell'aldilà. Al timore della morte si sostituisce uno stato di lucida concentrazione, che nel caso dello scalatore si traduce in una precisa ed armoniosa serie di gesti fisici, mentre nel praticante del controllo mentale l'io entra in una condizione estatica che, da un certo livello in poi, supera la percezione del tempo. Ovviamente, per quanto riguarda le attività sociali e gli scopi che esse perseguono in relazione alla vita umana, né il free solo né il controllo della mente hanno il benché minimo valore: tuttavia riescono ancora a stimolare l'interesse di molte persone. 

Intensità della coscienza, espansione della mente

Via via che l'io procede nel suo percorso evolutivo, la sua coscienza diventa più lucida e più intensa, anche in relazione alla gestione delle esperienze psichiche determinate da eventi esterni. In condizioni ordinarie la coscienza si presenta spesso come uno strumento non ben a fuoco, e le stesse esperienze psichiche possono essere percepite come annebbiate, confuse, finanche oscure. Una coscienza lucida ed intensa, invece, rende gli stati psichici che entrano nel suo raggio d'azione estremamente chiari, come nella luce di una giornata tersa e luminosa. Ma l'effetto più interessante del controllo dell'attività mentale da parte dell'io evoluto (sempre sotto la guida – va ricordato – dello spirito) è dato da quella che può essere definita una vera e propria espansione della mente. Non è facile spiegare a parole in cosa consista questo processo: è come quando si avanza a poco a poco in un territorio del tutto inesplorato, nel quale, man mano che si procede, si scoprono nuovi inattesi paesaggi e si sente il richiamo di altre affascinanti lontananze verso le quali dirigersi.

Certo, è facile osservare – nell'ottica delle normali sintonie psichiche prevalenti nel nostro sistema culturale – che in questo modo si entra in una dimensione molto vicina al regno della fantasia. È vero, si tratta di un'esplorazione cosciente di stati mentali, ma non si deve dimenticare che tutta la vita umana è determinata, in ogni caso ed in ogni condizione, da stati mentali, da esperienze psichiche. Chi pretende che vi sia una realtà separata rispetto a quella che interpretiamo con la mente, compie – in buona o in mala fede – un errore di valutazione grossolano. Se c'è, là fuori, una realtà di questo genere, noi non ne conosciamo alcunché. In ogni caso, quando l'io cosciente raggiunge un sufficiente controllo dell'attività mentale, il risultato è uno stato di grazia, una serena beatitudine che si contrappone alle inquietudini ed alle preoccupazioni (e non di rado alle sofferenze ed ai dolori) derivanti dell'attività della mente assoggettata al controllo della cosiddetta realtà. Una descrizione della realtà potrebbe essere questa: l'interazione tra un corpo col suo cervello, e l'ambiente esterno (del quale fanno parte anche altri corpi, ciascuno col suo cervello) produce un'attività psichica che viene sperimentata dall'io cosciente come ineluttabile (destino). Come ho già detto, la nostra cultura ci insegna che per modificare l'esperienza psichica (possibilmente in senso positivo per l'io) è necessario intervenire sulle condizioni ambientali (e dunque – in un sistema sociale – anche sui cervelli altrui).

La realtà e la mente

I risultati di questa condizione, che resta pur sempre uno schema programmatico fondato sul funzionamento standard della psiche umana, non sono stati, almeno fino ad oggi, particolarmente brillanti dal punto di vista del complesso degli io coscienti (che peraltro non esiste, dato che ogni io cosciente resta sempre una singolarità). È per questa ragione che, in ogni epoca, alcune persone hanno provato ad intervenire direttamente sul controllo dell'attività mentale, spesso con successo. È vero che questa soluzione comporta poi una buona dose di indifferenza nei confronti delle condizioni ambientali, dato che l'attività del corpo viene inibita proprio dallo stato di beatitudine imperturbabile nel quale l'io cosciente viene a trovarsi: le condizioni ambientali sarebbero determinate prevalentemente dai processi naturali, non dalle attività umane. D'altra parte, in ogni periodo storico e presso quasi ogni cultura, solo una minoranza di individui è stata incline a percorrere questa strada. La soluzione più equilibrata e vantaggiosa potrebbe essere quella di dedicarsi alle attività lavorative previste dagli obiettivi sociali nella prima e seconda parte della vita, ed al percorso evolutivo di controllo della mente da parte dell'io nella parte finale, fino al passaggio in un'altra dimensione. Ma, nelle nostre attuali condizioni socioculturali, questa soluzione è difficilmente praticabile. 

Infatti la cultura attuale si basa quasi esclusivamente sulla socializzazione e, ai fini della produzione economica, sui consumi. Qualsiasi percorso interiore che non sia traducibile in attività sociale (possibilmente con risvolti economici) viene considerato con sospetto. Per questo la maggior parte delle persone arrivano alla cosiddetta terza età già ben condizionate e programmate a svolgere attività socializzanti – sia di pubblica utilità, come il volontariato, che ricreative – ed a vivere (salute permettendo) come se si dovesse rimanere in uno stato di perenne età media (per non dire giovinezza) e la morte non dovesse mai arrivare. Quanto ad un'eventuale sopravvivenza nell'aldilà, tutto è affidato – per chi ci crede – alla partecipazione ai riti delle religioni socialmente organizzate, mentre la divulgazione scientifica fa poco o niente per afffrontare l'argomento, e molti scienziati sono convinti che con la morte l'esistenza dell'io cosciente viene definitivamente annullata (il che può anche accadere, ma nessuno sarebbe lì per accorgersene). Questa condizione, per certi aspetti paradossale, deriva dal fatto che si è creata una dicotomia tra la mente ed il mondo, grazie alla quale la mente è stata degradata e subordinata ad una presunta realtà assoluta, che resta pur sempre il prodotto dell'attività interconnessa della nuvola dei cervelli. 

Erwin Schrödinger e la mente

Nel 1958 veniva pubblicato un volumetto che riportava le conferenze tenute da Erwin Schrödinger al Trinity College di Cambridge nell'ottobre del 1956 sul tema della mente e della materia (Mind and Matter - Le basi fisiche della coscienza: il testo può essere scaricato nella pagina Biblioteca). Schrödinger (1887–1961) era un fisico austriaco che dette un contributo fondamentale alla meccanica quantistica, in particolare con l'elaborazione dell'equazione che porta il suo nome, per la quale vinse il premio Nobel per la fisica nel 1933. In gioventù nutrì interesse per la filosofia (in particolare per Schopenhauer e Spinoza) e nel corso della sua vita approfondì lo studio della filosofia Vedanta dell'induismo, pur professandosi ateo in relazione all'appartenenza ad un sistema religioso organizzato. In Mind and Matter Schrödinger pone subito il problema della realtà in questi termini: «Il mondo è una costruzione basata sulle nostre sensazioni, percezioni e ricordi. È conveniente considerarlo come se esistesse oggettivamente per conto suo, ma di certo non diventa manifesto con la sua mera esistenza. Il suo diventare manifesto è condizionato da avvenimenti molto speciali che accadono in alcune parti davvero speciali del mondo stesso, vale a dire, da alcuni eventi che hanno luogoin un cervello». Queste parole evocano la concezione del mondo come rappresentazione di Schopenhauer.

Subito dopo Schrödinger affronta il problema della coscienza: «Quali particolari proprietà distinguono questi processi cerebrali e consentono loro di produrre la manifestazione?... Quale tipo di processo materiale è direttamente associato alla coscienza?». Dato che a tutt'oggi il problema della coscienza non è stato risolto in modo soddisfacente, Schrödinger non poteva dare una risposta a quelle domande nel 1956, e dunque continuava in modo generico: «In base alla nostra esperienza, e per analogia anche per quanto riguarda gli animali superiori, la coscienza è collegata a certi tipi di eventi che si svolgono nella materia organica vivente, cioè a determinate funzioni nervose. Quanto indietro o "in basso" nel regno animale ci possa ancora essere una sorta di coscienza, e come potrebbe presentarsi nelle sue fasi iniziali, sono speculazioni gratuite...». Inoltre, il fisico si poneva la classica questione sulla possibilità di un'esistenza (del mondo) priva di una forma di coscienza che ne testimoni l'esistenza, e poi citava Spinoza, secondo il quale ogni particolare cosa o organismo è una trasformazione della sostanza infinita, cioè di Dio. 

Ovviamente Schrödinger era ben consapevole di tutte le attività del cervello che restano inconsce, pur determinando forme di comportamento, a partire da quelle dei bambini piccoli, prima l'io cosciente faccia la sua comparsa, e si domandava quale potesse essere la finalità della coscienza nell'ambito del processo evolutivo. Poi prendeva in esame il contrasto tra la volontà dell'io (il quale si autoafferma mediante l'«io voglio») e le istanze etiche sociali che si contrappongono ad essa con un «tu devi», riflettendo sulla stranezza del fatto che istanze psichiche così diverse potessero avere una medesima origine: l'evoluzione naturale. Schrödinger, che arrivava a dire che l'imperativo etico di Kant era dichiaratamente irrazionale, non era però in grado di distinguere tra l'io cosciente e l'esperienza psichica nella quale viene coinvolto, dunque le sue riflessioni riguardano gli aspetti individuali della psiche, non l'io cosciente in sé. Il fisico pensava che l'esigenza di far diventare coscienti i conflitti psichici fosse inerente al processo evolutivo: «Ma non è assurdo pensare che questo processo di evoluzione debba cadere direttamente e in modo significativo nella coscienza?... Non può, semplicemente, svolgersi inosservato? No. Alla luce delle nostre precedenti considerazioni, non è così. Siamo pervenuti a considerare la coscienza come associata ad avvenimenti fisiologici che sono tuttora in corso di trasformazione per interazione reciproca con un ambiente che muta». Così, secondo Schrödinger, il fatto di essere coscienti implica necessariamente un conflitto interiore: lui lo riconduce nell'ambito dell'io, mentre a mio parere dovrebbe essere più correttamente attribuito alla psiche umana.  

L'evoluzione naturale del mondo organico

L'idea di Schrödinger, secondo il quale la coscienza rappresenterebbe uno sviluppo ineludibile del processo evolutivo naturale, è un esempio dell'eccessiva ed ingenua semplificazione operata talvolta dagli uomini di scienza nel tentativo di spiegare qualcosa che resta enigmatico. Infatti in natura riscontriamo un'evoluzione degli organismi vegetali parallela a quella degli animali, ma noi riteniamo – a torto o a ragione – che i vegetali, anche i più evoluti, non avendo un sistema nervoso non possono avere una coscienza. Eppure non è che il mondo vegetale si sia evoluto prima di quello animale, e dunque vada considerato ad un livello evolutivo inferiore: i vegetali sono organismi complessi, in grado di svolgere funzioni straordinarie, come la trasformazione dell'energia solare in materia organica, che poi sta alla base delle catene alimentari di molte specie animali. Sebbene anche tra le piante non manchi una competizione per le risorse, in particolare per la luce, il mondo vegetale nel suo complesso ci appare più armonioso e meno conflittuale rispetto a quello animale. Quanto alla capacità ed alla fantasia di adattamento evolutivo delle piante, basti osservare i multiformi espedienti adottati dalle varie specie vegetali per farsi impollinare da alcune specie animali, e poi per fare in modo che i semi vengano diffusi in un ampio territorio. Tutto questo, in assenza di qualsiasi forma di volontà cosciente, almeno all'apparenza (per quanto ne possiamo sapere noi esseri umani).

Sebbene il termine natura sia, com'è ovvio, una convenzione umana per designare una serie di processi e di fenomeni la cui origine e le cui finalità vanno oltre le nostre capacità di comprensione, resta il fatto che i processi naturali sono qualcosa di diverso dai processi mentali e culturali, contrassegnati dall'attività della psiche umana. È vero che la psiche presenta molti aspetti legati all'origine animale, e dunque naturale, del nostro corpo, ma ve ne sono altri che entrano decisamente in conflitto con i processi naturali, tanto che ai nostri giorni i temi legati alla difesa dell'ambiente sono quanto mai attuali. Anche Schrödinger affrontava quest'aspetto in un capitolo del suo volumetto da lui intitolato «I pericoli dell'evoluzione intellettuale», nel quale osservava come l'intelligenza permette all'umanità di determinare (in parte) il proprio destino, prevalendo sui processi di selezione naturale, ma nello stesso tempo c'è il rischio che la conseguente espansione umana ecceda le (limitate) risorse che possono garantire un futuro vivibile alla nostra progenie. Le conclusioni di Schrödinger, al riguardo, non erano molto ottimistiche: «Ora, io penso che la crescente meccanizzazione e "stupidizzazione" della maggior parte dei processi produttivi implichi il grave pericolo di una generale degenerazione del nostro organo intellettivo... Infatti l'uomo non particolarmente intelligente, che naturalmente trova più facile sottoporsi alla noiosa fatica, sarà favorito... Il risultato può facilmente condurre anche a una selezione negativa per quanto riguarda il talento e l'intelligenza». Dall'epoca in cui Schrödinger faceva queste considerazioni l'umanità si è numericamente triplicata, e di conseguenza è aumentato anche il numero di persone dotate di intelligenza brillante, ma, nel complesso, il generale instupidimento delle masse previsto dal fisico sembra inevitabile.

Non si può affrontare il problema della psiche umana in un'ottica esclusivamente naturalistica. Come sempre è accaduto nella storia umana, quello che oggi viene dato per scontato da parte della cultura prevalente, domani sarà ritenuto «medioevale», arcaico, incredibilmente ingenuo. La psiche è determinante nel far prevalere l'una o l'altra sintonia culturale e, come si è visto, la capacità da parte dell'io cosciente di sottrarsi alla fascinazione psichica è una prerogativa di pochi. Per avere un'idea dell'importanza che, in tutte le epoche e presso le diverse culture, hanno avuto le esperienze psichiche riferite all'amore, al divino, alla saggezza ed alla liberazione, consiglio di leggere un libro di Aldous Huxley pubblicato nel 1946, The Perennial Philosophy (La filosofia perenne), che si può trovare nella Biblioteca.

La vita, la psiche e l'io cosciente

La vita umana, nel suo complesso, è un fenomeno troppo vasto ed articolato perché l'io cosciente di un individuo ne possa venire a capo. E poi, con quali risorse? L'intelligenza? Il pensiero? Appena affrontiamo un aspetto della vita, e concentriamo l'attenzione su di esso, ci accorgiamo presto di aver dimenticato o trascurato un altro aspetto, e ciò che prima ci sembrava chiaro adesso ci lascia nel dubbio. Tutto quello che l'io cosciente riesce a fare, pur con un buon allenamento ed al meglio delle sue capacità, è individuare dei percorsi psichici che gli consentano di uscire dal labirinto della psiche stessa, ammesso che ci siano delle uscite. In alternativa, all'io non resta che assolvere con pazienza e dedizione il ruolo che il destino gli ha assegnato in questo mondo, per il tempo che gli è stato assegnato, mentre pensa che sia inutile porsi domande superflue, per le quali non si possono trovare risposte adeguate. Davvero una strana condizione, quella dell'io cosciente: bizzarra, e finanche comica, se gli è concesso evitare gli aspetti penosi della vita. 

Se vogliamo percorrere un itinerario all'interno della psiche, possiamo utilizzare come mappe di riferimento le esperienze di cui i nostri compagni di vita o coloro che hanno vissuto prima di noi hanno lasciato traccia: i resoconti di queste esperienze funzionano come  cartografie, utili per orientarsi, per comprendere le difficoltà da affrontare e per prepararsi. Le difficoltà e gli imprevisti del viaggio dovranno essere comunque affrontati di persona. Purtroppo non abbiamo a nostra disposizione le mappe del futuro! Dobbiamo inoltre tenere presente che, trattandosi di esperienze psichiche, non possiamo automaticamente convertire la loro realtà soggettiva in una realtà oggettiva, come invece accade per le esplorazioni delle regioni terrestri, laddove ci si attende che, se un'isola o una montagna sono state segnate su una mappa, ogni viaggiatore possa poi ritrovare quell'isola e quella montagna. Un viaggio psichico resta pur sempre un viaggio solitario nella nostra mente e nelle sintonie psichiche che le sono proprie. Ciò nonostante, quando vi è una sufficiente concordanza di testimonianze in merito a certe esperienze, possiamo ritenere di avere buone probabilità di incontrarle anche noi seguendo l'itinerario tracciato. Però le condizioni di partenza, soprattutto per quanto riguarda i programmi culturali ed i condizionamenti ricevuti, possono essere molto diverse rispetto a quelle di altre epoche e di altre culture. Oggi, per esempio, in quale considerazione viene tenuto lo spirito nella nostra cultura? Semplicemente, non esiste! L'unica cosa che viene considerata reale è il cervello, alla cui attività viene ricondotta ogni forma di coscienza. 

Qualcuno obietterà: «Ma è certamente così!», dimenticando che questa è un'affermazione di origine psichica, derivante dal fatto che noi riusciano a studiare e ad indagare scientificamente solo gli aspetti fisici del mondo, ma non gli aspetti psichici, e nemmeno quelli relativi ai fenomeni paranormali, che io, in questo sito, ho attribuito alla realtà oggettiva debole (si veda la pagina sui due livelli della realtà). Se vogliamo esaminare le testimonianze sugli stati di coscienza non ordinari – cioè non normalizzati – non dobbiamo dimenticare che si tratta di viaggi all'interno della psiche, la cui natura soggettiva impedisce qualsiasi forma di verifica oggettiva, ma non la sperimentazione diretta. Per chiarire con un esempio, se io leggo il resoconto di Aldous Huxley della sua esperienza con la mescalina nel libro The Doors of Perception (Le porte della percezione), non posso essere assolutamente certo che anch'io – assumendo la stessa dose di mescalina – otterrò un'esperienza psichica identica o simile alla sua, tuttavia potrò lasciare una testimonianza della mia esperienza soggettiva. I resoconti di questi viaggi soggettivi costituiscono le mappe di quell'atlante che ci consente di orientarci, in qualche misura, nei meandri non privi di rischi della realtà psichica. L'esploratore è l'io cosciente, che deve essere però affiancato da una guida, perché il suo stesso destino può dipendere dall'esito dell'esplorazione, cioè dalla preparazione, dall'impegno e dall'allenamento costante con cui affronta l'impresa: anche in questo caso, l'esempio del free solo non sembra fuori luogo. 

Il sistema e le fughe

Esplorare la psiche significa anzitutto esplorare la propria mente: quando l'io cosciente decide di intraprendere questo viaggio, la mente è già stata plasmata e programmata dall'ambiente socioculturale. Nella nostra cultura la programmazione prevede uno stretto legame tra le condizioni ambientali in cui viviamo ed il funzionamento mentale, cioè le esperienze psichiche nelle quali l'io è coinvolto. In questo sistema il ruolo assegnato all'io cosciente è puramente subalterno: la volontà viene attivata, in risposta alle esperienze psichiche, nel tentativo di modificare le condizioni esterne, considerate oggettive e reali, dalle quali dipendono le reazioni del nostro sistema psicofisico. La nostra dipendenza mentale dall'ambiente, dagli eventi, dagli altri, è totale, mentre la capacità dell'io cosciente di esercitare un controllo diretto sulle sintonie psichiche è limitata alle sole esigenze imposte dall'ambiente. Certo, nell'ambito di questo sistema di orientamento della mente vi è chi ha più successo, dato che le risorse di cui dispone consentono al suo io cosciente di ottenere un sufficiente livello di felicità e di soddisfazione, per cui alla fine il bilancio della vita può considerarsi positivo. Per tutti gli altri, e sono l'assoluta maggioranza, può esservi la coscienza di aver svolto diligentemente il compito loro assegnato nella vita, oppure il conforto della fede religiosa, o la rassegnazione di fronte all'ineluttabilità del proprio destino. Ma in altre persone prevalgono la rabbia, la disperazione, la frustrazione dovuta al senso di impotenza ed alla certezza della mancanza di significato della vita.

Sebbene il sistema culturale, nel programmare la mente, voglia convincerci che le cose non possono andare altro che in questo modo (e in un certo senso questo è vero per ogni epoca), è evidente che anche questo sistema culturale sta andando in crisi, perché – al di là delle innegabili conquiste tecnologiche – priva l'io cosciente della capacità di orientarsi autonomamente nell'ambito dei propri stati mentali. Tutto è valutato, interpretato, pianificato e quasi sempre non risolto secondo schemi sociali, collettivi, e la richiesta sempre più esasperata di risorse mentali da parte del sistema toglie all'io cosciente ogni possibilità di elaborazione autonoma delle proprie esperienze psichiche. Anche coloro che hanno raggiunto l'età ed i vantaggi della pensione sono condizionati a comportarsi ed a funzionare secondo schemi sociali programmati, che spesso si riducono a futili, e perfino ridicole, attività di svago. Naturalmente, poi, più le persone vengono condizionate in massa in questo modo, e più vi si adeguano, non senza una certa ottusa soddisfazione. Finché non arriva la morte, e tutto finisce.

Per valutare lo stato di salute di un sistema socioculturale si possono esaminare sia i programmi di intrattenimento e di svago destinati ai ragazzi ed ai giovani, sia i comportamenti e gli stati d'animo prevalenti in queste classi sociali. In entrambi i casi il quadro è sconfortante: i programmi (film, serie televisive, videogames) sono in gran parte incentrati su competizione, aggressività, violenza, lotta per la sopravvivenza, emotività incontrollata e dominante (sesso compreso); i comportamenti riflettono spesso rabbia, prevaricazione, bullismo, violenza, senso di impotenza, frustrazione ed insicurezza delle vittime, e diffusa sfiducia nel futuro. Di particolare interesse sono le fughe nella droga. Il consumo di qualche tipo di droga inizia a volte per scelta consapevole, altre volte quasi per caso (stimoli ambientali, sollecitazioni da parte di amici, occasioni di sballo emotivo), e talvolta inconsapevolmente (azioni criminali per adescare futuri consumatori). A parte quest'ultimo caso – che spesso non viene nemmeno adeguatamente perseguito – le droghe offrono quelli che vengono valutati come vantaggi emotivi, cioè sintonie psichiche più o meno soddisfacenti alle quali l'io cosciente non è in grado di opporsi. Quando poi il funzionamento del cervello è compromesso, spesso è tardi per intervenire. Ma tutti i condizionamenti che il sistema promuove attraverso i media di intrattenimento (finanziati dalla pubblicità, e zeppi di messaggi pubblicitari) inducono l'io cosciente ad arrendersi di fronte agli stati emotivi (presentati quasi sempre nei loro aspetti positivi). Così, la pubblicità ha sostituito la vita, condizionando le persone affinché si comportino come automi umani. Nessuna sorpresa che poi vi sia chi cerca qualche scorciatoia di intensa soddisfazione emotiva nella droga, anche tra coloro che sono pienamente integrati nel sistema (lavoro, guadagno, e col denaro mi gratifico: questo è precisamente il messaggio che il sistema ripetutamente propone). 

La fuga nelle droghe è comunque dovuta ad uno stato di subordinazione dell'io cosciente nei confronti delle dinamiche psichiche: la condizione stessa di ignoranza in cui l'io si trova in merito al funzionamento del cervello fa sì che si possa poi determinare uno stato di tossicodipendenza, con tutti i problemi ed i drammi che ne derivano. Resta però il fatto che la debolezza dell'io cosciente è oggi perseguita e stimolata dal sistema socioeconomico, mediante messaggi espliciti o subliminali che inducono alla ricerca della felicità immediata e temporale (ma sempre subordinata al fare qualcosa, all'agire in un certo modo), perché l'io debole – l'automa umano – è più facile da gestire e da usare. Questa mia critica al sistema non significa che io creda che il sistema possa essere modificato o migliorato (soprattutto tramite sconvolgimenti repentini) per essere sostituito da qualcosa di meglio, in grado di dare più felicità agli esseri umani. Ogni sistema sociale è legato a determinate circostanze storiche ed ambientale che lo rendono, per così dire, inevitabile nel divenire umano. Ma, nello stesso tempo, ogni sistema è destinato a deteriorarsi col tempo, anche a causa – in particolare oggi – della sua eccessiva complessità, per essere sostituito da un nuovo sistema dopo un periodo di crisi più o meno lungo. E proprio l'elevato numero di esseri umani – o di automi umani – la cui vita oggi dipende dalla stabilità del nostro sistema, è uno dei motivi per cui il sistema stesso non verrà scardinato tanto facilmente, e probabilmente andrà incontro ad un lungo declino. L'alternativa sarebbe traumatica per una larga parte dell'umanità. Ma non illudiamoci di avere il paradiso in terra, nonostante le seduzioni dei messaggi pubblicitari (e politici). 

La guida

Come è sempre accaduto, in ogni epoca storica ed in ogni cultura, la ricerca della liberazione dell'io cosciente dalla sudditanza nei confronti delle dinamiche psichiche, e la conseguente conquista di un buon livello di controllo sulla mente, è un'avventura ed un'esperienza individuale. La condizione preliminare affinché quest'impresa possa andare a buon fine è che l'io abbia raggiunto un soddisfacente equilibrio nei confronti del sistema dal quale dipendono la sopravvivenza del suo corpo ed il suo stato mentale. La seconda condizione è che l'io abbia ancora sufficienti energie per affrontare le difficoltà e gli ostacoli del percorso di liberazione. Quando si parla di affrontare difficoltà ed ostacoli, si evoca qualcosa che induce ansia, tensione, insicurezza, perfino paura, anziché infondere serenità e felicità: perché mai si dovrebbe intraprendere un percorso del genere? In fondo, un automa umano può sentirsi felice ed in pace con se stesso, e da oltre un secolo a questa parte i sistemi politici ed economici fanno ogni sforzo per convincerci che la felicità umana è a portata di mano per chiunque voglia impegnarsi ad ottenerla secondo le direttive del sistema: quanto meno, siamo programmati in tal senso, ed il nostro sistema corpo-mente può rispondere bene a questa programmazione. 

Le risposte a queste obiezioni sono semplici. Anzitutto, non tutti sono felici e soddisfatti, anzi: la maggior parte delle persone si comporta in conformità alle regole sociali più per la paura del peggio che non per la felicità che ne ricava. Inoltre, sono relativamente pochi coloro che sentono l'esigenza di intraprendere un percorso di autentica evoluzione dell'io cosciente, e lo fanno per un intenso richiamo interiore. Infine, tutti dobbiamo morire: l'automa umano può essere indifferente nei confronti di quanto eventualmente può accadere all'io cosciente dopo la morte (e nel corso di questa vita si regolerà di conseguenza), oppure dovrà rimettersi alla decisione di qualche forma di autorità superiore che deciderà del suo destino nell'aldilà. Invece, un autentico essere umano vorrà prendere su di sé la responsabilità del proprio destino, basandosi su ciò che riesce a conquistare in termini di conoscenza e sulla coerenza del suo orientamento, soprattutto nei confronti delle dinamiche psichiche che lo coinvolgono. Ma c'è anche qualcos'altro: le difficoltà e gli ostacoli del percorso possono essere affrontati in serenità e perfino con un'intensa felicità, purché ogni passo avanti venga compiuto con il necessario livello di allenamento preliminare e con la giusta concentrazione mentale, sotto la direzione dell'io cosciente, il quale però – soprattutto nelle fasi iniziali del suo itinerario – ha bisogno di una guida. Anche nell'arrampicata free solo, ogni passo in avanti eseguito correttamente dà felicità e soddisfazione, mentre l'ansia e la paura di cadere sarebbero un ulteriore inutile ostacolo per l'impeccabile esecuzione del passo successivo.

La guida che aiuta l'io cosciente a sottrarsi al dominio delle sintonie psichiche conflittuali nelle quali viene coinvolto, io la chiamo spirito. Uso questo termine a preferenza di altri, perché mi sembra sufficientemente astratto – rispetto a ciò che viene considerato come reale – da poter essere riferito ad un'entità aliena rispetto all'io (si veda al riguardo la pagina sullo spirito alieno), e nello stesso tempo è diffuso nell'uso comune, non solo per indicare le entità identificate con i trapassati (gli spiriti) in ambito medianico, ma anche per definire una particolare qualità creativa del funzionamento mentale (una persona di spirito), oppure un livello evoluto di esperienza umana, come nelle espressioni: uno spirito nobile, uno spirito libero. La prima azione di addestramento da parte dello spirito consiste nell'aiutare l'io a valutare correttamente la qualità evolutiva delle esperienze psichiche che lo coinvolgono, sottraendosi all'effetto di fascinazione esercitato da alcune di esse. Infatti abbiamo visto come la psiche contenga praticamente qualsiasi cosa, e l'io cosciente non abbia quasi nessuna risorsa – se non i programmi di condizionamento che il sistema culturale gli trasmette – per valutare correttamente il funzionamento della propria mente. Il caso più comune è dato dalla trasformazione nel tempo degli effetti di certe esperienze: inizialmente valutate come positive, comportano poi effetti negativi e perfino distruttivi. L'uso della droga ne è un esempio, ma anche alcune forme di fascinazione amorosa possono avere effetti analoghi.

L'esperienza psichica, in se stessa, è sempre legata al tempo. Col trascorrere degli anni l'io riesce a memorizzare un numero consistente di esperienze psichiche, a collegarle tra loro ed a valutarne gli effetti, ma spesso le conseguenze di queste esperienze lasciano ferite che non guariscono, ed in qualche caso possono perfino annientare l'io. Inoltre le esigenze della vita costringono l'io a funzionare, giorno dopo giorno, secondo gli schemi collettivi, rinforzando i programmi di condizionamento e le relative sintonie psichiche, e sottraendo all'io le energie necessarie per confrontarsi con gli eventi psichici che lo coinvolgono. Per questi motivi, anche quando una persona – giunta all'età della pensione – sarebbe nelle condizioni ottimali per intraprendere il percorso di liberazione dell'io, riducendo al minimo indispensabile le interazioni sociali, difficilmente sarà in grado di mettere in atto questo processo, essendosi irrigidita negli schemi mentali secondo i quali ha sempre vissuto. Solo l'intervento dello spirito può stimolare ed aiutare l'io, nel corso di tutta la vita, a percorrere l'itinerario della liberazione ed a portarlo a buon fine. 

Da bambino sono stato educato nella religione cattolica, e mi erano state insegnate alcune preghiere, da recitare al mattino o prima di addormentarmi. Le trovavo tutte piuttosto noiose ed inutilmente colpevolizzanti nei confronti dell'io, fuorché una che diceva così: «Angelo di Dio, che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me, che ti fui affidato dalla pietà celeste. Amen». Ecco, l'io cosciente potrebbe rivolgersi al suo spirito-guida con una richiesta simile: «Spirito di origine divina, che mi sei amico/a, guidami, aiutami, illuminami e resta accanto a me, fin quando non sarà giunta l'ora di morire». Se qualcuno, a questo punto, mi venisse a dire che non c'è nessuno spirito al quale chiedere aiuto come guida, non avrei niente da obiettare: gli ricorderei solo che qui stiamo parlando di un itinerario da compiere nell'ambito della psiche, caratterizzato dunque da sintonie psichiche soggettive. Le nostre esperienze psichiche dipendono certamente da molte cose, in primo luogo dal funzionamento del cervello, ma l'assoggettamento dell'io da parte della psiche è un dato di fatto. Se l'io non acquisisce un certo potere sulla psiche, come potrà ottenere la sua libertà? Il percorso evolutivo dell'io consiste nel dirigersi verso le esperienze psichiche dello spirito, lasciandosi alle spalle le dinamiche psichiche ereditate dalla nostra origine animale, o per lo meno quella parte di esse che – esercitando un dominio incontrollabile – sarebbe un ostacolo per la sua liberazione.

I conflitti legati alle esigenze della psiche

Tra le varie ragioni che impediscono all'io cosciente di intraprendere questo percorso evolutivo, vi è anzitutto la mancanza di un forte richiamo da parte dello spirito. La cultura di massa attuale ostacola in molti modi la percezione di questo richiamo, perché – essendo incentrata sulla valorizzazione del corpo e sulle sue esigenze – asseconda e promuove le risposte emotive legate alla nostra origine animale. I motivi per rendere la vita umana più gradevole e più confortevole sono comprensibili e condivisibili, soprattutto se messi a confronto con le condizioni in cui si viveva in passato, soprattutto per ignoranzain merito al funzionamento del corpo ed alle cause delle sue infermità. Ma è anche vero che tramite il corpo siamo vincolati alle regole della natura, regole che entrano in conflitto con altre esigenze che pur si manifestano nell'ambito delle nostre esperienze psichiche. Come si è visto, non è che i nostri sistemi socioculturali abbiano compiuto grandi progressi nella soluzione di questi conflitti: le tensioni sociali che un tempo si sfogavano nelle guerre o nelle rivoluzioni oggi sono interiorizzate e, almeno apparentemente, tenute sotto controllo, ma spesso si ha la sensazione di vivere sopra un vulcano che potrebbe esplodere da un momento all'altro.

La tensione verso la felicità, oggi, è legata all'agire, al fare, al creare. Negli aspetti sociali collegati con valori positivi, come la solidarietà – che si traduce in volontariato, redistribuzione delle risorse verso i deboli ed i bisognosi, sanità pubblica gratuita e welfare – è l'azione stessa che rappresenta le dinamiche psichiche più evolute anche sotto il profilo spirituale. Ma negli aspetti collegati con la lotta per l'esistenza, con la competizione per le risorse e con la ricerca del successo, prevalgono l'aggressività, la violenza in tutte le sue forme e l'ingiustizia, insieme a tutte le forme di emotività incontrollata ed a buon mercato che attualmente vengono profuse nei media di intrattenimento di massa. Questo stato di cose riflette le contraddizioni presenti all'interno della psiche umana in questo periodo storico, e proprio per questa ragione coloro che hanno una maggiore inclinazione verso il pensiero creativo, la riflessione e la meditazione, anziché verso l'azione nei confronti del mondo esterno (incluse le altre persone), sentono richiamo verso la ricerca di un percorso di liberazione dalle dinamiche conflittuali della psiche. Questo percorso inizialmente si svolge all'interno della psiche umana, a partire dal controllo da parte dell'io cosciente di quelle dinamiche psichiche ereditate dalla nostra origine animale, continuamente sollecitate dagli eventi naturali e dall'interazione con gli altri individui. Infatti oggi relativamente poche persone si confrontano direttamente con l'ambiente naturale e con gli organismi viventi che lo popolano: per la maggior parte degli esseri umani l'ambiente di riferimento è quello socioculturale, ma le dinamiche psichiche mediante le quali interagiamo sono ancora al 90% quelle derivate dalla nostra natura animale (che, secondo alcuni, è l'unica componente della nostra psiche).

Come ho già detto, è impossibile comprendere la psiche in tutti i suoi aspetti, e dunque la vita umana nel suo complesso non può essere decodificata dalle limitate risorse di cui anche i più intelligenti tra gli esseri umani dispongono. Il percorso di liberazione dell'io cosciente può essere compiuto solo se si verificano alcune condizioni, tra le quali è fondamentale un buon equilibrio mentale, cioè un adeguato funzionamento del cervello. Allo stesso modo, anche chi desidera praticare il free solo deve poter fare affidamento su adeguate risorse psicofisiche. L'evoluzione dell'io ha un effetto positivo anche nei confronti della vita di una persona e dei problemi che devono essere affrontati e risolti da quella persona, ma si tratta pur sempre di un percorso individuale. La soluzione dei problemi sociali, dei problemi dell'umanità nel suo complesso, resta affidata alle persone inclini all'azione e dotate di particolari risorse di energia, di volontà e di carisma: anche se, alla luce delle vicende storiche, il dubbio sulla possibilità che tali problemi possano esser mai risolti una volta per sempre è del tutto legittimo.


 

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